Contro il fanatismo islamico, il modello vincente è di Israele: sicurezza, ma non rinunciare a vivere in libertà

Pierluigi Battista, Contro il fanatismo islamico, il modello vincente è di Israele: sicurezza, ma non rinunciare a vivere in libertà, Corriere della Sera, 26 novembre 2015

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Smaltito il grande afflato solidale con la Francia, svanite le note della Marsigliese, spese le lacrime dovute alle vittime dello stragismo jihadista, circola, ultima l’intervista di Carlo Nordio rilasciata al Foglio , una forma di sdegnato compatimento per chi si ostina a difendere il nostro «stile di vita» minacciato dai fondamentalisti e che invece agli occhi dei detrattori di casa nostra, finisce per apparire qualcosa da «fighetti», da sazi consumisti che sventolano la bandiera del bistrot più frequentato anziché quella dell’impegno militante, o addirittura militare. Sembrano dire: tenetevi pure i vostri apericena, il vostro loisir, la vostra mollezza occidentale, fatevi fare a pezzi dai fanatici assassini mentre inneggiate, fatui e irresponsabili, al vostro disordinato, edonistico «stile di vita».
Chissà cosa diranno di Salman Rushdie che, in un’intervista pubblicata ieri dal Corriere della Sera , ha strenuamente difeso il «mondo della pace e del divertimento» contro quello, lugubre, della guerra al nostro «stile di vita»: «prendete il metrò, andate al ristorante, ai concerti». Non dategliela vinta. Rinunciare ai piaceri della modernità è già perdere la guerra, è già un atto di sottomissione che umilierebbe il nostro mondo di fronte a chi vorrebbe annientarlo. E invece il nostro «stile di vita» è una conquista buona e, si spera, duratura, ed è esattamente ciò che odiano quelli che si fanno esplodere per paralizzarci con la paura di andare al bar, di andare allo stadio, di andare in discoteca, di andare vestiti come ci pare, di ascoltare la musica che ci pare, di leggere i romanzi che ci pare, di andare al cinema come ci pare, di guardare la tv o «fare l’amore ognuno come gli va» (cit. Lucio Dalla). Di adottare il nostro «stile di vita». Dicono: ma così si sgretola l’ardore della battaglia, così, avvolti e vacui nelle spire del benessere, storditi dai nostri smartphone, lasciamo campo libero ai fanatici che invece sono determinati, concentratissimi, consacrati interamente e senza residui alla guerra santa che ci sterminerà. Così perdiamo la nozione stessa della guerra, del combattimento necessario. Sicuro?
Stefano Montefiori ha scritto su nostro giornale che a Parigi ci si sta già abituando all’«israelizzazione» della vita quotidiana: molta doverosa vigilanza, ma anche la consapevolezza che la vita, il nostro «stile di vita», non può fermarsi per decreto. Ecco, Israele è l’esempio che smentisce i timori dei critici occidentali del nostro «stile di vita». Non ha perso nemmeno un frammento del suo spirito battagliero (anzi), ma a Tel Aviv i caffè di Dizengoff Street sono sempre pieni, la movida non conosce sosta, le acque di fronte a Jaffa pullulano di surfisti, le pizzerie e i ristoranti di Gerusalemme sempre rumorosi e affollati. Il pericolo incombe, la paura si fa sentire, i genitori sentono il cuore in gola ogni volta che accompagnano i loro bambini sui bus scolastici, ma non la si dà vinta ai tagliagole e ai kamikaze. La difesa di uno stile di vita è anche la difesa del diritto a essere se stessi.
Invece loro, i nemici, i guerrieri della morte, chiamano «satanico» tutto ciò che assomiglia alla libertà, anche nei suoi aspetti più banali e meno eroici. A Kabul i talebani bruciavano libri, decapitavano i peccatori, frustavano le donne, ma poi impiccavano pure i televisori (davvero) e bandivano la musica. A Teheran bande di barbuti e prepotenti guardiani della fede e della moralità pubblica sorvegliano occhiuti le donne coperte e avvilite per controllare ogni piacere della vista, ogni avvenenza, ogni richiamo peccaminoso e decadente. I ragazzi del Bataclan sono stati accusati da chi li ha trucidati di essere la personificazione dell’«abominio» e della «perversione».
Nei Paesi dominati dall’islamismo eretto a unica legge in grado di dettare e imporre uniformità di comportamenti, le donne non possono entrare negli stadi (troppo divertimento) e in Iran sono state incriminate persino le giocatrici di pallavolo perché scoprivano troppi centimetri del loro corpo. I locali di ritrovo sorvegliati come sentine del vizio. La musica «occidentale» è bandita dalle radio, come emblema di uno «stile di vita» corrotto: lo stesso «stile di vita» dileggiato da chi lo considera una concessione alla modernità rammollita e condannato a morte da chi lo considera l’esempio massimo della depravazione in cui è precipitato il mondo degli infedeli. Sono abolite le discoteche e le librerie libere. In Arabia Saudita, lo ricordava Danilo Taino su queste colonne, c’è un solo cinema, mentre nella sola Parigi ce ne sono oltre trecento. Andare al cinema è il nostro «stile di vita», senza cinema c’è solo buio e tristezza: quale dei due è il mondo migliore? Anche le cuffiette per sentire musica sono migliori, anche gli «apericena», terrificante neologismo che siamo costretti a difendere se qualcuno per punirci vuole farsi esplodere al tavolo del buffet. Questione di stile. Di stile di vita.

