La Polvere della Memoria

Lia Levi, La Polvere della Memoria

Informazione Corretta, 28 settembre 2015

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Le scuole sono appena cominciate e già immagino (o spero) che riprenderanno i miei incontri con gli studenti, incontri che ormai sento come una articolazione quasi fisica della mia vita. Oltre alle motivazioni di “contenuto” che ovviamente mi legano a questa esperienza ce n’è un’altra forse marginale e solo di sfondo a farmi da stimolo, una specie di gioco malato con me stessa. Quali saranno le domando politico-semitiche che mi verranno poste negli incontri con i ragazzi più grandi e con i professori “dedicati”?
Sì perché questo tipo di domande ha la caratteristica di nutrirsi dell’aria del contingente, insomma di camuffarsi, cambiare veste seguendo la griffe del momento per poi sfociare più tranquilla in quel punto unificatore che ha nome antisemitismo. E’ un’indagine privata che non ha certo pretese di statistica, niente più che una specie di racconto. In assenza momentanea di dialogo con le scuole, le osservazioni che ora vorrei dividere con voi nascono da una mia qualche esperienza in quei convegni, fiere e premiazioni letterarie che tentano di rivestire con l’abito della cultura le atone giornate estive.
E’ proprio durante lo svolgersi di uno di questi eventi, di fronte ad un gruppo di professori affiancato da una democratica giuria popolare che si è acceso un sorprendente dibattito. Lo spunto era nato dalla lettura di un articolo del Corriere a firma di Paolo Mieli, apparso in quei giorni, in cui si trattava diffusamente del caso di un ebreo che, nella Trieste della occupazione nazista aveva denunciato centinaia di suoi correligionari. Articolo ineccepibile basato su un libro a sua volta frutto di una rigorosa ricerca storica. Ma forse montato in fase redazionale con eccessivo clamore (il titolo cubitale recitava “Ebrei nemici degli Ebrei”).
E’ stata questa enfatizzazione a fare approdare il caso nella platea in cui ero presente? Nessuno può dirlo. Il fatto è che una volta aperto il dibattito molti tra il pubblico si sono voltati istintivamente verso di me. E più di una tra quelle persone mi guardava con una specie di una costernazione accusatoria come se si fosse appena sparsa la notizia che mio figlio avesse partecipato ad una sanguinosa rapina. “Come può un ebreo comportarsi così con un altro ebreo?” ha balbettato una signora. Ma perché? Gli ebrei non sono esseri umani come gli altri? Non hanno la possibilità di essere buoni, malvagi, parzialmente buoni o parzialmente malvagi? Sono comunque precettati ad essere visti diversi anche nella loro essenza di uomini?
Sono concetti che naturalmente non ho espresso perché mi sembravano così elementari e primordiali da non consentire le parole. Certo, si sta estrinsecando una ben strana categoria mentale fra chi, magari, non ha pregiudizi ostili nei confronti degli ebrei, anzi ne ammira la cultura. Però, guarda caso, quello stesso ebreo che tanto stima non lo colloca nella generale categoria di essere umano ma su quella speciale e utopica che lo inchioda a palesarsi sempre come “necessariamente buono”.
“Perché dai sopravvissuti – si chiedeva accorato Appelfeld rispondendo a domande che gli venivano continuamente poste – gli altri si aspettano qualche messaggio, una chiave per comprendere il mondo, un esempio di umanità? Loro non possono essere all’altezza dei grandi compiti che gli vengono attribuiti. Sono solo persone che hanno vissuto una storia di fuga e occultazione”.
Quello che non ho spiegato alla signora e agli altri che le facevano da contrita spalla è che io provo la stessa sensazione dei soldati sovietici che Primo Levi descrive nel momento in cui sono appena entrati nel Lager e in loro si coglieva la vergogna che si prova di fronte alle colpe commesse da altri e “gli rimorde che siano state introdotte nel mondo delle cose che esistono”. Ecco io mi vergogno non perché questi crimini sono stati compiuti da ebrei ma perché sono accaduti. Posso finire con due versi di Emily Dickinson che ci dicono un’altra cosa? (o forse la stessa).
“…quando spolveri il sacro ripostiglio
che chiamiamo memoria
scegli una scopa molto rispettosa
e fallo in gran silenzio
di quel regno la polvere è solenne…”
Lia Levi, La Polvere della Memoria

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                                                                          SHAVEI SHOMRON  shavei-shomronShavei Shomron is Jewish community located in the Samarian hills with a population of 125 families.

The village was founded in 1977.

 

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Su Israele l’Europa ignora la lezione della storia

Naor Gilon, Su Israele l’Europa ignora la lezione della storia

La Stampa, 22 settembre 2015

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Proprio nel fine settimana in cui il numero di visitatori del padiglione israeliano all’Expo ha superato il milione, la bandiera d’Israele che sventola al centro di Milano, accanto a quelle degli altri Paesi ospiti all’Expo, è stata imbrattata di vernice rossa. La cosa stride per molti aspetti, ma non sorprende, poiché riflette la solita ipocrisia nei confronti di Israele.

Stride, perché chi visita il padiglione israeliano, noto anche grazie al campo verticale che lo caratterizza, può rendersi conto proprio del contributo israeliano al tema dell’Expo «nutrire il pianeta», dalle invenzioni tecnologiche, come l’irrigazione goccia a goccia, fino allo sviluppo di varietà particolari di piante, come i pomodorini ciliegino, molto noti anche in Italia. Sebbene la sua popolazione conti soltanto circa 8 milioni di abitanti, Israele è in prima linea mondiale per innovazione e invenzioni a favore dell’umanità, e non soltanto in campo agricolo.

