Matteo Renzi, intervento alla Knesset

Intervento di Matteo Renzi alla Knesset, 22 luglio 2015

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Signor Presidente della Knesset,
Signor Primo Ministro,
Signor Capo dell’opposizione,
Signore e Signori membri della Knesset,
Ho provato a lungo vari saluti nella vostra lingua, poi ho pensato che il modo migliore per iniziare fosse darvi il saluto più bello del mondo: shalom, e grazie per questo invito. Con profondo rispetto prendo la parola a nome del Governo italiano davanti a voi, in una città che evoca emozioni e brividi solo a nominarla: Gerusalemme.
Il Salmo ci trasmette l’immagine delle tribù che salgono verso il Tempio cantando la gioia di avvicinarsi nella città santa e lodando il nome del Signore. È toccante immaginare quelle donne e quegli uomini che si facevano pellegrini e salivano in questa città. Ma la Bibbia sottolinea anche come a Gerusalemme fossero posti “i seggi del giudizio, i seggi della casa di Davide”. Dunque è anche un pellegrinaggio laico quello che si compie visitando la Vostra assemblea. Il pellegrinaggio laico delle donne e degli uomini di tutto il mondo che non si stancano di domandare pace per Gerusalemme.
Perché domandare la pace per Gerusalemme significa costruire la pace per noi, per i propri fratelli, per i propri amici. Chi fa politica, oggi, qui come in qualsiasi parte del mondo sa che non basta domandare la pace per Gerusalemme. Occorre costruire la pace. E nessuno di noi può fingere di non sapere: la pace dipende dall’impegno di tutti, ciascuno di noi, nessuno escluso. La storia dei nostri popoli ci dimostra che è così: per costruire la pace occorre partire dall’impegno in prima persona. La mia patria, l’Italia, è stata ricondotta alla libertà esattamente settanta anni fa, contro il nazifascismo. Da ogni angolo del nostro Paese giovani e meno giovani misero a repentaglio la propria vita e in alcuni casi sacrificarono la propria esistenza per l’ideale della libertà. Rendo omaggio a costoro.
E a quelle donne e quegli uomini straordinari partirono da altre terre e contribuirono all’impresa provenendo dalla vostra realtà. Penso ad esempio a chi è vissuto portando in sé una duplice identità: costruttore del nuovo Stato di Israele e patriota devoto di un’Italia antifascista. La mente corre e raggiunge il nome di Enzo Sereni, collaboratore di Ben Gurion, che prima abbandonò una vita agiata a Roma per fondare il kibbutz Ghivat Brenner e poi – dopo aver salvato molte vite nella Germania nazista – si lanciò con un paracadute nell’Italia occupata, fu catturato dai nazisti e ucciso a Dachau. Il suo nome vive per sempre. Penso a un altro grande italiano, figura centrale della comunità ebraica del mio Paese, il rabbino capo di Roma, Elio Toaff.
Rav Toaff lottò contro lo squallore delle leggi razziali del 1938 che ancora fanno scendere una cappa di vergogna imperitura sulla nostra nazione, poi si impegnò in prima persona per la liberazione dal fascismo e quindi fu tra i protagonisti della ricostruzione. Uomo di grande dialogo fu lui il promotore della storica visita di Papa Giovanni Paolo II alla Grande Sinagoga di Roma. Proprio nel Tempio in cui lo abbiamo salutato per l’ultima volta qualche settimana fa: ci ha lasciato appena qualche giorno prima di compiere 100 anni, spesi interamente a servizio del Suo Paese. Del nostro futuro.
Ma voglio ricordare anche chi non era italiano, chi non conosceva forse neanche troppo bene il nostro Paese e tuttavia si è speso in prima persona. Provate, signori della Knesset, a immaginare un giovane ragazzo di settant’anni fa. Un giovane ragazzo ebreo che decide di arruolarsi come volontario nella Brigata Ebraica. Che decide di rischiare la vita – ciò che ha di più prezioso – per la libertà di persone sconosciute: mio nonno, di mio padre, la mia libertà, quella dei miei figli e dei figli dei miei figli. Immaginate se uno di quei ragazzi potesse essere qui, oggi. Quanto potrebbe essere orgoglioso il popolo di Israele, di lui. E quanto potremmo essergli grati. Non tutti i ragazzi della Brigata Ebraica ci hanno lasciato. E non è questione di immaginazione, signori della Knesset: qui davvero c’è uno di quei giovani che ha combattuto per la mia libertà.
Signor Asher Dishon, ci inchiniamo davanti a lei, giovane membro della Brigata Ebraica che venne a combattere in Italia per liberarci. Signor Asher Dishon, grazie di cuore per quello che Lei ha fatto per la mia gente. Signor Asher Dishon, grazie per aver condiviso questo momento con noi qui alla Knesset

