Boicottare i boicottatori, per legge

Editoriale de “Il Foglio”, Boicottare i boicottatori, per legge
26 agosto 2015
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Chi pensa di boicottare Israele, non si rende conto di boicottare se stesso, non si rende conto di tradire il proprio futuro. Possiamo avere opinioni diverse, ma sappia la Knesset che l’Italia sarà in prima linea in Europa contro ogni forma di boicottaggio sterile e stupido”, dichiarò Matteo Renzi nel suo discorso al Parlamento israeliano a fine luglio. Una presa di posizione netta e coraggiosa contro il BDS, il movimento per il “Boicottaggio, la Delegittimazione e le Sanzioni” contro Israele che ha visto l’adesione vile di settori dell’establishment intellettuale e accademico.
Il BDS nasce nel 2001 alla Conferenza delle Nazioni Unite a Durban, dove le forze antisioniste e antisemite hanno trasformato un evento, nato per contrastare la diffusione del razzismo, in un assalto ideologico e razzista contro lo stato ebraico, descritto come l’erede del Sudafrica dell’apartheid (o peggio, come la Germania nazista) e per questo oggetto di una campagna di boicottaggio e discriminazione che ha come obiettivo la delegittimazione e l’isolamento internazionale di Israele. Si tratta di un antisemitismo mascherato da antisionismo che non può non ricordare le campagne naziste di boicottaggio: “Non comprate dagli ebrei”.
Per questi motivi da queste colonne, pur apprezzando il discorso del premier, avevamo scritto che le parole non bastano: “Serve una legge. E Renzi e il ministro Boschi potrebbero imparare dalla Francia, che ha una legge che criminalizza i boicottaggi economici e una che bandisce l’incitamento al boicottaggio. Cardine di questa legge è l’idea che la libertà di opinione sia sacrosanta, ma anche che non possa essere usata per veicolare l’esclusione di un paese e un popolo dal consesso civile”. Quell’invito del Foglio è stato raccolto da un gruppo trasversale di senatori di Ncd, Fi e Pd, che ha presentato il ddl “Norme contro le discriminazioni” (primo firmatario Luigi Compagna di Ncd).
La legge, prendendo ispirazione dalla legislazione francese, estende la protezione già prevista dalla legge Mancino in relazione all’istigazione, alla discriminazione e ai delitti motivati dall’odio etnico, religioso e razziale: “Il boicottaggio non è una convinzione politica, ma un atto che discrimina, che ferisce a morte il diritto di una nazione”. La condanna del BDS può ora passare dalle parole ai fatti.

Boicottare i boicottatori, per legge, Il Foglio, 26 agosto 2015

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                                                               MODIIN ILLIT

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Modiin Illit is a Jewish community with a population of 43500 people.

The city was founded in 1996.


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Europa: che cosa è cambiato per gli ebrei

Cnaan Liphshiz, Europa: che cosa è cambiato per gli ebrei (intervista di Manfred Gerstenfeld)

