Blacklist di ebrei sul web, la Procura indaga

Francesca Paci, Blacklist di ebrei sul web, la Procura apre un’inchiesta
La Stampa, 18 dicembre 2015
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Da almeno quattro anni circola in Rete l’agghiacciante «Lista degli ebrei influenti italiani, il monopolio ebraico nei mass media in Italia». Un elenco di nomi e ruoli di intellettuali, imprenditori, giornalisti: quelli che secondo l’antisemitismo militante controllerebbero il Paese. Diffuso per la prima volta nel 2011 dal Radio Islam – sito di un gruppo paranoico fascio-integralista attivo da una trentina d’anni – il documento era stato già segnalato, ma ha continuato a vivere nei bassifondi di internet tornando a galla ciclicamente con la sempre sorprendente adattabilità dei pregiudizi immortali. Lo stile è quello delle blacklist dell’odio antisemita moltiplicate online da forum neonazisti come Stormfront, fondato da un ex del Ku Klux Klan, e il tono ricalca la narrativa delirante del suprematismo bianco, la messa all’indice di immigrati, gay, ebrei.

Allora Gad Lerner, che nella lista veniva definito «Faccia da eliminare», rispose descrivendo la miseria intellettuale e morale degli autori, nascosti come sempre dietro l’anonimato: «Non chiederò la scorta, per simili imbecilli». Ma nell’era del digitale in cui, come confermano i big data, le bugie e le teorie cospirative prosperano, il veleno non perde il suo potere con una pozione di buon senso. Internet trabocca dietrologia, razzismo, antisemitismo e anti-islamismo (non solo, ovviamente e per fortuna). All’indomani degli attentati del 13 novembre a Parigi c’era già chi si produceva in folli spiegazioni sulle origini ebraiche (vere o presunte, come sempre) dei proprietari del Bataclan e su come proprio quella sera non ci fossero ebrei al concerto. Come dopo l’11 settembre 2001, con le teorie sugli aerei mai caduti sul Pentagono affiancati dalla antica storia degli ebrei avvertiti in anticipo dell’attentato e rimasti a casa.

E’ dai tempi dei Protocolli dei Savi di Sion, falso prodotto dalla polizia zarista assurdamente ancora in vendita nelle librerie delle capitali arabe, che l’ebreo viene additato come “l’altro”, capro espiatorio ideale per distogliere l’attenzione da qualsiasi crisi.

In un clima simile, con il primo invasato che prende il coltello e s’intitola vendicatore Isis, la Procura di Roma ha aperto un fascicolo contro ignoti ipotizzando il reato di minaccia e diffamazione con l’aggravante dell’odio razziale: la Polizia postale potrebbe anche decidere di oscurare il sito. All’ennesima riproposta dell’elenco di Radio Islam sono intervenute anche Fnsi e Usigrai denunciando la lista come iniziativa vergognosa e indegna di un paese democratico.
Per fortuna, va detto, sui social network si sono moltiplicati commenti indignati, disgustati. Ieri sera era difficile accedere al sito: che venga o meno oscurato, i pregiudizi razziali hanno vita eterna nella websfera.

Francesca Paci, Blacklist di ebrei sul web, la Procura indaga

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                                                            MAALE EFRAYIM

maale-efraimMaale Efrayim is a town (local council) located in the Judea and Samaria Area of Israel with a population of 1400 people.

The town was founded in 1978.