Todà Rabà, Signor Dishon
Todà Rabà, Enzo Sereni
Todà Rabà, Elio Toaff
Costruire la pace, tuttavia, non passa solo dalla difesa fisica della libertà. Ma anche dalla sfida culturale. Ho scelto di iniziare la visita ufficiale nel vostro Paese da un luogo simbolico molto importante, l’Università di Tel Aviv.
Personalmente credo che sia un dovere – e anche per molti aspetti un piacere – visitare le università. Da Stanford fino alla Humboldt da Georgetown fino all’Università di Nairobi in Kenya, dove ho voluto la scorsa settimana ricordare i giovani universitari di Garissa. Per me l’università, il centro di ricerca, una scuola, sono i luoghi in cui il capitale umano emerge con tutta la sua forza e la sua bellezza. Non sono solo semplicemente una variante del protocollo ufficiale, un diversivo nel programma istituzionale. Sono i luoghi dove si costruisce una relazione profonda. L’Università è il laboratorio dell’amicizia e della collaborazione strategica. Sono rimasto colpito dall’energia dei vostri giovani, dei vostri professori. Ho ammirato le ricchezze di questa Startup Nation: la relazione tra università, venture capitalism e nuove aziende è uno degli aspetti meno conosciuti di Israele fuori da Israele.
Quanta ricchezza intellettuale, quanta fame di futuro, quanta energia mentale! Sono stato accolto dalla firma di accordi di cooperazione con alcune università italiane e ho assistito a un bel dibattito dal titolo “I Cube: Italy, Israel, Innovation. From knowledge to growth”. Anche per questo dico che chi pensa di boicottare Israele non si rende conto di boicottare se stesso. Possiamo avere opinioni legittimamente diverse su singoli eventi o specifici accadimenti, è accaduto e sicuramente continuerà ad accadere come è normale nella storia quotidiana di un’amicizia, ma sappia la Knesset che l’Italia sarà sempre in prima linea per la collaborazione, mai per il boicottaggio. Sono qui per riaffermare il legame che ci unisce non solo nella memoria ma anche nella costruzione del futuro.
È molto facile per Paesi orgogliosi come i nostri essere gelosi del nostro passato fatto di storie che hanno segnato l’umanità, da Re Salomone fino al Rinascimento. Per centinaia di anni nelle nostre terre si è forgiata una cultura capace di influenzare il progresso umano. Ma è molto più importante essere non solo orgogliosi del passato ma anche gelosi del futuro Gli accordi universitari ci aiutano in questa direzione E del resto qualche settimana fa ero al Cern di Ginevra, dove Italia e Israele insieme sono protagonisti nell’esplorazione della materia costitutiva dell’universo, pieni di slancio ed emozione davanti all’infinitesimamente piccolo e potente. Una comunità di donne e uomini che studiando l’origine scrivono con fiducia il nostro futuro, insieme Il terrorismo ci vuol far morire in modo orribile. Ma non riuscendovi, prova a farci vivere in modo orribile: rinchiusi nelle paure, senza possibilità di dialogo, rinunciando a noi stessi, a ciò che siamo.
L’università, la ricerca, la cultura non sono solo pezzi fondamentali della nostra identità, ma sono anche e soprattutto la frontiera di questa sfida: i luoghi che ci aiutano a rimanere noi stessi, aperti e pronti alla vita, nonostante le minacce e le difficoltà. Non mi sfugge – ovviamente – l’aspetto di sicurezza che caratterizza non più solo questa regione, ma un’area molto più vasta. Il mondo di oggi non è più solo caratterizzato da una instabilità, circoscritta e limitata in una regione. Singoli attacchi preparati in modo quasi artigianale con movente estremismo religioso vengono realizzati da cittadini europei all’interno dei confini europei. E contemporaneamente attacchi in grande stile hanno colpito l’intero pianeta: dagli Stati Uniti all’Australia.
Le truppe italiane sono impegnate giorno dopo giorno in Libano, in Iraq, in Afghanistan, in Kosovo e lo saranno ovunque si renderà necessario partecipare insieme alla coalizione internazionale in operazioni finalizzate a fermare la barbarie. Perché di questo si tratta: una lotta contro la barbarie, uno scontro senza quartiere tra una minoranza di estremisti violenti e la stragrande maggioranza di quanti credono nei valori del dialogo e della civiltà. Tra chi scommette sulla morte e chi investe sulla vita, tra chi oscura la propria intelligenza nelle tenebre e chi si lascia accompagnare dalla luce, noi sappiamo benissimo da che parte stare. Non smetteremo mai, un solo istante, di combattere dalla parte giusta. Insieme a voi, naturalmente. Insieme ai nostri storici alleati e amici Stati Uniti d’America, punto di riferimento indispensabile per intere generazioni negli sforzi di pace del mondo. Insieme alle Nazioni Unite, valorizzando il ruolo della Russia che noi vogliamo player globale e non isolato vicino di casa di un’Europa impaurita, insieme ai vostri vicini arabi, in particolar modo quelli moderati, che hanno ben chiara la necessità di preservare questa terra da nuove escalation. Mi riferisco a diversi Paesi ormai, cominciando dalla Giordania e dall’Egitto, autorevoli comunità in grado di avvicinarci alla stabilizzazione e alla pace.
