Opporsi alla diffamazione di Israele si può

Vitaliano Bacchi, Opporsi alla diffamazione di Israele si può 

Informazione Corretta, 24 ottobre 2013

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Antisemitismo è l’odio inventato dalla propaganda fascista e nazista per criminalizzare espropriare e infine sterminare una comunità internazionale inerme aggregata ed identificata con criteri di genealogia empirica e congrua alla ignoranza irrimediabile della classe dirigente fascista e littoria. 

E’ un odio contro l’ebreo come soggetto storico, un odio che rivendica criteri di razza, religione e cultura – non uno sensato – ma che resta pur sempre un odio contro la persona, resa feticistica e totemica perchè una ideologia che proviene dalla fogna non può che avere questo carattere rozzo, tribale ignorante. 

L’antisionismo, invece, ha radici diverse: è l’odio irrazionale contro lo Stato di Israele, il suo diritto di esistere, la sua storia di rinascita e redenzione, la sua eroica e valorosa risposta all’aggressione del predone arabo che ha rivoluto con le armi la terra che gli era stata pagata col rogito. 

Antisionista è la preferenza per le “ragioni” territoriali arabe contro quelle storicamente incontestabili di Sion e della sua gente capace e laboriosa: l’antisionista non odia l’ebreo come lo odia il fascista, odia Israele e il suo cittadino.

Kissinger è antisionista non antisemita e così Chomsky, Ovadia e tutta la schiera di partigiani dell’Islam che privilegiano e sostengono la pretesa territoriale araba in odio a Israele. 

L’antisionismo è diventato la forma più virulenta e attuale del disagio della comunità di Israele nel mondo perchè la menzogna e la mistificazione araba sul conflitto ha finito per guadagnare il sostegno, l’aiuto finanziario e l’appoggio anche militare di un vasto fronte internazionale del consenso affermatosi con la mistificazione di essere popolo oppresso e aspirante alla liberazione, parola magica nell’immaginario collettivo occidentale propenso all’etremismo fine a sé stesso, cioè la fabbrica dei suoi miti. 

Così è nato il mito della “liberazione della Palestina” e la superiorità militare israeliana è stata considerata strumento di oppressione e non perfezionamento di una difesa militare eccezionale perchè ha dovuto organizzare il miracolo della propria salvezza contro cinque guerre di aggressione arabe concepite per sterminare gli ebrei, non per regolare dei confini. 

Se questa è la situazione, desterà scalpore constatare che l’ordinamento giuridico italiano vieta e sanziona l’antisemitismo, ma non considera nemmeno in senso giuridico l’antisionismo, valutato una scelta politica di sostegno ad uno stato nel conflitto con un altro e, come tale, tutelato come ideologia politica costituente espressione di libertà del pensiero. 

La legge n. 62/1953 denominata “legge Scelba” e la legge 205/1993 denominata “legge Mancino” sono due testi normativi fondamentali nella repressione della discriminazione razziale e quindi sanzionatoria dell’antisemitismo, ma la normativa vigente ignora, lascia indenne e assolve la manifestazione di odio contro lo Stato di Israele ed in generale l’ostilità antisionista predicata in coincidenza con la solidarietà alla causa palestinese. 

Ne deriva che il complesso normativo sanzionatorio dell’antisemitismo come discriminazione razziale è del tutto inefficace a sanzionare la manifestazione di odio contro Israele e che da questa impunità traggono la loro virulenza le manifestazioni di odio contro la comunità costituitasi Stato politico nazionale: oggetto della sanzione giuridica è l’odio razziale contro gli ebrei, l’odio contro una comunità costituita in Stato.

E’ questa la ragione per cui oggi in Italia l’odio razziale è un reato e quello politico è un diritto: dire a una persona “sporco ebreo” è un reato secondo la legge Mancino; esaltare pubblicamente la politica razziale fascista è un reato secondo la legge Scelba e anche secondo la legge Mancino, che opera per la prima volta l’equiparazione giuridica fra  razzismo e fascismo. 