Informazione Corretta, 22 agosto 2015

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 Cnaan Liphshiz è dal 2012 corrispondente europeo della Jewish Telegraph Agency. Ha scritto per Haartez, Maariv, The Jerusalem Post.
“Occupandomi, in quanto giornalista, di Europa negli ultimi anni, ho potuto registrare una recrudescenza di anti-semitismo e anti-israelismo quasi ovunque nella parte occidentale del continente. In questa breve intervista citerò alcuni esempi significativi.
“ Scrivevo nell’ottobre 2012 sulla sinagoga di Marsiglia, la seconda città francese per numero di abitanti: ‘ In un momento in cui le istituzioni ebraiche in Francia assomigliano a delle fortezze per le misure di sicurezza, entrare nella grande sinagoga con annesso centro ebraico più importante di questa pittoresca città sulla costa mediterranea, è stato facile, bastava spingere la porta d’ingresso.
“A Marsiglia, oggi non è più così. Gli ebrei fortificano le loro istituzioni quasi ovunque nell’ Europa occidentale e sempre più numerosi sono quelli che nascondono la propria identità. Nel gennaio 2015, le scuole ebraiche di Marsiglia, dove vive la seconda comunità ebraica di Francia, sono sotto la costante protezione della polizia, con la presenza di soldati armati di tutto punto”.
“ La situazione a Parigi è particolare, non è paragonabile nel contesto generale europeo. Nel 2013, alcuni membri della ‘Lega per la Difesa ebraica’ (JDL) avevano inseguito degli arabi sospettati di avere organizzato una aggressione il giorno prima. JDL è intervenuta anche quando una sinagoga parigina venne assaltata durante la campagna ‘Scudo Protettivo’ dell’estate 2014. Entrò però in rotta di collisione con la Comunità ebraica, che si era sempre opposta a farsi giustizia con i propri mezzi.
“ Nell’estate 2014, nel sobborgo parigino di Sarcelles, mi sono trovato avvolto in una nube di gas lacrimogeni insieme ad altri ebrei che difendevano la sinagoga da una folla pronta per un pogrom. Circa duecento arabi, armati di bastoni e pietre, stavano assalendo la sinagoga, rovesciavano bidoni della spazzatura e urlavano ‘ammazzate gli ebrei’, ma polizia anti-sommossa lo impedì.
Quel centinaio di appartenenti alla JDL lì presenti, armati di mazze da baseball, si misero a cantare l’inno nazionale francese ‘La Marsigliese’, in onore della polizia. Agli arabi fu impedito di raggiungere al sinagoga, diedero però fuoco a due macchine e lanciarono una bomba Molotov contro la sinagoga colpendo il muro esterno. Durante l’estate, nove sinagoghe francesi subirono attacchi.
“In quei giorni scrissi da Parigi come durante una manifestazione non autorizzata, avevo sentito un giovane nero con accento parigino gridare a una dozzina di suoi compagni ‘ok ragazzi, andiamo a caccia di ebrei’. Gli risposero ‘ rompiamogli le teste’ e lui rispose ‘ prendiamoli in fretta, ma uccidiamoli lentamente’.
“Altri luoghi in cui ho trovato membri della JDL, ma in circostanze molto diverse, è stato a Kiev, la capitale dell’Ukraina. Un piccolo gruppo di ebrei stava facendo pratica di auto-difesa in caso di guerriglia urbana. Tutti avevano avuto esperienze nell’esercito ukraino o israeliano, ma le loro capacità si erano arrugginite.
“Anche da me le cose sono cambiate. Vivevo con mia moglie all’interno di una piccola enclave ebraica a Schilderswijk, nelle vicinanze dell’Aja, uno dei luoghi olandesi più problematici, con una alta disoccupazione. Nell’estate del 2014, ci fu una dimostrazione di musulmani a sostegno dello Stato Islamico. I problemi si fecero più gravi, ben aldilà del fatto che mia moglie non potesse andare in giro indossando la gonna”.
Liphshiz ricorda una intervista che diede a un giornale olandese: “ Anche se è penoso dirlo, mi sento più a mio agio in alcuni quartieri di Gerusalemme, inclusi quelli abitati da arabi, che non in Olanda. In Israele i diritti delle minoranze sono rispettati, lo stesso non si può dire dell’ Europa “.
All’Aja, aggiunge “ ero andato in un negozio per far riparare il mio cellulare. Quando il proprietario, un turco, seppe che ero israeliano, disse ‘ aspetta un momento, vado a prendere il mio fucile’. Poi si mise a ridere, come per dire che scherzava. Gli chiesi che cosa aveva contro gli israeliani o contro gli ebrei. Mi rispose che ‘semplicemente’ odiava gli ebrei. Nell’estate 2015, durante il periodo del Ramadan, vi furono alcune rivolte dopo che la polizia aveva causato, durante l’arresto, la morte di un cittadino di nazionalità aruban. Una brutta vicenda, ma che non aveva niente a che vedere con gli ebrei, eppure molti urlavano slogan anti-semiti””.
Liphshiz conclude: “ In passato, quando volevo dire agli amici dove abitavo, dovevo sempre chiarire che non avevo mai avuto problemi con i vicini. Faccio notare che non ho mai nascosto il mio essere ebreo. Adesso non è più così. Abbiamo traslocato, anche per le spiacevoli esperienze che abbiamo avuto.
Knaan Liphshiz (intervistato da Manfred Gerstenfeld), 22 agosto 2015

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                                                                          MAON

maon

Maon is a Jewish community located south of Hebron with a population of 50 families.

Maon was founded in 1981.