Qualche giorno fa i terroristi che hanno attaccato il Consolato italiano al Cairo pensavano di poterci intimidire e dividere, ma hanno ottenuto l’effetto opposto: noi siamo ancora più a fianco del governo egiziano per affrontare insieme le sfide che ci attendono. E lo facciamo portando nel cuore le nostre ferite. Solo un anno fa le vostre città erano sotto attacco. Solo un anno fa la sirena non suonava per esercitazione. La popolazione costretta a correre nei rifugi ha trovato protezione sotto l’ombrello delle nuove tecnologie di difesa. A Gaza distruzione e morte hanno lasciato un segno profondo. E subito prima tre ragazzi israeliani erano stati rapiti e barbaramente uccisi. Voglio ricordare i loro nomi: Naftali, Eyal, Gilad. Perché li sentiamo anche “nostri” ragazzi. E continuiamo a seguire l’impegno dei loro genitori, esempio di dignità per il mondo intero. La mamma di Naftali che insegna col suo coraggio l’importanza di incontrarsi. Ha cercato un’altra mamma, quella di Mohammad, un ragazzo arabo barbaramente bruciato vivo. Ma la pace che domandiamo per Gerusalemme sarà possibile solo quando sarà interamente compiuto il progetto Due Stati per Due popoli. Ciò potrà avvenire solo se sarà garantita la piena sicurezza di tutti con il rispetto del diritto del popolo palestinese all’autodeterminazione e il diritto del popolo ebraico al proprio stato nazionale
Lo pronuncio qui in questa prestigiosa sala, lo dirò tra qualche ore a Betlemme davanti alle Autorità Palestinesi.
L’esistenza dello Stato d’Israele non è una gentile concessione della comunità internazionale dopo la Shoah. L’esistenza di Israele precede di secoli ogni accordo internazionale. E lo Stato Israele esiste nonostante l’Olocausto. Qualcuno oggi prova ancora a mettere in dubbio il diritto all’esistenza di questo Stato. Per tutto quello che ci siamo detti fino ad adesso appare chiaro a tutti e a ciascuno che voi non avete semplicemente il diritto a esistere. Voi avete il DOVERE di esistere. Il dovere di esistere, il dovere di resistere, il dovere di tramandare ai vostri figli, ma anche ai miei tre figli. Francesco, Emanuele, Ester. E noi saremo sempre al vostro fianco in questa sfida.
Allo stesso tempo l’Italia farà di tutto per consentire ai territori palestinesi di uscire dalla condizione di difficoltà nella quale si trovano, a cominciare da quella economica. Una parte significativa della cooperazione internazionale – alla quale dedichiamo sempre maggiore attenzione – si è rivolta storicamente a questo mondo: continueremo a incoraggiarla con cura e dedizione. E nel pomeriggio visiterò il Centro per la Pace della Fondazione Giovanni Paolo II e la Casa Famiglia Focolare dei figli di Dio. Passa dal ripristino delle condizioni economiche basilari e dall’investimento educativo sulle nuove generazioni la ripartenza di qualsiasi territorio. A maggior ragione della Palestina di oggi alla quale l’Italia conferma tutta la propria cura e attenzione. Ci sono state e ci sono, tra noi, opinioni giudizi valutazioni diverse, è già accaduto in passato. Oggi la questione iraniana costituisce uno di questi momenti. Comprendo le vostre preoccupazioni e ho ascoltato l’allarme lanciato dai vostri leader. Insieme agli Stati Uniti d’America noi riteniamo che questo accordo possa costituire un compromesso utile a rendere meno insicura la regione. Vorrei essere molto chiaro: non sarà mai possibile alcun compromesso in ordine al futuro di Israele. E non lo facciamo per un atto di rispetto o di generosità.
Dobbiamo essere molto chiari e espliciti: la vostra sicurezza è anche la nostra sicurezza. Amici della Knesset, noi condividiamo radici e valori, ce lo siamo detti. Ma condividiamo una cosa ancora più grande: condividiamo il destino e nessuno di noi può far finta di ignorarlo. I figli di Abramo dunque devono domandare pace per Gerusalemme perché la pace per Gerusalemme significa la pace per il mondo intero. Preparando questo intervento sono andato a rileggermi i passi di Bereshit (che in italiano chiamiamo la Genesi). E sono rimasto colpito dall’episodio narrato in genesi 14, 13-16 quando un fuggiasco scampato alla guerra che imperversa tra i Re di quelle terre avverte Abramo del rapimento di suo nipote Lot.