La bandiera di Israele all’Expo imbrattata per l’ennesima volta in questi mesi

Stride, perché, mentre le bandiere di molte dittature sventolano indisturbate nel centro di Milano, proprio quella d’Israele, l’unica democrazia in questo Medioriente in fiamme, viene imbrattata. Israele è l’unico luogo della regione in cui la comunità cristiana non solo vive in sicurezza, ma anche cresce e prospera. Sarebbe bene che gli stessi elementi marginali che operano contro di noi investissero un po’ dei loro sforzi anche nei riguardi dei continui eccidi e repressioni da parte dei fondamentalisti musulmani nei confronti dei loro fratelli in ogni parte del Medioriente. I milioni di migranti che si accalcano alle porte dell’Europa sono anche conseguenza diretta di queste persecuzioni.

Stride, perché sembra che l’Europa non abbia imparato la lezione dalla storia. Nessun leader europeo ha condannato il tweet di qualche giorno fa del leader iraniano Khamenei, con una foto in cui è ritratto lui mentre calpesta una bandiera israeliana e dice che lo Stato ebraico sarà cancellato dalla mappa entro 25 anni e che fino ad allora esso non avrà un solo giorno di pace. Anche l’affermazione dei giorni scorsi, dalle connotazioni antisemitiche, del leader palestinese Abu Mazen, il quale ha detto che «non permetterà agli ebrei di contaminare con i loro piedi il Monte del Tempio», è rimasta assolutamente ignorata. Mi viene da domandare se non esista nessun altro valore nelle relazioni fra Stati all’infuori della volontà di ottenere qualche euro in più di affari con Paesi discutibili, ignorando peraltro proprio il comportamento di questi nei confronti dei loro stessi cittadini?
Al contempo, in Europa vi sono elementi, come quelli che per l’ennesima volta hanno imbrattato la bandiera a Milano, i quali operano per il boicottaggio d’Israele e di tutto ciò che lo riguarda, partendo dalla cultura, passando per l’Expo, e fino ai suoi prodotti. Contrariamente a quanto da loro sostenuto, si tratta di attività finalizzate non a colpire la produzione degli insediamenti, ma a stigmatizzare e delegittimare la stessa esistenza dell’unico Stato ebraico al mondo. Stride particolarmente nel momento in cui l’Ue coopera e promuove la decisione di etichettare i prodotti degli insediamenti, unico caso di etichettatura di prodotti su base politica. Non lo ha fatto in nessun altro territorio oggetto di contenziosi: non a Cipro Nord, né in Crimea, né nel Sahara occidentale. La mia famiglia è già stata marchiata una volta in Europa, ed era con una Stella di Davide gialla.
Per chi ha a cuore l’Europa, non è solo stridente, ma è persino molto triste vedere che l’Europa non trovi l’onestà e le forze necessarie per affrontare i problemi che la minacciano veramente.

Naor Gilon, Su Israele l’Europa ignora la lezione della storia

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pduel

Peduel is a Jewish community located in the Samarian hills with a population of 150 families.

The village was founded in 1984.

