Bibi cita il Muftì per svelare l’atavico odio antiebraico (dispiacendo ai liberal)

Seth Lipsky, Bibi cita il Muftì per svelare l’atavico odio anti ebraico (dispiacendo ai liberal)

Il Foglio, 27 ottobre 2025

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Il primo ministro israeliano Netanyahu ha fatto qualcosa di importante la scorsa settimana: ha ricordato al mondo che la guerra araba contro Israele è la continuazione della guerra nazista contro gli ebrei. Le parole da lui espresse mercoledì, per le quali fu il Gran Mufti di Gerusalemme Haj Amin al Husseini a suggerire a Hitler l’idea di sterminare gli ebrei, hanno scatenato un putiferio. Il primo ministro ha fatto riferimento a un noto incontro tra il Mufti e Adolf Hitler che avvenne nel novembre del 1941, due mesi prima che i nazisti pianificassero la cosiddetta soluzione finale nella famigerata conferenza di Wannsee. “All’epoca Hitler non voleva sterminare gli ebrei, ma solo espellerli”, ha detto Netanyahu al Congresso sionista, per poi affermare che fu il Mufti ad avvertire Hitler che se avesse proceduto con le espulsioni degli ebrei, quest’ultimi avrebbero finito con l’andare tutti in Palestina. “Cosa dovrei fare con loro?”, chiese allora Hitler, secondo la ricostruzione fatta da Netanyahu. “Bruciali”, avrebbe risposto il Mufti. Gli attaccabrighe liberal si sono infuriati, sostenendo, con una certa faccia tosta, che Netanyahu abbia voluto riabilitare il Führer.
“Una difesa di Hitler”, l’ha definita addirittura il giornale Forward, mentre la Casa Bianca ha liquidato le parole di Netanyahu come “provocazioni”. Anche l’illustre studiosa dell’Olocausto Deborah Lipstadt ha qualificato Netanyahu come “revisionista”. Questo suo giudizio a me è parso immeritato e, in ogni caso, improprio, anche nell’ipotesi in cui il leader israeliano avesse sbagliato a citare le parole precise utilizzate da Hitler e il Mufti. Nessun documento afferma che il Mufti abbia suggerito a Hitler di “bruciare” gli ebrei. Ma alcune testimonianze dimostrano che i proclami di Hitler sulla loro uccisione ottennero un entusiastico apprezzamento da parte del Mufti. Quest’ultimo, secondo gli appunti dell’interprete di Hitler (il colonnello delle SS Eugen Dollmann, ndr), aprì l’incontro ringraziando Hitler per la sua vicinanza “agli arabi e in particolare alla causa palestinese”. Erano amici naturali, scrisse Dollmann, perché avevano gli stessi nemici in comune. Gli arabi palestinesi, di conseguenza, “erano pronti a cooperare con la Germania con tutto il loro cuore, e pronti a partecipare alla guerra”.
Gli arabi, predisse il Mufti, “potrebbero essere utili come alleati più di quanto possa apparire a prima vista”. “Gli obiettivi della mia battaglia sono chiari”, furono le parole di Hitler, riportate dal Mufti nei suoi diari. “Come prima cosa, sto combattendo gli ebrei senza tregua, e questa battaglia include quella contro la cosiddetta casa nazionale ebraica in Palestina”.

L’interprete di Hitler registrò nelle sue note che il Führer impose al Mufti di racchiudere “nelle più alte profondità del suo cuore” la battaglia nazista per “la totale distruzione dell’impero giudaico- comunista in Europa”. Poi il tiranno nazista volle lanciare al mondo arabo il messaggio per cui “era arrivato il momento della sua liberazione”, e che l’unico obiettivo della Germania sarebbe stata “la distruzione di ogni elemento ebraico nella sfera araba”. Netanyahu potrebbe aver sbagliato nell’affermare che lo sterminio degli ebrei fu un’idea del Mufti (le uccisioni erano già iniziate); ma non ha sbagliato in nulla nel dire che l’idea dello sterminio fu avallata dal Mufti. Il punto cruciale è che i nazisti e il leader della Palestina araba erano allora dalla stessa parte. Durante la Seconda guerra mondiale i popoli dovettero fare una scelta: gli ebrei scelsero il mondo libero, gli arabi palestinesi scelsero Hitler.