Due punti mi colpiscono di questo passo. Abramo riesce a vincere pur avendo un numero esiguo di soldati, pur essendo sfavorito sulla carta. E Abramo viene chiamato, per l’unica volta nella Torah, “l’Ebreo”. I maestri del pensiero rabbinico ci dicono che Abramo viene chiamato così perché lui, lui solo, ha avuto il coraggio di raggiungere l’altra sponda. È il profeta che è riuscito, con una scelta di iniziale solitudine, a vedere un “oltre”, un altro mondo. Abbiamo bisogno di questa capacità di andare oltre. Di vedere un oltre. I figli di Abramo possono fare una pace duratura solo se hanno e avranno questa capacità.
Signor Presidente, ho raccontato a Lei e ai membri di questa Assemblea, l’emozione che mi suscita il punto di arrivo di questo laico pellegrinaggio, Gerusalemme. Mi permetta di raccontarLe concludendo il punto di partenza. Siamo tutti cittadini del mondo ma siamo tenacemente aggrappati alla nostra origine, alle nostre città. Anche per questo mi permetta di omaggiare il Presidente della Comunità Ebraica italiana, l’avvocato Renzo Gattegna che ci onora con la sua presenza. Vengo dalla nobile città di Firenze. A Firenze molti simboli richiamano la nostra amicizia. Una meravigliosa Sinagoga. E sono stato molto fiero di averla illuminata come primo atto della mia amministrazione. Prima dall’alto di Firenze la Sinagoga non si vedeva, e mi sembrava una cosa sbagliata. Penso alle tante storie che ho incrociato ieri camminando dentro l’abisso e la luce di Yad Vashem.
Penso alle persone che hanno perso la vita, che sono state deportate, penso ad un mio amico, che sopravvissuto all’Olocausto da fiorentino accompagnava intere generazioni di studenti ad Auschwitz insieme alle amministrazioni pubbliche. Si chiama Nedo Fiano, vorrei che il suo nome risuonasse in questa aula. Tutte le volte che viaggiava con noi verso Auschwitz, Nedo mi diceva: ‘Matteo, per me è una sofferenza, perché su quel binario per l’ultima volta ho incrociato gli occhi azzurri di mia mamma. Però lo faccio, rivivo quel dolore, perché per le nuove generazioni sia un dovere ricordare e tramandare e vivere appieno la vita’. Quante storie straordinarie negli esempi di quelle suore cattoliche che non soltanto salvarono la famiglia Pacifici, ma anche la fede di quei bambini. Era usanza nel convento di Firenze per i bambini che erano con le suore di avvicinarsi la sera e baciare la croce che avevano al collo.
Trovandosi due bambini ebrei nascosti, perché gli altri non si accorgessero di loro, le suore li facevano avvicinare, ma per rispetto della loro fede non baciavano la croce mettendo due dita sopra, mantenendo la loro identità. Ed è bellissimo pensare che uno dei loro figli sia diventato presidente della comunità ebraica di Roma. E ancora, pensando alla mia città, quale onore quando Yad Vashem ha riconosciuto Gino Bartali, campione di ciclismo, vincitore di due Tour de France, come giusto tra le nazioni, perché salvava fratelli che magari non conosceva neanche. In ogni città italiana ci sono storie di questo genere.
Concludendo il mio discorso vorrei che tornassimo all’immagine della cultura e della bellezza. Certo è straordinaria, vertiginosa, senza fine, la bellezza di coloro che hanno salvato la vita di altri fratelli e sorelle. Nella mia città c’è la bellezza che si esprime attraverso la cultura: ci sono tanti simboli, i quadri degli Uffizi, i monumenti dei musei, delle chiese, della sinagoga. Ma c’è un simbolo che rappresenta Firenze nel mondo: il David di Michelangelo, il capolavoro assoluto del suo genio, la bellezza fatta pietra, la bellezza recuperata soltanto togliendo ciò che stava di superfluo come avrebbe detto Michelangelo. Mi piace pensare a David, al simbolo che rappresenta, per la vostra cultura che è la nostra cultura. Come David, ciascuno di noi è chiamato a vivere una vita di difficoltà e sfide, ma anche una vita nella quale si possa portare i propri valori dal passato prendendoli per mano verso il futuro. Noi, popolo italiano, governo italiano, abbiamo affetto riconoscenza e stima nei vostri confronti, e vi diciamo anche, a testa alta, che se in alcune circostanze non abbiamo le stesse opinioni su tutto, abbiamo la stessa opinione su un fattore fondamentale: il vostro destino è il nostro destino, la vostra sicurezza è la nostra sicurezza, insieme costruiremo un mondo più giusto, più bello, più uguale.