Il caos è la nuova missione dei combattenti

Domenico Quirico, Il caos è la nuova missione dei combattenti
La Stampa, 15 novembre 2015
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Nella sera di Parigi, in Europa: ecco, improvviso e annientatore come una folgore, fa la sua apparizione il nuovo terrorista della generazione di Abu Bakr, califfo nero, quello che combatte la terza guerra mondiale in cui l’islam dovrebbe trionfare. È il figlio della guerra totalitaria islamica che ha reso la morte un mestiere e i soldati del califfato lavoratori a cottimo della morte, rodati dalla quotidianità sanguinaria. I devoti al fucile mitragliatore, forza del «vero credente». A qualcuno era già accaduto di incontrarli in Siria, in Iraq, in Libia. Ma era la loro identità, brandelli di parole, minuscoli come i brevi colpi di arma da fuoco che usano per uccidere lasciandosi dietro un festone di corpi allungati o appallottolati. Il jihad come modo di vivere e di stare al mondo, un dovere militare forse più che un dovere religioso: la chance, in fondo, la carta da giocare.
In attesa che le scuole del califfato licenzino e mandino in trincea i bambini addestrati alla morte che dovranno prolungare, generazione dopo generazione, la ricostruzione del califfato universale fino a quando l’ultimo miscredente avrà ceduto, questi sono sopravvissuti agli anni della mischia siriana, veterani della Libia, la legione del Sahel, dell’Afghanistan, della Cecenia crudele, i reggimenti arruolati nell’islam europeo. La loro vita non dà spazio a sentimenti, alla venerazione neppure della propria grandezza omicida. Ogni sofisticazione dell’atto viene calpestata e triturata, ogni delicatezza incenerita dalla brutalità di ciò che compiono. Non sono più i terroristi dello sceicco Osama, borghesi musulmani con un doppio tenebroso, o postini di trappole esplosive, di artigianali congegni infernali da depositare in metro, ferrovie, luoghi pubblici: uomini a doppio, triplo fondo, animati dal desiderio perduto di appartenere, disposti alla comunione che anche il delitto regala, un divenire autodidatta di asociali. Questi no. Sono già il frutto terribile della Grande Semplificazione. Non reclute frettolose, prodotti del Tempo islamista. Terrore e fratellanza. Fratellanzaterrore. Calore infetto, felicità della comunità trovata, finalmente. Un tempo dilatato, quasi immobile come quello della guerra. Amnesia? Lavaggio del cervello?
Strumenti antichi
Usano tutti i mezzi antichi, ma sono in grado di connetterli l’uno all’altro, ricomporli in una strategia complessiva, trasformare l’atto singolo in attacco militare, incursione sanguinaria. Scuola della guerra santa e accademia del crimine; l’uso del kalashnikov, le tecniche del corpo a corpo, l’arte di sgozzare secondo le regole e le esplosioni a distanza, certo. Ma anche l’arte della informazione e della disinformazione. L’infiltrazione in zone «infedeli». Il terrorista-guerriero di Abu Bakr è un recipiente in continua evoluzione, di tutto ciò che è stato fatto pensato e realizzato prima di lui. È anche l’erede di tutti i desideri che hanno spinto gli altri, animati da una energia inarrestabile e dalle tetre ingiunzioni che li muovono, verso obbiettivi di morte. Data e subita. Ricapitolano la storia del terrorismo: la bomba artigianale, l’uomo che si fa lui stesso ordigno, la presa di ostaggi, l’assalto con il kalashnikov in pugno. Tutto questo ha un sapore di morte e nel fondo dell’angoscia, emerge il trionfo di chi ha eluso strane leggi, ferocie nascoste. Ogni atto, ogni gesto di questo nuovo combattente può essere un delitto, e portare come punizione la morte, ogni istinto lo sprofonda ancor più nel fondo.
Nessuna alternativa.
Se il califfato totalitario ha gradi attrattive per lui fino a spingerlo a uccidere, ciò avviene perché ha prodotto la guerra, perché sente che essa è l’unica forza al mondo capace di generare il grande caos, forse uno stato finale di caos, oppure uno stato di trionfo islamico nel quale i combattenti che vivono per trascendere le proprie limitazioni in orge di auto affermazioni, calpesteranno il mondo. Dice la dottrina: il martirio è valido solo se è stato, insieme, ardentemente desiderato e disperatamente scongiurato, non bisogna pretendere di essere gli autori di una decisione che spetta solo a Dio. Eppure… «Dio mio, perché tardi ad accogliermi?».
Scontro necessario
La società in cui questa generazione totalitaria è alla ricerca continua, non si può attuare se non nella guerra. La guerra è la relazione con gli altri esseri umani che le è più naturale. La colloca nella giusta, appassionata relazione dell’odio e dell’amore con i suoi simili, e gli permette di sperimentare il senso della propria esistenza al più alto grado possibile di intensità. Nel jihad è in grado di far la parte del diavolo e nello stesso tempo sentire che combatte contro il diavolo, gli apostati, i tiepidi gli infedeli. Un capo del jihad siriano quando gli dissi che per me la guerra era terribile, replicò con una terribile risata, più minacciosa che allegra, rabbiosa: «Questo per me, per noi è un fatto senza alcun significato. Augurarsi di fare a meno della guerra sarebbe esattamente come desiderare di fare a meno di donne che partoriscano bambini. Anche questo è terribile, ogni cosa vivente è terribile… Dio è volere e il volere ama dio. Il mio dio è un dio dei forti….». Negli uomini prodotto delle «basi-nere», dei kolchoz integralisti in territorio nemico, in questi fourieristi assassini, è stata distrutta per sempre l’idea che si debba scegliere tra bene e male, ogni volta. Non si ha diritto ad avere ancora una memoria, il passato è peccato, la memoria vergogna. Sono stati trascinati, una generazione intera di combattenti, in una dannazione fisica e morale, col costringerli ad essere veramente malvagi e col travolgerli in azioni totalmente empie.
Domenico Quirico, 15 novembre 2015

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                                       KYRIAT ARBA

kiriat-arba

Kiryat Arba is a town (local council) located in the Judea and Samaria Area of Israel with a population of 7300 people.

The town was founded in 1972.