Uccelli predatori volano sulla Siria

Mordechai Kedar, Uccelli predatori volano sulla Siria

Informazione Corretta, 5 agosto 2015

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Trovandosi in Galilea o sulle Alture del Golan, chiunque alza gli occhi verso il cielo, non può fare a meno di notare stormi di corvi, aquile, avvoltoi e altri uccelli da preda, che volteggiano in cerchio per ore. Il loro obiettivo è chiaro: carcasse di mucche, pecore o altri animali, i cui movimenti sono un segnale di morte imminente. Gli uccelli seguono quegli spasimi mortali con circospezione, volando sempre un po’ più basso, finché i segnali di vita diventano sempre più deboli. Appena l’animale cessa di muoversi, piombano sulla preda e iniziano a scavare la sua carne utilizzando i loro becchi taglienti.
Quando i rapaci sono in volo, mantengono fra loro le dovute distanze. Ma quando si precipitano sulla preda, iniziano a darsi battaglia l’un l’altro per assicurarsi la parte migliore del pasto, specialmente se la loro fame eccede il volume della carcassa dell’animale. La situazione in Siria in questi giorni è misteriosamente simile alla scena macabro/pastorale descritta. Il paese è sul letto di morte e un intero stormo di uccelli predatori ha iniziato a cibarsi di tutta la carne possibile, sempre lottando per avere le parti migliori, in questo caso le varie regioni del paese.
La prima è quella della minoranza curda nel nord della Siria, che separata dal governo centrale, sta dando vita a un autogoverno dal 2012, e che vanta un esercito, piccolo ma indipendente, armato e addestrato dai Peshmerga, la milizia del Kurdistan iracheno. Consapevoli dell’opposizione turca a una regione autonoma curda nella regione, i loro portavoce hanno sempre sostenuto negli ultimi anni che non vogliono separarsi dalla Siria, chiedono soltanto che lo stato riconosca loro diritti, cultura e lingua. Man mano che il tempo passa, però, i curdi hanno incominciato a capire che la Siria è qualcosa che appartiene al passato e che la nuova realtà – specialmente dopo il controllo dello Stato Islamico della parte est del paese – impone di pensare al futuro, creare una entità che li protegga dallo Stato Islamico a sud e dalla Turchia a nord. Cioè un mini-stato come nell’Iraq del nord, che è di fatto uno stato, anche senza averlo dichiarato ufficialmente, ma che è visto come nemico dai turchi, che stanno facendo del loro meglio per distruggerlo.
Il secondo tipo di uccelli da preda è la lunga lista delle milizie siriane, alcune islamiste-Jihadiste (guidate da Jabhat al Nusra), altre nazionaliste (come l’esercito libero siriano) e altre locali. Queste milizie hanno iniziato a operare nei quartieri periferici e poveri di Daara, Damasco, Homs, Hama e Aleppo, ricevendo notevoli aiuti dagli Stati del Golfo, con la guida del Qatar. Durante il 2013, hanno ottenuto il controllo dei confini con Turchia e Iraq, permettendo il libero ingresso in Siria dei jihadisti. Oggi controllano molti territori nella Siria del nord, nell’area Aleppo-Idlib e avanzano verso ovest e la costa, dove vivono due milioni di alawiti, minacciati di sterminio in massa, uomini, donne e bambini. A sud, di fronte al Golan, controllano una vasta area, minacciando Damasco da sud.
Aprire i confini ai jihadisti ha affrettato il declino del regime di Assad, ma anche posto le premesse della prossima sconfitta, dato che il flusso dei jihadisti stranieri va a ingrossare lo Stato Islamico – il terzo uccello rapace – che ha invaso la Siria nel 2014. Questo “Stato”, fondato in Iraq nel 2014, come una derivazione di Al Qaeda dopo che la Coalizione Occidentale aveva invaso e rovesciato Saddam Hussein, divenne sempre più estremista sia come ideologia che come Shari’a, che veniva imposta su tutte le aree conquistate in Iraq e Siria, mentre le decapitazioni dei non credenti venivano registrate in video. Oggi, lo Stato Islamico controlla il 60% (!) del territorio siriano, soprattutto nelle zone poco fertili e poco popolate a est e al centro del paese, ma minaccia di diffondersi verso ovest fino a comprendere Damasco, Homs, Hama e Aleppo, mentre combatte sia i curdi a Kobane e Hasakah e Jebhat al Nusra nelle sue roccaforti. Va ricordato che Jabhat al Nusra era stato parte dello Stato Islamico per due settimane nel giugno 20014, ma se ne staccò per una disputa su come trattare i non credenti. Ritengo possibile che lo Stato Islamico userà i suoi ben noti metodi per “persuadere” il gruppo a riunirsi all’Isis, dato che hanno troppo in comune.