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                                                                           KARMEI TZUR

karmei-zur

Karmei Tzur is a Jewish community located in the Judean Mountains with a population of 120 families.

Karmei Tzur was founded in 1984.

 

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Benvenuta l’islamofobia e le sue conseguenze

Ugo Volli, Benvenuta l’Islamofobia e le sue conseguenze

Informazione Corretta, 28 giugno 2015

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Cari amici,
Di quel che è accaduto l’altro ieri, dell’attentato di Lione e di quello della Tunisia, della morte atroce di persone innocenti e non coinvolte in nessuna attività politica, ci stiamo già dimenticando. I giornali ormai non ne parlano quasi più, i responsabili politici ci dicono di non drammatizzare e di stare calmi, soprattutto di non cercare una ragione politica per questi assassini e di non provare a pensare come potremmo difendercene.
Molto, molto meglio occuparci dell’ondata di caldo che sta arrivando, dell’ultima schermaglia dei partiti in disfacimento o magari di questioni che riguardano problemi seri sì ma incruenti come la regolamentazione del matrimonio o le assunzioni dei precari della scuola.
E però, se solo si ha il coraggio di guardare i fatti con gli occhi aperti, bisogna ammettere che siamo in mezzo a un’ondata terrorista lunga e complessa che investe massicciamente il mondo occidentale da quindici anni circa.
Ignorarla non è certo servito a farla sparire.
Il punto di partenza di questi grandi fenomeni storici è sempre impreciso, ma l’ovvia data di inizio è l’attentato che distrusse le Twin Towers di New York l’undici settembre del 2001. Da allora si sono succeduti gli attacchi di Madrid, della metropolitana di Londra, di Burgas in Bulgaria, di Tolosa, Bruxelles e Parigi, della maratona di Boston, di Copenhagen, e tanti altri per parlare solo di quelli nel territorio metropolitano dell’Occidente.
Altri hanno avuto oggetto i turisti, come l’ultimo attentato in Tunisia e quello recente al Museo Bardo di Tunisi, o qualche anno fa di Bali. Vi sono stati rapimenti e uccisioni di altre persone disarmate, che noi consideriamo di solito esenti dai conflitti politici e militari: giornalisti, religiosi, cooperanti, operai di società straniere. Il terrorismo si è esteso largamente nell’Africa subshariana, dal Kenia alla Nigeria. È continuata con nuovo vigore l’ininterrotta offensiva terroristica contro la popolazione civile israeliana, iniziata ben prima: accoltellamenti e spari, bombe molotov e rapimenti, razzi sulle città e investimenti volontari di pedoni.
E vi è stata naturalmente la grande carneficina delle popolazioni arabe successiva alla cosiddetta Primavera. Nessuno che io sappia ha fatto i conti per bene, ma i morti in Siria, Iraq, Yemen, Libia, Egitto, Tunisia negli ultimi anni di guerra civile sono almeno mezzo milione, in buona parte per responsabilità di chi sei anni fa fece la scommessa di rovesciare regimi militari certamente oppressivi, violenti e tendenzialmente nemici dell’Occidente, ma in certa misura acquietati dal potere, per sostituirli non con le esili minoranze liberali ma con gli islamisti, illudendosi di farseli così amici , vale a dire Barak Obama.
Parte di questi morti erano combattenti caduti negli scontri, ma la grande maggioranza erano civili, spesso donne e bambini, vittime di un terrorismo generalizzato e rivolto anche contro la propria popolazione civile, con motivazioni talvolta politico-militari ma spesso soprattutto atrocemente “religiose”. Tutte queste vittima,tutto questo sangue tutto questo dolore, ha una cosa in comune: l’autore. Sono state tutte realizzate da musulmani per lo più in contesti in cui l’Islam era esplicitamente la posta in gioco.
È una semplice verità che non si può negare, se si guardano i semplici fatti. L’enorme maggioranza degli episodi di violenza e di terrorismo nel nostro tempo ha per soggetti, talvolta anche per oggetti, i musulmani.
Senza l’Islam ci sarebbero certamente ancora conflitti e oppressioni, il problema dell’Ucraina e quello del Tibet, le dittature sudamericane e quelle africane.
Ma il tasso di violenza bestiale, insensata, diretta contro la popolazione civile, sarebbe infinitamente minore. Ed è dunque all’Islam che deve guardare ogni tentativo di contenimento, se non di soluzione di questa terribile ondata di violenza.
Conosco le obiezioni. Cose del genere le ha fatto anche l’Europa fino a qualche secolo fa, o più realisticamente fino alla Shoah, fra qualche secolo si calmeranno anche loro . Vero, anche in Europa si sono commesse stragi terribili, anche gli europei sono stati schiavisti e genocidi, con un livello di crudeltà talvolta quasi paragonabile ai loro contemporanei musulmani. Ma, con la rilevante eccezione della Shoà, hanno finito da tempo di farlo. E qui non si tratta di stabilire i buoni e i cattivi in senso metafisico bensì di trovare il modo di non farsi travolgere dal terrorismo. Ora, non nel 2415.
Altra obiezione: l’Islam non è uno, sono tanti che si combattono fra di loro: sciiti e sunniti, terroristi e conservatori, arabi e altre etnie. Vero, se non che il terrorismo è alimentato da quasi tutti, con poche apprezzabili eccezioni. Gli sciiti iraniani e libanesi sono colpevoli delle stragi antisemite di Burgas e di Buenos Aires come i loro nemici sunniti dell’11 settembre e delle ultime carneficine in Europa.
Basta che i nemici siano occidentali o ancor meglio ebrei e su questo non vi sono dissensi fra loro.
Altra obiezione: non bisogna parlare di scontro di civiltà, perché così si dà una mano a quelli che lo vogliono (non si capisce se da noi o da loro). Peccato che la frittata sia già stata fatta da tempo e non per colpa nostra. Elencare gli episodi di scontro fra mondo musulmano e Occidente richiederebbe un’enciclopedia, non una cartolina. Ma dichiarare solennemente che le uova sono intere non cambia certo la natura della frittata.
Ultima obiezione e più violenta di tutte: quest’analisi è razzista, islamofoba, reazionaria. Non è vero. L’Islam non è una razza, e neppure solo una religione. E’ una regola di vita, un’ideologia che obbliga i propri membri attivi a un progetto di conquista del mondo e di distruzione delle “menzogne” che lo contraddicono (non solo le altre religioni, ma anche la modernità laica e lo spirito scientifico).
Dire che opporsi all’islam è razzismo è come dare del razzista antigermanico a chi è antinazista o del sarmatofobo (timoroso dei russi) a chi è stato anticomunista ai tempi dell’Urss. Essere islamofobi, cioè avere timore di un’ideologia aggressiva, bellicista e schiavista, che si propaga oggi con la guerra e gli attentati, è solo questione di buon senso.
Vale la pena al contrario di interrogarsi sulla lucidità e l’onestà intellettuale di chi oggi non è islamofobo (forse perché a suo tempo non era anticomunista o non antinazista – magari il solito amore per la servitù degli intellettuali). Infine, dire reazionario a chi si oppone alla subordinazione della donna, alle mutilazioni dei ladri alle lapidazioni delle adultere, all’impiccagione degli omosessuali, alla schiavizzazione delle altre religioni, al rifiuto della modernità e della scienza – be’ è un esempio classico di come l’ideologia rovesci il senso delle parole. Insomma, bisogna far qualcosa per opporsi a questa offensiva.
La prima cosa è prenderne atto e non rimuoverla. La seconda non farsi invadere senza colpo ferire, come fanno già gli immigrati clandestini, a colpi di decine di migliaia. A parte i terroristi infiltrati, la strategia “pacifica” si è già vista in Gran Bretagna, Belgio, Svezia ecc.: stabilire delle enclaves musulmane “Sharia zones”, difenderle, espanderle, conquistare la maggioranza su pezzi di territorio, costruire un classico dualismo di poteri. Poi ci penseranno i benevoli esponenti della sinistra a cedere loro il potere, come nel romanzo “Soumission”; o magari si invocherà l’aiuto degli stati stranieri interessati, magari nel frattempo forniti di missili e armamento atomico, grazie al gentile aiuto di Obama e dell’Unione Europea.
La terza cosa, la più difficile, è capire che questa invasione va bloccata militarmente, come l’Europa ha dovuto fare molte volte, da Poitiers alla Reconquista spagnola, dall’assedio di Vienna a Lepanto. Non è facile, non è neanche simpatico. Ma una cosa è chiara nella storia: se un popolo, una nazione, una civiltà non difende la propria libertà e identità, non sopravvive a lungo.

