I tunnel del terrore

Paolo Palumbo, I tunnel del terrore

dal sito Difesa Online, 23 maggio 2015

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La Striscia di Gaza è attraversata da numerose strade che si dipanano lungo tutta la sua estensione; vie più o meno praticabili percorse, ogni giorno, da centinaia di palestinesi. Molti però non sanno che nel sottosuolo vive un’altra Gaza, più complicata e sicuramente meno frequentata.
Una rete di comunicazione sotterranea di vitale importanza la cui costruzione, in pochi anni, ha assorbito larga parte del capitale a disposizione di Hamas, la fazione politica che dal 2006 governa l’esile fascia di territorio palestinese. Dall’anno in cui il Movimento Islamico di Resistenza (questo significa Hamas) si è affermato come forza politica contrapposta ad al-Fatah, i rapporti con Israele hanno subito una drammatica involuzione. La strategia di tensione nei confronti di Tel Aviv, messa in atto dalle brigate al-Qassam, ha comportato una serie di azioni terroristiche “lampo” verso le comunità dei kibbutz prossime al confine. L’infiltrazione dei terroristi in territorio israeliano avviene, infatti, grazie ad una fitta rete di tunnel scavata dagli uomini di Hamas durante i periodi di tregua con Tel Aviv; e proprio grazie alla pace e agli aiuti umanitari destinati a Gaza, i palestinesi hanno riunito in poco tempo tutto il materiale necessario per rendere più efficienti e sofisticate le loro gallerie.
Economia e mercato nei tunnel
A partire dal giugno 2007, l’embargo imposto dagli israeliani e dall’Egitto alla Striscia di Gaza creò gravi problemi alla popolazione la quale vide progressivamente affievolirsi le già misere risorse alimentari ed energetiche. Dal momento in cui fu sancito il blocco delle merci, erano gli israeliani a stabilire quante e quali derrate potevano oltrepassare il confine. La situazione divenne particolarmente critica a sud della Striscia dove gli abitanti della cittadina di Rafah, presi dalla disperazione, tentavano ripetutamente di violare i confini con l’Egitto. Gli unici passaggi possibili e sicuri per procurarsi cibo, ma non solo, correvano nel sottosuolo: una rete di tunnel che, partendo da Rafah scavalcava il “corridoio di Philadelphia” per poi sbucare nel Sinai. I cosiddetti “tunnel economici” erano già percorsi, negli anni Ottanta, da molti contrabbandieri che scambiavano cibo, ma anche oro, droga e soprattutto armi. All’epoca i controlli erano indubbiamente più blandi e le merci fluivano senza troppi intralci. Dopo gli accordi di Oslo e la fabbricazione del muro divisorio, il lavoro dei contrabbandieri diventò più arduo obbligandoli a soluzioni alternative e ad ampliare la rete di passaggi sia verso l’Egitto, sia in direzione di Israele.
La costruzione di un tunnel – soffermiamoci per il momento solo su quelli a scopo commerciale – era un affare d’oro. Ciascuna fazione politica contribuiva forzatamente alla causa, accollandosi la costruzione di una via sotterranea che per alcuni rappresentava un vero e proprio investimento economico. Lo scavo di un tunnel costava dagli 80.000 ai 200.000 dollari, teoricamente una spesa improba per le casse di Hamas il quale per raccogliere i fondi, si affidava al potere persuasorio degli Imam. In ogni moschea i sacerdoti incitavano i fedeli a impegnare il proprio denaro in questa nuova impresa contro gli “infedeli” e quando qualcuno moriva, sepolto da metri di terra, era equiparato ad un martire dell’Islam.
Malgrado i rischi che comportavano, le vie di comunicazione clandestine rendevano al Movimento Islamico entrate sufficienti per pagare i salari di 75.000 impiegati e, complessivamente, alla vigilia di Cast Lead, i tunnel fruttavano un’entrata mensile di circa 36 milioni di dollari. Ecco perché i tunnel economici, diversamente da quelli militari, furono subito subordinati ad un ferreo controllo del Ministero dell’interno il quale istituì la Tunnel Affair Commission (TAC) con il compito di regolarizzare e assodare il volume di affari generato nel sottosuolo. I tunnel utilizzati per il traffico di derrate non rappresentavano certo una minaccia grave per Israele, sebbene oltre al cibo e al carburante, passassero ingenti quantità di armi che armavano i terroristi. Dopo l’operazione “Cast Lead”, Hamas approfittò della lunga tregua per scavare nuove vie sotterranee; questa volta però non si trattava di far transitare derrate o armi, ma direttamente piccoli gruppi armati pronti a scatenare l’offensiva oltre i confini israeliani.