La Turchia, il quarto uccello predatore, investe tutti i suoi sforzi per rovesciare il regime di Bashar Assad, considerandolo eretico in quanto alawita, spinta dal desiderio di vendetta per la strage di massa di musulmani sunniti compiuta dal padre negli anni ’70, quando stava perdendo il controllo del paese. Erdogan era furente quando Bashar riprese a comportarsi come il padre, massacrando chi manifestava nel 2011, così iniziò a sostenere per anni i gruppi anti-Assad. La Turchia si fece cogliere di sorpresa quando la Siria cadde nella mani di due uccelli da preda, i curdi e lo Stato Islamico, entità che la Turchia rifiuta di avere ai suoi confini. Questo spiega perché ha intensificato le iniziative militari e diplomatiche negli ultimi giorni, nel tentativo di creare una zona cuscinetto in Siria lungo i comuni confini. Sul territorio, questa zona può contenere quei due milioni di rifugiati siriani che sono arrivati in Turchia, anche se il vero interesse è controllare una parte della Siria che può impedire la nascita di un potere curdo al confine sud del paese.
C’è un quinto uccello rapace, Hezbollah. Questa organizzazione sciita è inorridita nel vedere la Siria caduta negli artigli del rapace sunnita e teme che i vincitori non si fermeranno ai confini ( che comunque non riconoscono) per continuare verso ovest e decapitare i sciiti libanesi. Hezbollah ha oltrepassato le aree intorno al confine siriano-libanese, incluso Arsal, Hermel, Kutsir a Homs, nel tentativo di fermare le forze jihadiste mentre sono ancora in Siria, molto prima che la valle del Libano, dove vicino alla città di Baalbek vivono molti sciiti.
Il sesto uccello rapace – i drusi della Siria del sud – dopo anni di lealtà verso il regime di Assad – si sta risvegliando, scoprendo come la Siria si stia disgregando e le milizie stanziate al sud per proteggerli dagli accoltellatori islamici, se ne stiano andando a difendere aree sensibili del regime ritenute più importanti, come Damasco e la zona costiera alawita. Adesso i drusi cominciano a capire che solo loro stessi debbono organizzare una milizia armata, preparata e indipendente che possa proteggerli, sia sulle loro montagne che nell’enclave di Khader o sul monte Hermon. Israele e Giordania rimangono sullo sfondo, pronte però ad offrire tutto l’aiuto possibile. Il settimo predatore è l’Iran.
Vi sono migliaia di combattenti della milizia Quds, parte delle Guardie della Rivoluzione Iraniana, in Siria. In due zone, le montagne Qalamoun e Idlib, sono gli iraniani a dettare legge all’armata siriana e a Hezbollah. Il generale Kassem Suleimani, comandante di Forza Quds, è sul posto, con la sua lunga esperienza durante la guerra Iran-Iraq degli anni’80 e di quando offrì le milizie sciite all’Iraq quando ci fu la guerra nel 2003 con la coalizione guidata dagli Usa. Malgrado le sue mani siano sporche di sangue americano, oggi si coordina con gli Usa, che vedono gli iraniani in Siria come l’ultima speranza contro lo Stato Islamico. Questa è anche una spiegazione del perché gli Usa erano così ansiosi di raggiungere un accordo sul nucleare con l’Iran.
Ci sono voci che indicano come l’Iran stia trasferendo famiglie iraniane in zone popolate da alawiti, ma sono notizie non confermate. D’altra parte in Siria vi sono siti sacri dell’islam sciita, per cui, con la scusa della protezione, gli iraniani potrebbero controllare quelle parti di territorio. Dopo tutto, chi potrebbe impedirglielo ?

