Ricordo

Un grande “Manifesto contro l’antisemitismo”

Ugo Volli, Ricordo
27 gennaio 2016
°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°

 Cari amici,
oggi è il Giorno della memoria e una legge dello stato, che viene addirittura da una deliberazione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, ci impone di ricordare. Ricordare che cosa? L’apertura del campo di Auschwitz avvenuta il 27 gennaio del 1945, che segnerebbe simbolicamente la fine del genocidio degli ebrei. Ho le mie riserve, penso che la Shoà non sia finita allora e che per certi aspetti importanti si cerchi di continuarla ancora oggi, ma obbedisco. Ricordo. Non però solo quel che vogliono loro. Non solo che qualche ebreo ce l’ha fatta ad uscire dall’inferno.
Ricordo che gli ebrei erano stati rinchiusi nei campi senza grandi opposizioni della comunità internazionale, che le notizie che giravano sullo sterminio fin dal 1942 erano state occultate al pubblico internazionale e in particolare americano dall’amministrazione Roosevelt con la complicità della stampa anche quella di proprietà ebraica come il New York Times. Ricordo che i fuggitivi dal genocidio erano stati respinti da tutti i paesi del mondo e che in particolare la Gran Bretagna era stata attiva a impedire in tutti i modi e soprattutto con le armi il tentativo delle vittime di trovar rifugio in terra di Israele. Ricordo che a parte pochissimi esempi nel mondo come Danimarca Bulgaria e Marocco i governi europei erano stati solerti nel consegnarli ai loro carnefici.
Ricordo che la popolazione civile, anche quella italiana, aveva in grande maggioranza collaborato con le stragi, denunciando gli ebrei, perseguitandoli e depredandoli, prima, durante e anche dopo (per esempio in Polonia) lo sterminio industriale nei campi. Ricordo che questa complicità si era esercitata abbondantemente in Italia, a proposito delle leggi razziste e poi riguardo agli snodi italiani dello sterminio, come la Risiera di Trieste o il campo di smistamento di Fossoli. Ricordo il silenzio di Pio XII, che da decenni la Chiesa cerca invano di scusare senza rilasciare i documenti di quegli anni (ma ricordo anche i buoni cristiani che agirono secondo coscienza salvando chi poterono).
Ricordo il trattamento indegno che i sopravvissuti ricevettero tornando a casa, per esempio in Olanda; ma anche gli ammonimenti di Croce e Merzagora perché le vittime non esagerassero chiedendo indietro quel che era stato loro sottratto durante le persecuzioni. Ricordo le violente e sanguinose espulsioni degli ebrei dai paesi mediorientali in cui vivevano da secoli e secoli, prima dell’invenzione dell’islam. Ricordo le guerre, il terrorismo, i massacri con cui gli arabi cercarono di impedire la nascita di Israele e di distruggerla dopo la sua costituzione. Ricordo l’alleanza degli arabi e in particolare del movimento palestinista con Hitler. E ricordo pure che quando Netanyahu ricordò questa semplice verità, fu sottoposto a un pubblico linciaggio, cui contribuirono gli utili idioti della sinistra ebraica.
Ricordo che le Nazioni Unite, che ci dicono oggi di ricordare, debbono farsi dimenticare il voto con cui dichiararono che il sionismo – il movimento nato per realizzare la salvezza degli ebrei dallo sterminio restituendo loro la patria da cui erano stati violentemente espulsi – era una forma di razzismo. E ricordo che con quella mozione le Nazioni Unite, il suo consiglio per i diritti umani, la sua sezione culturale UNESCO, e molti altre sue articolazioni, dovrebbero ricordarsi di cancellarne le altre centinaia con cui hanno cercato di colpevolizzare ed eliminare simbolicamente Israele. Ricordo anche che la loro articolazione operativa in Israele e dintorni, l’UNRWA, ha appoggiato in tutti i modi i terroristi, ha ospitato nei suoi edifici i loro depositi d’armi, i loro comandi, i loro cecchini, salvo lamentarsi del fatto che l’esercito israeliano rispondeva al fuoco; e ha messo a disposizione le sue scuole per la diffusione dell’ideologia antisemita e genocida del palestinismo.
Ricordo che l’Unione Europea, dove si celebra maggiormante il giorno della memoria, sta riproducendo la mossa nazista della stella gialla marcando i prodotti della Giudea e Samaria, in evidente preparazione di un boicottaggio, anche se ipocritamente nega questa intenzione; ricordo che il suo parlamento e molti parlamenti degli stati membri hanno riconosciuto la “Palestina”, uno stato inesistente il cui solo senso è di cercare di realizzare una nuova Shoà contro Israele. Ricordo che i fondi europei finanziano gli stipendi che l’Autorità palestinese paga ai terroristi, pagano le Ong che preparano provocazioni e danno soldi agli arabi per fare disordini, sono usati per violare la legge israeliana e aiutare stringere l’assedio terrorista a Israele.
Ricordo infine che l’altro ieri Renzi e Mattarella, ieri il papa hanno ricevuto con tutti gli onori il capo di uno stato ufficialmente negazionista, che propaganda come sua missione storica la distruzione dello stato di Israele, cioè l’Iran. In quel momento si sono dimenticati di tutte le loro parole sul diritto di Israele a esistere, come oggi si dimenticheranno le cordialità che si sono scambiati con chi vuole eliminare lo stato di Israele (e cioè gli ebrei) dalla faccia della terra. Ricordo la loro doppia dimenticanza, prometto di non dimenticarla.
Ricordo molte altre cose, che non ho il tempo di dire qui. Ma tutto questo ricordo mi basta per sapere quanto c’è di falso e di ipocrita in questo Giorno. Magari a qualcuno, che non sa, servirà a conoscere qualcosa dei crimini antisemiti che fanno parte dell’identità europea, come di quella islamica. Ma non basta.
Ugo Volli, Ricordo