Pierluigi Battista, Contro il fanatismo islamico, il modello vincente è di Israele: sicurezza, ma non rinunciare a vivere in libertà

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                                                                    KFAR ADUMIM

kfar-adumimKfar Adumim is a Jewish community located in the Judean Desert with a population of 330 families.

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La nostra colpa e la loro speranza

Ugo Volli, La nostra colpa e la loro speranza

Informazione Corretta, 23 novembre 2015

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Cari amici,
non facciamoci illusioni pericolose: non è per disperazione che gli islamisti si danno al terrorismo. Tutto al contrario, è la speranza che li muove. Non ne faccio una questione di psicologia e neppure di morale. Il tema è politico. Se qualcuno compie un’azione malvagia per disperazione, per esempio rapina e ruba perché spinto dalla fame e perché non vede altra possibilità per sopravvivere e dar da mangiare ai suoi figli, non solo lo si deve compatire, ma la strada maestra per permettergli di uscire dal crimine è aiutarlo, dargli il modo di avere ciò di cui ha disperatamente bisogno, non solo punirlo. Se qualcuno invece compie un delitto con la speranza di ottenere quel che vuole senza pagarne il prezzo, per esempio uccide un parente di cui è l’erede, essere indulgenti con lui potrebbe solo indurlo a riprovarci.
Nello sgangherato schieramento progressista, che non riesce a spiegare il terrorismo né a dare indicazioni su come fermarlo, uno dei dogmi intoccabili è quello della disperazione. Sarebbero disperati i clandestini che a centinaia di migliaia al mese, nella grande maggioranza giovani maschi in età militare, invadono l’Europa; ancor più disperati e “nichilisti” quelli fra loro e fra i loro predecessori che magari hanno ottenuto la cittadinanza di un paese europeo grazie al buonismo dei governi e perfino delle generazioni successive, ammazzano e devastano, in particolare mirando i nemici dell’Islam, scrittori e disegnatori satirici, giovani che si divertono e soprattutto ebrei. Disperati i gruppi delle periferie da cui escono. E disperati, disperatissimi i “palestinesi”, che, poverini, ormai stanno perdendo la speranza coltivata per decenni di una pace e di un loro stato che viva tranquillo a fianco dell’aggressivo e -naturalmente- colonialista Israele. Non solo loro sono disperati, ma noi siamo colpevoli di questa diperazione. Non facciamo abbastanza per accoglierli, non aboliamo abbastanza della nostra cultura per non offenderli, non eliminiamo abbastanza simboli religiosi e artistici per non irritarli, non rinunciamo abbastanza alla nostra libertà di pensiero e di espressione per non scandalizzarli, non diamo loro abbastanza soldi, abbastanza case, abbastanza solidarietà. Per non parlare del passato in cui abbiamo invaso le loro colonie: erano COLONIE degli arabi che venivano dalla penisola araba il Maghreb e l’Anatolia, la Mesopotamia e la Terra di Israele, com’erano state COLONIE MUSULMANE la Spagna, la Sicilia, la Grecia e i Balcani; noi abbiamo avuto il torto di liberare i loro servi cristiani ed ebrei, di portarvi un po’ di diritto e perfino di democrazia, prima che se le riprendessero con la violenza. Insomma, il terrorismo è colpa nostra. Almeno così la vedono i progressisti, che in nome di questa colpa immaginaria sono disposti a rinunciare a qualunque principio e a qualunque interesse. E anche a qualunque distinzione ideologica, per cui dai tempi di Stalin non esitano ad annoverare nel numero delle “forze progressiste” i clericofasciti musulmani.
Particolarmente disperati devono essere i “palestinesi”, che poverini vedono la conquista pacifica di Israele (è questo che vuol dire “pace” ai loro occhi), perché gli ebrei hanno preso dopo Auschwitz il brutto vizio di difendersi da chi li vuole sterminare. E dunque è giusto boicottare Israele, come fa l’Unione Europea anche se nega di farlo e si permette di dare lezioni a Israele sul non banalizzare la Shoà (1 ) anche se poi, guarda un po’, il risultato dell’innocuo provvedimento di etichettatura dei prodotti delle “colonie” ebraiche, fatto a esclusiva informazione dei consumatori, si trasforma già subito in boicottaggio ( 2). Guarda un po’, il primo luogo in cui l’Europa esprime la propria buona volontà è un grande magazzino che a suo tempo i nazisti espropriarono agli ebrei ( 3). Una assonanza storica un po’ imbarazzante. Ma non importa. Perché così si attenua la “disperazione” dei “palestinesi”, che vorrebbero tanto la pace.
Ma ne siamo sicuri? E’ uscita di recente un’intervista di Abbas in cui lui racconta come ha rifiutato la proposta di pace di Olmert nel 2008, che gli offriva il 96% di Giudea e Samaria, con scambi di territorio per compensare quel 4% che Israele si sarebbe trattenuta (le famose “colonie”); Abbas diede un’occhiata alla mappa dettagliata di Olmert, si rifiutò di siglarla, cercò di trattenerla, evidentemente per usarla come base in trattative future, e di fronte al rifiuto di Olmert se ne andò senza degnarsi mai di dargli una risposta né tentare una controfferta o una trattativa (4). Capite bene che delusione dev’essere stata per lui il fatto che non si sia fatta la pace quanto abbia ragione la sinistra a illudersi che basterebbe proporgli lo stato e il ritiro da Giudea e Samaria (5). E’ chiaro che a qualunque offerta la scena si ripeterebbe pari pari.
Dunque non sono disperati. Tutto il contrario, attaccano perché sono pieni di speranza. Basta leggere le loro interviste per capirlo. E la speranza qual è? Anche questo lo dicono chiaramente. I terroristi in Europa sperano che il nostro continente crolli, abbandoni il nostro modo di vita, si trasformi da sé in Eurabia. E’ la formula del profetico romanzo “Sottomissione” di Houellebecq o ancor più delle analisi lucide e documentate di Bat Yeor (leggete i suoi libri come “Eurabia”, “Verso il califfato universale” e altri ancora pubblicati dall’editore Lindau). Se vogliamo riassumere questa speranza, la troviamo scritta sui muri, sui cartelli delle manifestazioni, su giornali e siti web: “L’Islam dominerà il mondo”. Quanto a Israele, la speranza dei “poveri palestinesi” è altrettanto semplice: ammazzare tutti gli ebrei, o almeno “ricacciarli da dove sono venuti” e fare della “Palestina” una parte della felice Umma musulmana. Felice come la Siria, diciamo, o come la Libia. Questa è la ragione per cui continuano a uccidere, facendo il possibile per avvicinarsi a questi modelli della cultura islamica che amano tanto (6) .