Di che cosa aver paura

Ugo Volli, Di che cosa aver paura

Informazione Corretta, 16 settembre 2015

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Cari amici,
devo confessarvelo, sono preoccupato, molto preoccupato. Non per Israele, che nonostante tutti gli ostacoli sa badare a se stesso. Per l’Europa. E neppure solo per l’invasione musulmana che stiamo subendo e per le risposte incerte (per darne una qualificazione eufemistica) che stiamo dando. E’ un evento decisivo, che rischia di distruggere l’identità europea e di dare ragione a quelli che rappresentano Roma sovrastata dalle bandiere dell’Islam. Ma è un fattore esterno, per il momento più debole delle nostre forze, e tutto dipenderà da come sapremo rispondervi. I rischi sono due, che non vi sia risposta, come sostanzialmente accade ora, con politiche fatte momento per momento dai diversi stati senza coordinamento e soprattutto sotto l’influenza di fattori emotivi, senza una seria programmazione e previsione delle conseguenze delle azioni che si intraprendono. L’altro rischio è la rinascita del fascismo, che credevamo finito nella pattumiera della storia, e rischia invece di saltar fuori di nuovo, individuato come sola forza capace di opporsi all’invasione. Sarebbe un errore gravissimo; ma la responsabilità della scelta fra fascismo e islamismo è delle forze politiche e intellettuali democratiche che non riescono a intervenire sui problemi decisivi del nostro tempo, o, peggio, li aggravano per insipienza ideologica, si fanno complici dell’invasione e nemici dei nostri veri amici.
Ecco, di questo sono preoccupato. Se volete un nome di attualità, sono preoccupato per Corbyn e soci. Avete letto molte analisi sulla vittoria di questo vecchio arnese dell’ideologia nelle elezioni interne al Partito Laburista. Oggi alla testa dello storico partito socialdemocratico inglese c’è un marxista, un amico di Hamas e Hezbollah, uno che vuole uscire dalla Nato (obiettivo abbandonato non dal partito democratico di Renzi, ma dal vecchio PCI sotto la guida di Berlinguer trentacinque anni fa), uno che preferisce la Russia di Putin all’America, insomma, come spesso è stato detto, un relitto del grande naufragio del comunismo che, per uno scherzo della storia, è ritornato a galla e veleggia verso il prossimo naufragio. Molti l’hanno preso in giro, molti si sono felicitati con il partito conservatore, destinato a vincere sicuramente le prossime elezioni. Ecco, questo mi fa molta paura. Mi ricordo benissimo quando nel 2007, dopo la vittoria dell’estremista Obama su Hilary Clinton (che è di nuovo lì, e di nuovo rischia di perdere di fronte a un estremista), si diceva che la candidatura di Obama era un’ottima cosa, perché avrebbe regalato la vittoria ai repubblicani. E invece sapete com’è andata: l’abbiamo ancora qui al potere, intento a fare danni che più grandi non si può. Potrebbe vincere Corbyn come ha vinto Obama; il solo fatto che un importante partito storico nell’Inghilterra patria della democrazia (e del buon senso) abbia eletto un tipo così mi preoccupa moltissimo.
Anche perché, bisogna sottolinearlo, Corbyn non è affatto solo. C’è Tsipras in Grecia, che ha fatto più danni di tutti gli imbroglioni che l’hanno preceduto e della speculazione internazionale: la Grecia era fuori dalla crisi, prima della sua elezione, e adesso si trova di nuovo a dover fare una cura da cavallo. Si era detto, si è visto, eppure c’è ancora qualcuno che l’ha votato e (in numero minore ma non piccolo) che lo rivoterebbe. C’è la Spagna, dove ha molto peso un partito nuovo (Podemos), finanziato dall’Iran e dal Venezuela e dove si profila la scissione della Catalogna sotto gli stessi principi. Anche la Spagna è appena uscita dalla crisi sotto l’oculata gestione dei popolari, e rischia di ripiombarci affidandosi a gruppi di demagoghi dilettanti allo sbaraglio e peggio. Ci sono i grillini da noi. Altri demagoghi in altri paesi europei, che non elenco per non annoiarvi. Ma soprattutto c’è Obama, con i suoi eredi e imitatori in America. E papa Francesco, di cui è difficile negare la matrice peronista, cioè di quel movimento demagogico e populista che per due volte e più ha portato al fallimento economico e politico un paese potenzialmente ricchissimo come l’Argentina.
Del pericolo palese che rappresentano questi signori per la sicurezza, il reddito, la convivenza civile del loro paese dell’intera Europa e dell’Occidente, del bizzarro dilettantismo delle loro proposte, del rifiuto delle lezioni della storia, e aggiungiamoci anche del fondo antisemita (http://www.focusonisrael.org/2015/09/13/la-sinistra-britannica-elegge-jeremy-corbyn-come-nuovo-segretario-scopriamo-chi-e/) che emerge dai loro programmi e dalle loro azioni non occorre neppure parlare, tanto si è detto. Del resto difficilmente c’è stato un caso in cui la prova della realtà sia stata più chiara del premio Nobel preventivo Barak Obama, o di quel Tsipras che pretendeva di salvare la Grecia e l’ha dissanguata economicamente. Non insisto su questo, se seguite la politica avete letto tanti articoli su questi fallimenti e non solo da commentatori che erano dal principio contrari a questi personaggi come me.
Il punto è però che la storia non è fatta, almeno in buona parte, dai grandi personaggi, ma dagli sviluppi economici, culturali, politici che toccano le grandi masse sociali. E dalla vittoria di Obama, sette anni fa, è chiaro che c’è una cospicua corrente socioculturale che va in questa direzione. Non sempre i demagoghi hanno vinto, per fortuna; ma è chiaro che hanno un sostegno non episodico né locale. Bisogna chiedersene la ragione – e proprio qui c’è la preoccupazione vera. Le politiche che costoro sostengono sono socialisteggianti all’interno, identificano l’industria privata, l’innovazione economica che questa porta, la grande trasformazione economica della globalizzazione capitalista e dell’informatizzazione come nemici. Nonostante l’immenso successo economico e sociale del sistema capitalistico da quando ha vinto pacificamente contro il socialismo reale e ha diffuso il benessere in dimensioni mai viste prima, a costoro non interessa. Credono, come molti prima di loro, da Keynes ai dittatori fascisti e comunisti, di vedere nella crisi economica di questi anni l’agonia del capitalismo; e il fatto che essa non sia affatto stata universale (non c’è stata per esempio quasi in Asia) né abbia avuto le conseguenze catastrofiche di tante altre, e che appaia sulla via della soluzione, non li distoglie dalle loro idee. In politica estera sono antioccidentali (anche se occidentali), antiamericani (anche se americani), antisraeliani (anche se israeliani). Pensano sei o sette decenni dopo la fine dei domini coloniali, che tutto il male venga dal colonialismo, cioè dall’Occidente. Hanno nostalgia dei totalitarismi, dei regimi burocratici di stato, piacerebbe loro molto vivere sotto Stalin o Mao.
Purtroppo queste posizioni, che si basano sulla disinformazione più totale, non sono condivise solo dai capi più o meno grotteschi e disgustosi di questi movimenti. Certo, ci sono i media e gli intellettuali che li alimentano, ma essi hanno potere solo perché dicono le cose che tutti si aspettano di sentire. Il problema è che attraggono molta gente. C’è alla base di queste posizioni un atteggiamento irrazionale, un’incapacità o una non volontà di guardare alle conseguenze dei propri atti, un sentimentalismo miope, una certa dose di antisemitismo, soprattutto un odio di sé, una volontà di rifiutare e cancellare la propria cultura, quella stessa che ha creato le condizioni, la libertà e l’agio per poter coltivare questi umori. Bisogna chiedersi che cos’è successo riflettendo sul nichilismo, il buon vecchio nichilismo di cui già parlava Nietzsche e che fu poi alla base delle numerose conversioni intellettuali al fascismo e al comunismo, poi infine all’islamismo che ci sono state in quest’ultimo secolo. Senza dubbio la pedagogia di massa del rifiuto, trionfata a partire dagli anni Sessanta, ha avuto la sua parte. Se si vanno a rileggere i testi sacri della “contestazione” da Marcuse ad Adorno a Brecht, fino alle sciocchezze di Don Milani, le si ritrova oggi triturate e frullate come verità evidenti. Ma c’è di più e di più grave, un senso di colpa che si erge a diritto, una volontà di tirarsi fuori da quel che si è, insomma la psicologia contorta di chi attribuisce al mondo circostante i tratti di sé di cui si vergogna. Questo è vero in forma eminente per gli odiatori di sé di provenienza ebraica, ma vale anche oggi per buona parte dell’opinione pubblica europea.
Riuscirà l’Europa, l’Occidente a uscire da questo incubo, a riacquistare quel minimo di razionalità di cui c’è bisogno per sopravvivere? Ne dubito. Per questo sono preoccupato, molto preoccupato. Non per Israele, dove tutti quelli che non sono in clamorosa malafede sanno di dover combattere una guerra lunghissima per sopravvivere; ma per l’Europa e ormai anche per gli Usa, dove la maggior parte della gente ormai non se ne rende più conto.