°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°

                                                                  ABIGAIL

mizpe-avigail

Abigail is a Jewish community located in the Judean Mountains with a population of 10 families.

 

Annunci

Quei volenterosi spioni di Hitler

Amedeo Osti Guerrazzi, Quei volenterosi spioni di Hitler

La Stampa, 26 gennaio 2016

°°°°°°°°°°°°°

L’occasione del 27 gennaio, il Giorno della Memoria, viene molto spesso utilizzata per ricordare non solo la tragedia degli ebrei d’Europa, ma anche e soprattutto per riaffermare uno dei tanti luoghi comuni così diffusi nell’opinione pubblica italiana, e cioè che dietro ogni ebreo strappato alla deportazione e alla morte vi era una rete di italiani non ebrei che misero in pericolo la propria vita per porre al riparo le vittime.

Puntualmente, ogni 27 gennaio le televisioni ritrasmettono film e fiction che esaltano gli eroi italiani, personaggi che sfidando ogni sorta di pericolo hanno salvato decine, a volte centinaia di ebrei. Ogni 27 gennaio viene quindi riaffermato e ribadito il mito degli «italiani brava gente», una delle leggende più radicate nella memoria collettiva del nostro Paese. Eppure una analisi più approfondita dei fatti dimostra una storia molto più complessa e molto meno consolatoria di quella raccontata nei film.

Il primo periodo della persecuzione, dal settembre 1943 al dicembre successivo, fu caratterizzato dal tentativo di deportare gli ebrei tramite un commando speciale, composto da reparti della polizia tedesca agli ordini di uno «specialista», l’ufficiale delle SS Theodor Dannecker, il quale agì nell’Italia centro-settentrionale, razziando e deportando circa di 2000 ebrei. Nonostante l’impegno di Dannecker, queste azioni non si dimostrarono sufficientemente efficaci agli occhi dei nazisti. Nel frattempo però la Gestapo stava organizzando una serie di comandi locali, i cosiddetti Aussenkommandos, che avevano lo scopo di controllare l’ordine pubblico nelle grandi città e di reprimere ogni tentativo di resistere all’occupazione. Per quanto efficienti, i comandi della polizia tedesca avevano troppo poco personale e furono quindi costretti ad appoggiarsi agli italiani. Tra il 13 e il 30 novembre la Rsi, inoltre, proclamò tutti gli ebrei «stranieri» e «nemici», e ne ordinò l’immediata incarcerazione in campi di concentramento costruiti ad hoc.
Un lavoro pagato bene
Ma non fu soltanto la politica ufficiale della Repubblica a essere di aiuto. Anche la collaborazione spontanea di migliaia di «italiani comuni», di normali cittadini, fu fondamentale per l’arresto di migliaia di ebrei. I poliziotti tedeschi sfruttarono ampiamente i collaboratori italiani: spie, delatori, infiltrati, che agivano nei modi più diversi. Questo lavoro veniva pagato piuttosto bene, dato che su ogni ebreo, in media, veniva messa una taglia di 5.000 lire dell’epoca.

A Roma, il comandante della polizia tedesca Herbert Kappler si affidò a gruppi di collaborazionisti, le cosiddette bande, composte in genere da ex informatori della polizia segreta fascista e da criminali comuni, specializzate proprio nella caccia agli ebrei. Una di queste bande, tra il 23 e il 24 marzo 1944, arrestò una dozzina di ebrei che furono immediatamente fucilati nel massacro delle Fosse Ardeatine. A Torino e a Milano, invece, i comandi tedeschi sfruttarono informatori singoli, personaggi che conoscevano personalmente moltissimi ebrei e ne sapevano i nascondigli. I loro metodi di indagine erano spesso raffinati e particolarmente odiosi.