Ugo Volli, Benvenuta l’Islamofobia e le sue conseguenze

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                                                                          ALMOG

almog

Almog is a Jewish comunity located near Jericho with a population of 200 people.

Almog was founded in 1977.

La pace e la democrazia in Medio Priente

Andrea Zanardo, La pace e la democrazia in Medio Oriente
Il contadino della Galilea, 15 luglio 2015

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Oggi il maestro Leonardo ci ha ispieghato che oggi e’ un gran giorno per la democrazia infatti la democrazia iraniana ha finalmente fatto un accordo con la superpotensa americana, che poi succede che gli iraniani avranno il nucleare civile che e’ poi quello contro il quale si facevano manifestazioni quando era quello italiano, ma loro sono un Paese musulmano e noi non posiamo mica imporre a loro la nostra cultura decadente, ci vuole che bisogna avere rispetto per loro, che e’ milenaria e pacifica e mai colonialistica.
Poi sicome ke Paesi democratici come la Siria sono piu’ che contenti che c’e’ l’accordo tra Iran e America, significa che e’ una chosa buona, altrimenti i democratici siriani e di hezbollah, che come dice D’Alema e’ un partito legittimo si sarebbero arrabbiati.
Inoltre il nucleare iraniano aiutera’ i palestinesi a distruggere Israele ed avere in questo modo quella uguaglianza che ogni democratico vuole ottenere in Medio Oriente, assieme alla pace eterna per gli ebrei, che non si dica che noi non siamo pacifisti infatti stiamo battendoci per disarmare quello Stato sionista.
Purtroppo in Europa gli ebbrei sono troppo potenti e usano il senso di colpa per ricattarci e si immaginano che ci sia un Olocausto dietro l’angolo solo perche’ c’e’ un Paese che vuole distruggere lo Stato ebraico, bisogna essere davvero dei malati nel cervello e avere la testa piena di propaganda per credere a tutto questo.
Che poi purtroppo dentro il sistema dell’informazione ci sono troppi giornalisti e uomini di spetacolo a libro paga del Mossad e quindi non se ne esce speriamo che qualche misile pacifico dall’Iran porti giustizia anche nella scuola italiana che ce ne ha tanto di bisogno.
steiumanne.