L’Europa sul lettino: serve un’Agenzia per curarne la psicologia

Manfred Gerstenfeld, L’Europa sul lettino: serve una Agenzia per curarne la psicologia
Informazione Corretta, 2 dicembre 2015
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Data la grande confusione che vige nell’Unione Europea, sarà opportuno che il parlamento europeo crei un nuovo dipartimento: l’Agenzia Psicologica Europea, ovvero EUPSYCH, con a capo una figura indipendente, a garanzia dell’interesse pubblico, per investigare le iniziative assurde e irrazionali, così come l’alta percentuale di anomalie da un punto di vista psicologico. In più la UE dovrebbe approvare una legge che richiedesse a tutti i paesi membri di nominare una propria agenzia psicologica a livello locale. L’idea può sembrare paradossale, ma diventa seria quando si esamina la reazione della UE all’influsso dei rifugiati, vista da una debita distanza. Le reazioni alla strage di Parigi hanno soltanto rafforzato il bisogno di questa Agenzia.
Per decenni la società tedesca è stata caratterizzata dalla paura, Angst, come si dice in tedesco, dovuta in parte dall’impressione che ci fosse qualcosa collegato con il carattere della nazione, dopo le atrocità commesse sotto il nazismo. Questa Angst è tornata adesso, destata dalla politica insensata delle porte aperte del governo verso i rifugiati. Un sondaggio ha rivelato lo scorso mese che l’87% della popolazione è preoccupata per la crescita dei partiti di destra. Più del 75% ha espresso ansietà per l’influenza dell’islam che sta diventando in Germania troppo forte, il numero degli atti criminali sta aumentando come il terrorismo.
In Francia i bombardamenti sullo Stato Islamico hanno alzato di molto il livello di ansia, condiviso in misura minore dai cittadini di altri paesi dell’Europa occidentale. Questa paura non è del tutto razionale. Il Movimento dello Stato Islamico non ha la forza né i mezzi per sferrare attacchi regolari di quel peso in Francia o in nessun altro paese europeo. In ogni caso, per tanto pesante e orribile per morti e feriti il pedaggio da pagare, riguarderà solo un milionesimo di tutta la popolazione francese. Malgrado ciò quel massacro ha spinto molti turisti stranieri ad annullare le loro prenotazioni. Era più logico se i turisti avessero cancellato le loro prenotazioni a Sharm el Sheikh a causa di quanto sta avvenendo nel Sinai. Gli aspetti razionali e irrazionali della paura sono il tema classico di una analisi psicologica. L’idea che siano dei paesi ad essere psicanalizzati non è nuova, era venuta alla ribalta con il tema delle restituzioni dopo la Shoah alla fine del secolo scorso, dopo anni di silenzio. Ne derivò una ricerca all’interno di molti paesi occupati dai tedeschi nella 2a guerra mondiale. Poteva essere spiegato come il desiderio da parte dei paesi coinvolti, in un periodo di relativa tranquillità alla fine del 20° secolo, di fare un inventario di quanto era stato fatto di immorale nei decenni passati. Gli psicologi portano il paziente ad osservare il proprio comportamento, in modo da iniziare a vederne l’irrazionalità. Allo stesso modo l’Europa su lettino può osservare la stranezza di molte fra le proprie azioni e tendenze con più oggettività.
Una definizione spesso citata e che porta acqua al mulino degli psicologi è quella che identifica l’Europa con un gigante economico, un nano politico e un verme militare. La inventò il politico belga Mark Eyskens circa vent’anni fa, non vale solo per le analisi politiche. Ciò che l’alimenta, in particolare la mentalità che la contraddistingue, ricade nel dominio dell’investigazione. Un aspetto ancora più urgente per una valutazione anche più psicologica è il modo in cui i leader che hanno affrontato l’attacco alla Francia con toni di grande emozione, ora se ne stanno in tribuna, incapaci di fronte a una guerra contro l’Isis. Anche questo richiede una specie di analisi che va aldilà del politico e del sociale.
Anche il tema dei valori europei dovrebbe essere analizzato. La sicurezza dei cittadini contro i diritti umani non è che uno dei temi adatti ad essere analizzati. In Francia, la necessità di avere un profilo identitario dei membri della comunità musulmana, che ospita criminali e assassini ideologicamente più pericolosi, si scontra con l’inno nazionale “libertà, fraternità, uguaglianza”. Sono gli psicologi sociali a dover esplorare l’influenza delle relazioni interpersonali nel comportamento degli europei. La Germania ha tenuto un basso profilo per molti anni insieme alla Francia nel controllo della UE. L’ex cancelliere tedesco Helmut Schmidt metteva in guardia sul risentimento europeo se la Germania avesse assunto un ruolo dominante nella UE.
Sono molti gli esempi da citare, possiamo citarne solo alcuni. Israele e gli ebrei occupano uno spazio sproporzionato a livello pubblico, anche se l’argomento si presta a molte analisi. Un esempio significativo è il fatto che più del 40% degli europei crede che Israele stia conducendo una guerra di sterminio contro i palestinesi. In Polonia il numero è persino più alto. Questa allucinazione appartiene al campo della psichiatria, andrebbe trattato come un disordine mentale, come ogni aberrazione. Andrebbero curati tutti questi europei ? Sarebbe un boom economico per l’industria farmaceutica. Ci sarebbe molto di più da scrivere su questo tema di quanto possa essere contenuto in un articolo, ma si possono ricordare alcuni momenti significatamente irrazionali per sottolineare questo tema: perché il Belgio pur essendo al corrente ha volutamente ignorato il crescere del focolaio dell’estremismo musulmano nell’area di Bruxelles ? Perché l’Olanda, su un piano diverso ma sempre irrazionale, è stata l’unica nazione che non ha chiesto scusa per il totale abbandono e successiva morte dei propri ebrei nella 2a guerra mondiale ? La Svezia è il candidato al primo posto nella graduatoria psichiatrica. Il suo Primo Ministro Olof Palme aveva paragonato Israele al Nazismo. Parecchi suoi ministri degli esteri socialdemocratici, Anna Lindh, Laila Freivalds e l’attuale Margot Wallstrom sono ossessionate dall’odio per Israele. Lo stesso si può dire del ministro degli esteri Carl Bildt del Partito Moderato. La città di Malmoe, sotto il sindaco democratico Ilmar Reepalu, è diventata la capitale europea dell’anti-semitismo. Si può solo spiegare definendo questi fenomeni come disordini mentali, non limitati soltanto ai socialdemocratici svedesi. Gli psicologi spesso rivendicano alla loro professione il merito di migliorare il mondo. L’Agenzia EUPSYCH che ho proposto gli fornirà cibo per la mente e un sacco di lavoro.
Manfred Gerstenfeld, L’Europa sul lettino: serve un’Agenzia per curarne la psicologia, (Traduzione di Angelo Pezzana)
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                                                         SHAAREI TIKVA

shaarei-tikva

Shaarei Tikva is a Jewish community located in the Samarian hills with a population of 4000 people.

The village was founded in 1983.