Un collaborazionista di Torino, ad esempio, si recò a casa di un rabbino fingendo di essere ebreo e di avere un parente in punto di morte. In questo modo riuscì a convincere il rabbino a uscire dal nascondiglio per andare a recitare le preghiere per il presunto moribondo. A Roma un altro collaborazionista si recava nelle carceri fingendosi un avvocato con agganci nel Tribunale tedesco, allo scopo di ottenere informazioni sui parenti dei reclusi, che venivano immediatamente girate alla polizia tedesca. A Genova un collaboratore della Gestapo aveva escogitato un metodo ancora più lucroso. Dopo aver arrestato un ebreo, fingeva di lasciarsi corrompere e faceva fuggire la sua vittima, che riarrestava immediatamente. In questo modo, il fascista riusciva a farsi pagare tre volte: due volte dai tedeschi, e una volta dalla vittima.
Torture e sevizie
Spesso, inoltre, prima di consegnare le loro vittime ai tedeschi, i collaborazionisti torturavano gli ebrei, allo scopo di ottenere altri nomi, altri indirizzi e altre vittime. Così un collaborazionista di Milano aveva messo su un piccolo «ufficio» in viale Albania, dove seviziava le vittime appena arrestate. In via Tasso, nel comando di Roma, interpreti e spie italiane si sostituivano ai tedeschi nel ruolo di torturatori.

A questi veri e propri professionisti, che avevano fatto della caccia all’ebreo un lavoro, si devono aggiungere anche le migliaia di cittadini che tradirono i vicini di casa, gli amici, i colleghi di lavoro, non solo per scopo di lucro, ma per odio personale, per vecchi rancori, oppure per motivi ideologici. Non si deve scordare, infine, il ruolo svolto dalle forze dell’ordine della Repubblica, che ebbero un ruolo fondamentale negli arresti.

Roma, caso emblematico
In sintesi forze dell’ordine, bande di collaborazionisti e singoli cittadini rappresentavano un complesso di minacce per gli ebrei in fuga. Roma rappresenta un caso emblematico per capire quanto importante sia stato l’aiuto degli italiani nell’arresto e deportazione degli ebrei e quali fossero i meccanismi della persecuzione. Su circa 730 ebrei deportati da Roma dopo la retata del 16 ottobre, almeno 439 furono traditi o arrestati dagli italiani, un numero enorme, tra i quali si contano i 136 ebrei arrestati e deportati dalla Questura comandata dal fascista Pietro Caruso, i 200 arrestati dalle varie «bande» al servizio dei tedeschi, mentre i restanti furono denunciati da singoli cittadini. In sintesi: nella Capitale oltre la metà degli ebrei arrestati e deportati, hanno dovuto il loro destino ad altri italiani.
Le carte degli archivi storici italiani sono piene di queste storie: storie di tradimenti, delazioni, deportazioni. Storie con i nomi di italiani che scelsero di collaborare con i nazisti di loro spontanea volontà, e che raccontano una vicenda molto diversa da quella troppo spesso celebrata nelle commemorazioni ufficiali.

Amedeo Osti Guerrazzi, Quei volenterosi spioni di Hitler

°°°°°°°°°°°°°°°

                                                               NERIA

neriya

Neria is a village and Israeli settlement located in the Binyamin region with a population of 145 families.

The settlement was founded in 1991.