L’offensiva sotterranea
Gli introiti provenienti dai tunnel commerciali, sommati all’entrata di merci umanitarie, garantivano al partito di Hamas una fonte di sopravvivenza ragguardevole, anche se i benefici non erano equamente ripartiti tra la popolazione. Ad esempio l’afflusso di materiali edili, come il cemento, utile alla ricostruzione di vaste aree del paese, veniva deviato verso strade non proprio legittime.
Nel 2006 il rapimento del carrista Gilad Shalid e le lunghe ed estenuanti trattative per la sua liberazione, erano solo l’inizio di una prassi che, dal luglio 2014, subì una pericolosa escalation. Il 17 luglio 2014, 13 combattenti di Hamas si infiltrarono via tunnel fino al kibbutz di Sufa, a ridosso del confine. Per un caso fortunato le IDF riuscirono ad intercettare il gruppo prima che questo entrasse nel villaggio: nello scontro persero la vita due soldati israeliani. Il 21 luglio, 30 terroristi sbucarono oltre confine travestiti da soldati di Zahal tentando di attaccare i kibbutz di Erez e Nir-Am, quattro militari israeliani morirono respingendo gli aggressori. Appena sette giorni dopo, il 28 luglio, alcuni guerriglieri comparvero all’imboccatura di un tunnel vicino il kibbutz di Nahal Oz uccidendo cinque soldati. Il succedersi di questi attacchi e il concomitante lancio di razzi Qassam scatenarono la reazione israeliana e l’operazione “Protective Edge”. Se il lavoro principale di intercettazione e distruzione dei razzi era affidato al dispositivo Iron Dome, la stessa tranquillità non valeva per gli attacchi condotti sottoterra. Il problema principale dell’intelligence israeliana era identificare l’ubicazione dei tunnel, la loro estensione, ma soprattutto i punti di accesso e uscita. Secondo il tenente colonnello Peter Lerner, portavoce delle IDF, l’intenzione dei palestinesi era quella di sferrare un attacco simultaneo all’interno di Israele infiltrando, via tunnel, almeno 200 terroristi armati fino ai denti. Sempre secondo Lerner poteva essere una sorta di 11 settembre israeliano anche se, si trattava di una attacco annunciato. Effettivamente il governo di Tel Aviv aveva preso sotto gamba il problema delle scorribande palestinesi oltreconfine, sebbene il passato non fosse privo di episodi simili.
Nel luglio del 2014, l’avanzata militare di Zahal si concentrò prevalentemente sulle zone di confine dove gli israeliani schierarono all’incirca 20.000 unità: una brigata corazzata, tre brigate di fanteria, ma soprattutto squadre del genio qualificate per la guerra nelle gallerie. Lo stato maggiore stimò l’esistenza di circa 60 tunnel, lunghi almeno tre chilometri e profondi oltre 20 metri, tuttavia quello che gli israeliani scoprirono sul campo, oltrepassò di molto le loro aspettative. Le IDF svelarono, infatti, dei veri e propri capolavori di architettura sotterranea, efficienti e perfettamente attrezzati.
Nell’intervallo di tempo tra “Cast Lead” e la nuova offensiva israeliana, Hamas aveva fatto del suo meglio, adoperando oltre 800.000 tonnellate di cemento, tanta manodopera e molto denaro. Secondo gli analisti, i leader palestinesi avevano investito oltre un milione di dollari per perfezionare la rete sotterranea, facendo largo uso di risorse destinate alla popolazione. In questo modo le città della Striscia di Gaza continuavano a vivere al limite delle condizioni umane, mentre il governo di Hamas sprecava forza lavoro e denaro al fine di provocare la guerra con Israele. Un conflitto che per gli israeliani era inevitabile, poiché l’unico modo di sventare l’aggressione dai tunnel, era quello di perlustrare ogni edificio di Gaza. La tecnologia, per quanto sofisticata, non consentiva di rilevare con esattezza la posizione e il tragitto di una galleria anche perché i criteri di scavo dei genieri palestinesi seguivano delle logiche primitive, ma efficaci. Hamas aveva preso insegnamento dal partito libanese di Hezbollah il quale, durante la seconda guerra del Libano, ampliò l’efficacia delle fortificazioni sotterranee grazie all’aiuto di ingegneri nord coreani e delle Quds Force iraniane.