E’ sicuramente questo il punto che intende rimarcare il primo ministro israeliano. Egli vuole rendere tutti consapevoli che Israele, oggi, è sotto attacco proprio dagli eredi di quel patto col diavolo compiuto tra il Mufti e il Führer. Quindi perché tutto ciò ha sconvolto la sinistra? Cosa importa che il Mufti abbia o meno avuto una parte di responsabilità nei crimini compiuti da Hitler?
Una risposta può essere rintracciata in un editoriale del New York Times che ha definito le parole di Netanyahu vergognose perché “danno l’impressione” che la resistenza degli arabi palestinesi “sia dovuta solamente a un odio di lunga data nei confronti degli ebrei, e non invece all’occupazione compiuta da Israele o a qualunque altra controversia”. Come se ciò non fosse vero. Il Mufti e gli altri leader arabi odiavano gli ebrei prima che ci fosse Israele. Se Israele domani scomparisse, i fondamentalisti islamici continuerebbero comunque a disprezzare gli ebrei. La sinistra dovrebbe smetterla di screditare Netanyahu, perché egli sta solo evidenziando la scomoda verità per la quale, nei riguardi degli ebrei, l’ideologia araba è la stessa di quella nazista. E come può qualcuno difenderla?
Seth Lipsky, Bibi cita il Muftì per svelare l’atavico odio anti ebraico ( dispiacendo ai liberal)

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                                                                    PSAGOT

psagot

Psagot is a Jewish community located in the Binyamin region with a population of 1100 people.

The village was founded in 1981.

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Pochi studi, tanta rabbia: il Muftì che adorava Hitler

Tiziana Della Rocca, Pochi studi, tanta rabbia: il Muftì che adorava Hitler

Il Fatto Quotidiano, 23 ottobre 2015

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Che il Gran Mufti sarebbe diventato un poco di buono fu chiaro fin dagli esordi. Erede della più potente famiglia di Gerusalemme, invece di mettere tale fortuna al servizio di un’intelligente convivenza tra arabi e ebrei, si assegnò il triste compito di portare l’inferno in Medioriente. I suoi esordi furono poco promettenti: spedito dai suoi all’università del Cairo per concepire qualche brillante idea, neppure si sforzò di dare un solo esame. Tornato a casa, non approfondì i testi sacri della sua religione; le meraviglie della Creazione, così spesso ritratte nel Corano, non lo appassionavano per nulla, non la creazione gli interessava quanto la distruzione. Dichiarava di voler annientare e bruciare gli ebrei, e così facendo portò alla rovina e alla morte anche i palestinesi, e ben sapeva che questo sarebbe accaduto.
CON IL SUO AMICO HITLER – che prossimo alla morte spiegò a chiare lettere come dopo gli ebrei, anche i cristiani sarebbero diventati un suo bersaglio, nonché quei tedeschi traditori che avevano commesso l’imperdonabile peccato di non avere vinto la guerra – il Mufti spartì il piacere dello sterminio. Dopo le parole di Netanyahu ci si può chiedere chi fu il più antisemita: Hitler o il Mufti? A sua discolpa il Gran Mufti potrebbe chiamare l’invasione ebraica, anche se a un certo punto lui partecipò allo sterminio degli armeni che ebrei non erano; ma erano pur sempre gente inerme. Impossibile scegliere tra chi architettò lo stermino e chi lo appoggiò. Quel che è certo e che i due si vollero assai bene. Mentre Hitler dopo aver sterminato milioni di ebrei si sarebbe suicidato, grazie agli accomodamenti internazionali sempre assai lesti a tutelare i propri interessi, il Muftì assai scaltro, se la cavò con un brillante esilio in quel di Beirut. Questo suo privilegio, l’averla scampata, e bella per di più, sicuramente avrà fatto arrabbiare il bellicoso Netanyahu: non è mai piacevole sapere che un criminale odiatore di ebrei, è andato in giro per il mondo a spassarsela; anche se è morto anni fa il suo spettro aleggia ancora minaccioso e non dà pace a Israele. Donde l’ira del premier israeliano e la nomina di Mufti a mostro di primo grado, mettendo un po’ nell’ombra Hitler. È un’ipotesi, sicuramente più accettabile di chi pensa che Netanyahu possa davvero credere che il Muftì abbia suggerito a Hitler la soluzione finale. Altro è il pensiero di Netanyahu, assai più bruciante: è un attacco d’ira per la sopravvivenza del Mufti non solo al tempo nei lussuriosi giardini del Libano ma oggi nel cuore degli arabi, in particolare quello di Hamas e dintorni, Teheran per dirne uno.
CERTO, CHE I PALESTINESI eleggano a esempio da imitare un Muftì che ha appoggiato Hitler… Questo pare essere il vero spettro di cui Netanyahu è preda e che con ogni forza cerca di allontanare, di far scomparire, con le sue azioni, spettro che da tempo gli brucia l’anima, già ustionata dalla morte cruenta di un fratello e dal ricordo delle tante guerre combattute da Israele. E basta dunque con questa inutile querelle, si sa, lo sa anche Netanyahu che non c’era bisogno che il Mufti nel 41′ andasse da Hitler e lo spingesse ad accelerare l’eliminazione degli ebrei, Hitler sapeva bene cosa voleva e da tempo, non si stava di certo attardando a realizzarlo, al contrario stava mettendo a punto la sua macchina di distruzione così da renderla più efficace. Ridicolo solo immaginare il Muftì che sprona Hitler a esser più cattivo con gli ebrei e che gli dà lezioni di sterminio. Certo vengono i brividi a pensare a queste loro conversazioni a Berlino, mentre inglesi e americani dicevano di intervenire per salvare il mondo da questa barbarie senza fermare la soluzione finale.