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1   (http://www.jpost.com/Israel-News/Politics-And-Diplomacy/Israel-cheapens-memory-of-Holocaust-by-likening-settlement-labels-to-boycott-EU-envoy-says-434505)

2   (http://www.jpost.com/Breaking-News/Berlin-department-store-removes-Israeli-settlement-products-434817).

3   (http://www.jewishpress.com/news/nazi-stolen-berlin-store-removes-israeli-products-from-shelves/2015/11/21/).

4   (http://www.timesofisrael.com/abbas-admits-he-rejected-2008-peace-offer-from-olmert/)

5   (http://www.jpost.com/Opinion/Column-One-Who-is-being-delusional-434738)

6   (http://israelbehindthenews.com/why-the-palestinians-keep-killing/14070/

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Ugo Volli, La nostra colpa e la loro speranza, 23/11/2015

                                                                      BEIT HAARAVA

beit-ha-aravaBeit HaArava is a Jewish community located near Dead Sea and Jericho

Integrazione è l’ebreo che difende il prosciutto

Chiara Di Segni, Integrazione è l’ebreo che difende il prosciutto

Libero, 18 novembre 2015

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Gentile Filippo Facci, le scrivo riguardo il suo articolo sulla permalosità importata dagli islamici in Italia. Impeccabile e franco. Vorrei solo fare un appunto, se mi permette. Io sono ebrea, e come tutti gli ebrei italiani sono andata nelle scuole pubbliche, in quelle cattoliche, ho mangiato l’orrida pasta al sugo di pomodoro e i bastoncini di pesce con le scagliette di ghiaccio che si alternano al pangrattato bruciato, il pollo asciutto e insapore, la metà di un’arancia aspra e così via, come immagino anche lei.
Nella mia famiglia si mangiava il maiale quindi non ho mai avuto problemi, ma nelle case dei miei amici di religione ebraica che mangiavano casher, a nessun genitore è mai balenata l’idea di imporre le proprie scelte alimentari agli altri alunni, o ancora peggio al sistema scolastico, emanazione dello Stato. Nessuno si è mai permesso di fare richieste che andassero oltre l’ora di religione alternativa o la possibilità individuale dell’alunno di rispettare i precetti del sabato o delle feste comandate. Se non andava bene il cibo della mensa la mamma preparava il famoso panino al tonno e la questione era risolta. Abbiamo sempre osservato con piacere e stupore le opere d’arte raffiguranti il Cristo, Mosè e la Vergine nelle ore di storia dell’arte, nei musei, nelle chiese, l’arte era arte e se nel rinascimento erano i papi a finanziarla i soggetti erano soggetti cristiani, se la finanziava Napoleone erano scene di battaglia, cavalli bianchi e spade.
Nessuno si è mai posto la questione del contenuto delle gite, anzi, le confesso che a Roma essendo stati nel ghetto per secoli le famiglie non vedevano l’ora della nostra emancipazione culturale, ci facevano studiare il triplo, volevano che recuperassimo quella dimensione umanistica che fino alla fine dell’ottocento agli ebrei romani era preclusa perché eravamo realmente ai margini. A Torino, a Mantova, a Milano c’erano già gli avvocati, i notabili, i generali, ma noi ebrei romani vendevamo stracci. Il crocifisso era alla pareti delle nostre classi e delle sale parto in cui siamo venuti al mondo. Quando si vive per due millenni in un’area geografica che poi diventa uno Stato a maggioranza cattolica, cristiana, bisogna rispettarne il sentire. Bisogna saper convivere e sentirsi parte integrante del tessuto sociale, aiutarne la coesione, arricchirlo con i propri membri migliori. Gli ebrei nei millenni non avevano uno Stato, oggi che Israele c’è chi ha voglia di vivere una vita da ebreo in condizione di osservare i precetti al 100% ha anche l’alternativa di vivere in uno stato ebraico dove l’ebraismo è la religione della maggioranza, se non vuole il maiale nel piatto del vicino a scuola o alla mensa aziendale.
Così forse dovrebbe essere per coloro che, tra i musulmani, non si sentono a loro agio con le nostre abitudini e con Chagall. Faccio fatica a immaginare che i valorosi ebrei italiani nelle guerre risorgimentali (tra cui il mio trisavolo Leonello Foà) o nella Prima Guerra Mondiale chiedessero il rancio su misura. Sempre liberi ovviamente, come scelta individuale, di mangiarsi del pane con una cipolla al posto del maiale. Lo stesso concetto si adatta ai valorosi poliziotti musulmani che difendono la vita dei francesi e si portano il panino da casa, perché essere osservanti, occidentali, e leali alla società in cui si vive è possibile, e molti cittadini europei di religione islamica lo dimostrano ogni giorno. In poche parole la sensibilità degli ebrei non è mai stata urtata dallo stile di vita e dai valori fondanti di una società giudaico-cristiana dove la libertà di far scelte individuali non è mai messa in discussione, fino a quando non danneggia la libertà dell’altro. La convivenza è fondata sulla sensibilità e garantita dalle leggi.
Gli ebrei appartengono all’occidente e sono vertebra inseparabile di quella spina dorsale che speriamo l’occidente tenga dritta in questa epoca in cui combattiamo per la nostra stessa sopravvivenza. Per la sopravvivenza del prosciutto nelle mense scolastiche, del Cristo di Chagall, delle bellezze in bikini, della goduria di un prosecco d’estate, in armonia con i nuovi italiani che saranno liberi di far le loro scelte individuali ma mai di imporle all’altro perché quel Cristo, quella michetta al prosciutto, quel bikini e quel prosecco li impugneremo al posto dei kalashnikov contro i loro cattivi maestri e i loro ragazzini arroganti.

Chiara Di Segni, Integrazione è l’ebreo che difende il prosciutto, 18 novembre 2015

Bellissimo articolo, come si fa a non leggerlo?

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                                                                 KOKHAV YAAKOV

kohav-yaakov

Kokhav Yaakov is a Jewish community located in the Binyamin region with a population of 380 families.

The village was founded in 1984.

 

L’UE è ancora una volta contro Israele

 Il Foglio, L’UE è ancora una volta contro Israele, 12 novembre 2015

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Dopo tre anni di esitazioni, la Commissione europea ieri ha ceduto alla lobby anti Israele e ai boicottatori anti- semiti adottando una “nota interpretativa” per imporre l’etichettatura di alcuni prodotti importati nell’Unione europea dagli insediamenti israeliani. Da oggi il “made in Israel” non potrà più essere usato per i prodotti agricoli e i cosmetici che vengono da fuori i confini del 1967: i coltivatori e gli industriali israeliani che operano in Cisgiordania dovranno appiccicare la dicitura “insediamenti” sulle merci vendute nell’Ue. Se non lo faranno, toccherà a supermercati o negozi europei farlo, quando la Commissione ha sufficienti informazioni sulla provenienza.
L’esecutivo comunitario si è difeso spiegando che si tratta di una questione “tecnica”. Ma la mossa ha un profondo significato politico in un’Ue sempre più tentata dalla politica unilaterale del riconoscimento della Palestina. Il premier israeliano Netanyahu ha detto che l’Ue dovrebbe “vergognarsi” per la “discriminazione” che punisce “la parte che è sotto attacco del terrorismo”. Il Marocco non è costretto a etichettare il pesce “Sahara occidentale”. Il “made in Taiwan” non è stato cancellato dalla politica di “una sola Cina”. Le merci di Cipro nord, occupata dalla Turchia, sono una questione interna per l’Ue.                                                                                                                Paradossalmente, le vittime collaterali rischiano di essere i palestinesi. La decisione riguarda uva, datteri, vino, miele, olio d’oliva e cosmetici per un valore di 50 milioni di dollari: una goccia nel mare dei 30 miliardi di dollari di scambi tra Israele e l’Ue, ma una fonte di reddito significativa per i palestinesi che lavorano nelle aziende agricole della Cisgiordania.

Il Foglio, L’UE è ancora una volta contro Israele

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                                                                    BEIT HAGAI

        beit-hagay

Beit Hagai is a Jewish community located near Hevron with a population of 70 families.

The village was founded in 1984.