La regola principale per realizzare un tunnel senza destare sospetti era l’interdizione di qualsiasi dispositivo elettrico o che producesse vibrazioni anomale del sottosuolo; la terra veniva rimossa con macchinari rudimentali, spesso alimentati dalla sola forza umana. È utile ricordare come tra i lavoratori non fossero presenti solo guerriglieri, ma anche bambini i quali, opportunamente indottrinati sul fascino del martirio, trascorrevano le loro giornate a scavare come talpe. La comunità internazionale e l’Institute for Palestine Studies ha denunciato la morte di circa 160 bambini, deceduti a causa di crolli o fatica, ma soprattutto vittime innocenti di Hamas. Molti hanno comparato la rete sotterranea palestinese a quella scavata dai vietcong durante la guerra del Vietnam, ciò nondimeno ci sono delle differenze molto importanti. In primo luogo la fattezza delle gallerie: quelle costruite da Hamas risultano più sofisticate, hanno pareti in cemento, luce elettrica e la loro larghezza è tale da consentire il transito di veicoli motorizzati. Secondariamente le gallerie palestinesi seguono un disegno complicato, e cosa ancor più grave, hanno l’entrata dissimulata in edifici insospettabili come scuole, ospedali, moschee o addirittura sedi delle Nazioni Unite. Di per sé l’utilizzo di tunnel per combattere, proteggersi o movimentare truppe non rappresenta alcuna violazione della Convenzione di Ginevra, tuttavia – come ricorda Jay Sekulow nel suo Rise of ISIS – Hamas usa la popolazione come scudo umano alle sue istallazioni, quindi commette un grave crimine di guerra.
Ad appesantire la coscienza di Hamas rispetto il suo popolo, è l’esistenza di una terza ed ultima categoria di tunnel, vale a dire quelli allestiti unicamente per proteggere le personalità di partito e le relative famiglie. I rifugi, solitamente ubicati nel centro cittadino, non hanno carattere offensivo, ciò nondimeno si trovano spesso protetti da edifici a prima vista innocui. È chiaro che i leader palestinesi manifestano una scarsa predisposizione al martirio e a condividere le disgrazie collettivamente; secondo alcune fonti israeliane Ismail Haniyeh, numero uno di Hamas, sarebbe proprietario di vasti appezzamenti di terreno e pagherebbe ingenti somme di denaro per far studiare i suoi figli in Europa e curare la sua famiglia in ospedali israeliani.
La tecnologia contro i tunnel
La brigata del Golan e l’84a brigata Givati sono state le prime ad entrare nella Striscia di Gaza con l’obiettivo di appurare dove fossero gli ingressi dei tunnel. Una volta assodata l’esistenza di un passaggio sotterraneo i soldati avevano l’ordine di bonificarlo dalle varie trappole esplosive e poi distruggerlo; un lavoro estenuante e rischioso poiché la ricerca non era coadiuvata da un adeguato lavoro di intelligence. Su questo punto i terroristi sfruttavano a proprio vantaggio il fattore sorpresa, mentre per Zahal il costo di vite umane stimato per rintracciare un tunnel era davvero troppo alto. Come anticipare le mosse di Hamas e con quali strumenti?
Alla fine di “Protective Edge” gli israeliani conseguirono tutti i loro obiettivi, larga parte dei tunnel erano stati demoliti, tuttavia il futuro non lasciava presagire nulla di buono. Come era già avvenuto, ogni cessate il fuoco conquistato da Hamas significava nuovo tempo e denaro per rincominciare a scavare il sottosuolo e individuare nuovi modi per colpire l’eterno avversario. Era dunque imprescindibile per il governo israeliano acquisire tutti i mezzi necessari per scongiurare la costruzione di nuovi tunnel. Secondo l’opinione del geologo israeliano Jospeh Langotsky, la minaccia dei tunnel era stata per lungo tempo sottovalutata dal comando israeliano; la guerra in Libano del 2006 e i tunnel nei quali operavano gli Hezbollah dovevano servire da campanello di allarme, eppure nessuno fece mai nulla. Al contrario il partito di Hamas imparò bene la lezione, migliorando la qualità delle sue costruzioni.