Bella coerenza e grande credibilità

Ugo Volli, Bella coerenza e grande credibilità
Cartoline, 20 gennaio 2016

°°°°°°°°°°°

Cari amici,
immagino che abbiate letto il bel corsivo di Andrea Mercenaro sul Foglio, riportato da IC di ieri (1). Se posso permettermi di rovinare la sua bella sintesi ironica, il succo era questo: il papa dice tante belle parole al mondo ebraico, ma poi cerca l’alleanza coi musulmani e appoggia Abbas.
Be’, si potrebbero dire tante cose a questo proposito, cercare di distinguere e di spiegare; ma una cosa è certa, Francesco in questa pratica di suonare serenate ai “fratelli maggiori” e cercare di mettersi d’accordo con i nemici loro (e suoi, ma questo sembra che non l’abbia capito), non è affatto solo. A fianco ha almeno due paesi molto cattolici, ma tradizionalmente molto cinici, l’Italia e la Francia.
Vediamo il perché. Il 27 gennaio, lo sapete, è il Giorno della Memoria. Ignoriamo per il momento il problema se funzioni o meno, se sia un danno o un vantaggio per la preservazione della coscienza dei rischi dell’antisemitismo. Ne ho già parlato tanto, tante volte e temo che dovrò rifarlo ancora quest’anno. Diciamo solo che è una legge del nostro stato ed è anche una manifestazione popolare. Non c’è dubbio che fra una settimana esatta, ma anche un po’ prima e un po’ dopo, ci saranno discorsi di presidenti e di ministri, corone deposte, visite nei luoghi della persecuzione, programmi speciali alla televisione e sui giornali. Insomma, l’Italia farà il suo tributo verbale agli ebrei sterminati dal nazifascismo. La Francia è meno sentimentale, ma farà comunque qualcosa.
Bene, benissimo, comunque meglio di niente. Meglio un Giorno della Memoria che una Notte dei Cristalli, se mi permettete una battuta su una cosa così seria. Ma sapete che cosa accadrà in Italia nei due giorni precedenti alle celebrazioni, il 25 e il 26 gennaio? E in Francia il giorno stesso? No? Ve lo dico io (devo in realtà l’attenzione a una nota di Lucio Malan, senatore di Forza Italia, che ringrazio di questa iniziativa). Semplice, sia noi che la “sorella latinaavremo una visita. Una visita importante, quella di un presidente che di recente ha ottenuto una vittoria straordinaria sui maggiori poteri del mondo.
Eh già, il 25 gennaio verrà a Roma il presidente dell’Iran Rouhani, quello che è riuscito a farsi dare da Obama il permesso di stare all’orlo dell’armamento atomico e di diventare la potenza dominante in Medio Oriente, oltre a ricevere una paccata di miliardi di dollari, in cambio di nulla, il rilascio di quattro ostaggi quattro illegalmente trattenuti, un po’ di belle parole. Sarà festeggiato come un grande capo di stato e come un uomo di pace, alla vigilia della Giornata della Memoria. Come ricorda Malan, però, “anche nel 2016 le autorità governative di Teheran terranno l’International Holocaust Cartoon Competition, il cui piatto forte sono le vignette che ritraggono ebrei nell’atto di costruire delle messinscene di Auschwitz o israeliani che fraternizzano con delle SS.”
Voi direte, vabbé, è l’Iran, ci sono i conservatori, ma Rouhani è moderato. Sarà. Ma cito ancora Malan: “Già nell’agosto 2013, il ‘moderato’ Rouhani aveva definito Israele ‘una vecchia ferita del mondo islamico da rimuovere’ e nel luglio 2014 ‘tumore sionista’, concetto ribadito nell’ottobre scorso incontrando il ministro degli esteri libanese. Ciò si aggiunge alle dichiarazioni del vero numero uno dell’Iran, la ‘guida spirituale’ Alì Khamenei, il quale – ad esempio – in settembre ha dichiarato che Israele sarà annientato entro 25 anni.” Non c’è bisogno di raccontare a voi che cosa sia l’Iran oggi, il suo primato mondiale delle esecuzioni capitali (oltre 2000 l’anno scorso) l’intolleranza per le donne, i finanziamenti ai movimenti terroristi che minacciano Israele, le continue dichiarazioni sulla volontà di distruggere lo stato ebraico, l’imperialismo che cerca di estendere la propria influenza sulla Siria e il Libano, lo Yemen e l’Afghanistan…
Basta dire che uno degli scopi principali della politica iraniana è di eliminare Israele, “il cancro del Medio Oriente”, come dicono loro; il che è possibile solo al prezzo di una nuova Shoà, come è evidente a tutti. Bene, il governo italiano (e quello francese, che fa meno meraviglia, perché l’antipatia di Hollande per ebrei e israeliani è ben nota) il 27 celebra gli ebrei morti nella Shoà, il 25 e il 26 cerca di allearsi con quelli che ne vogliono ammazzare di nuovo altrettanti. Bella coerenza. E soprattutto, grande credibilità.
(1)  (http://www.informazionecorretta.com/main.php?mediaId=8&sez=120&id=61123)

Ugo Volli, Bella coerenza e grande credibilità

°°°°°°°°°°°°°°°°°°°

                                                                EFRAT

efrat

Efrat is a town (local council) located in the Judea and Samaria Area of Israel with a population of 8200 people.