Denigrare Israele come stato-canaglia oppressore della minoranza palestinese è invece purtroppo un diritto come è un diritto negare la Shoah, perché la giustizia concreta nei tribunali non equipara la negazione del male alla sua apologia, difettando la regola giuridica per farlo. 

E’ per questo che la risposta alla diffamazione contro Israele i suoi valori e la sua comunità nel mondo resta pur sempre impresa giudiziaria o istituzionale o anche solo culturale da costruire, da allestire e mettere in atto a cura di chi senta su di sé e sulla Ragione – e cioè sul diritto – l’onta dell’odio gratuito e immotivato di chi offende sapendo di poterlo fare impunemente, ma sarebbe un errore limitare la risposta alla sola denigrazione antisionista. 

E’ questa infatti, unitamente a quella antisemita, il paradigma di tutte le forme di esclusione e discriminazione sociale, per cui dalla giusta adozione di misure che la inibiscano trarrà profitto chiunque si identifichi nella nostra risposta sanzionatoria contro tutte le forme della gratuita discriminazione di una persona, di un popolo o di uno Stato: la vicenda di Israele nella storia è la vicenda comune a tutti i giusti che, comunque nel mondo e nella storia, siano stati discriminati e aggrediti senza motivo ed ai quali e’ stato impedito di esistere e di godere degli stessi diritti degli altri. 

E’ la comune risposta che finalmente abbiamo imparato ad opporre in forma organizzata

contro coloro che camuffano dietro ideologie di razza di classe o di diversità la loro bassa indole di balordi ignoranti, violenti e persecutori e cioè di fascisti, quale che sia il colore della loro bandiera, perchè con la riforma Mancino è divenuta legge e norma giuridica l’equipollenza fra il fascismo ed ogni manifestazione comunque ostile alla dignità dell’uomo. 

Facendo un bilancio si può valutare che la scarsa applicazione della legge Mancino nella giurisprudenza di merito dei tribunali è dipesa proprio da quella complessa e sfumata oltre che ambigua commistione e confusione di categorie giuridiche contigue ma differenti di cui si è fatto cenno; non si può dire che il magistrato officiante non capisca il senso della onnicomprensività della riforma Mancino, ma si deve dire che la politica giudiziaria della repressione antisionista scivola sulla complessità del dolo di specie e della difficoltà di costruire categorie oggettive di questo tipo di condotta criminale. 

In sostanza, il legislatore fa capire che la normativa attuale in materia non può essere ampliata con norme integrative delle leggi Scelba e Mancino in senso negazionista perchè con la legge Mancino e la storica equiparazione che essa ha introdotto fra fascismo e razzismo, il delitto negazionista è inteso come manifestazione specifica di antisemitismo insuscettibile quindi di autonoma sanzione giuridica. 

Negare la Shoah oggi è un delitto secondo la legge Mancino, perché è manifestazione di antisemitismo: questa è la condicio iuris attuale.

Resta nondimeno la magna quaestio della sistematica e quotidiana opera diffamatoria e di delegittimazione dello Stato di Israele e della sua comunità nel mondo secondo la vile e subdola propalazione che ne fanno coloro che, denigrando impunemente Israele, intendono in realtà fare dell’antisemitismo senza rischi e siccome questa vergogna resta oggettivamente senza sanzione giuridica, una risposta ai diffamatori quotidiani di Israele dovrà essere data dalla comunità comunità internazionale. 

Il progetto di risposta è complesso e laborioso e non sarà necessariamente giudiziario, ma potrà esserlo con un predicato di responsabilità civile perché quella penale è del Pubblico Ministero, mentre quella civile è nostra, e che sarà comunque l’espressione della dignità e dell’orgoglio sionista per inibire il veleno che rottami e profeti dell’odio di classe e di razza fino ad oggi hanno divulgato impunemente contro un avversario che non amano né capiscono e spesso nemmeno conoscono.

Vitaliano Bacchi, 24 ottobre 2013

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                                                                   BRUCHINbruhin
Bruchin is a Jewish community  located in the Samarian hills with a population of 60 families.