Tiziana Della Rocca, Pochi studi, tanta rabbia: il Muftì che adorava Hitler

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                                                               BEKAOT

Bekaot

Bekaot is a Jewish community located in the Jordan River Valley with a population of 170 people.

The village was founded in 1972

Andrea’s Version, 20 ottobre 2015

Andrea Marcenaro, Andrea’s Version, 20 ottobre 2015

Il Foglio

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Ben Gurion non andava bene, nel 1948: era il primo, si poteva capire. Moshe Sharett non andava bene, ma era del Mapai anche lui. Levi Eshkol guidò una coalizione con i laburisti. Diciamo più aperta. Al diavolo Eshkol.
Golda Meir era laburista, progressista, peggio che andar di notte. E Yitzhak Rabin aperto pure lui, ma venne bollato da guerrafondaio (era il 1974).
Arrivò Begin, del Likud, di destra, mamma mia. E poi Shamir, che nemmeno a parlarne. Tornò il laburista Rabin, per tre anni. Magari un po’ di pace la voleva. Niente.
Dopo Rabin, Shimon Peres, socialista, saggio, moderato. Maledetto fu Peres. Tre anni di Netanyahu: che ne parliamo a fare? Allora Ehud Barak, altro socialista. Offrì ad Arafat: il 98 per cento della Cisgiordania, Gaza e il settore arabo di Gerusalemme come capitale della nuova Palestina. Arafat rispose con l’intifada più sanguinosa.
Toccò a Sharon, e fu subito il porco. Egli cedette senza contropartite Gaza, in segno di buona volontà. E da Gaza partirono i missili contro Israele.
Ehud Olmert non andava bene. Ora, 2015, di nuovo Netanyahu, che figurarsi.
Diversi l’uno dall’altro, e molte volte opposti, questi dirigenti ebrei sono sempre un disastro. 67 anni di disastri ininterrotti. Come? L’antisionismo? L’antisemitismo? Sì, bravo, si chiama critica politica. Punto. Se poi quelli sono esseri odiosi, che sarà, colpa nostra?

Andrea Marcenaro, Andrea’s Version del 20 ottobre 2015

Il Foglio, 20 ottobre 2015

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                                                               AMONA

amona

Amona is a jewish community located near Ofra with a population of 30 families (2005).

The village was founded in 1997.