Il terrorismo islamico e la strategia del rospo zen

Luca Ricolfi, Il terrorismo islamico e la strategia del rospo zen
Il Sole 24 Ore, 1 dicembre 2015
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Ci sono, in natura, tre strategie fondamentali per reagire a un pericolo: l’attacco, la fuga, la simulazione della morte. La tigre attacca, la gazzella fugge, il rospo – come molti altri animali, sia vertebrati sia invertebrati – finge di essere morto. Forse non sarebbe inutile, per capire quel che ci sta succedendo, guardare a noi stessi con occhio più disincantato, come un etologo fa con gli animali, o un marziano farebbe se sbarcasse su questo nostro dilaniato pianeta. Leggendo il fiume di parole che è seguito alle stragi di Parigi, troveremmo difficile non accorgerci che la nostra reazione dominante, almeno in Italia, è quella del rospo. C’è chi lo dice in modo sofisticato e indiretto, e c’è chi lo afferma esplicitamente, ma i capisaldi della nostra reazione si condensano in un unico messaggio di fondo: non perdiamo la calma, non spaventiamoci, non rinunciamo al nostro modo di vita, non imbarchiamoci in una guerra, non cambiamo i nostri (buoni) rapporti con i musulmani, non chiudiamo le nostre frontiere, non sottraiamoci al dialogo con l’Islam, non crediamo che quella in atto sia una guerra di religione. Una sorta di versione occidentale della imperturbabilità Zen.
E’ giustificata una simile reazione ai fatti di Parigi? In un certo senso sì, perché essa non fa che registrare uno stato di impotenza. Sappiamo benissimo che i cittadini delle nostre società opulente sono, da parecchi decenni (dalla fine della guerra del Vietnam, più o meno), indisponibili a sostenere i costi umani, economici e filosofici di una vera guerra. E capiamo perfettamente che l’unica reazione alla nostra portata è quella solita: varare qualche sanzione economica, colpire i pozzi di petrolio dei terroristi, rafforzare l’intelligence, mandare sul campo tecnologie e specialisti, formare una coalizione anti-terrorismo sotto l’egida dell’Onu, sperare che altri popoli meno civilizzati di noi ci levino le castagne dal fuoco mandando i loro soldati a morire contro i guerriglieri dello stato islamico. Da questo punto di vista la strategia del rospo è perfettamente comprensibile. Se non puoi fuggire, se non puoi permetterti una vera guerra, quel che ti resta è la simulazione della morte. Che infatti, al di là dei proclami bellicosi, è la sostanza della nostra reazione.
Non c’è niente di strano, né di sbagliato, in tutto questo. Quello che è meno comprensibile, invece, è il racconto con cui accompagniamo questa reazione. Un racconto fatto di molte oneste verità, prima fra tutte la ricostruzione della catena di errori che le grandi potenze hanno commesso negli ultimi decenni, ma anche costellato di clamorose omissioni e di pericolosi fraintendimenti. Cose che un etologo o un marziano vedrebbero a occhio nudo, ma che sembrano sfuggire alla nostra sofisticata consapevolezza di interpreti di noi stessi. Che cosa vedrebbe un etologo, o uno storico dell’umanità? Intanto osserverebbe che, fra le specie animali, quella umana è l’unica i cui membri sono capaci di combattere, fino al sacrificio della vita, per entità astratte, non necessariamente di tipo religioso e non necessariamente negative (Dio, la Nazione, il Comunismo, la Democrazia, la Libertà, i Diritti umani). Da questo punto di vista il fanatismo non è una anomalia, ma una eventualità sempre all’ordine del giorno nella storia della nostra specie (leggere Yuval Harari per credere: Da animali a dei, Bompiani 2014).
Poi, forse, il nostro etologo, storico, o marziano che dir si voglia noterebbe che alcune di queste entità astratte hanno una pretesa universale, o nel senso che vengono (da chi le sposa) ritenute valide per tutta l’umanità, o nel senso che vengono ritenute meritevoli di essere imposte al resto del mondo. E’ il caso del comunismo prima degli accordi di Yalta (che sancirono la spartizione del mondo in sfere di influenza), di un paio di religioni importanti (cristianesimo e islam) ma, per certi versi, anche di alcune idee politiche generali (democrazia e diritti umani). Il nostro marziano, essendo appunto marziano e non terrestre, non sarebbe particolarmente sensibile al fatto che alcune di tali ideologie siano supportate da buoni e altre da pessimi sentimenti, ma noterebbe la vocazione interventista di tutte le ideologie universali. In un mondo globalizzato e interdipendente, l’adozione di simili ideologie porta inevitabilmente con sé la tendenza a immischiarsi nelle faccende degli altri popoli, poco importa se in nome di un aggressivo ideale di conquista politico-militare, o di un più benevolo istinto di colonizzazione culturale.