The town was founded in 1983

Adesso Francesco riporti i cattolici al fianco di Israele

Fiamma Nirenstein, Adesso Francesco riporti i cattolici al fianco di Israele

Il Giornale, 18 gennaiio 2016

°°°°°°°°°°°°°°°

È stato un giorno importante ieri al Portico di Ottavia: il mondo sa un po’ meglio adesso che deve seguitare a cercare la pace, l’accordo e la convivenza nonostante il terrorismo che insanguina il mondo e perseguita gli ebrei, i cristiani e anche i musulmani stessi. Consapevoli della severità del compito, il Papa e il rabbino Di Segni hanno cercato di tracciare la strada di una sempre più duratura e stabile amicizia tenendo conto del terremoto che investe il mondo.Per gli ebrei è l’anno 5776, un conto affettuoso e possessivo dalla nascita del mondo, ovvero da quando la Bibbia lo conta come tale.
Di certo il Papa era consapevole, mentre ieri varcava le soglie di pietra del tempio ebraico fra due ali di folla emozionata, di avere su di sé gli occhi dei quattromila anni della difficile storia da Abramo. Una visita al popolo ebraico da una posizione di influenza e potere come quella del Pontefice comporta accenti fatali. È la terza volta che un pontefice visita la Sinagoga, Giovanni Paolo nel 1986, Benedetto nel 2010; e ogni volta sono diverse le sfide del tempo, nel ricucire l’antico strappo lungo e largo, rosso di sangue, scuro di odio. Gli ebrei sono per i cristiani un popolo portatore di questioni non solo teologiche ma morali e civili per tutta l’umanità; Francesco ha cercato con la sua visita di seguitare a costruire un rapporto positivo con un atteggiamento molto amichevole, con la memoria di Stefano Gaj Taché e con quella della Shoah, e con la ripetizione dell’affettuosa espressione di Giovanni Paolo «fratelli maggiori».
Quello che il Papa ha incontrato è un popolo al centro da una parte di un’avventura meravigliosa e dall’altra di un attacco concentrico che ha il suo centro nel jihadismo, ma che ha poi diramazioni sfumate che portano l’odioso nome di antisemitismo. Ieri sera, di ritorno in Vaticano, vi avrà certo posto mente.L’avventura meravigliosa si chiama Israele, e il popolo ebraico è tuttora orgoglioso e anche pieno d’entusiasmo e di preoccupazioni per aver finalmente dopo duemila anni di esilio raggiunto il suo Paese, un faro di democrazia e di civiltà assediato da mondi autocratici e aggressivi. Forse, se Francesco l’ha avvertito per esempio nel discorso di Ruth Dureghello, la Chiesa potrebbe cessare di propendere per una lettura terzomondista che si rispecchia in filopalestinismo sulla stampa cattolica.
Gerusalemme, nonostante i rapporti diplomatici e formali siano molto progrediti, attende ancora il riconoscimento fondamentale del popolo cattolico circa la sua positività morale. Si può legittimamente aspirare alla pace con i Palestinesi riconoscendo che Israele è l’unico Paese democratico che ha sempre difeso i cristiani mentre li si uccide in tutto il Medio Oriente. Si può vietarne la continua diffamazione razzista, l’incitamento palestinese sostanziato dai programmi nelle scuole e dalla televisione ufficiale, condannare l’ondata di terrorismo che il popolo ebraico soffre in Israele e nel mondo. «Israele» ed «ebrei» devono essere parole ben presenti nella mente occidentale (e quindi cristiana) quando si parla di quella piaga.
Il Papa ha incontrato un mondo ebraico stupefatto dal fenomeno che non avrebbe dovuto più ammorbare l’Europa, un antisemitismo che uccide, che costringe a nascondere la kippah, che porta a una intensa emigrazione verso Israele, un’autentica fuga. L’estremismo antisemita ha la briglia sul collo, e al suo seguito vengono i movimenti di boicottaggio di Israele, le accuse assurde e infamanti che introducono l’idea di un ebreo paria insieme a quella di un Israele paria. Questo mondo ferito è quello che il Papa da ieri sa ancora meglio di dover curare, per esempio non si deve lasciare che si neghi con abile mossa propagandista il fatto più che accertato che Gesù fosse ebreo, e che si induca l’assurdo falso storico di un Gesù palestinese. Sotto banco si ripropone conseguenzialmente l’idea che gli ebrei non abbiano le loro accertate radici nella loro terra, Israele. La gente che era ieri intorno al Papa è stata la prima nella storia a inventare il precetto: «Ama il prossimo tuo come te stesso»; le parole del Padre Nostro cristiane sono ricalcate sulla preghiera ebraica. Per i cattolici deve essere un precetto inviolabile quello di amare il miracolo di Israele e di onorare la sua presenza nel mondo. Oggi non c’è più spazio, non c’è tempo per tergiversare, questa visita, se il Papa la terrà vicina al suo cuore, può fare una differenza.
Fiamma Nirenstein, Adesso Francesco riporti i cattolici al fianco di Israele

°°°°°°°°°°°°°°°

                                               YITAV

yitav

Yitav is a Jewish community located in the Jordan River Valley with a population of 230 people.

 