Quando i soldati della Givati entrarono nelle gallerie restarono sbalorditi dall’accuratezza con la quale erano state costruite: cemento di ottima qualità, cavi elettrici, binari in ferro, tutti materiali di prim’ordine. Ma come avevano potuto reperire tutto quel materiale? Alla fine dell’operazione “Pillar of Defence”, nel novembre 2012, il governo di Obama, per compiacere la comunità internazionale, fece pressioni sul premier Netanyahu affinché accordasse l’entrata in Gaza di tutte le attrezzature edili utili per la ricostruzione. Il primo ministro Netanyahu e la Knesset sapevano però che questa concessione sarebbe costata cara e, alla luce dei fatti, non avevano torto.
Ad oggi l’unità di sviluppo e ricerca delle IDF sta lavorando alacremente per trovare un sistema che permetta di intercettare la costruzione delle gallerie prima che queste sbuchino in territorio israeliano: il costo stimato si aggirerebbe intorno ai 59 milioni di dollari. Alcune tra le migliori imprese israeliane hanno presentato diversi progetti i quali hanno come oggetto “l’ascolto” del terreno. La compagnia israeliana Magna ha proposto di scavare un tunnel di 70 km – lungo il confine con la Striscia – dotato di appositi sensori che rilevano i movimenti del terreno. Secondo il direttore della compagnia, Haim Siboni – intervistato dal Globe – questo sistema trasmetterebbe in tempo reale dati utili per identificare dove sia la zona di scavo e quanti uomini vi stiano lavorando. Sulla questione dei tunnel è persino intervenuto un noto archeologo canadese, Paul Bauman, scopritore del presunto sito di Atlantide. Il canadese ha lavorato diverso tempo con lo stato maggiore delle IDF al quale ha fatto presente che l’unico strumento efficace per scovare le gallerie di Hamas non sia in un solo tipo di tecnologia, ma in una combinazione di esse – radar, tomografie del terreno e misurazione sismica. In particolare, ha riferito Bauman, l’uso di un radar sotterraneo potrebbe essere la soluzione più indicata: “tutto dipende da che tipo di frequenza si vuole utilizzare, infatti, tu puoi avere un apparato che vede 100 metri sotto il suolo, ma a bassa risoluzione o a soli 10 metri ad altissima risoluzione”. In più, ha ribadito l’archeologo canadese “il radar è particolarmente indicato per segnalare costruzioni di cemento e barre di metallo, tutti materiali impiegati nei tunnel di nuova generazione”.
Paradossalmente, l’evoluzione tecnica di Hamas nella costruzione delle gallerie, è diventata un’arma a doppio taglio. Il secondo problema che assilla lo stato maggiore israeliano è la salvaguardia della vita dei suoi soldati allorquando incappano in un tunnel. Alcuni mesi dopo “Protective Edge”, la ditta Roboteam di Tel-Aviv ha presentato al Ministero della difesa il nuovo Micro Tactical Ground Robot, un piccolo dispositivo largo meno di un metro e dal peso inferiore ai 10 chili, che può insinuarsi nei tunnel scansionandoli grazie a cinque telecamere, un microfono interno e un puntatore laser. Questo piccolo e agile strumento, facilmente trasportabile dalla fanteria, fornisce agli operatori israeliani la possibilità di vedere e ascoltare preventivamente ciò che accade in una galleria, così da entrarvi consapevoli dei pericoli che troveranno.
L’ultimo nodo da risolvere è su come distruggere il tunnel nella sua interezza poiché, il crollo di una parte di esso, non basta a eliminare la minaccia. Oltre a una buona quantità di esplosivo, alcuni esperti hanno promosso l’impiego del FAE (Fuel Air Explosives) la cui potenza ricorda il napalm della guerra in Vietnam. Le operazioni militari delle IDF hanno apparentemente raggiunto tutti gli obiettivi prefissati: buona parte dei tunnel sono stati demoliti, tuttavia la scommessa resta aperta poiché in molti si interrogano su quanto tempo impiegherà Hamas per riarmarsi e scavarne di nuovi. La nuova strategia israeliana però è cambiata e, finalmente, punta verso la prevenzione investendo ingenti somme di denaro per arrestare i terroristi prima che questi inizino ad insinuarsi sottoterra. L’unica certezza resta Hamas e la sua ferma intenzione di colpire sempre e comunque Israele: contro questa attitudine non esiste alcuna tecnologia o arma speciale in grado di arrestarli.