Da questo punto di vista, marziano e non terrestre, Jihad e guerre umanitarie, propaganda religiosa e ideologia dei diritti umani, sono facce diverse del medesimo processo di disintegrazione del mondo. Un processo che si limitava a covare sotto la cenere finché c’erano le aree di influenza e vigeva la realpolitik, con il suo cinismo e la sua saggezza, ma che è divenuto ingovernabile quando, una trentina di anni fa, il mondo è diventato un unico palcoscenico, disponibile per le rappresentazioni di tutti. Ma c’è soprattutto una cosa che stupirebbe il nostro osservatore sbarcato da Marte. Ed è il nostro, intendo di noi occidentali, fraintendimento del Corano. Lui, a differenza della maggior parte di noi, il Corano l’ha letto. E di esso si è fatto un’idea molto chiara. Il Corano è un testo unitario, e molto più coerente di quanto possa apparire a prima vista (“nel Corano c’è tutto e il contrario di tutto”, si sente spesso dire erroneamente).
Siamo noi, cittadini imbevuti di valori cristiani, che ci rifiutiamo di capirne l’unità, e preferiamo vederne un solo lato, quello benevolo e accettabile, per poterci confermare nella strategia del rospo. Quel lato esiste, per fortuna, ed è anche importante, ma riguarda i precetti cui i musulmani di buona volontà sono tenuti nei loro rapporti reciproci. Su questo piano hanno perfettamente ragione quanti sottolineano l’affinità fra il Corano e i valori cristiani, compresa la misericordia e il perdono. Il problema è che esiste anche un altro lato, quello che prescrive il dovere di combattere i non credenti, e di imporre il culto di Allah a tutti, anche con la violenza. Detto un po’ crudamente: un conto è la politica interna del Corano, un conto è la sua politica estera. I due lati non sono in conflitto, anche se a noi possono apparire contraddittori. Esemplare, a questo proposito, è il versetto che più sovente viene citato per mostrare la coerenza fra l’insegnamento di Cristo e quello di Maometto, ovvero il comune rifiuto della violenza. Il versetto viene spesso riportato così: “Per questo abbiamo prescritto ai Figli di Israele che chiunque uccida un uomo sarà come se avesse ucciso l’umanità intera” (sura V, versetto 32)”. Sfortunatamente, tuttavia, in questa forma il versetto è incompleto, in quanto amputato di un inciso essenziale. L’originale suona invece così: “Chiunque uccida un uomo, che non abbia ucciso a sua volta o che non abbia sparso la corruzione sulla terra, sarà come se avesse ucciso l’umanità intera”.
Nella visione cristiana, il divieto di uccidere è assoluto e incondizionato, qui invece prevede una macroscopica eccezione per coloro che hanno ucciso o “sparso la corruzione sulla terra”. Il Corano è costellato di passi in cui si invita a combattere, anche con la violenza, contro i non credenti, siano essi adoratori di idoli (i politeisti), ebrei, cristiani, o semplicemente portatori di corruzione e di disordine. Quale debba essere il destino di coloro che portano la corruzione sulla terra è spiegato piuttosto chiaramente, oltreché in vari altri luoghi, nel versetto successivo secondo il quale la loro ricompensa è che “siano uccisi o crocifissi, che siano loro tagliate la mano e la gamba da lati opposti o che siano esiliati sulla terra”. Mi sono imbattuto per la prima volta in questi versi, e mi sono preso la briga di leggere il Corano, quando, una quindicina di anni fa, con altri colleghi sociologi mi trovai a occuparmi delle missioni suicide nel mondo (a me toccò la Palestina). E l’idea che ho maturato allora, quando il terrorismo (islamico e non) non era ancora spietato come oggi, è sostanzialmente questa: probabilmente facciamo bene, come cittadini di società largamente influenzate dal cristianesimo, a dare manforte all’interpretazione buonista del Corano, una interpretazione che sottolinea i contatti con il messaggio di Cristo, o si sforza di reinterpretare la Jihad come guerra puramente difensiva, o come combattimento interiore; ma facciamo male, molto male, a sottovalutare le formidabili difficoltà di quest’opera, pur meritoria, di rielaborazione del Corano.
Può piacerci o dispiacerci, ma il Corano sta lì, con i suoi versetti e le sue esortazioni, a disposizione di chiunque voglia leggerlo. E non bastano le libere traduzioni occidentali a cancellare la lettera di quei versi. Versi che, non dobbiamo mai dimenticarlo, si suppongono dettati direttamente da Allah al suo profeta, e come tali non sono facilmente riscrivibili, reinterpretabili, contestualizzabili. Esattamente il contrario di quel che capita con la tradizione cattolica, dove la reinterpretazione è la norma, perché la Chiesa pretende di essere l’unica depositaria della corretta interpretazione delle Scritture. Ecco perché, a mio parere, il compito dell’Islam moderato è oggi assai difficile. La forza del terrorismo islamico riposa anche su una sorta di inversione fra ortodossia ed eresia: se prendiamo sul serio la lettera del Corano, i fanatici e i terroristi in nome di Allah possono apparire più ortodossi dei moderati, e il tentativo di questi ultimi di edulcorare il Corano può apparire vagamente eretico. E noi? Non so se possiamo sfuggire alla strategia del rospo. Ma almeno potremmo, nella nostra imperturbabilità Zen, non ingannarci sulla difficoltà del compito che abbiamo di fronte. Perché non si tratta di leggere correttamente il Corano ma, al contrario, di aiutare gli islamici moderati a difendere la loro preziosa eresia.