 

Quel marchio europeo che offende Israele

Pierluigi Battista, Quel marchio europeo che offende  Israele

Il Corriere della Sera, 12 novembre 2015

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L’ Unione Europea tace sulle dittature. Non dice una parola, da sempre, sui regimi tirannici con cui intrecciare soddisfacenti rapporti economici. Plaude alle mediazioni, ma mica per spirito di pace, solo per convenienza. Figurarsi se l’Unione Europea, politicamente una nullità nelle grandi questioni che insanguinano il mondo, emette un solo fiato di indignazione, per dire, sui rapporti con la Cina che occupa il Tibet e manda in galera i dissidenti. O sull’Arabia Saudita, con cui si stabiliscono buoni rapporti mentre ancora si pratica la lapidazione delle adultere e si legalizza lo stupro delle bambine che vengono costrette a sposarsi, vendute dalle famiglie. Silenzio assoluto, omertà, come sempre.
Poi, quando compare la parola «Israele», l’Unione Europea si risveglia dal suo torpore e decide di marchiare i prodotti dello Stato ebraico sfornati dalle officine e dai capannoni dei territori sotto controllo dell’Autorità nazionale palestinese. Qui l’Europa, dimentica del passato atroce in cui i negozi degli ebrei venivano perseguitati e le merci degli ebrei confiscate o boicottate, decide di dare una mano alla campagna che i regimi autoritari del Medio Oriente imbastiscono contro l’unica democrazia di quell’area, cioè lo Stato di Israele.
Il fatto che esistano fabbriche israeliane situate (anche) in Cisgiordania dove operano lavoratori palestinesi liberamente assunti e con contratti regolari di lavoro non dovrebbe essere uno scandalo nel mondo globalizzato.   Non c’è nessuna ragione economica per «marchiare» dei prodotti. C’è solo una ragione politica: il boicottaggio sistematico di Israele, delle merci israeliane, degli studiosi israeliani (da parte delle Università europee). Esistono nel mondo un’infinità di territori contesi. Ma esiste solo un caso in cui le istituzioni del mondo diventano fiscali: quando c’è di mezzo Israele. È il solito trattamento speciale. La solita tentazione del boicottaggio. La decisione europea scredita l’idea di Europa. Una decisione sconcertante. Sarebbe saggio ritirarla.

Pierluigi Battista, Quel marchio europeo che offende Israele

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                                                                                            KEDUMIM

kdumim

Kedumim is a town  located in the Judea and Samaria with a population of 3500 people.

The town was founded in 1975.