Paolo Palumbo, I tunnel del terrore, 23 maggio 2015

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                                                                       HARASHA

HarashaHarasha is a Jewish community located near Talmon with a population of 29 families.

Harasha was founded in 1999.

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Pedofilia legale: anche questo è islam

Sara Gandolfi, Pedofilia legale: anche questo è islam

Corriere della Sera, 19 maggio 2015

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Hadiqa Bashir non ci prova neppure a nascondere alle telecamere il suo viso adolescente e solare, avvolto da un velo con i fiori rosa, come fanno invece le altre ragazze di questa vallata del Pakistan, al confine con l’Afghanistan. A marzo è comparsa sugli schermi di una tv locale, poi ha concesso un’intervista alla Bbc, messa online ieri. E il suo viso tondo è diventato virale in tutto il mondo. «Una mia compagna si è sposata al sesto anno di scuola (la nostra prima media, a 11 anni, ndr ) — racconta —. All’inizio eravamo tutti felici ma dopo ho visto quanto soffriva. E ho capito quante altre bambine come lei avrebbero sofferto». È partita così la sua campagna contro i matrimoni precoci. Hadiqa ha solo 14 anni e anche se non parla della sua più famosa connazionale, la vincitrice del premio Nobel per la pace Malala Yousafzai, sa bene di muoversi sulla scia di quella coraggiosa studentessa ferita alla testa tre anni fa perché osò sfidare i talebani.
«Questa è una società patriarcale, alle ragazze non vengono riconosciuti diritti fondamentali — spiega Hadiqa —. Io cerco di diffondere la consapevolezza ovunque posso, specialmente con i genitori. Non è facile».
È difficile perché in Pakistan maritare una figlia ancora adolescente, se non bambina, è considerato normale, soprattutto nelle aree rurali com’è la valle dello Swat, nel nord-ovest del Paese, dove vive Hadiqa. Serve a risolvere dispute, a riscattare un terreno o, semplicemente, a fare un po’ di soldi, e nelle zone tribali è ancora usuale, seppur fuorilegge, la pratica Vani , sorta di punizione decretata dal consiglio di anziani, o Jirga , che obbliga le ragazzine alle nozze come risarcimento per un danno o crimine commesso da un parente. Spronata dai suoi stessi genitori, attivisti per i diritti civili, Hadiqa tutti i pomeriggi dopo la scuola fa il giro della comunità, casa per casa: raccoglie i racconti delle spose bambine e tenta di convincere i genitori di altre ragazzine a mandarle a scuola, piuttosto.
Nel video della Bbc compare Shabana, costretta a sposarsi a 12 anni, che racconta i maltrattamenti e le percosse subiti nella famiglia del marito. «Sono scappata varie volte, ma i miei genitori mi hanno sempre restituito». «Quel che è fatto è fatto, ma non farò lo stesso errore una seconda volta», replica la madre di Shabana, che promette di non sacrificare la figlia più piccola, che ha 7 anni e gioca ignara del destino che potrebbe attenderla.
Ogni statistica, in questo campo, è in difetto perché i matrimoni precoci vengono celebrati da imam locali e non vengono di norma registrati. Ma secondo le stime di Save the Children, il 40% delle spose pachistane ha meno di 18 anni e l’8% di queste diventa madre fra i 15 e i 19 anni. Costrette a figliare, e a rischiare la vita, al posto di giocare. Lo scorso anno il Parlamento pachistano ha respinto un progetto di legge sulla spinosa questione, ma alcune province hanno iniziato a muoversi da sole: il Sindh ha vietato le nozze sotto i 18 anni; il Punjab, pur mantenendo il limite nazionale dei 16 anni, ha invece esteso la punibilità anche agli imam celebranti, che assieme ai genitori degli sposi ora rischiano fino a sei mesi di carcere, e una multa salata.