La religione suicida del filoislamismo

Ugo Volli, La religione suicida del filoislamismo
Informazione Corretta, 11 gennaio 2016
°°°°°°°°°°°
Cari amici,
consentitemi di spiegare perché nella mia Cartolina di ieri ho concluso mettendo la parola “accoglienza” fra virgolette. Naturalmente intendevo l’ “accoglienza” di cui parlano i giornali, quella degli immigrati, non il modo in cui vi hanno trattato nell’albergo delle vacanze o vi hanno offerto la cena la settimana scorsa i vostri amici. Si tratta di una nozione equivoca, che viene usata oggi in maniera strumentale e ideologica, aggiungendole una connotazione religiosa che non ha. Nella tradizione ebraica (e anche in quella cristiana che ne deriva), non esiste nulla di così generico. C’è l’ospitalità che è virtù comune ad altre parti del mondo antico, come la Grecia. E’ quel che fa Abramo con i tre uomini che lo vengono a trovare alle quercie di Mamre (che sono l’attuale Hebron, per il piacere di chi parla di “occupazione” della città); quello che i Feaci fanno con Odisseo, ecc. Ma l’ospitalità è una condizione provvisoria: salvaguardato, onorato, nutrito, si suppone che l’ospite torni a casa, e magari contraccambi chi dei padroni di casa andrà a trovarlo in futuro. C’era addirittura una specie di tessera o di attestato per questo, un coccio o un legno spezzato in due, i cui margini coincidevano e attestavano l’ospitalità concessa e da contraccambiare. Lo chiamavano, pensate un po’, “synbolon” da cui il nostro simbolo.
Questo non è certo ciò che pensano di fare i nostri immigrati. Sono qui per restare e non si immaginano affatto di dover contraccambiare alcunchè. Dopotutto noi siamo infedeli e dunque inferiori. Come hanno spiegato più volte esplicitamente alcuni predicatori islamici particolarmente espliciti, quel che diamo loro in assistenza o welfare, è dovuto, non è altro che un anticipo della tassa che noi infedeli “dhimmi” (cioè “protetti” in quanto cristiani o ebrei) dobbiamo loro secondo il Corano, per il privilegio di non essere ammazzati per la nostra incredulità. Una tassa che l’Isis applica, e che è stata usata sistematicamente in tutti gli stati islamici dai tempi di Maometto. Dunque nessuna gratitudine, anche perché devono insegnarci a stare al nostro posto.
Altro tema è il fatto che la Torah prescriva che la legge ebraica si applichi in molti casi anche ai “gherim”, gli stranieri che vivono in mezzo al popolo ebraico. Ma intanto si tratta sia di diritti sia di doveri; e soprattutto questa prescrizione non elimina, ma al contrario sottolinea la differenza; non costituisce affatto il diritto per chiunque di diventare “gher” cioè ospite. Se per qualche ragione qualcuno è stato accettato o preso, allora gode di certi diritti e di certi doveri; ma se si avvicina con l’intenzione di prendersi quel che non è suo, compresa evidentemente la residenza, allora bisogna resistergli. Così per esempio si stabilisce nel trattato Eruvim del Talmud (45a). Un’altra cosa ancora, ma che non c’entra è l’assistenza a chi si trovi in difficoltà: un soccorso obbligatorio, certamente, ma momentaneo, ancor più dell’ospitalità.
Quanto alla prescrizione di amare “il tuo prossimo”, si tratta per l’appunto di qualcuno che è prossimo, parola che in italiano è come nell’ebraico (il versetto dice “reecha”) e nel greco dei LXX (ton plesion sou) significa vicino. Nel latino della Vulgata si dice “Diligas amicum tuum”. Comunque è chiaro che si tratta dei membri del tuo popolo. Se si legge l’intero versetto del Levitico (19:18), questo punto è evidente: “Non ti vendicherai e non serberai rancore contro i figli del tuo popolo, ma amerai il tuo prossimo come te stesso. Io sono il Signore”. Badate che non è un’interpretazione mia, l’ho trovata spesso nelle discussioni rabbiniche (per esempio (1) e perfino in qualche testo ecclesiastico: (2) . La Chiesa ritiene poi che Gesù abbia ampliato questo comandamento, ma in realtà in Matteo 22:36-40 e nei testi paralleli questo non è affatto chiaro. Si tratta di una citazione esplicita che fa Gesù dell’ “Ascolta Israele” e del versetto del Levitico: “Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti”. In sostanza non vi è alcuna base biblica per prescrivere di far sparire i confini e di “accogliere” come concittadini tutti quelli che vogliono entrare. Sono entrato in qualche dettaglio perché spesso si dà per scontato che l’ “accoglienza” sia un precetto religioso. Non è così, o lo è con molti limiti. Almeno se ci si basa sulle religioni tradizionali.
La base di questo discorso è invece nel motto comunista “Proletari di tutto il mondo unitevi” e nella politica snazionalizzatrice che ne consegue. Naturalmente Marx e Engels arrivavano a questa conclusione da un percorso teorico molto articolato, non certo per buonismo. Ma noi siamo in un’epoca di “comunismo liquido” o sentimentale, in cui vecchie teorie, dimostratesi insostenibili sul piano economico e storico, sono riproposte come se fossero ovvietà morali, qualificazioni della buona volontà. O se volete, nuove religioni. Così è anche per esempio per un’interpretazione della laicità dello stato che privilegia i segni degli stranieri (che devono poter costringere le donne a portare il marchio della loro schiavitù, com’è il velo) sui segni di altre culture che potrebbero infastidirli, costringendoli al rispetto degli altri (e per questo non si devono vedere presepi o croci o kippot). Anche questa è una conseguenza non dichiarata del vecchio principio comunista dell’egemonia, in cui, per dirla con Orwell, nella “Fattoria degli animali” tutti gli animali sono uguali, ma certuni sono più uguali degli altri: quelli che sono utili alla linea del partito.
Purtroppo questa ideologia degli animali più uguali degli altri, o della nuova religione del filoislamismo, ha conquistato una sinistra che ormai non ha più temi suoi e arranca rincorrendo cose che una volta non avrebbe assolutamente considerato. Fra cui il razzismo clericale antifemminista che caratterizza gran parte del mondo musulmano. La meraviglia è che ci sono anche settori sempre più consistenti e potenti delle Chiese cristiane (e anche di quella cattolica) che sembrano essersi convinti che la salvezza dal laicismo occidentale e dalla crisi profonda della fede che la nostra società sta vivendo consiste nel proiettare una sorta di santità sugli “esclusi”, in cui comprende tutti i non occidentali, in primo luogo i propri nemici dichiarati come sono i musulmani. E’ un suicidio collettivo, una forma di eutanasia collettiva. Che questo venga da istituzioni religiose che sono fermamente contrarie all’eutanasia individuale è un tratto ironico – che però a me non pare affatto divertente.
Ugo Volli, La religione suicida del filoislamismo
1) http://www.shortvort.com/kedoshim-parasha/10777-love-thy-neighbour-a-brief-look-at-the-suyga)
2) http://www.amicidomenicani.it/leggi_sacerdote.php?id=1326