Ugo Volli, Di che cosa aver paura

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nokdimNokdim is a Jewish community located in the Judean Mountains with a population of 130 families.

The village was founded in 1982.

 

Stella gialla sui prodotti israeliani

Dimitri Buffa, Stella gialla sui prodotti israeliani

IC7, 14 settembre 2015

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 Una settimana contraddistinta dalle sterili polemiche di Haaretz contro il premier Netanyahu (e dai riverberi sulle comunità italiane) non poteva che finire come è finita quella appena trascorsa: con una incredibile decisione del parlamento della Ue di marchiare i prodotti israeliani di Giudea e Samaria come fossero sterco del diavolo. Due anni fa quando colei che precedette la Mogherini come lady Pesc, Catherine Ashton, iniziò il lungo cammino di questa scellerata proposta, venne a Bruxelles addirittura una delegazione dell’Anp pregando la stessa Ashton di non coltivarla. Tre delegati mandati da Abu Mazen in maniera informale che fecero presente in via riservatissima alla Ashton che era meglio lasciare perdere per le possibili ricadute negative sui palestinesi in termini occupazionali.

Il boicottaggio nazista degli esercizi di proprietà ebraica
Ma quando c’è di mezzo l’ideologia anti-israeliana la Ue ha spesso dimostrato di non volersi fermare: così adesso è stata la Mogherini a continuare sul solco aperto da lady Ashton portando a casa questo bel risultato. Era dai tempi della Germania hitleriana che le manifatture e i prodotti agricoli degli ebrei non ricevevano un simile marchio d’infamia. Adesso ci ha pensato il parlamento europeo, con 525 voti a 70, a macchiarsi di questa stupida infamia ideologica, oltretutto perpetrata contro lo stesso parere dei palestinesi. Che lavorano a migliaia nelle aziende agricole dei cosiddetti coloni in Giudea e Samaria.
La proposta, portata a termine da Federica Mogherini, era stata ereditata dalla sua collega Catharine Ashton, è infatti un cavallo di battaglia degli attivisti del BDS movement, “boycott, disinvestment and sanctions”, gente per lo più dell’ultrasinistra europea che porta avanti da anni una campagna di boicottaggio verso tutti i prodotti israeliani. E anche verso i professori universitari ebrei. Cosa che fa gridare il governo di Gerusalemme all’antisemitismo mascherato. Il voto del parlamento europeo risale a giovedì e ne dava notizia entusiasta il sito de “il manifesto”, giornale sempre pregiudizialmente anti-israeliano.
Il paradosso di tutto però, come si accennava, è che i tremila lavoratori palestinesi assorbiti nell’agricoltura della Giudea e della Samaria, con questo scherzetto rischiano di rimetterci il posto. Specie se la campagna del Bds, coniugata con le etichette dissuasive della Ue, facesse crollare il mercato dei datteri e degli altri prodotti agricoli israeliani che provengono da Giudea e Samaria. Ad aprile l’ex ministro degli esteri Avigdor Liebermann, quando fu calendarizzata la cosa al parlamento della Ue, ironizzò dicendo che già che c’erano i funzionari della Ue “potrebbero metterci sopra una stella gialla”.

Dimitri Buffa, Stella gialla sui prodotti israeliani

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                                                                       ESH KODESH

esh-kodeshEsh Kodesh is a Jewish community located near Shvut Rachel with a population of 6 families.

The village was founded in 1991.