Pedofilia legale: anche questo è islam, Sara Gandolfi, 19 maggio 2015

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                                                                         SHAKED

shakedShaked is a Jewish community located in the Samarian hills with a population of 520 people.

Shaked was founded in 1981.

Lettera di un’ebrea a Francesco

Fiamma Nirenstein, Lettera di un’ebrea a Francesco

Il Giornale, 15 maggio 2015

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Caro Papa, Eccellenza, è con umiltà ma guardandola negli occhi che mi permetto di scriverle per spiegarle quale grande tristezza mi abbia colto, da giornalista che da decenni si occupa di Medio Oriente e anche da ebrea, quando ho dovuto leggere che il Vaticano, il suo Vaticano, riconosce lo Stato palestinese con un nuovo trattato. Si dice che ancora il documento non è firmato. Papa Francesco, ci pensi ancora un poco. Sospenda la firma. Il Vaticano non è uno dei tanti Stati nazionali che compongono la comunità europea. Agli occhi della Storia esso è depositario di una memoria e di una responsabilità tutte particolari del rapporto fra ebrei e cristiani.

Mi lasci ricordare che il Vaticano ha una storia difficile con Israele, da rivoluzionario Giovanni Paolo si decise a riconoscerlo vent’anni dopo che gli egiziani lo avevano già fatto. Non è ora che si annaffi come una pianta preziosa questo piccolo Paese che ha cura dei suoi cristiani e li difende a differenza di tutto il Medio Oriente? Il Vaticano non ignora che il mondo palestinese è una voragine di incessante e propagato antisemitismo nei libri di testo, nelle vignette, nella tv, persino nell’incitamento a uccidere gli ebrei. Da quando Fatah e Hamas sono alleate nel governo dei palestinesi, è ancora peggio. Lei Santo Padre, non vorrà di certo avallare uno Stato antisemita dato che una sua parte fondamentale, Hamas, obbliga a uccidere gli ebrei nella sua carta.

Papa Francesco, lei sa bene che a Betlemme i cristiani sono fuggiti discriminati e maltrattati, e sa che a Gaza i cristiani subiscono persecuzioni. Non si tratta di un epifenomeno che Fatah potrà cancellare, perché secondo le indagini più recenti alle elezioni che prima o poi Abu Mazen dovrà concedere (fu eletto per quattro anni nel 2005, e basta) Hamas avrà due terzi dei voti. Santità, la pace non si ottiene, dato che certo è questo che vuole, promettendo a una parte tutto senza trattare. La pace si fa in due, soprattutto quando la materia è davvero controversa. È ingeneroso pensare che una parte sola possa disegnare i confini fra due Paesi di cui uno, Israele, è minacciato quanto nessun altro. Dovrebbe ormai essere ben consapevole, caro Papa, di quanto l’odio islamista sia pertinace e aggressivo. Israele è stato aggredito fin dalla sua nascita non per ragioni strettamente territoriali, ma perché rappresenta una cultura democratica nel cuore della umma islamica. È uno straniero da eliminare.

Per sopravvivere ha sempre dovuto difendersi duramente, come potrebbe farlo senza avere la parola sui confini, che invece i palestinesi identificano con quelli del ’67, a due metri dall’aeroporto internazionale, a uno da Gerusalemme. Santo Padre, si è accorto che dopo il suo annuncio l’Autorità palestinese ha fatto sapere che non ricomincerà a negoziare se non si stabilisce un termine dell’«occupazione» israeliana? Inoltre Francesco, lei ama la democrazia: come se lo immagina il nuovo Stato? Che riconosca pari diritti dei suoi cittadini, anche se sono dissenzienti, omosessuali, donne?