Scoprire l’acqua calda

Federico Steinhaus, Scoprire l’acqua calda
Informazione Corretta, 6 ottobre 2015

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Il politico e politologo israeliano Shlomo Avinery ha pubblicato sul quotidiano Haaretz un’interessante analisi del conflitto israelo-palestinese, e dimostra che anche un pacifista come lui è in grado di scoprire l’acqua calda. Avinery scrive che, se avessero accettato la decisione dell’ONU del 1947, i palestinesi avrebbero avuto uno stato sovrano fin da allora, senza dover versare sangue per 6 decenni. Vero, come è vera la sua analisi della percezione di questo conflitto da parte dei due popoli: gli israeliani sono fermamente convinti che si tratti del conflitto fra due popoli e due aspirazioni nazionali, motivo per il quale sono pronti ad un compromesso che consenta anche ai palestinesi di vivere in un loro stato autonomo; i palestinesi invece hanno sempre giudicato la presenza ebraica e lo stato d’Israele come una imposizione di stampo colonialista e ritengono che solamente la cancellazione di questa presenza possa soddisfare le loro aspirazioni: ed anche questo è assolutamente vero, purtroppo.
Non si tratta di una visione innovativa, come ben sanno quanti si occupano del Medio Oriente ad occhi aperti e mente sgombra da pregiudizi. E’ una novità, invece, che un personaggio storicamente legato a Rabin ed al pacifismo lo ammetta.
Oggi si discute se l’ondata di volenza che quotidianamente scuote Israele da almeno un anno sia o non sia una terza intifada. Lo è, al di là di ogni dubbio, per la continuità e capillarità degli atti di violenza e per la caratteristica che questi hanno di essere demandati all’individuo, non organizzati da un vertice politico e/o militare, il che li rende imprevedibili e difficilmente prevenibili. Altra cosa sono i missili che da Gaza piovono su Israele, che dopo l’azione di pulizia dello scorso anno sono sporadici e relativamente pochi (ma non meno micidiali quando vanno a segno).
Se Avnery ha ragione, e tutto fa pensare che sia così, anche questa intifada sarà un episodio della guerra che i palestinesi conducono contro l’esistenza stessa di Israele: una guerra di cui il mondo non sembra vedere la reale natura né comprendere lo scopo ultimo. Iran, Hezbollah e Hamas non ne fanno certamente mistero, e l’Autorità Palestinese ha inserito stabilmente la fine di Israele nel sistema educativo, nella letteratura, nelle celebrazioni commemorative dei “martiri” che si sono “immolati” contro il nemico sionista.
Federico Steinhaus, Scoprire l’acqua calda

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                                                                 SHVUT RACHEL

shvut-rahel
Shvut Rachel is a Jewish community located in the Binyamin region with a population of 110 families.

The village was founded in 1991

Azzariti, il fascista sconfitto dalla bimba morta ad Auschwitz

Gian Antonio Stella, Azzariti, il fascista sconfitto dalla bimba morta ad Auschwitz