L’uccello predatore numero 8, e ultimo, è la Russia. Un paese che ha fatto di tutto per proteggere Assad, soprattutto sotto forma di forniture di armi attraverso il porto di Tarsus, dirette all’esercito siriano. La Russia non guadagnerà un soldo da questi investimenti in Siria, potrà persino perdere i suoi porti marittimi, gli ultimi che ha nel mare mediterraneo.
La Russia può decidere di farsi carico – temporaneo, è ovvio- delle città di Tartus e Latakia, “per proteggere le popolazioni”, un eufemismo per coprire gli interessi russi in questi porti. Questa è la saga della fine della Siria sotto i colpi degli uccelli rapaci. Ma c’è altro. Il governo Usa ha appena nominato un inviato in Siria, Michael Ratney, uno stagionato diplomatico che parla arabo e che ha coperto molti incarichi in Medio Oriente, incluso quello di Console Generale a Gerusalemme. La sua missione più importante sarà quella di fare chiarezza sui vari tipi di uccelli rapaci, per garantire allAquila Americana di poter avere una parte della carcassa siriana anche per sé.

Mordechai Kedar, Uccelli predatori volano sulla Siria

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                                                                       MIGRON

migron

Migron is a Jewish community located in the Binyamin region with a population of 54 families.

Migron was founded in 1999.

Vaticano, due pesi e due misure?

Angelo Pezzana, Vaticano, due pesi e due misure?

Bollettino della Comunità ebraica di Milano, luglio 2015

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Dal 1948 – anno della proclamazione dello Stato di Israele – al 1993 – l’anno in cui la S.Sede ne riconobbe ufficialmente l’esistenza – erano trascorsi 45 anni, un’attesa che il Vaticano spiegò con la tradizionale lentezza con la quale la diplomazia oltre Tevere affronta quelli che suole definire ‘casi delicati’. Dopo 2.000 anni di anti-giudaismo, che potremmo riassumere sinteticamente con persecuzione del popolo ebraico, il richiamo alla lentezza ha giocato bene la sua parte. La storia è però andata diversamente.
Il Vaticano, fra tutti gli stati occidentale e democratico, è stato l’unico ad essersi schierato dalla parte di Saddam Hussein, quando nel 1990 invase il Kuwait. Nel 1993, nella coalizione promossa dall’Onu e guidata dagli Stati Uniti per liberare l’emirato invaso brutalmente, erano presenti anche alcuni stati musulmani, primo fra tutti l’Arabia Saudita, che nei piani del dittatore iracheno avrebbe dovuto essere la successiva conquista. Ma il Vaticano scelse di schierarsi con l’aggressore, ritenendo probabile una vittoria di Saddam Hussein.
La sua sconfitta significò per la S. Sede un isolamento a livello internazionale, come uscirne un problema la cui soluzione sembrava impossibile. Un suggerimento di provenienza statunitense indicò una possibile via: riconoscere Israele. Un gesto che avrebbe trovato ottima accoglienza alla Casa Bianca, allora su posizioni diverse da quelle odierne e che avrebbe facilitato il re-inserimento del Vaticano fra gli stati del mondo civilizzato. Così avvenne. Fu quindi la necessità e non la virtù a spingere la S. Sede a riconoscere lo Stato degli ebrei, una scelta che –probabilmente- avrebbe continuato a rinviare con la solita giustificazione. Sul riconoscimento si potrebbe poi disquisire a lungo, tante sono le remore ancora esistenti nell’accettare una piena sovranità di Israele.
Sulla politica estera della S. Sede si possono avere molte opinioni, ma raramente è stata messa sotto accusa la pratica della lentezza, anzi, la si è sempre giudicata saggia e anche fondativa della lunga durata della Chiesa cattolica. Ma è poi vero ? Oppure l’avere atteso 45 anni per riconoscere Israele ed averlo fatto in circostanze così drammatiche non fa sorgere il dubbio – o la certezza- che questa decantata lentezza non valga per tutti ? La risposta ce l’ha data la recente vicenda del riconoscimento dello Stato di Palestina, che ha visto la S. Sede fra gli stati più solerti a certificarne l’esistenza, come fu tra i primi a riconoscere nel 1964 la nascita dell’OLP, che aveva ancora nel proprio statuto la distruzione di Israele.
Vale però la pena andare ad un altro episodio, ricordando quanto avvenne il 25 gennaio 1904, quando Theodor Herzl si recò in visita da Papa Pio X, per perorare la causa della ricostituzione di uno stato per gli ebrei. La sua risposta fu lapidaria “ gli ebrei non hanno riconosciuto il figlio di Dio, quindi noi non possiamo riconoscere un popolo ebraico. Se gli ebrei vogliono stabilirsi in Palestina, la chiesa provvederà affinchè vi siano preti sufficienti per poterli battezzare “. Ne è passata di acqua sotto i ponti, ma la sollecitudine con la quale Papa Francesco ha ricevuto Abu Mazen come se fosse già un capo di stato, chiamandolo ‘angelo della pace’, cancella in modo definitivo quella prassi che serviva a spiegare come la Chiesa, prima di prendere qualsiasi decisione, dovesse sottostare a tempi lunghi. Una regola valida se applicata per gli ebrei, ma da dimenticare se si tratta di riconoscere uno stato che neppure esiste.

Angelo Pezzana, Vaticano, due pesi e due misure?

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                                                                                     MAALE AMOS

maale-amosMaale Amos is a Jewish community located in the Judaean Desert with a population of 330 people.

Maale Amos was founded in 1981.