La Freedom House scrive che è vero tutto il contrario, purtroppo. E Hamas usa a Gaza un codice penale shariatico. Lei, vorrebbe uno Stato palestinese senza pena di morte? Non è così. Inoltre, le milizie tuttavia uccidono per strada nemici e sospetti di collaborazionismo. E i giornalisti non sono liberi. La realtà economica è piagata dalla corruzione e sostenuta dall’enorme sussidio internazionale. Sarebbe bene aiutare a costruire lo Stato prima di riconoscerlo.

Caro Papa, sappiamo che lei è molto preoccupato per la sorte dei cristiani in Medio Oriente. Giusto, ma non è così che guadagnerà loro più protezione e simpatia, anche se magari Abu Mazen gliel’ha promesso e vorrebbe farlo: l’onda è grandissima, l’idea che l’instabilità del Medio Oriente abbia a che fare col conflitto israelo-palestinese è finita, i confini e gli Stati crollano e si ridisegnano secondo l’Isis e gli sciiti guidati dall’Iran. La mossa del Vaticano eccita e non placa l’antagonismo verso cristiani ed ebrei perché è una mossa di appeasement prima che di pace. Inviti semmai le parti alla trattativa bilaterale, e i palestinesi alla cessazione della denigrazione antisemita. Questo aiuterà la pace. Sua con rispetto.

Lettera di un’ebrea a Francesco, Fiamma Nirenstein, 15 maggio 2015

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                                                                       GEVA BINYAMINgeva-binyamin

Geva Binyamin is a Jewish community located near Jerusalem with a population of 3700 people.

Geva Binyamin was founded in 1984.