The community was founded in 2000.


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Al di là della crisi del kibbutz e della sua ripresa, il sionismo è il legame vivo del popolo ebraico con lo Stato di Israele

Ugo Volli, Al di là della crisi del kibbutz e della sua ripresa, il sionismo è il legame vivo del popolo ebraico con lo Stato di Israele.

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I kibbutzim sono stati certamente uno dei simboli del sionismo nel secolo scorso e una delle sue invenzioni di maggior successo, delle fonti più vive della sua forza. Ma non sono mai stati il cuore della sua identità, il centro del suo progetto. Sono stati un mezzo, non un fine. Lo si vede chiaramente dalla storia. Il primo kibbutz, Deganià alef, fu fondato nel 1909 e divenne operativo due anni dopo, quando Theodor Herzl era morto da sette anni e l’Organizzazione Sionistica Mondiale stava celebrando il suo decimo congresso. Fu più un’invenzione utopistica che la realizzazione di un’ideologia. Nel progetto sionista non era sancita alcuna specifica forma di organizzazione socioeconomica e anzi ne era scontata la pluralità.
Se si legge il romanzo/testamento programmatico di Herzl, Altneuland (“Vecchia terra nuova”, appena tradotto da Biblioteca Aretina), vi si trovano ampie descrizioni di un’organizzazione cooperativa dello Stato e della proprietà, ed è esplicitamente rifiutato il collettivismo che sarà caratteristico dei kibbutzim. Quel che pensava Herzl semmai somigliava ai moshavim, anch’essi ben successivi alle origini del sionismo, dato che il primo di essi, Nahalal, fu realizzato solo nel 1921.

Non è giusto dunque identificare le origini del sionismo con i kibbutzim. Né sarebbe giusto confondere la crisi degli ultimi decenni e forse la mutazione e rinascita degli ultimi anni con il destino attuale del sionismo. Per citare una voce che certo non può essere sospetta di estremismo, quella di A.B. Yehoshua, che in uno scritto del 2003 ha sostenuto: “fino alla creazione dello Stato d’Israele, un sionista era definito come ‘qualcuno… che vuole stabilire uno stato ebraico in Eretz Israel’.[…] Ci sono stati sionisti che erano socialisti, religiosi, borghesi, o nazionalisti.
Ciascuno di loro aveva il proprio sogno e la propria ideologia”. Nei nostri termini, sionismo dei kibbutzim, dei moshavim, dei villaggi religiosi, delle città “borghesi”. Conseguenza di questa definizione, secondo lo scrittore è però che “una volta stabilito tale stato si sarebbe potuto dire che il sionismo era ‘finito’ avendo compiuto la sua missione. Lo scalatore cessa di essere tale una volta raggiunta la vetta; la definizione quindi doveva essere cambiata”.

Bisogna però respingere quest’idea, perché la costruzione dello Stato non è un evento sportivo, ma una condizione politica in cui è essenziale la sicurezza: già il primo congresso dell’organizzazione sionistica a Basilea nel 1897 fissava l’obiettivo di “una patria del popolo ebraico in Palestina sicura sotto la legge internazionale”. E la sicurezza internazionale per Israele non vi è mai stata e non vi è nemmeno oggi, per le ragioni che sappiamo. Ma Yehoshua continua con una considerazione interessante e condivisibile: dopo il 1948 “sionista è chi accetta il principio secondo cui lo Stato di Israele appartiene non solo ai suoi cittadini, ma anche a tutto il popolo ebraico”. Accettandola, comprendiamo che sul piano ideale il sionismo non si è affatto concluso nel ‘48.
Esso conserva ancora oggi un senso e degli obiettivi molto precisi. Da un lato esso ha lo scopo di difendere la sicurezza di Israele dalle aggressioni politiche, militari, diplomatiche, terroristiche che si rinnovano continuamente. Dall’altro il sionismo consiste nel porre un legame assolutamente unico di appoggio e difesa reciproca fra popolo ebraico e Stato di Israele.