°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°

                                                                            MITZPE SHALEM

mizpe-shalem

Mitzpe Shalem is a Jewish community located in the Judean Desert with a population of 170 people.

The village was founded in 1970.

E il Papa disse: “Pace in Palestina”

Deborah Fait, E il Papa disse:”Pace in Palestina”
Informazione Corretta, 2 gennaio 2016
°°°°°°°°°°°°°°°°°°°
Lui , l’arabo, è arrivato a Rehov Dizengoff, la via più centrale di Tel Aviv, già teatro in passato di molti attentati e di tanti morti, è entrato in un negozio, ha preso della frutta secca, l’ha restituita, poi, calmissimo, si è avvicinato all’uscita, ha appoggiato lo zaino sui carrelli, ha tirato fuori la mitraglietta, è uscito e ha incominciato a sparare a ventaglio, verso il bar accanto e sulla strada e poi se l’è data a gambe.
E’ accaduto questo pomeriggio, 1 gennaio 2016, a Tel Aviv, le sue vittime avevano 26 e 30 anni, Alon Bakal e Shimon Rawimi, i feriti ricoverati in ospedale sono otto. Il terrorista, un arabo israeliano del villaggio di Wadi Ara, nel nord di Israele, è scappato e lo cercano di casa in casa. Un suo probabile complice è stato arrestato. Il TG Uno ha parlato di “malato mentale, non un terrorista” citando le parole del padre dell’uomo, nel solito tentativo di nascondere , di insabbiare vergognosamente il terrorismo arabo che distrugge le vite degli israeliani. Un altro dei tanti giorni di sangue in Israele, di attentati di cui nessuno parla, o, se qualcuno lo fa, minimizza. Altri morti ammazzati dall’odio arabo palestinista che non impressiona nessuno in quell’Europa imbelle. I palestinisti esultano, Hamas ha dichiarato che non poteva esserci un primo dell’anno migliore. Che continuino gli attentati in Israele.
Perchè il Papa, nei suoi auguri natalizi, ha invocato “Pace in Palestina” facendo un errore madornale? Ha chiesto la pace in un luogo che non esiste. Ma quante volte dovremo dirglielo! Come si fa a invocare la pace in un paese inesistente e mai esistito evitando di nominare il Paese chamato Israele che invece c’è per davvero e che soffre la guerra da 70 anni a causa di un gruppo di arabi che vuole impadronirsene in nome di Allah o della Umma o di Maometto o dell’odio che brucia nel cervello di quell’immenso mondo fatto di violenza e di morte. Chiedendo la pace per la Palestina il Papa ha messo in confusione il suo Capo che avrà cercato questo posto sconosciuto senza riuscire a trovarlo in nessuna cartina geografica.
Se avesse detto “Pace in Israele” allora forse …chissà…Qualcuno lo avrebbe ascoltato. E lo avrebbe ascoltato anche se, magari, il Vaticano avesse evitato di ricordare il 25 dicembre la nascita di Maometto oltre a quella di Gesù, con parole, ad essere generosi, veramente inappropriate, di pessimo gusto e di nessuna pieta’ verso le centinaia di migliaia di cristiani ammazzati dall’islam : “Le Comunità cristiane e musulmane avranno il cuore in festa. Renderanno grazie a Dio, ciascuna nella propria tradizione, per questa buona novella che è la nascita di Gesù o di Maometto, nascite che saranno fonte di incontro tra uomini e donne credenti e Colui che è fonte di vita, fonte della vita. In tale unità di data rarissima molti vogliono vedervi un segno di Dio.” Come si dice leccare i piedi in latino?
Sarò irriverente ma davvero quel “Invochiamo la pace per la Palestina”mi ha dato sui nervi perchè non si può continuare a mistificare la storia,sempre, anche in un momento così serio e di tale profonda spiritualità per il mondo intero come la benedizione Urbi et Orbi. In questi giorni di feste natalizie la parola “palestina” è stata virale. Rai Uno Mattina ne ha addirittura abusato, alternandola a Terra santa. Israele per la Rai non esiste, completamente cancellata.
Il 25 dicembre è andata in onda una trasmissione sul Natale, da Betlemme, che definire scandalosa sarebbe poco. (1)
Ha incominciato Franco di Mare, da Gerusalemme, parlando di Terrasanta, di 4 attentati appena avvenuti con 4 palestinesi uccisi, senza dire il perchè, senza parlare delle vittime israeliane e delle aggressioni quotidiane agli israeliani che invece …muoiono…anzi, ha fatto anche peggio, visto che si trovavano in “Palestina/Terasanta”, a un certo punto del programma, ha ammesso che c’erano anche delle vittime non palestinesi ma erano ….ebrei, non israeliani, quasi che in quel paese inventato vivessero, per gentile concessione, anche degli ebrei.