Vaticano: l’odio antico riemerge

Angelo Pezzana, Vaticano: l’odio antico riemerge

Informazione Corretta, 14 maggio 2015

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“La Santa Sede e lo Stato di Palestina hanno raggiunto un accordo diplomatico globale”, così riportano oggi tutti i giornali. In altri termini il Vaticano riconosce uno Stato che non c’è, mentre evita ancora, e da sempre, di pronunciare la parola Israele sostituendola in tutte le occasioni possibili con ‘Terra Santa’.
La notizia non deve stupire. Dal 1948, anno di fondazione dello Stato ebraico, la politica del Vaticano è sempre stata ostile, fino al punto da aspettare il 1993 per riconoscere ufficialmente Israele. 45 anni ! Una decisione che forse non sarebbe stata neppure presa, se il Vaticano non si fosse schierato in quell’anno a favore dell’invasione del Kuwait da parte di Saddam Hussein, per trasformarlo in una provincia dell’Iraq. Il Vaticano si trovò isolato da tutto il mondo occidentale, anche da molti stati arabi che fecero invece parte della coalizione guidata dagli Usa.
Una coalizione vittoriosa, che impose il ritiro alle truppe al dittatore iracheno. Il Vaticano, isolato anche all’Onu, capì che per rientrare a testa alta nel consesso delle nazioni, occorreva un gesto clamoroso, che ne ripulisse l’immagine, deturpata da quella alleanza con Saddam Hussein.
Fu in quella occasione che il Vaticano decise di riconoscere lo Stato di Israele, una scelta forse suggerita dalla stessa Casa Bianca, dove non si era ancora insediato Obama ma George Bush. Il Vaticano capì che aveva soltanto quella carta da giocare e la giocò. Da allora le relazioni tra di due Stati sono state tutto sommato sempre cordiali, grazie soprattutto all’atteggiamento comprensivo di Israele, impostato ad una politica realista, che non rimetteva in discussione quell’odio antico che aveva drammaticamente segnato il destino del popolo ebraico per duemila anni.
Il Vaticano non dimostrò gratitudine, deglutì il rospo del riconoscimento, ma continuò a dimostrarsi ostile in tutte le circostanze. Più con alcuni papi, pensiamo a Paolo VI, che dopo essere andato a Nazareth (in Terra Santa, non in Israele) evitò in una lettera inviata al presidente dello Stato ebraico di chiamarlo con il titolo che gli spettava, sostituendolo con un ‘signor’, e inviando la lettera a ‘Tel Aviv’ come unico indirizzo.
Altra situazione, giudicata da qualunque altro Stato inaccettabile, ma che Israele continua pazientemente a sopportare, è la politica fanaticamente pro-araba della rappresentanza diplomatica vaticana in Israele. Gli esempi sono così quotidianamente numerosi da richiedere un dossier specifico per enumerarli tutti.
La scelta di ‘Terra Santa’ – al posto di Israele – è poi una prassi costante particolarmente odiosa, applicata in tutte le pubblicità dei viaggi diocesani, che scrivono nei loro programmi turistici “Terra Santa, Palestina, Giordania”, anche se poi l’aeroporto nel quale atterra l’aereo è a Tel Aviv, Nazareth è in Israele e Gerusalemme ne è la capitale. Ma questo è un particolare di poco conto, l’importante è la cancellazione ovunque sia possibile del nome di Israele.
2.000 anni di anti-giudaismo e 45 di ritardo nel riconoscere l’esistenza di Israele, lo riconosciamo, non si possono cancellare con qualche affermazione di cortesia/simpatia, manifestazioni che in genere non intaccano quell’antico odio profondo che – regolarmente – riaffiora nella politica vaticana. Dopo la Shoah è evidente come non ci si possa più impunemente dichiarare – almeno nei paesi democratici – apertamente antisemiti. Ecco allora il surrogato: Israele, Stato degli ebrei, che si presta egregiamente alla sostituzione. Con la scusa di attribuire a una popolazione, che popolo non è mai stato, uno Stato inventato alla bisogna, la strada scelta è la negazione della sovranità di un altro Stato, dalla tradizione millenaria, Israele.
Come ha scritto ieri in queste pagine Ugo Volli “questa negazione della sovranità rimanda alla condizione degli ebrei nel passato. Sottomessi, dichiarati ‘proprietà personale’ del sovrano, fino naturalmente al pogrom che li ammazzava in massa, gli ebrei erano anche sottoposti all’inquisizione che doveva controllare che praticassero la fede ebraica come piaceva alla Chiesa (per esempio la Kabbala era malvista). La chiesa si riservava di decidere quali preghiere potessero dire (certe volte fu per esempio proibita la “’Amidà’, preghiera principale della liturgia ebraica), quali libri si potessero studiare (il Talmud fu spesso bruciato), come dovessero essere i loro riti, le loro regole interne, i loro rabbini”.
I tempi sono cambiati, altre devono essere le azioni da compiere, affinché quell’odio antico possa manifestarsi senza essere subito riconosciuto. L’esistenza di Israele va combattuta con metodi e forme che possano essere recepite quali atti di giustizia. Ecco allora il tentativo di imporre confini indifendibili, Israele, come in passato, dovrà difendersi, per venire subito dopo accusato di essere guerrafondaio. Per indebolire la sua economia, si inventa il BDS, un boicottaggio che ne intaccherà le esportazioni (naturalmente imposto dall’Unione europea).
Adesso, dopo avere atteso che altri stati spianassero la strada, è arrivato anche dal Vaticano il sì al riconoscimento di uno Stato di Palestina, in una regione nella quale l’unico Stato nel quale arabi – musulmani o cristiani – vengono rispettati, hanno uguali diritti, il cui numero è in continua crescita, è Israele. In tutti gli altri vivono sotto dittature medievali, in preda a guerre civili, stragi e massacri sono quotidiani, ma nel nostro ipocrita e antisemita mondo occidentale a fare da battistrada è l’odio contro Israele. Spacciato in modo truffaldino con altri nomi. Si aggiunge ora all’elenco, ufficialmente, il Vaticano, che in fatto di odio antico ha più esperienza di tutti. Ne prendiamo atto.

“Vaticano: l’odio antico riemerge”. Angelo Pezzana, 14 maggio 2015

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                                                                          DOLEVdolevDolev is a Jewish community located near Jerusalem with a population of 180 families.

Dolev was founded in 1983.