Non è tempo per piangere in Israele

Dario Sanchez, Non è tempo per piangere in Israele

Informazione Corretta, 7 novembre 2015

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Come tutti sanno, ottobre non è stato esattamente un mese facile per Israele. La tempesta di violenza, lacrime e sangue con cui il terrorismo palestinese ha scosso le nostre vite e la calma delle nostre strade, anche se in questi giorni appare attenuata, è ancora al di là dal finire, e sono in tanti a interrogarsi su quali potrebbero essere gli sviluppi della catena di eventi che a più riprese è stata definita come l’intifada dei coltelli. Ampio spazio è stato dato a questo o a quell’attentato, e non sono mai mancati gli elenchi con i nomi delle vittime e degli aggressori.
Ciò che è mancato, colpevolmente, è stato il racconto della reazione per lo più composta e dignitosa di cui più volte ha dato prova la popolazione israeliana in queste settimane di dolore e tensione. In particolare, a mostrare coraggio e nervi saldi sono stati i nostri giovani, impegnati a migliaia nella leva obbligatoria o come riservisti in tutte le zone calde dove la convivenza tra ebrei e musulmani è messa ogni minuto a rischio dai fanatici al soldo degli imam estremisti e dai burocrati dell’”Angelo della Pace” di Ramallah.
Voglio colmare questo vuoto, per raccontarvi che cosa significa vivere a diciotto, diciannove, venti, venticinque anni in un Paese che affronta periodicamente fin dal primo giorno della sua nascita lunghi periodi in cui la sua stessa esistenza è seriamente messa in discussione. In Israele si impara presto che la più alta forma di resistenza al terrore è la strenua difesa della quotidianità. E se è vero come è vero che il terrorismo è riuscito momentaneamente a cambiare alcune delle nostre abitudini – ad esempio per ovvi motivi di prudenza è ancora impossibile a Gerusalemme vedere per strada o su un autobus un ragazzo ascoltare musica o tenere lo sguardo sullo schermo del proprio smartphone – è altrettanto vero che nessun liceo, università, discoteca, pub, ristorante ha abbassato nemmeno per un istante le saracinesche o cambiato orari e programmi: a disertare questi spazi non sono stati tanto gli israeliani, ma, purtroppo, molti turisti.
Persino i membri di quelle ONG “ostili” e quei giornalisti che di tanto in tanto si affacciavano dai balconi dei loro alberghi nella speranza di vedere le vie di Gerusalemme, di Beer Sheva e Tel Aviv deserte hanno dovuto prendere mestamente atto che nemmeno per un momento la nostra voglia di vivere le nostre giornate e gli spazi delle nostre città non è stata soffocata sotto la cappa del terrorismo, ma è anzi diventata il simbolo della nostra ostinazione e della nostra resistenza alla violenza.
Un esempio per tutti: a Gerusalemme, nel periodo in cui le aggressioni coi coltelli e gli investimenti erano purtroppo quotidiani, si è svolta una conferenza internazionale che ha portato nella nostra capitale centinaia di giovani studenti e laureati in ingegneria aerospaziale provenienti dai cinque continenti. Tra di loro c’era anche un vivace gruppo di italiani, incontrati casualmente in strada e con i quali ho avuto modo di passare alcune piacevoli serate in Città Vecchia e nella downtown in zona ovest: non c’è stato un solo attimo in cui si siano sentiti in pericolo, grazie ai nostri coetanei in divisa che vigilavano sulla nostra sicurezza.
Non c’è tempo per piangere, in Israele. Talvolta nemmeno nell’intimità della notte. Ogni ferito e ogni vittima al contrario esige da parte nostra uno sforzo ancora maggiore a continuare sulla strada del sogno iniziato quel lontano 1948. Raccogliere i cocci, e pedalare… magari su una delle migliaia di biciclette di ogni tipo, colore e dimensione che affollano tutte le città del Paese. Un aspetto importante e per niente secondario da considerare è che in nessun momento, nonostante le ingenti misure di sicurezza e i blocchi che momentaneamente sono stati innalzati in alcune zone di Gerusalemme – e in gran parte già smantellati – mai la libertà di movimento di persone e merci da e verso i territori palestinesi è stata in alcun modo compromessa. Sono migliaia gli arabi dotati di regolare permessi di passaggio che dall’inizio della crisi sono regolarmente entrati in Israele senza intoppi per studiare e lavorare, e la convivenza pacifica in tutti quei locali e quelle aziende che vedono lavorare fianco a fianco israeliani e palestinesi non è mai venuta meno, e nemmeno a dispetto dei pronostici e delle preoccupazioni degli odiatori di Israele la sicurezza e la tranquillità degli arabi israeliani e di quel 20% degli studenti delle università di religione musulmana.