L’accoglienza e il rischio

Ugo Volli, L’accoglienza e il rischio

Informazione Corretta, 6 settembre 2015

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Cari amici,
Permettetemi di farvi oggi un discorso difficile, perfino sgradevole, ma io credo necessario. Negli ultimi ultimi giorni siamo stati tutti impressionati dall’immagine di un bambino morto sulla spiaggia. Un bambino migrante, si è detto, che interpella le nostre coscienze. In qualche modo, noi avremmo colpa di non averlo accolto.
Non che l’Europa non accolga immigranti. I dati non sono chiari, per la confusione generale e anche forse perché non si vuole affrontare la dimensione del problema, ma fonti tutt’altro che xenofobe come il Financial Times, (1) a partire da fonti ufficiali tedesche (2) calcolano che solo quest’anno arriveranno in Germania 800 mila immigranti non autorizzati.
E’ l’un per cento della popolazione. Se si calcola che la tendenza vada nel senso di un forte aumento di questi numeri, e si considerano ricongiungimenti, nascite eccetera, si può prevedere che nell’ambito di alcuni anni la percentuale di questi nuovi immigrati sul complesso della popolazione andrà a due cifre. Sommandoli alla consistente e solo parzialmente integrata immigrazione turca, balcanica, africana e mediorientale che già costituisce più del 10% della popolazione tedesca, è probabile che prima del 2030 ci saranno regioni intere della Germania in cui la maggioranza sarà di stranieri, in gran parte musulmani. (3)                                                                                                                       Lo stesso sta già accadendo in molti altri paesi d’Europa, dalla Svezia (il caso di Malmoe è esemplare) all’Olanda, dal Belgio all’Austria, fino a molte città francesi e inglesi. Non parlo dell’Italia, ma è chiaro che, seppure a un diverso stadio, il problema è lo stesso.
Vi chiedete forse che cosa tutto ciò c’entra con la morte del bambino. Una tragedia come questa è un male assoluto, perché mescolarla a questi calcoli? Infatti. Non c’entra. Il bambino è morto su una spiaggia turca, si chiamava Aylan Kurdi,  (4) come dice il suo nome era curdo, fuggiva da Kobane, nella zona della Siria dove i curdi sono in maggioranza e sono sottoposti a una campagna di sterminio dello Stato Islamico, cui spesso e volentieri si unisce la Turchia, come ha fatto proprio a Kobane. Il suo problema non era la mancata ospitalità dell’Europa (fra l’altro la sua famiglia aveva cercato invano di ottenere un visto di ingresso non da noi ma in Canada).
Ma ciò che ha spinto questa famiglia e molte altre a fuggire dalla sua casa è la guerra civile siriana, la ferocia degli islamisti, il cinismo di Erdogan, la guerra violentissima che gli stati della regione (l’Irak dai tempi di Saddam, l’Iran da quelli dello Scià, la Siria dalla sua costituzione, innanzitutto però la Turchia) hanno fatto contro il popolo curdo e la sua volontà di avere uno stato. Vale la pena di ricordare che il principale appoggio ai curdi negli ultimi anni è venuto da Israele, che Europa e Usa hanno rifiutato in sostanza di fornire ai curdi le armi per difendersi dall’Isis, fornendo solo il minimo per non far trionfare troppo facilmente l’Isis.
Insomma, non sono gli italiani a doversi discolpare (5) e neanche gli europei, se non per la demenziale politica di appoggio alle rivoluzioni islamiste di quattro anni fa dove la dirigenza europea ha obbedito alla “guida da dietro” di Obama.(6)  Ma naturalmente la responsabilità principale è del mondo arabo e in genere islamico, che non riesce a risolvere in maniera pacifica i conflitti che lo dilaniano e si rifiuta di alleviarne le conseguenze.
Ci sono molti rifugiati siriani in Giordania, Libano e Turchia ( trattati male e incoraggiati a fuggire). Ma neanche uno in Arabia Saudita, in Qatar, Kuwait, nei ricchi stati del petrolio, che trattano in genere i lavoratori stranieri come schiavi.
Eventualmente vi è una forte responsabilità della Russia, che è una delle parti combattenti nella guerra siriana con un forte apparato militare schierato sul terreno. Se ci si vuole porre in maniera ragionevole il problema delle responsabilità delle tragedie dell’emigrazione, bisogna guardare a chi le determina, le controlla, le favorisce, ci specula, avendo il controllo del territorio di partenza, non su chi ne costituisce l’obiettivo e ne è dunque vittima come i migranti. Il problema è che quella foto è stata scelta come simbolo da qualche “spin doctor” dell’opinione pubblica, come quella del cormorano nel petrolio della prima guerra del golfo nel 1991, (7) o per tornare molto più vicini a noi, quella del ragazzino Tamimi che un militare israeliano ha cercato di arrestare cadendo in una trappola mediatica di cui abbiamo parlato molto qualche giorno fa, (8) come immagine strappalacrime per incoraggiarci a essere “accoglienti”.
Le foto possono essere tecnicamente taroccate o anche vere (nel senso di ritrarre una scena che effettivamente si è svolta, o almeno una sua parte). Ma contrariamente a quel che dicono molti, non valgono cento parole. Spesso ingannano e comunque danno più spazio all’emozione che alla razionalità, come spiega Marco Reis. (9)
Quel che conta è come sono contestualizzate e come sono usate per influenzare l’opinione pubblica. Quella del bambino curdo è stata usata per sostenere un tema con cui c’entra davvero poco. Ma è stata usata molto, da una stampa e da politici che intendono influenzare emotivamente l’opinione pubblica a sentirsi in colpa per l’immigrazione non autorizzata (continuo a usare il termine più neutro che mi riesce, proprio per non dare al ragionamento una tonalità emotiva).