Luca Ricolfi, Il terrorismo islamico e la strategia del rospo zen

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                                                          ROI

roi

Roi is a Jewish community located in the Jordan River Valley with a population of 130 people.

The village was founded in 1976.

 

Che fare?

Ugo Volli, Che fare?

Informazione Corretta, 30 novembre 2015

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Cari amici,
ieri di nuovo ci sono stati a Gerusalemme accoltellamenti, bombe molotov, pietre. Ormai questa sequenza di tentati omicidi è una storia che va avanti da oltre due mesi. Gli attacchi sono stati molte centinaia, 23 persone innocenti sono state assassinate dai terroristi (fra cui 21 israeliani e due stranieri), 85 ferite più o meno gravemente. Gli arabi morti per la legittima difesa degli aggrediti e delle forze di sicurezza sono 94 (trovate questi dati e molti altri dettagli qui: (1). Ormai queste notizie non toccano quasi più la cronaca dei media internazionali e anche in Israele hanno abbastanza poco rilievo, come se questa fosse la normalità, ma non lo è affatto. Si tratta di aggressioni indiscriminate, che per lo più colpiscono civili inclusi moltissimi vecchi, bambini, donne. E’ un’esplosione di odio che va al di là di qualunque razionalità bellica, che chiaramente non riesce nemmeno a polarizzare l’attenzione internazionale e certo non atterrisce gli israeliani né blocca la loro vita, com’è invece successo in Europa dopo gli attentati di Parigi.
Si dà solo sfogo a una volontà omicida che naturalmente non è spontanea, ma viene alimentata dall’incitamento continuo delle fonti palestiniste, comprese le scuole in buona parte finanziate dall’Onu (2) e dai dirigenti dell’Autorità Nazionale Palestinese, proprio quelli che dovrebbero essere i protagonisti delle trattative con Israele (3). E’ evidente che le reazioni di Israele saranno destinate a indurirsi, se gli attentati procedessero con questo ritmo – ed è possibile pensare che tutto questo terrorismo popolare, probabilmente non organizzato in dettaglio dall’Autorità Nazionale Palestinese e da Hamas, perché spesso gli attentatori sembrano davvero privi di relazioni di dipendenza organizzativa stabile dai gruppi terroristi, ma certamente incoraggiato, esaltato, premiato dopo che è avvenuto, abbia questo significato: di indurre lo Stato ebraico a degli atti che potrebbero di nuovo essere oggetto dell’attenzione dei media e degli stati, naturalmente con l’Autorità Nazionale Palestinese nella posizione del tutto infondata di vittima.
Tre sono le principali reazioni su cui si discute nel mondo politico israeliano, senza che per ora si sia raggiunto un consenso. Uno è di riprendere la costruzione nelle città e nei villaggi ebraici che negli ultimi anni è stata molto rallentata per via delle pressioni americane. E’ quel che propone per esempio il ministro Uri Ariel: per ogni attentato autorizzare una nuova costruzione (4). Si tratta di una posizione pragmaticamente efficace, perché mostrerebbe agli arabi ragionevoli che il tempo e il terrorismo in realtà lavora contro di loro e che è nel loro interesse mettersi su una strada di collaborazione e soprattutto di non violenza. Il difetto della proposta è però di accettare implicitamente un paragone fra un’attività legittima e pacifica come l’edificazione di case e il crimine terroristico, il che rafforzerebbe coloro che vogliono il congelamento della vita degli insediamenti ebraici.
Una seconda reazione sarebbe quella di accettare il dato di fatto del collasso dell’Autorità Nazionale Palestinese (5). Non le minacce di Abbas di dimettersi e sciogliere l’ANP, che nessuno ha mai preso sul serio, ma il fatto che probabilmente il sistema politico dell’ANP non ha più né il consenso della popolazione, né una capacità amministrativa ed economica capace di reggere. Senza elezioni, senza una politica salvo i colpi di scena dell’Onu e dintorni, senza il progetto di un accordo, con un sistema economico/amministrativo completamente corrotto e inefficiente, l’ANP non è in grado di vivere senza la supplenza continua che paradossalmente le fornisce Israele. Basterebbe ritirarla e presto l’ANP crollerebbe. Ma prendersi cura direttamente dell’amministrazione di tutta la Giudea e Samaria migliorerebbe la situazione? Certamente perderebbe le sue basi il sistema mafioso organizzato da Fatah e Hamas in appoggio al terrorismo, e anche il sistema di corruzione che ha alimentato l’oligarchia palestinista. Ma in cambio si moltiplicherebbe l’impegno amministrativo ed economico di Israele, crescerebbe il problema di sicurezza e l’isolamento interazionale del paese ne sarebbe alimentato.
La terza possibile soluzione sta in un’operazione militare che riprendesse il possesso di alcune zone particolarmente violente, come Israele fu costretto a fare nel 2002 con l’operazione “scudo difensivo”. In particolare Hebron e dintorni sono l’origine del 60% degli attacchi terroristici di questi giorni. Riportare la legge e l’ordine nelle enclaves dominate dai terroristi sarebbe uno sforzo militare notevole, costerebbe un  buon numero di perdite da una parte e dall’altra, ma probabilmente potrebbe porre fine al terrorismo d’attrito di questi mesi, almeno sul medio periodo. E’ una possibilità considerata (6), ma certo non desiderata da Israele per i suoi costi umani e politici.
Per ora al microterrorismo Israele risponde con la sua resistenza umana, con la capacità di reazione dei singoli e delle forze dell’ordine, con provvedimenti locali di filtro e di presidio. Speriamo che basti.

1   http://www.terrorism-info.org.il/Data/articles/Art_20917/E_199_15_1624165189.pdf

2   http://israelbehindthenews.com/not-born-yesterday/14087/(

3   http://israelbehindthenews.com/the-lies-of-saeb-erekat-how-palestinian-propaganda-warps-the-truth-and-undermines-peace-efforts/14086/

4   http://www.timesofisrael.com/build-settlements-in-response-to-jerusalem-terror-minister/

 5   http://www.jewishpress.com/news/breaking-news/israel-worried-about-collapse-of-palestinian-authority/2015/11/27/

  http://www.jewishpress.com/news/breaking-news/likud-minister-well-launch-operation-defensive-shield-2-if-needed/2015/10/04/

Ugo Volli, Che fare?