Il Corriere della Sera, 8 ottobre 2015

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Alla fine la storia ha dato ragione a lei, la piccola Luciana. Il prossimo 17 novembre, dopo una battaglia durata anni e sposata dal sindaco Luigi de Magistris, la targa pomposamente dedicata nel 1970 a Gaetano Azzariti, il presidente del Tribunale della razza fascista riciclato incredibilmente dalla lavanderia togliattiana al punto di entrare anni dopo nella Corte costituzionale per diventarne addirittura il presidente, sarà buttata giù a martellate, raccolta in un secchio di plastica grigia, scaricata tra i calcinacci da qualche parte. E lì, nel cuore di Napoli, vicino all’Università Federico II, la strada verrà dotata finalmente di una nuova insegna: via Luciana Pacifici. Che la scheda della banca dati «I nomi della Shoah italiana» del Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea, corredata da una foto della bimba con un vestitino bianco a fiori, descrive così: «Luciana Pacifici, figlia di Loris Pacifici e Elda Procaccia, nata in Italia a Napoli il 28 maggio 1943. Arrestata a Cerasomma (Lucca). Deportata nel campo di sterminio di Auschwitz. Non è sopravvissuta alla Shoah».
Furono 558 i bambini sotto i dieci anni rastrellati nell’autunno 1943. Non uno, eccetto le gemelline Andra e Tatiana Bucci salvate solo dalla buona sorte, tornò vivo. Non uno. Esistono, su quella nuova retata di Erode, testimonianze terribili. Come quella raccolta nel libro Roma Clandestina da Fulvia Ripa di Meana, che aveva visto inorridita un camion carico di bambini in piazza di San Lorenzo in Lucina: «Ho letto nei loro occhi dilatati dal terrore, nei loro visetti pallidi di pena, nelle loro manine che si aggrappavano spasmodiche alla fiancata del camion, la paura folle che li invadeva, il terrore di quello che avevano visto e udito, l’ansia atroce dei loro cuoricini per quello che ancora li attendeva. Non piangevano neanche più quei bambini, lo spavento li aveva resi muti…». Hanno scelto lei, Luciana, perché era nata lì, a poche decine di metri dall’attuale via Azzariti condannata alla rimozione. Aveva pochi mesi, quella bambina, quando fu arrestata, cinque giorni dopo l’infame circolare del 30 novembre 1943 firmata dal ministro dell’Interno repubblichino, Guido Buffarini Guidi. Dispaccio che dimostra le pesantissime responsabilità fasciste: «Tutti gli ebrei, anche se discriminati, a qualunque nazionalità appartengano, e comunque residenti nel territorio nazionale debbono essere inviati in appositi campi di concentramento… Tutti i loro beni, mobili ed immobili, debbono essere sottoposti ad immediato sequestro, in attesa di essere confiscati nell’interesse della Repubblica Sociale Italiana, la quale li destinerà a beneficio degli indigenti sinistrati dalle incursioni aeree nemiche…».
Caricata sul treno piombato diretto in Polonia, Luciana morì di stenti, pare, nel viaggio verso Auschwitz. Dove furono decimati il papà Loris e la mamma Elda, che avevano trentaquattro e venticinque anni, il nonno e la nonna materni Amedeo e Jole, il fratello della mamma Aldo…
In quei giorni Azzariti si era già riciclato. Dopo esser stato il burocrate di fiducia di Mussolini al ministero della Giustizia al punto di essere premiato con la presidenza del cosiddetto Tribunale della razza (delegato a distinguere tra quelli che potevano essere sommersi e quelli che dovevano essere salvati spesso perché pagavano somme enormi e perciò definito da Renzo de Felice come l’espressione «immorale e antigiuridica» di un potere fondato «sull’arbitrio più assoluto…») il magistrato era riuscito infatti a saltare sul carro del governo Badoglio. Per poi offrirsi come braccio destro a Palmiro Togliatti. Grazie al quale riuscì a smacchiarsi fino a ripresentarsi bel bello, ossequiato e riverito, tra gli alti magistrati d’Italia del Dopoguerra. Il primo granello che ha fatto venire giù la slavina lo fece rotolare un paio di anni fa il giornalista e storico della Shoah Nico Pirozzi, con un articolo sul Mattino dove denunciava il suo scandalizzato stupore per la scoperta di quella targa stradale. Resta ancora più imbarazzante, a questo punto, il mutismo della Corte costituzionale. Dove il busto del presidente del Tribunale della razza campeggia ancora del corridoio nobile. Protetto da un silente cameratismo castale di giorno in giorno più insopportabile…
Gian Antonio Stella, Azzariti, il fascista sconfitto dalla bimba morta ad Auschwitz

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Una piccolissima parentesi. A proposito di obbrobri:

via-rodolfo-graziani

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                                                                MIGDALIM

migdalim

Migdalim is a Jewish community located in the Samarian hills with a population of 35 families.

The village was founded in 1984.

Questo è il Jihad, stupido

Mordechai Kedar, Questo è il Jihad, stupido!