Prima conclusione di questo ragionamento infatti è che vi è un estremo bisogno di lucidità e di razionalità riguardo a questo tema, che bisogna cercare di non farsi influenzare dalle connotazioni emotive che molti cercano di inserirvi, soprattutto con le immagini. La morte del bambino è una tragedia come la morte di tutti e in particolare dei bambini. Ma non basta l’emozione e il desiderio. Il problema sono le cause di quest’esito e i possibili risultati. La causa non è la guerra, né la fame, né la globalizzazione. Guerre da quelle parti ce ne sono sempre state. Magari non guerre civili nei paesi arabi, ma guerre interstatuali islamiche (basta pensare all’Irak e all’Iran) e civili (in Yemen da sempre, più volte in Algeria, Siria, Irak).
Per non parlare dell’Africa. La fame e la povertà, come ha documentato di recente l’Onu, sono molto diminuite negli ultimi decenni.
Allora perché l’esodo oggi? La sola risposta ragionevole, anche se sgradevole, è che l’Europa ha dimostrato di essere disposta ad aprire le porte, se costretta.
E’ l’accoglienza che crea l’esodo, sia politico che economico, non viceversa.
Una volta che una strada è aperta, sarà sempre più difficile chiuderla.
E’ il caso di quel che sta accadendo nei Balcani. Che qualche migliaia di persone siano riuscite a sfondare le barriere di cinque o sei confini, non comporta la sistemazione di questo gruppo, tutto sommato piccolo. Ma degli altri, molti di più, che li seguiranno. Perché l’Europa dovrebbe incoraggiare questo movimento? Anzi, perché di fatto lo fa? Questo è un problema che dovremmo porci tutti.
E’ chiaro che anche prendendoci decine di milioni di immigrati, non siamo in grado di risolvere i problemi delle guerre e dell’economia che li spingono a partire. Basta confrontare le dimensioni dell’Europa con quelle dell’Africa e del Medio Oriente su un mappamondo per capirlo. Ma soprattutto c’è il problema delle conseguenze. Gli immigrati potenziali in attesa di passare i confini sono decine di milioni, col tempo e l’accoglienza si moltiplicheranno. Quali saranno le conseguenze per i cittadini europei, per i loro stati, per la loro democrazia. Se evitiamo la retorica dell’accoglienza che risolve tutti i problemi, basta una visita in uno dei quartieri islamizzati di Anversa, Bruxelles, Londra, Colonia, Malmoe, o anche dalle parti di Porta Palazzo a Torino o della Comasina a Milano per avere la risposta: tutto il peggio dell’integralismo islamico, la violenza, la servitù femminile, l’incuria per il bene pubblico, l’antisemitismo musulmano, il tentativo minaccioso di instaurare zone extralegali in cui regna la sharia, l’estensione di presenze e atti del terrorismo islamico.
Quando ho iniziato a scrivere queste cartoline, sei anni fa, ho preso a prestito l’espressione “Eurabia” da Bat Ye’ or, perché già allora era chiara la tendenza all’islamizzazione dell’Europa. Ora questa enorme ondata di immigrazione ripropone il problema non come una prospettiva, ma come un pericolo immediato: la perdita dell’identità e anche del funzionamento civile e culturale del nostro continente sono dietro l’angolo. La pace civile, i diritti della persona, la democrazia, la scienza e la cultura, la tolleranza religiosa, la prosperità economica in cui viviamo non sono il frutto di un destino immutabile, ma della storia e della cultura.
In Medio Oriente, a parte Israele, non ci sono. E la gente, anche se viaggia senza bagaglio, si porta dietro la propria cultura. Nel casoi dell’Islam, ha una forte spinta a imporla agli altri, come ha fatto su tutta la sponda sud del Mediterraneo. Anche senza pensare a un piano di conquista attraverso la demografia, che pure è stato enunciato esplicitamente spesso da religiosi e politici islamisti, la presenza di una consistente e crescente minoranza musulmana in Europa porrà in prospettiva non il problema degli immigrati alla cultura europea, ma dell’Europa al Medio Oriente. Siamo pronti a diventare qualcosa come il Libano o l’Armenia sotto l’impero Ottomano? E dato che i cittadini europei, benché fortemente colpevolizzati già reagiscono a questa presa di potere a macchia di leopardo, già si oppongono, già sostengono le forze politiche non tutte democratiche che ne fanno un punto qualificante, la sicurezza è che se le cose continuano così ci sarà in Europa una terribile violenza, una forte spinta per i movimenti neofascisti, in prospettiva seri rischi di guerra civile.
E’ questo il senso dell’”accoglienza”, che certo non impedirà altre tragedie come quelle del piccolo Aylan, anzi le moltiplicherà, salvo che l’Europa non decida di abbandonare completamente la propria sovranità, abolire i confini e aprire la strada senza controlli a chiunque vorrà entrarvi con qualunque mezzo, diventando subito una nuova Siria. Siamo di fronte a rischi tremendi, su cui nessun governo sembra avere piani chiari, mentre ripete ritornelli buonisti. E’ di questo che bisogna discutere, non della morte di un bimbo su cui tutti siamo d’accordo che aveva il diritto di vivere. Ma non necessariamente a Torino o a Lione.

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1) http://www.terrorism-info.org.il/en/article/20865
2) http://www.bmi.bund.de/SharedDocs/Pressemitteilungen/DE/2015/08/asylantraege-juli-2015.html
3) http://it.gatestoneinstitute.org/6443/germania-demografica-musulmana
4) http://www.leggo.it/NEWS/ESTERI/aylan_foto_fratello_galip_siriani_morti_annegati_spiaggia/notizie/1546538.shtml
5) http://www.ilgiornale.it/news/politica/non-sono-italiani-doversi-discolpare-questa-foto-1166606.html
6) http://www.theguardian.com/commentisfree/cifamerica/2011/aug/27/obama-libya-leadership-nato
7) http://www.repubblica.it/esteri/2011/05/02/foto/photoshop_e_altri_falsi_quando_l_immagine_taroccata-15674719/15/
8) http://www.ilsecoloxix.it/p/mondo/2015/08/29/ARrrnRiF-palestinese_cisgiordania_israeliano.shtml
9) http://www.malainformazione.it/

Ugo Volli,  L’accoglienza e il rischio, 6 settembre 2015

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                                                                                   SHADMOT MEOLA   shadmot-mehola

Shadmot Mehola is a Jewish community located in the Beit Shean Valley with a population of 540 people.