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SUSIA

susiya

Susia is a Jewish community located in the Hebron Hills with a population of 100 families.

The village was founded in 1983.

La profanazione della Tomba di Giuseppe come programma omicida

David Meghnagi, La profanazione della Tomba di Giuseppe come programma omicida

Shalom, 27 novembre 2015

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L’incendio della tomba di Giuseppe a Nablus, il secondo dopo quindici anni, è un messaggio chiaro. Per quanto in molti, in Occidente, fingono ancora di non accorgersi, ci dice qualcosa di molto inquietante. Il rogo della Tomba di Giuseppe è la messa in atto “scenica”, di un programma che ha come sfondo la negazione assoluta dell’esistenza dell’altro, il suo annichilimento fisico. Un programma ha ben poco a che vedere con l’idea di una composizione politica dei conflitti. È una prefigurazione “scenica” della società cui si approderebbe nel caso in cui gli autori arrivassero al potere. Non è il risultato di un atto di “disperazione”, come alcuni ancora affermano. È il frutto di una cultura nichilista, che ha come valore una cultura di morte.
All’indomani dal ritiro di Gaza, gli israeliani avevano lasciato distese di campi arati, scuole e abitazioni. I campi potevano essere arati dagli agricoltori, le scuole utilizzate per i bambini e le case utilizzate. Al contrario, niente fu lasciato in piedi. In una furia distruttrice, le scuole furono distrutte, le sinagoghe bruciate e i campi divelti. Non potendo annientare le persone dentro le loro case, ci si rifaceva contro i campi coltivati e le costruzioni. Al contrario la distruzione doveva simboleggiare quel che sarebbe accaduto poi. In modo analogo, con una grave responsabilità morale e politica della comunità internazionale, gli aiuti massicci che arrivano ogni anno sono utilizzati in larga parte per procurarsi strumenti di guerra. In questa perversa logica, un accordo politico, che sia veramente tale, sarebbe l’inizio della “fine”.
Nel piccolo mausoleo nuovamente dato alle fiamme si addensa una miriade di simboli. Secondo la tradizione ebraica, i resti di Yosef, il figlio prediletto del patriarca Yaacov, furono riportati nella Terra di Israele per essere sepolti a Schem (l’attuale Nablus). Secondo una tradizione bizantina del quarto secolo la tomba si troverebbe nel punto in cui sorge oggi il Mausoleo. Dopo il 1967, il Mausoleo prima vietato agli ebrei, tornò a essere un luogo di preghiera e di studio. Rispetto al racconto biblico relativo alla Tomba dei Patriarchi, collocata a Hebron, a sud di Gerusalemme, la tradizione relativa al Mausoleo di Giuseppe è di molto successiva. Nella Grotta di Machpelà, oggetto di un contenzioso irrisolto, ci sono secondo il racconto biblico, i resti dei patriarchi di Israele. La grotta fu acquistata da Abraham per dare sepoltura alla moglie Sara.
“Una voce di lamento si ode a Rama”, piange con dolore per la distruzione del Tempio, il profeta Geremia. Rachel, la madre archetipica di Israele, simbolo della Shekhinah piange sconsolata i suoi figli. Nella tradizione biblica il nascondimento del divino è temporaneo. La voce della speranza non abbandona mai ed è di questo che tutti noi abbiamo bisogno: una speranza che non sia però una pia illusione, facile illusione. La voce del Signore torna a consolare. Quella di Giuseppe, che ispirò l’opera di Thomas Mann, è una delle figure più cariche di significati nella Bibbia. Yosef è uno psicoanalista ante litteram, che non viene distrutto dall’ingiustizia e dal dolore, che non perde la capacità di pensare, di sognare e di immaginare un futuro diverso per sé e per i suoi cari. Freud ne era attratto e nell’ “Interpretazione dei sogni” dedica intere pagine a un sogno in cui compare lo zio Yosef, accusato per frode molti anni prima. Il padre incanutì per il dolore. Nel mondo che conta la psicoanalisi era oggetto delle medesime accuse: “impostura ebraica”, “pansessualismo”. Il timore di fare la fine del Giuseppe biblico, si accompagna in Freud alla fiducia di rompere il cerchio dell’ostilità in cui è avvolta la sua impresa.
Il patriarca Yosef è un archetipo della diaspora ebraica, di un ebreo che nonostante un destino avverso, ce la farà e dalla sua nuova posizione, non dimenticherà mai i suoi fratelli più deboli. Capace di ricordare e di perdonare, pronto ad aiutarli nelle avversità. Anche quando è in esilio in Egitto, anche quando diventa Visir, resta legato alla sua gente e le chiede di portare un giorno il suo sepolcro nella terra dei padri. La figura di Yosef è presente con alcune varianti anche nel Corano. La distruzione di una tomba collegata alla sua memoria è la dimostrazione che l’odio ha rotto ogni argine e ha ben poco a che vedere ormai con ciò che pensano o fanno gli israeliani. È un odio indifferenziato per ciò che essi rappresentano nel delirio antisemita. Il rogo della tomba di Giuseppe c’era in realtà già stato una prima volta, all’epoca della seconda “Intifada” nel 2000. L’incendio fu appiccato non appena un piccolo gruppo di soldati israeliani, accerchiati da una folla minacciosa, erano stati portati in salvo con gli elicotteri.
Per proteggere il Mausoleo, l’esercito israeliano avrebbe dovuto rioccupare per intero un’area da cui, in base agli accordi di Oslo, gli israeliani si erano ritirati. Anche allora si “condannò”, ma solo dopo la distruzione del sito. Pur prendendo verbalmente le distanze, si lasciò fare. Come del resto si lasciò fare, nonostante le prese di distanze successive, nell’omicidio di due giovani riservisti israeliani, che si erano ritrovati senza volerlo in territorio palestinese. I due erano in custodia dalla polizia palestinese. Per loro avrebbe dovuto garantire Arafat in persona. Ma in seguito alla diffusione della notizia un migliaio di persone si raccolsero vicino al posto di polizia, assediandolo.
Uno degli assassini si affacciò alla finestra mostrando orgogliosamente le mani macchiate di sangue, gesto che provocò l’esultanza della folla. I corpi delle vittime furono gettati dalla finestra e poi trascinati in piazza, mentre la folla infieriva sui loro resti già gravemente mutilati. La scena macabra ripresa da Canale cinque fu poi trasmessa. Per evitare di essere confuso con i giornalisti che avevano documentato la scena, e che per motivi di sicurezza personale, dovettero momentaneamente lasciare il paese, – un giornalista Rai (Riccardo Cristiano, ndr.) fece sapere con una lettera, che né lui, né i colleghi, avrebbero mai mandato in onda una tale scena. Egli non era mai venuto meno alla “solidarietà” con la “causa”. Il fatto, molto grave, venne poi alla luce. Avrebbe potuto essere l’inizio di una riflessione seria sull’etica della responsabilità e sulla deontologia professionale, che sulla scia delle amare riflessioni di Popper sulla televisione, stabilisse delle regole e dei paletti, cui attenersi nell’informazione, come esistono per medici e insegnanti. Andò diversamente. Sono dati su cui riflettere e che mostrano quanto vasta è la zona grigia in cui si forma, si consolida e si diffonde il pregiudizio.