Informazione Corretta, 4 ottobre 2015

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Giovani, ragazzi… parole che ingannano, vanno cambiate
Il discorso di Abbas alle Nazioni Unite fa parte di un piano generale che si chiama Jihad. La dottrina del Jihad islamico impone l’inserimento di un elemento d’inganno, e Mahmoud Abbas, in questo, è un maestro. Israele sta assistendo a un’impennata dell’attività terroristica sotto forma di lanci di pietre, bombe molotov e spari contro veicoli israeliani, già evidente da diversi mesi ma che si è intensificata rapidamente nel corso delle ultime settimane. Sta accadendo in Giudea e Samaria, ma il focus della violenza è a Gerusalemme, dove un qualsiasi incidente che riguardi il Monte del Tempio – al Aksa in arabo – non attira soltanto l’attenzione regionale ma anche quella mondiale. Stiamo assistendo a una serie pianificata di attacchi terroristici o a una continuità costante di eventi spontanei? E’ questo il preliminare di una terza Intifada? E se no, di che cosa si tratta? E’ necessario fare chiarezza.
L’irrisolto dibattito interno sul significato della violenza si esprime con la scelta selettiva delle parole da parte dei media. Le azioni dei giovani dovrebbero essere etichettate come atti perpetrati da “giovani”, una parola che sottolinea la loro età, ma è troppo vaga e ambigua. Non dovrebbero invece essere chiamati “attivisti”, “terroristi”, “militanti” “hooligans” ?. Va da sé che la scelta del termine esprime il pensiero di chi si richiama alla violenza, come pure in merito alla punizione che i colpevoli dovrebbero ricevere, se e quando venissero arrestati. C’è una grande differenza tra “automobilista ucciso da pietre lanciate da giovani” e “automobilista ucciso da pietre lanciate da terroristi”.
E’ preoccupante vedere la reale mancanza di comprensione da parte israeliana e del resto del mondo su ciò che realmente sta accadendo, perché c’è solo una parola in grado di descrivere chi aggredisce, lancia pietre e molotov, accoltella e spara contro gli ebrei che salgono sul Monte del Tempio. Quella parola, l’unica da usare, è “Jihad”, ma per molti israeliani, è una parola “che non si deve dire”, perché esprime ciò che in Israele stiamo vivendo in questo momento, cioè una guerra religiosa islamica.
L’uso mancato però non cambierà nulla, perché ci sono almeno sette modi diversi per dimostrare che Israele è, come è sempre stato, un obiettivo del “Jihad”.
In primo luogo, la lotta, oggi come in passato, riguarda la leadership religiosa.
Secondo l’Islam, la religione ebraica è superata, Din al-Batil, mentre è l’Islam la vera religione, o Din al-Haqq. Secondo l’Islam, gli ebrei possono vivere sotto il dominio islamico se collaborano e accettano il ruolo umile di “dhimmi” ( sottomessi), privi di sovranità, di difesa e di nazionalità. La situazione odierna in cui gli ebrei governano la “Palestina”, una terra che l’Islam considera santa solo per i musulmani, e sono in grado di dire ai musulmani ciò che essi sono autorizzati e non autorizzati a fare, è in contraddizione con il principio islamico fondamentale: “L’Islam è supremo e non può esistere nulla di più grande”. Una situazione in cui un’altra religione, e l’ebraismo in particolare, controlla musulmani e una terra islamica, impone il “Jihad”.
Secondo la dottrina islamica, il“Jihad” può assumere forme diverse a seconda delle circostanze. Grida, insulti, aggressioni, pietre, bombe incendiarie, coltelli, spari, sono tutte armi e ognuna di esse viene scelta dopo aver valutato la situazione . Anche le telecamere sono armi -soprattutto i media – che agiscono in favore dell’arena jihadista.
Il fotografo e il giornalista sono combattenti del “Jihad delle Comunicazioni”.
Il “Jihad Legale”, continua la lotta nelle aule dei tribunali e delle istituzioni internazionali, mentre il “Jihad Economico” viene adottato negli appelli del movimento BDS (boicottaggio, disinvestimenti, sanzioni).
I beduini nel Sinai conducono un Jihad contro Israele con il contrabbando di clandestini( molti dei quali sono musulmani ), armi a Gaza e in territorio israeliano. Il leader dei contrabbandieri in Israele è un musulmano, e le sue attività contro lo Stato, i cittadini e la legge possono essere accomunate sotto la voce di “Jihad dei Migranti”.