Andrea Zanardo, Il Contadino della Galilea

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                                                                                          YAFIT

yafitYafit is a Jewish community located in the Jordan River Valley with a population of 100 people.

Yafit was founded in 1980.

Chi li ha visti?

Deborah Fait, Chi li ha visti?

Informazione Corretta, 11 luglio 2015

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Venerdì mattina 10 luglio tra le 7/ 7.30.
Rai Uno Estate
Conduttori: Mia Ceran e Alessio Zucchinihttp://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-364f540b-c980-46e5-bbf9-ff0a6dd864c2.html#p=0
“Tutti i muri del mondo”
In collegamento da Gerusalemme: Maurizio Molinari
Il dibattito, breve ma maligno, è stato preceduto da una veloce carrellata sui tanti muri che esistono nel mondo, alcuni da molti anni, altri nuovissimi, dall’Irlanda al Messico, dagli Usa alla Corea del Nord, dall’Ungheria alla Tunisia ( che sta costruendo attualmente, dopo i recenti attentati, un muro per impedire all’Isis di penetrare nel suo territorio) e, naturalmente, Israele! Rivolgendosi a Maurizio Molinari, in collegamento da Gerusalemme, il conduttore Alessio Zucchini, ha sparato subito la sua freccia avvelenata e, per non smentire il comune sinistro sentire di chi fa informazione in Italia, ha parlato subito di “quel muro tristemente famoso costruito in Israele”. Come poteva mancare ? Come poteva mancare, ditemi voi! “ Cosa rappresenta quel muro?” ha proseguito Zucchini, imperterrito.
La risposta immediata e chiarissima di Molinari (grazie di esistere, Maurizio!) è stata: ” Rappresenta la sicurezza per 8 milioni di israeliani dal momento che argina gli attentati kamikaze della seconda intifada che facevano saltare in aria ristoranti, autobus, cinema, pizzerie causando più di 1000 morti tra la popolazione civile. Quando la minaccia terroristica diventa tribale, ovvero si ha lo spostamento fisico di più persone determinate a compiere attentati, la separazione fisica è indispensabile ”. Capito, Zucchini? In di spen sa bi le!!! Più chiaro di così! Però bisogna spiegarglielo e anche se glielo spieghi non capiscono perchè non vogliono capire, perchè il lavoro della propaganda palestinista ha dato ottimi risultati, perchè quel tragico periodo di terrorismo stragista quotidiano vissuto in Israele dal 2000 al 2004 ce lo siamo meritato, è stato il prezzo dell’occupazione, pensano, credono, ne sono convinti, loro.
Infine Molinari ha nominato, oltre alla Tunisia, anche i muri tra l’Arabia Saudita e l’Iraq e tra la Giordania e la Siria. Muri per non far entrare in quei paesi i criminali seguaci dello sceicco nero, Al Baghdadi. Barriere, si spera invalicabili, per salvare vite esattamente come ha fatto Israele dopo anni di stragi e allora, ditemi, perchè definire “tristemente famoso” solo il muro eretto per salvare gli israeliani da morte sicura? Ma lasciamo stare, per un momento, il problema enorme della sicurezza, dimentichiamo che la barriera eretta da Israele ha fatto diminuire quasi del tutto gli attentati seriali contro la popolazione civile, lasciamo stare tutto perchè, in realtà, quello che mi interessa capire è quale tipo di bug, quale tarlo, quale rodimento alberghi nel cervello di chi, alla luce dei più di 50 muri nel mondo, arrivi a definire “tristemente famoso” solo quello che divide Israele dai territori che i palestinesi occupano.
Territori che vengono chiamati in vari modi, West Bank, Cisgiordania, Terrasanta, Palestina e che hanno in realtà un solo nome millenario ed ebraico: Giudea e Samaria! “Tristemente famoso”! Fatemi capire per quale motivo l’unico muro ( sarà meglio chiamarlo barriera visto che il cemento è di soli 9 km su circa 900) costruito esclusivamente per salvare delle vite dalla barbarie palestinista, viene definito tristemente famoso mentre tutti i muri europei, costruiti unicamente per impedire l’entrata di profughi, vanno bene e nessuno protesta. Fatemi capire per quale motivo non esiste un solo movimento pacifista che si attivi contro le decine di ” muri della vergogna europei”. Fatemi capire come mai nessuno brucia la bandiera ungherese, irlandese, saudita, giordana. Fatemi capire, vi prego, Perchè nessuno fa manifestazioni contro la Francia che impedisce ai profughi di entrare nel paese o contro l’Italia che lascia sugli scogli di Ventimiglia da più di un mese decine di persone che non sanno dove andare.