David Meghnagi, La profanazione della Tomba di Giuseppe come programma omicida

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                                                             MEHOLA

         mehola

Mehola is a Jewish community located in the Jordan River Valley with a population of 350 people.

 

Il problema è l’Islam

Giacomo Khan, Il problema è l’Islam

IC 7, 16 novembre 2015

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Che terribile settimana devo commentare. Prima l’accoltellamento di un ebreo a Milano poi la drammatica sequenza di attentati a Parigi. Ogni commento, ogni analisi, può apparire superflua se non addirittura banale. Eppure la voglia di raccontare mi viene non da quello che ho letto sui giornali ma da quello che ho sentito sui canali Rai: ancora commentatori politici (anche assoluti amici di Israele, come Cicchitto) che ci raccontano che non stiamo vivendo una guerra di civiltà ma che le azioni terroristiche sono una reazione alle azioni militari degli europei contro l’Isis in Siria. Di peggio: un prete nella trasmissione ‘La vita in diretta’ ha detto – fra l’imbarazzato silenzio dei conduttori – che il vero problema, il problema dei problemi, è l’irrisolto problema israelo-palestinese.
È veramente assurdo, pazzesco, con il sangue che scorre nelle strade europee, che vi sia chi ancora minimizza, chi si sforza di adottare metri di giudizio, totalmente inadeguati davanti alla minaccia che ci circonda. Ancora con i morti non seppelliti ho sentito ripetere la solita litania che non tutto l’Islam è terrorismo e che accanto ai musulmani fanatici esistono anche quelli ‘buoni’ che sono la maggioranza. Rimane però un dato di fatto che tutti i terroristi sono musulmani e che dalle moschee, in Europa come nei Paesi arabi, non esce mai una dichiarazione ufficiale di scuse, di denuncia, di presa di distanza dalla violenza. Forse il paragone può apparire inadeguato ma durante i terribili anni del terrorismo delle Brigate Rosse, si aprì nel nostro Paese un dibattito sui ‘compagni che sbagliavano’. Perché oggi nessun leader musulmano si esprime in modo analogo? Perché i nostri leader europei non chiedono ai loro partner arabi una chiara e precisa denuncia ? Ho l’impressione che i nostri governanti più che della violenza islamica abbiano paura dell’esplodere di un diffuso odio verso i musulmani, di una rabbia verso un gruppo sociale che sfruttando i nostri valori democratici e le nostre libertà, vuole imporre le proprie regole religiose che sono incompatibili con le nostre democrazie.
La verità – che la gente comune ha già compreso – è che non esiste un Islam moderato fino a quando nelle moschee si parlerà di guerra santa, di martiri, dei non musulmani come esseri inferiori che vanno o uccisi o convertiti. Sbagliano coloro che pensano che questo odio verso l’Occidente sia solo un aspetto ‘politico’ e sbagliano coloro che fanno finta di non vedere, a volte persino sorridendo, quando a Gaza o a Ramallah si festeggia con distribuzione di dolci e caramelle quando vengono uccisi ebrei nelle strade israeliane. Dovremmo onestamente prendere atto che esiste un odio islamico contro l’Occidente, che esiste una guerra – più volte dichiarata. Negare che esiste questa guerra non solo non ci eviterà nuovi morti ma ci metterà in una condizione di inadeguatezza e di incapacità a dare risposte forte e soprattutto risolutive. La prima di queste risposte dovrebbe essere un serio e profondo ripensamento delle politiche di accoglienza e di integrazione e un innalzamento dei livelli di controllo e di sicurezza che incideranno su molti aspetti della nostra privacy. Ma i governi europei lo sapranno fare?

Giacomo Khan, Il problema è l’Islam

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                                                                 KOKHAV HASHAHAR

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Kokhav HaShahar is a Jewish community located in the Binyamin region with a population of 230 families.