Un deputato musulmano che diffama Israele dal podio della Knesset è un “jihadista politico”. Il podio delle Nazioni Unite non è diverso. Il discorso di Mahmoud Abbas presso le Nazioni Unite e altri forum mondiali e il riconoscimento internazionale come Stato, sono una sorta di “Jihad politica”, il cui obiettivo è la creazione del 58° Stato Musulmano sulle rovine dell’unico Stato ebraico.
Questi sforzi si mimetizzano come legittima attività politica con la presentazione di una falsa immagine che li ritrae come “amanti della pace”; i musulmani che vivono in Israele e al di fuori dei suoi confini stanno di fatto tentando di convincere il mondo ad accettare la distruzione dello Stato ebraico. La dottrina del Jihad islamico impone l’uso dell’ inganno, una pratica nella quale Mahmoud Abbas è maestro.
Terzo elemento, il crescente coinvolgimento del movimento islamico (in particolare il ramo guidato da Raed Salah (El Aksa Sheikh) ) nell’inscenare incidenti, istigare, finanziare le organizzazioni terroriste al-Murabitoun e al-Murabitat , rendendo più stretti i legami con Hamas. Ciascuna di queste organizzazioni conduce il suo Jihad anti-Israele al meglio delle proprie capacità, ma tutti condividono un obiettivo religioso comune: trasformare tutta la “Palestina”, che si estende dal fiume Giordano al Mar Mediterraneo, in una parte del Califfato Islamico , con capitale a Al Quds (Gerusalemme).
Il primo capo religioso degli arabi nella zona designata come Patria Ebraica – il Mufti Haj Amin el Husseini – fu coinvolto in un Jihad Militare contro gli ebrei di Israele, ma era stato anche attivamente implicato nella distruzione di un milione e mezzo di ebrei ungheresi nel 1944 quando era alleato di Hitler.
Il quarto aspetto è il significato dei nomi storicamente e religiosamente identificativi delle suddette organizzazioni, in quanto si riferiscono a tutto il territorio, soprattutto alle zone confinanti, dove i musulmani combattono gli infedeli al fine di rafforzare l’Islam per stabilirne il dominio. Ci sono organizzazioni con nomi simili anche al di fuori di Israele.
Il quinto aspetto è l’espressione usata per chi viene ucciso in incidenti anti-israeliani. Oggi, così come in passato, il termine usato è “shahid”, una parola religiosa per indicare chi ha raggiunto Allah in paradiso e dalla cui mano riceve la ricompensa per il martirio in nome del suo amore per l’Islam.
E il sesto aspetto? Basta guardare a ciò che sta accadendo nel mondo islamico.
Tutti i musulmani che vivono a ovest del fiume Giordano, in Israele e sotto l’Autorità Palestinese sono informati sulla situazione in Siria, in Iraq e nel Sinai. Hanno il privilegio di vedere in tempo reale come l’originale, integralista, puro e genuino Islam sta affrontando un Jihad coraggioso e vittorioso,contro alawiti, yazidi, drusi e infedeli sciiti, così come contro gli stranieri come gli americani, che non temono affatto.
Né vanno dimenticate le immagini delle decapitazioni.
Tutti sanno che cosa sta accadendo nella terra del Jihad, iniziata nel deserto del Sinai, e come i jihadisti stanno combattendo con successo una guerra a tutto campo contro le forze militari egiziane, il più grande esercito del Medio Oriente. La gioia per i successi del Jihad nei Paesi confinanti con Israele, ha fatto breccia nei cuori dei musulmani che vivono ad occidente del Giordano e li motiva a unirsi al jihad contro gli ebrei, i “nemici di Allah e dell’Islam”, e diventare parte di una guerra che sta facendo tremare il mondo intero.
Settimo aspetto, le costruzioni illegali arabe in corso in tutto Israele, a ovest del fiume Giordano, una sorta di jihad conosciuto come “Jihad della Costruzione”. Non a caso, questo è il nome della società di costruzioni di proprietà di Hezbollah, e non è una novità, perché l’idea di un jihad congiunto contro Israele è parte integrante dell’islam sia per i sunniti che per gli sciiti, uno dei pochi punti che hanno in comune.
Il Jihad su più fronti contro Israele qui descritto non viene annunciato pubblicamente (o spiegato in dettaglio), perché i musulmani sanno bene che il mondo non sosterrebbe il Jihad se i suoi combattenti dichiarassero apertamente di voler distruggere Israele.