Ciò che è morta ancora una volta sotto i fendenti del terrorismo degli islamisti e dei nazionalisti palestinesi – da sempre la vera ferita che periodicamente si apre e riprende a sanguinare – è la speranza di noi israeliani di poter trovare un giorno un interlocutore credibile nella controparte per poter arrivare a una vera pace. In particolare a costituire un trauma è il gran numero di aggressioni compiute non da “palestinesi “ ma da arabi israeliani apparentemente integrati nel tessuto del nostro Paese, dove hanno ricevuto pari opportunità, tutela e istruzione, però eletto a male assoluto da attaccare e distruggere. Siamo diventati, mi duole dirlo, più diffidenti. E’ inevitabile quando il vicino di casa che fino al giorno prima era tranquillo e apparentemente cordiale, un giorno nel nome di Al Aqsa e di Allah decide che il tuo destino è quello di morire, solo perchè sei un ebreo che è nato o ha deciso di vivere nella sua stessa terra. La nostra vera vulnerabilità è questa sensazione orrenda e costante di avere anche questo nemico “interno” che ci vuole vedere morti, nonostante condivida con noi praticamente tutto e non si fa mancare nessuno dei diritti che gli derivano dall’avere la cittadinanza israeliana.
E’ un paradosso, ma in Israele – un Paese “giovane” e che proprio per questo dà grande spazio ai giovani e investe tantissimo in istruzione e innovazione – è proprio sul tema della sicurezza e della costruzione di un futuro di pace con i nostri vicini che noi ragazzi ci sentiamo al momento impotenti. Contribuiamo ogni giorno in ogni campo – dalla difesa alla ricerca scientifica – al progresso del nostro Paese e in prospettiva di tutta l’umanità come pochi altri giovani hanno possibilità di fare nel mondo : creiamo start-up e imprese di successo, combattiamo malattie devastanti e la fame, lanciamo satelliti in orbita che contribuiranno a tirare fuori l’Africa dall’analfabetismo digitale ma ogni volta che proponiamo una soluzione al conflitto che ci vede contrapposti agli arabi palestinesi troviamo dall’altra parte un muro fatto di odio e bugie. Sono in molti, ormai, ad essersi rassegnati a un inevitabile e tragico momento in cui un ennesimo conflitto totale e su larga scala non sarà più rinviabile.
Israele è un Paese che per sopravvivere e prosperare chiede a noi che siamo i suoi giovani un prezzo altissimo: vivere ogni giorno come se fosse l’ultimo e al tempo stesso come se non si dovesse morire mai, difendendo con le unghie e con i denti quei piccoli e grandi riti che fanno quella cosa preziosissima chiamata quotidianità . Fare due o tre anni di servizio militare stanca. Sapere che per difendere la tua casa, la tua terra e la tua libertà sarai costretto a rimanere riservista fino ai cinquant’anni, in ogni momento di necessità richiamato sotto le armi, stanca. Ci vuole davvero tanta determinazione e un grande senso di appartenenza a questo popolo di ostinati unito a un amore incondizionato e sconfinato per questo piccolo fazzoletto di terra per rimanere piantati come alberi alle pendici di questo vulcano in continua eruzione . Credetemi, è davvero una gran fatica restare giovani tutta la vita per potersi permettere il lusso di invecchiare.

Dario Sanchez, Non è il momento per piangere in Israele

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                                                                ESHKOLOT

eshkolot

Eshkolot is a Jewish community located in the Hebron Hills with a population of 60 families.

The village was founded in 1991.