Se si pensa che oggi, a quasi sessantacinque anni dalla fondazione dello Stato si è ormai vicini ad avere per la prima volta da duemila anni la maggioranza degli ebrei residenti in Israele si capisce la vitalità del progetto sionista, la sua forza storica. I due aspetti individuati da Yehoshua, più il terzo, che si ritrova in molte altre definizioni del sionismo, cioè la difesa attiva dall’antisemitismo, sono dunque ancora un compito per noi, per tutto il popolo ebraico, al di là delle ideologie.
Il sogno non è compiuto, non ancora. Se lo vorremo, come diceva Herzl, se sapremo volerlo, se continueremo a volerlo, cesserà del tutto di essere un sogno: continueremo ad assicurare la sicurezza di Israele, naturalmente per l’azione politica e militare dello Stato, ma anche per la mobilitazione, l’appoggio morale e di opinione della diaspora; per l’impegno e per la scelta di “salire” a vivere in Israele, che è ancora un desiderio e una salvezza per molti.

Se lo vorremo, contrasteremo insieme a Israele l’antisemitismo, che subito dopo la terribile esplosione della Shoà sembrò acquietarsi, almeno nei paesi europei più avanzati, poi parve contrapporsi solo allo Stato ebraico, ma ora si rivolge contro i singoli ebrei, si oppone anche alle pratiche ebraiche come la circoncisione e la preparazione della carne secondo le regole ebraiche, senza smettere di odiare Israele e di combatterlo aspramente.

Bisognerà aver chiaro e far capire a tutti che l’odio antiebraico che si sta accendendo di nuovo in Europa e naturalmente nel mondo islamico e altrove non è causato dalla innocente “opposizione alle politiche” dello Stato di Israele.
Al contrario, l’odio per Israele viene da quello per gli ebrei, è antisemitismo. Non fosse che a causa di questa identità, il sionismo continua ad essere essenziale: proprio per il fatto che lo Stato di Israele non è semplicemente degli israeliani, ma di tutto il popolo ebraico, è nato per ridarci la nostra patria e lo è per tutti gli ebrei, che ci abitino o no, che ne abbiano o meno il passaporto.

Questo significa fra l’altro che noi ebrei della diaspora abbiamo degli obblighi nei suoi confronti, che è stupido e ipocrita cedere alla tentazione, spesso alla richiesta pressante dei nostri nemici, di dissociarci dal “governo” o dalle “politiche” più o meno “colonialiste, imperialiste, guerrafondaie” dello Stato di Israele. Liberi tutti di discutere e di partecipare alla democrazia israeliana nei modi che sono possibili (il voto per i cittadini, l’opinione per chi non ha scelto la cittadinanza), resta caratteristico del sionismo il senso di una lealtà profonda, il senso di una protezione e l’impegno a una partecipazione, insomma un’appartenenza collettiva che contraddistingue il popolo di Israele fin dai tempi in cui si costituì durante il primo rientro nella terra destinata, quello di Mosé.

A queste condizioni, dentro questo progetto, il sionismo non solo ha senso, ma è la scelta storica collettiva perseguita dal popolo ebraico nell’ultimo secolo.
I kibbutzim, i moshavim, le politiche economiche e sociali che si sono succedute nei decenni, il primato dell’agricoltura e poi quello dell’industria di base e poi delle start-up, la fascinazione per il socialismo e poi per il venture capital e le nuove tecnologie, le grandi alleanze internazionali, le diverse forze politiche che si sono alternate al governo del paese: tutte queste cose fanno parte dell’ambito importantissimo dei mezzi. Ma il sionismo riguarda i fini, l’identità collettiva.

Non è una montagna da scalare e poi da abbandonare, come implica Yehoshua. Salvo che quella montagna sia in noi stessi, la montagna della nostra realizzazione collettiva, il nostro modo contemporaneo per “salire”.
Ugo Volli

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                                                                 ELAZAR

 elazarElazar is Jewish community located in the Judean Mountains with a population of 350 families.

Elazar was founded in 1975.