È per questo che i leader di Israele, i loro portavoce e i media, devono iniziare a tirare la testa fuori dalla sabbia, chiamare il “Jihad” con il suo nome e parlare di ciò che sta accadendo qui, in termini reali, cioè religiosi.
E’ ora di ripetere senza sosta che quello che noi – e non solo noi – abbiamo di fronte è un Jihad, non altro, e i combattenti – donne, bambini, adulti e giovani – sono combattenti del Jihad. Ciò in cui si identificano, ed è per questo che si arruolano. Pietre, molotov, bombe incendiaria, coltelli e pistole, insieme con la macchina fotografica, i tribunali, il boicottaggio e le migrazioni – sono tutte armi nelle mani dei combattenti del Jihad, tutte hanno lo scopo di far crollare la sicurezza, la società e l’economia israeliane.
Israele deve prenderli sul serio – e ricordare à la guerre comme à la guerre.
I nostri giornalisti, che stanno ancora sognando un nuovo Medio Oriente come aveva sognato il loro leader / Pifferaio di Hamelin, Shimon Peres, hanno paura del jihadismo, perché, come tutti i liberali, non hanno gli strumenti per combattere una guerra di religione contro soldati he inneggiano ad Allah. Ogni volta che cerco di dire ai media israeliani che Israele sta combattendo contro i jihadisti, gli intervistatori mi tranquillizzano pieni di timore e mi dicono di non modificare il conflitto israelo-palestinese da nazionalista in una guerra di religione islamico-ebraica. Io mi sforzo di dire loro che, con o senza le mie parole, anche se non lo ammettono, la guerra è religiosa. Aggiungo anzi che, anche se non gli va di sentirselo dire, le radici dell’intero conflitto sono islamiche e religiose. Il conflitto può essere presentato come nazionalista, territoriale, giuridico, politico o di qualsiasi altro tipo, ma questo è un esercizio di auto-inganno. Il conflitto nasce da un vulcano di fuoco religioso islamico, che arde nel cuore degli uomini e all’interno delle bombe incendiarie.
Nella guerra d’Indipendenza, gli arabi gridavano “Idbah al-Yahoud – massacra l’Ebreo”. Non hanno detto israeliano o sionista ma Ebreo. Sono gli ebrei quelli che vogliono eliminare. Shimon Peres, Yossi Beilin, Alon Liel e altri utopisti hanno cercato di convincerci che c’è una differenza tra i cattivi jihadisti di Hamas e quelli “affascinanti”, “amabili” dell’OLP, veri amanti della pace e della tranquillità, quelli il cui capo arci-jihadista Yasser Arafat è stato insignito del Premio Nobel per la Pace. Nemmeno l’incendiario discorso alle Nazioni Unite di Abbas farà cambiare le loro idee. Il loro punto di vista era infondato e assolutamente delirante, ma è costato la vita a più di 1500 israeliani, perché l’unica differenza tra Hamas e l’OLP è che Hamas dichiara apertamente che si tratta di un’organizzazione combattente del Jihad, mentre alcuni membri dell’OLP nascondono il fatto che anch’essi lo sono.
Alcuni di loro – quelli delle Brigate el-Aqsa – non si preoccupano di nasconderlo e il loro presidente, Mahmoud Abbas, li finanzia. Quelli di noi che sono stanchi di lottare, tentano di rendere accettabili i parassiti jihadisti dell’OLP proprio come hanno tentato di sorvolare sul ruolo di Haj Amin al Husseini durante la Shoah degli ebrei d’Europa.
Svegliamoci e diciamo la verità – a noi stessi e al mondo. Solo la verità può aiutarci a comprendere la realtà e affrontarla adeguatamente. La verità è che siamo un bersaglio jihadista per Hamas e per l’Olp, ognuno con i propri metodi, per cercare di dissimulare e gettare fumo negli occhi, e se cadiamo noi – grazie anche ai soldi che gli europei stanno versando nelle vene del Jihad dell’Autorità Palestinese – l’Europa sarà il prossimo obiettivo di quello stesso jihad, che sta già per essere esportato nel vecchio continente, invecchiato e deteriorato, per mezzo della massiccia immigrazione musulmana.
Si tratta di jihad. I nostri nemici, non importa dietro a quale sigla, sono tutti combattenti del jihad. Dobbiamo adattare il nostro modo di parlare a questa situazione e agire di conseguenza. Prima lo facciamo, meglio sarà per noi e per il mondo.
Mordekai Kedar, Questo è il Jihad, stupido!
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       RIMONIM

rimonimRimonim is a Jewish community located in the Binyamin region with a population of 620 people.

The village was founded in 1977.