Shadmot Mehola was founded in 1979.

Le lacrime del coccodrillo

Deborah Fait, Le lacrime del coccodrillo,

Informazione Corretta, 5 settembre 2015

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Quella foto, un pugno nello stomaco, l’immagine dello strazio di una morte che le onde, più pietose degli esseri umani, hanno adagiato dolcemente sulla battigia di una spiaggia turca. Era un bambino curdo siriano di Kobane, città che l’Isis ha reso martire, il piccolo Aylan che, con la sua famiglia, tentava di scappare dalla Turchia verso il Canada. Aylan , il fratellino di 5 anni, Galip e la loro mamma sono annegati , il padre disperato è rimasto solo, ormai nessuno di quella povera famiglia arriverà nel mondo libero dove rifarsi una vita e costruire un futuro.
Aylan e Galip sono morti come altri 12.000 bambini siriani ammazzati in 4 anni di guerra tra l’esercito di Assad e i ribelli. 12.000 bambini uccisi nell’indifferenza generale. Nemmeno una parola per loro, mai il pur minimo segnale di sdegno o ribellione dell’Occidente per quel massacro disumano.
Le lacrime arrivano adesso, tardi, e sono lacrime di coccodrillo!
E’ terribile pensare che 250.000 morti in Siria, 4 milioni di profughi, un Paese distrutto, non abbiano dato vita a nessuna marcia pacifista, che nessuna flottiglia sia stata organizzata per raggiungere un porto siriano e portare aiuti , medicinali, giocattoli, cibo. Una tragedia immane che il mondo ha completamente e vergognosamente ignorato. L’ONU è rimasta silenziosa e indifferente, sulla sua agenda delle condanne sta scritto solo un nome, che appare ad ogni seduta, Israele.
La società cosiddetta civile sorda, cieca, muta, è altrettanto colpevole, criminalmente colpevole. Dal 2009 al 2012 dall’ONU uscirono 48 risoluzioni contro Israele, paese democratico e di diritto, dove la società esprime orgogliosamente i diritti per i gay, la parità dei sessi,la libertà di culto per ogni religione, libertà di stampa, libertà di parola. Israele, costretto perennemente a difendersi da terrorismo e guerre, si è beccato dunque tra capo e collo, 48 risoluzioni ONU, 48 condanne!
In quegli stessi anni, contro la Siria già in guerra con migliaia di morti tra le macerie, le risoluzioni furono 9.
Contro l’Iran, regime teocratico, che impicca la gente in piazza, dove la parola libertà non ha nessun significato, le risoluzioni furono solo 3. https://www.youtube.com/watch?v=qpmAVeEbqUw
E’ evidente che qualcosa non funziona in seno all’ONU. E’ evidente che a nessuno in Occidente interessava capire cosa stesse accadendo ai siriani e, se i corpicini del piccolo Aylan e del suo fratellino non fossero stati fotografati su quella spiaggia, adagiati come se dormissero, l’occidente continuerebbe a vivere la sua beata indifferenza per la strage degli innocenti curdi, yazidi, cristiani. Quel pugno nello stomaco che è l’immagine di Aylan, a testa in giù nella sabbia, è servito a risvegliare tutta l’ipocrisia di cui sono capaci i politici occidentali e l’opinione pubblica addormentata dalla retorica dei media e dall’ attenzione rivolta solo ed esclusivamente ai palestinesi.
Quando per le strade d’Europa masse di fanatici urlavano l’odio contro Israele( non si contano le innumerevoli manifestazioni antisioniste/antisemite) e la solidarietà per la Palestina, quando arrivavano nelle acque israeliane le flottiglie piene di esaltati odiatori, quante volte ho gridato la domanda che non aveva mai una risposta: perchè non si occupavano delle stragi in Medio oriente, dei massacri di Boko Haram in Africa, della barbarie dell’Isis, della guerra in Siria?
Perchè? Perchè solo i palestinesi, che sono in assoluto gli arabi che vivono meglio in tutto il MO, hanno diritto alle attenzioni e solidarietà del mondo? Era come rivolgersi a un muro di a a sfornare risoluzioni contro lo stato ebraico che si difendeva anzichè dedicarsi ai paesi canaglia dove terrorismo, guerre e barbarie imperversavano e i morti non si contavano.
Adesso si strappano le vesti per quel povero bambino? Ipocriti! Maledetti ipocriti! Dove erano mentre motivano altri 12.000 Aylan? Dove erano mentre l’Isis stuprava bambine e bambini Yazidi e curdi e cristiani e poi li sgozzava. Dove erano quelli che oggi fingono di indignarsi davanti alle telecamere? Cosa provano? Rimorso? Io provo vergogna e rabbia, oltre che infinita pena, gli altri, politici e opinionisti, in TV, balbettano stupidaggini e, il massimo dell’infamia, arrivano a fare paragoni ignobili con l’imparagonabile, la Shoah. Uno spettacolo patetico e indecente.
Dove erano prima che accadesse questo scempio? Perchè il Medio Oriente è saltato per aria? Se lo chiede qualcuno? Per anni l’Occidente ha appoggiato il terrorismo islamico, per decenni ha difeso e giustificato il terrorismo palestinese.