Il silenzio totale impera tra le anime belle, tra le brave persone che dicono di occuparsi dei diritti civili, tra quelli sempre pronti a risvegliarsi non appena Israele si difende dalla morte. A questo punto, ricordando le tante manifestazioni di odio, i “A morte Israele” urlato da migliaia di voci isteriche, ripensando agli articoli al vetriolo di tanti pennivendoli da strapazzo quando Israele decise di opporsi alle stragi costruendo la barriera di sicurezza, permettetemi di fare una domanda importante: “Chi li ha visti?” Già chi li ha visti i cari pacifisti, o meglio i pacifascisti ? Li avete visti correre a migliaia per le strade d’Europa urlando contro i paesi che costruiscono muri o barriere? Li avete mai visti bruciare altre bandiere se non quella di Israele? Vi ricordate? Accusavano ( e, da farabutti quali sono, continuano a farlo) Israele di apartheid, parlavano di muro della vergogna, rabbiosi… poveri palestinesi, adesso come faranno ad ammazzarvi! Ci davano dei nazisti, dei razzisti, eravamo perfidi, disumani perchè impedivamo al terrorismo palestinista di fare stragi di civili.
Allora, dove sono finiti? Dove sono spariti quei perbenisti, quelle anime buone che, mentre già esistevano decine di muri nel mondo, era solo contro quello di Israele che si scagliavano? Qualcuno li ha visti? Ahh sì, avete ragione, pochi giorni fa erano sulla Marianne, la barca che ha attraversato il Mediterraneo per rompere il blocco navale, e soprattutto le scatole, a Israele. Sì, volevano portare cibo ai poveri palestinesi senza ricordare che da Israele partono per Gaza sugli 800 TIR al giorno colmi di ognibendidio per gli abitanti di Gaza prigionieri di Hamas. Poveri pacifascistoidi, ormai saranno tornati a casa colle pive nel sacco dopo che Benjamin Netanyahu li ha accolti con una bella lettera di benvenuto facendo loro notare che forse avevano sbagliato strada, forse intendevano andare in Siria dove i morti sono 250.000 , dove i profughi, raminghi sotto le bombe, sono milioni. Forse, poverini, nella loro immensa bonta’, si erano confusi, forse volevano portare solidarietà ( poichè non c’era altro sulle barche) a popoli che soffrono per davvero e la bussola li ha portati davanti a Gaza dove nessuno muore di fame. Forse è stata la forza dell’abitudine. Fattostà che, ritornati alle loro case, sono scomparsi come tutti gli altri pacifisti che hanno un solo scopo nella vita: odiare Israele.
E il Papa? Il Papa sarà occupatissimo! Pensate che fatica andare a pregare davanti a tutti quei muri come fece davanti a quello di Betlemme prima di recitare messa sotto un enorme ritratto di Gesù bambino avvolto in una kefiah palestinese! Come dite? Non è andato a pregare davanti e nessun muro? Solo a quello di Betlemme? Beh, bisogna capirlo, là c’era il suo angelo della pace che controllava e poi era già segretamente in lavorazione il documento vaticano per il riconoscimento della Palestinachenonc’è. Certo che dire messa sotto un Gesù cui è stata tolta l’identità ebraica per trasformarlo in arabo, accettare, in Bolivia, un bel crocifisso con la falce e martello dalle mani del presidente Morales, riconoscere uno stato inesistente la cui classe dirigente vede una maggioranza di Hamas, terroristi e tagliagole, il cui braccio aramato è schierato con l’Isis, beh tutto questo non ci fa ben sperare.
Questa brutta malattia, questa cosa così irrazionale e illogica, questa epidemia che non si placa davanti a niente, nemmeno davanti ai tagliagole che sono tollerati persino più di Israele, mi ricorda le parole di Elie Wiesel : “Se Auschwitz non ha guarito il mondo dall’antisemitismo cosa potra guarirlo?” Avete notato come i media parlano dei tagliagole islamici ? Lo fanno con timore, con paura, si, sono mostri ma da rispettare, non ne parlano mai con odio, non usano mai quel livore riservato sempre e solo a Israele. Meglio tenerseli buoni, meglio adottare i metodi già sperimentati con i terroristi palestinisti, meglio seguire la linea politica della Mogherini e dei suoi folli discorsi, l’Islam è l’Europa e l’Europa è l’Islam. Tanti auguri, povera, imbelle Europa!

Deborah Fait, Chi li ha visti?

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                                                                          IMMANUEL

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Immanuel is a Jewish community located in the Judea and Samaria Area of Israel with a population of 2900 people.

The town was founded in 1983.