Perché il regime iraniano ha paura delle donne

Shirin Ebadi – Narges Mohammadi, Perché il regime iraniano ha paura delle donne

La Repubblica, 4 novembre 2015

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Sono anni che le donne iraniane stanno cercando di ottenere pari diritti pagando un prezzo molto alto. Ma il regime al potere ha sempre temporeggiato nel riconoscere uguali diritti per le donne e alcune istituzioni e autorità hanno persino difeso esplicitamente le proprie posizioni discriminatorie contro le donne presentando diverse giustificazioni. Il regime iraniano non considera i diritti delle donne pari a quelli degli uomini e, nel giustificare le proprie politiche discriminatorie, ritiene che le donne siano incapaci e prive delle necessarie competenze.
Ad esempio, secondo il codice penale islamico approvato dopo la Rivoluzione del 1979, la vita di una donna vale la metà della vita di un uomo. Ciò significa che se un fratello ed una sorella sono vittime di un’aggressione o di un incidente stradale, il risarcimento pagato all’uomo è il doppio di quello pagato alla donna. In tribunale la testimonianza di due donne vale come quella di un uomo. Un uomo può avere contemporaneamente quattro mogli. E molte altre leggi discriminatorie. Porre limiti alle donne nello scegliere gli studi accademici, non riconoscere le donne all’altezza di fare il magistrato, negare l’idoneità a quelle che intendono candidarsi per le presidenziali, e altri casi ancora, vengono motivati con la scusa dell’incapacità e della fragilità fisica e mentale delle donne.
Ora, in un sistema dove alla donna viene negata la parità di diritti per la sua presunta incapacità, arretratezza ed inferiorità, vediamo il punto di vista del regime nell’applicare le sanzioni penali: considera le donne fisicamente e mentalmente inferiori o no? In un sistema giuridico dove la donna è inferiore all’uomo, le sue responsabilità sono invece maggiori. Secondo il codice penale islamico, l’età della responsabilità penale per le femmine è 9 anni, per i maschi 15 anni. La responsabilità penale delle ragazze comincia 6 anni prima di quella dei maschi e esse devono affrontare le punizioni come un adulto. Nei tribunali le donne sono trattate con maggiore severità. I processi e le pene pesanti inflitte alle donne attiviste socio- politiche rivelano la politica di “due pesi e due misure” applicata a danno delle donne. I tribunali iraniani, nell’infliggere pene severe alle attiviste socio- politiche, non soltanto non considerano le donne più fragili fisicamente e mentalmente rispetto ai loro compagni attivisti maschi, ma talvolta le condannano a pene più pesanti e di solito hanno un atteggiamento discriminatorio nel creare condizioni carcerarie più pesanti e insopportabili.
Ad esempio, Zeinab Jalalian, una ragazza che ora si trova in carcere, era stata condannata all’ergastolo per aver sostenuto un gruppo di curdi indipendentisti. Bahareh Hedayat è un altro esempio: rappresentante degli studenti, arrestata durante la prima settimana della sua luna di miele, è stata condannata a sei anni di reclusione in un processo iniquo e, dopo aver scontato la pena, il tribunale ha emesso un’altra sentenza in base alla quale deve rimanere in carcere altri due anni. Sono numerosi gli esempi come questi. Ma qual è il motivo di tale accanimento e oppressione contro le donne in Iran? Secondo il regime, la politica in Iran è un campo maschile, che comunque ha limiti stabiliti anche per gli uomini; trasgredire tali limiti è punibile.
L’ingresso delle donne nella vita pubblica e politica non è soltanto considerato come una sfida al potere, ma viene specificamente considerato come una sfida all’ideologia patriarcale del sistema islamico. Quindi si può dire che, secondo il regime, la donna attiva nella sfera sociale e politica commette due reati. Il primo è trascurare i doveri di madre e moglie, suo ruolo principale, entrando nella sfera pubblica e, per giunta, criticando il regime. Il secondo è che, criticando il potere e il regime, trasgredisce e supera i limiti stabiliti e quindi merita la punizione più severa.
Le donne iraniane sono unite nella lotta contro le leggi discriminatorie originate dalla cultura patriarcale. Attualmente più di cinquanta donne si trovano in carcere per aver protestato pacificamente e le donne fuori dal carcere le sostengono e lottano per creare un mondo migliore per tutti, donne e uomini. Il regime sa bene che la vittoria delle donne getta le basi per la democrazia in Iran e per questo motivo cerca di reprimerle e di metterle a tacere. Il regime è così severo contro le attiviste e cerca di reprimerle perché il movimento femminista è riuscito ad entrare anche nelle case dei fondamentalisti al potere, i quali sanno che la vittoria delle donne comporterà grandi cambiamenti sulla scena politica e sociale del Paese.

Shirin Ebadi-Narges Mohammadi, Perché il regime iraniano ha paura delle donne

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                                                                        GIVON HAHADASHA

givon-ha-hadashaGivon HaHadasha is a Jewish community located in the Judea and Samaria Area with a population of 11200 people.

The village was founded in 1983.