Israele e gli israeliani non sono esistiti durante tutta la trasmissione.
Ha continuato Padre Faltas, della Custodia di Terra Santa, personaggio molto sgradevole, molto antisraeliano, molto falso che, per non far torto alla sua nomea, ha subito ricordato con entusiasmo Arafat e i vent’anni dal giorno in cui Betlemme è stata consegnata da Israele all’ANP a causa degli sciagurati accordi di Oslo. “Arafat non ha mai mancato una sola messa”, ha detto commosso. Infatti, quando, facendo un regalo all’umanità, il terrorista è morto hanno coperto la sua sedia con una kefiah disposta in modo da ricordare la forma di Israele.
Cito spesso Oriana Fallaci perchè le sue parole profetiche cadono sempre a fagiolo: “A quella truppa (i musulmani) offriamo buonismo e collaborazionismo, coglioneria e viltà…credono che per scansarla (la morte) basti fare i furbi cioè leccare i piedi ….”Parole sacrosante! E’ quello che fa l’occidente, è come si comporta il Vaticano con i musulmani, lecca i loro piedi come quei preti ortodossi che hanno adornato il loro albero di Natale con le foto dei terroristi, assassini di israeliani, al posto degli addobbi consueti. (2)
Beh, questo non è solo leccare i piedi, questo episodio è scandaloso, schifoso, sconcertante, disumano. Cristiani e musulmani, ha detto il Padre Faltas, hanno festeggiato insieme perchè questo 25 dicembre si ricordava anche la nascita del profeta Maometto…. beh se lo ha enfatizzato il Vaticano poteva farlo anche lui.
Ha dimenticato invece di citare quell’odioso episodio, correva l’anno 2002, in piena intifada, quando orde di palestinesi sono entrate nella Chiesa della Natività, assediandola per 8 giorni, distruggendola, profanandola con sporcizia, escrementi umani, banchettando sugli altari.
Ma l’ospite più scandaloso, secondo il mio parere, è stato il vaticanista Piero Schiavazzi che ha fatto l’elogio di Arafat di cui si è dichiarato, orgogliosamente, amico.
Francesca Fialdini gli ha chiesto cosa pensasse della fuga dei cristiani da Betlemme e lui, senza rispondere, si è lanciato in una vera e propria esaltazione dell’arci terrorista amico suo e del suo desiderio di raggruppare tutto il mondo arabo in una grande umma. Verissimo, Arafat lo diceva sempre “manderemo gli ebrei a bere l’acqua del Mediterraneo e poi fonderemo un grande umma araba, un califfato, dal mare all’Eufrate!” (le sue parole hanno probabilmente ispirato Al Baghdadi).
Saddam Hussein, infatti, odiava Arafat come la peste, perchè temeva che il terrorista volesse prendere il potere anche in Iraq come aveva tentato di fare in Giordania nel 1979, per fortuna respinto da Re Hussein che fece strage di 20.000 palestinesi e costrinse il raiss a scappare e a occupare il Libano scatenandovi la guerra civile.
Le uniche parole che hanno contrastato questa vergognosa esaltazione di una storia falsa e mistificante, offerta al pubblico con incredibile disonestà, sono state dette da Maurizio Molinari, nuovo direttore de La Stampa, e da Oded Ben Hur, consigliere della Knesset e ex ambasciatore presso la Santa Sede, ma le loro parole sono cadute nel vuoto, inascoltate e sorvolate distrattamente da un Franco Di Mare di solito molto equilibrato nelle sue analisi politiche che pareva un po’ imbarazzato forse timoroso di essere preso in castagna dai capi supremi della Rai.
E così Gerusalemme… Palestina… Terrasanta… Maometto… Gesù (già definito arabo da Maurizio Crozza)…La Verità, la Storia? Israele? Dove sono finite? Niente, scomparse da Rai Uno per far posto a una ignobile nauseabonda insalata russa.
Deborah Fait, E il Papa disse: “Pace in Palestina”
++
1 ) ttp://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-aa9f1407-d75e-4111-a4ac-5f236a97ded0.html#p=0
2) http://www.timesofisrael.com/al-quds-university-puts-up-martyr-themed-christmas-tree/
°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°

               GILGAL

gilgal

Gilgal is a Jewish community located in the Jordan River Valley with a population of 160 people.