Ammazzavano bambini ebrei e i giornali scrivevano (lo fanno tuttora) “Sono coloni”, saltavano bar, ristoranti e autobus in Israele, decenni di stragi, massacri, e dicevano “E’ colpa dell’occupazione Israeliana”. Il terrorismo era “lotta per la libertà”, i terroristi erano “ guerriglieri”, Arafat veniva paragonato a Garibaldi, Abu Mazen è diventato recentemente “angelo della pace”, Israele e’ stato sempre, sia ieri che oggi, il mostro sionista da distruggere, tutti d’accordo e non solo nel mondo islamico!
Per decenni il terrorismo palestinese si è sentito protetto dalla stupidità occidentale ed è stato propedeutico alla formazione di tutti gli altri terrorismi dando vita a innumerevoli cellule jihadiste.
Il terrorismo palestinese ha distrutto la società arabo/palestinese, imbarbarendola, esattamente come il terrorismo islamico ( che ormai ha imbarbarito anche l’Occidente civile e democratico ) ha distrutto la società umana del Medio Oriente provocando l’invasione dell’Europa da parte delle masse arabe in fuga. La svolta, nel 2009, è stata merito del Capo della Casa Bianca, Barak Obama, andato a omaggiare le dittature arabe per offrire loro i suoi servigi, poi ecco il colpo di genio vero e proprio di colui che dovrebbe passare alla storia come il distruttore della civiltà occidentale: far cadere Mubarak e mettere al potere in Egitto la Fratellanza Musulmana, una delle maggiori organizzazioni terroristiche che da anni insanguinava il MO e che ancora imperversa in Egitto e in Sinai mescolandosi ai tagliagole dell’Isis .
Obama, i suoi alleati e le primavere arabe, flagello dei paesi del Nord Africa e Medio Oriente. Nel 2011 arriva il secondo colpo di genio, l’ordine di ammazzare Gheddafi, fatto cadere in mani ai ribelli, impalato, per arrivare in pochi giorni alla disgregazione della Libia. La guerra civile in Siria dilaniata tra gruppi governativi, ribelli, hezbollah e altre cellule jihadiste. L’Isis ormai presente ovunque , dallo Yemen al Sinai, alla Tunisia, a pochi chilometri dall’Italia minacciata anch’essa dai mostri neri di Al Baghdadi. Tutto merito di Mister Obama e dei suoi alleati.
Mentre avvenivano queste tragedie, dove erano quelli che oggi, ipocritamente, si commuovono davanti all’immagine di una povero bimbo di tre anni morto a causa dell’indifferenza generale e ricordato dall’ipocrisia pelosa di tutta Europa?
In mezzo all’ inferno di teste mozzate, di esseri umani bruciati vivi, di nazioni disgregate, di dittature sgangherate e disumane, terreno di guerra e di morte, esiste un paradiso dove vige la democrazia, dove esistono civiltà e diritto, dove la popolazione vive nel benessere e spera nel futuro. Questo paradiso si chiama Israele che, pur essendo circondato dalla barbarie più infernale, non ne è contaminato, difeso com’è dal suo esercito e dalla sua democrazia.
Eppure, vergogna assoluta, realtà amara, addirittura ironica nella sua indecenza, è l’unico paese del Medio Oriente, diciamo pure del mondo, ad essere condannato dai poteri forti dell’Occidente, ad essere demonizzato dai media internazionali e ad essere minacciato di annientamento.
I bambini israeliani ammazzati dal terrorismo arabo palestinese non sono neppur degni di avere una riga sui media, una parola durante i tigi. L’ultima prodezza di Obama e dell’Europa è l’accordo con l’Iran degli ayatollah e del nucleare, del “A morte l’entità sionista”, della gente impiccata in piazza, della mancanza dei più elementari diritti umani. L’Iran di cui tutti si sono innamorati e che sghignazza per la stupidità occidentale e del Grande Satana ormai ridotto a un misero budino tremolante servo del fondamentalismo islamico.
Senza i micidiali interventi USA e UE in Medio oriente il piccolo Aylan sarebbe ancora a Kobane, la sua città ormai distrutta. Senza le primavere arabe le centinaia di migliaia di vittime sarebbero ancora nelle loro case e l’Europa non dovrebbe affrontare un’ immane tragedia e un’invasione di esseri umani e disperati disposti a tutto pur di sopravvivere, anche a morire! Il piccolo Aylan, il suo fratellino Galip e la loro mamma verranno sepolti a Kobane dove avrebbero dovuto avere il sacrosanto diritto di vivere.
Ricordiamoli insieme agli altri 12.000 bambini siriani, ai bambini curdi, ai pizzoli yazidi stuprati torturati e uccisi, ai bambini nigeriani massacrati da Boko Haram, ai piccoli yemeniti e ai bambini di Israele ammazzati dal terrorismo palestinista.
Ricordateli tutti, siate seri, asciugate quelle lacrime di coccodrillo che umiliano tutti noi e svergognano voi e fate qualcosa. Ipocriti!

Deborah Fait, Le lacrime del coccodrillo

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                                                                          MAALE SHOMROM

maale-shomron

Maale Shomron is a Jewish community located in the Samarian hills with a population of 600 people.

Maale Shomron was founded in 1980.