Proteggere i palestinesi per lasciare che accoltellino gli israeliani

Bat Ye’or, Proteggere i palestinesi per lasciare che accoltellino gli israeliani

Informazione Corretta, 2 novembre 2015

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E’ la nuova moda adottata dagli assassini, quella di colpire alle spalle i passanti, le donne, i bambini, i civili disarmati, negli autobus, tra la folla, nelle strade, ovunque. Pur di uccidere. Non c’è dubbio che questa moda attirerà molti adepti, come quelle dei dirottamenti aerei, dei massacri, della cattura di ostaggi, del terrorismo internazionale – anche queste mode furono iniziate dai palestinesi – che l’Europa chiama “resistenza” quando le vittime sono israeliane o ebrei, e “terrorismo” per tutte le altre vittime. Oggi questo modello brevettato dai palestinesi si è diffuso su tutto il pianeta. Io lo chiamo jihadismo, perché i massacri e il terrorismo costituiscono da ben 13 secoli le strategie del jihad. L’Europa dovrebbe saperlo, perché non ha mai smesso di subirne gli attacchi per terra e per mare, ma la verità è che ha decretato che è Israele il pericolo (un po’ come i nazisti che dichiaravano che gli ebrei erano una grande minaccia pur di avere il pretesto per sterminarli) e ha scelto di abbandonarsi ad un’amnesia di amorosa beatitudine pro-palestinese innaffiata dai petrodollari. Non sorprende che la posizione di Abbas si affianchi a quella della Francia.
Arafat, una creatura della Francia, gli ha consentito di mantenere aperto il conflitto, di opporsi a qualsiasi pace separata, a qualsiasi soluzione che avrebbe compromesso l’eliminazione di Israele dopo averla ridotta ad un piccolo territorio impossibilitato a difendersi. Spietata nel cancellare poco per volta interi capitoli della sua storia, i suoi monumenti, le sue terre, la Francia ora cerca di schiacciare sotto l’infamia quel popolo ostinato, uscito vincitore dalla Shoah e dalla dhimmitudine. Gli stessi cristiani del Libano sono stati sacrificati per questo scopo. Mahmoud Abbas evoca 70 anni di sofferenze, di ingiustizie e di occupazione… Si capisce, il suo popolo è frustrato nel vedere la libertà che hanno gli israeliani! E’ che lui pensa con nostalgia ai tredici secoli di dhimmitudine degli indigeni ebrei e cristiani, vittime del jihad, di espropri fatti dagl’invasori arabi, di donne e bambine stuprate e rapite nel corso dei secoli, come ora fa Boko Haram, di schiave sottomesse alla violenza sessuale, dei riscatti e dell’ estorsione fiscale, di schiavitù, dei periodici massacri e saccheggi, di leggi discriminatorie, di espulsioni da città e villaggi, di segni distintivi per i dhimmi, dei loro luoghi di culto islamizzati, razziati e distrutti, della distruzione della loro cultura (come fa ora lo Stato Islamico), fatti della cronaca quotidiana della dhimmitudine nei territori islamizzati. Mahmoud Abbas crede che la Bibbia sia una storia manipolata, che non ci sono mai stati degli ebrei in Palestina, che questo paese si chiamerà sempre Palestina, una terra musulmana fin dall’origine dei tempi, in una storia dell’uomo che ha inizio con l’Islam, perché prima dell’Islam la storia non esiste. Non c’è mai stato un Tempio ebraico a Gerusalemme, ma soltanto moschee, Gesù andava a pregare in moschea. Gli ebrei sono dei saccheggiatori della storia, della storia musulmana.
L’Europa ne è così convinta che ha votato per l’islamizzazione dei luoghi sacri per l’ebraismo, e ha accettato così che il Monte del Tempio diventasse la spianata delle moschee. Abbas reclama un ritorno ai tempi della dhimmitudine di cui Siria, Libia, Afghanistan e Yemen sono i prototipi. Quello era il bel tempo in cui ebrei e cristiani rasentando i muri, gli occhi bassi, cedevano il passo ai musulmani, disarmati perché non avevano il diritto di difendersi …il tempo della tolleranza sotto la shari’a, del vivere insieme in armonia e in pace sotto l’Islam. Abbas chiede all’ONU di restituirgli questi privilegi. Che si rassicuri, avrà dietro di sè tutta l’Europa che rispetta i diritti dell’uomo, eccetto quelli degli israeliani.
Ma questi sono uomini? L’Europa esita tra coloni e scimmie, coloni in ogni caso! Chissà, potrebbe essere proprio lei ad aver suggerito questa mossa ad Abbas? Certamente l’Europa continuerà a pagare miliardi alle sue ONG allo scopo di diffondere l’odio verso Israele. A maggior ragione ora che tutto il mondo ne è informato. Grazie alle rivelazioni di ONG MONITOR, sappiamo degl’importi enormi di denaro versati da ogni Stato, dalle chiese, dalle fondazioni e dall’Unione Europea così come delle ONG beneficiarie per fare propaganda anti-Israele. Bisogna finirla con Israele, perché le centinaia di migliaia di immigranti musulmani che accorrono in Europa, accolti a braccia aperte con tenera sollecitudine, avranno bisogno di questi fondi per i loro nuovi insediamenti …

Bat Ye’or, Proteggere i palestinesi per lasciare che accoltellino gli israeliani

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                                              TELEM

telem
Telem is a Jewish community located to the west of Kiryat Arba with a population of 200 people.

The village was founded in 1982.