La nostra assicurazione sulla vita

Andrea Jarach, La nostra assicurazione sulla vita
Informazione Corretta, 22 febbraio 2016
°°°°°°°°°°°
Israele circondata da nemici che vogliono la sua distruzione
In una settimana di ordinaria follia terrorista possiamo ancora una volta constatare che Israele è un paese sotto assedio da parte di nemici alle frontiere, all’interno delle frontiere, e anche tra noi nelle democrazie occidentali con una diplomazia ipocrita che preferisce chiudere due occhi sulle violazioni dei diritti umani e sulle stragi in mezzo mondo e minaccia e ricatta Israele in tutte le sedi con ossessiva intensità. Sotto assedio da parte del movimento BDS che maschera un profondo odio antisemita e chiama il boicottaggio di merci, scambi intellettuali e addirittura ricerca scientifica. Sotto assedio da parte di molti media che hanno creato un clima ostile con mezzi degni della propaganda nazista. I nazisti chiamavano gli ebrei ratti per poterli escludere dalle nazioni e poi sterminare. Oggi il tentativo dei nemici del popolo ebraico è ancora quello: escludere, separare, distruggere.
“Mai più” diciamo ogni anno il 27 gennaio, “Giorno della Memoria della Shoah”. Eppure ogni giorno assistiamo ad attacchi fisici agli ebrei in Israele e altrove. Il clima in alcuni paesi europei è talmente pesante che nel 2015 31.000 ebrei hanno scelto di emigrare in Israele (di questi 8000 dalla Francia e quasi 500 dall’Italia). Vorrei dunque chiedervi uno sforzo di immaginazione e di trasportarvi nel febbraio del 1938. Il clima antiebraico è forte in Germania ma ancora il livello è una persecuzione dei diritti con le Leggi antiebraiche di Norimberga del 1935. Molti ebrei desiderano emigrare. Ma le porte del mondo cominciano a chiudersi.
A luglio verrà convocato a Evian, sul Lago Lemano, un congresso internazionale per risolvere il problema dei profughi ebrei. Le porte restano però chiuse, dopo tanto parlare senza risultati. In autunno le leggi razziste verranno estese anche all’Italia. L’Europa intera invita gli ebrei a fuggire, ma non vi è luogo amichevole dove andare. In pochi arriveranno in Palestina, dove dalla fine dell’800 vi sono nuove comunità ebraiche, ma le autorità mandatarie britanniche chiuderanno anche questa porta. Gli ebrei saranno intrappolati in Europa. Quello che succederà dopo lo conosciamo tutti, a partire dalla “Notte dei cristalli” nel novembre 1938, quando gli ebrei tedeschi verranno fisicamente perseguitati e uccisi e si sentiranno davvero in trappola.
Ebbene io vi invito a immaginarvi in quel febbraio del 1938. Non percepite ancora una minaccia esistenziale. Forse vi potreste salvare, cercate di emigrare, o, più semplicemente, vi adattate alla situazione. Non esiste ancora Israele. E dunque sarete vittime o testimoni di una grande tragedia che si sarebbe potuta evitare se solo Israele avesse già avuto la sua sovranità e vi avesse potuto accogliere. Oggi quella sovranità Israele se la è conquistata, è stata approvata da quasi 70 anni dalla Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Lo Stato di Israele ha fatto miracoli in tutti i campi. Qualcuno chiede che tutto questo venga distrutto. Come immediata conseguenza noi non avremmo più la possibilità di pensare a Israele come nostro rifugio e difesa contro chi ci odia. Tutto sarebbe simile al 1938.
Ecco perché dobbiamo essere chiarissimi su un punto: Israele siamo noi. È finita l’epoca dei distinguo. E se vogliamo che Israele resti sicura e possa garantire libertà e democrazia dobbiamo difenderla e aiutarla. Ognuno come può. È la nostra assicurazione sulla vita.
Andrea Jarach, La nostra assicurazione sulla vita
°°°°°°°°°°°°

            TEKOA

tekoaTekoa is a Jewish community located in the Judean Mountains with a population of 350 families.

 

Se l’Onu si è trasformato in una grande moschea

Fiamma Nirenstein, Se l’Onu si è trasformato in una grande moschea
Il Giornale, 19 febbraio 2016
°°°°°°°°°°°°°°
L’Onu riesce sempre a farti sbarrare gli occhi nonostante ormai il suo catalogo sia classicamente impregnato di odio antioccidentale, ossessione antisraeliana, abbandono dei diritti umani. Anche stavolta la famosa esperta Anne Bayefsky ci accompagna nei corridoi dell’edificio vetrato ornato, a New York, di tutte le bandiere del mondo. Ma un’occhiata all’interno ci porterà nell’edificio dell’Assemblea generale, a uno stupefacente cumulo di tappeti da preghiera e anche a mucchi di scarpe. La preghiera è certamente una bella cosa, ma dentro l’Onu sembra essere praticata pubblicamente (un po’ come si vide nei boulevard di Parigi, o in piazza del Duomo a Milano) soltanto da una fede anche oltre la sala da meditazione che era nata per ospitare qualsiasi fede. Fu creata nel 1957 con la supervisione dell’allora segretario Dag Hammarskjold che voleva «uno spazio in cui le porte possano essere aperte alle infinite terre del pensiero e della preghiera».
Adesso, lo spazio è prenotato dalle 11,45 alle 3 (l’Onu non dice da chi) ogni giorno. Le preghiere musulmane sono divenute così popolari che i tappetini e le scarpe strabordano anche sui percorsi turistici. I cristiani, gli ebrei, gli indu, invece, ed è certo una loro scelta, non compaiono mentre la fede islamica ci tiene a mostrarsi dentro il Consiglio Generale. Tutto questo non è folclore: per quanto la religione debba essere sempre rispettata in quanto tale, tuttavia qui non si può fare a meno di considerarne l’espressione strabordante come un simbolo dell’intera vicenda onusiana. La storia dell’Onu, nato nel dopoguerra per diventare il difensore dei diritti umani contro la violenza e la dittatura dopo gli orrori passati, è stato poi divorato da logiche interne.
La presenza strabordante di Paesi non democratici, soprattutto del blocco islamico (57 membri dell’Organizzazione per la Cooperazione Islamica) e dei cosiddetti «Paesi non allienati» (120) ha condotto a una sistematica demolizione dello scopo basilare dell’Onu, che ha 193 membri: è una pura questione matematica. Così è stato sempre impossibile definire unanimemente il terrorismo, e possibile invece (sin dall’82) legittimare «la lotta dei popoli contro le occupazioni con tutti i mezzi a disposizione», evitare la difesa delle persone omosessuali nell’ambito dei diritti umani, seguitare a far circolare l’idea che la carta islamica dei diritti, in cui le donne sono discriminate e la sharia auspicata, sia una valida sostituta per quella approvata dalle Nazioni Unite, fare di Israele uno stato canaglia con mille invenzioni pazzesche, e rendere un Paese che rappresenta lo 0,1 per cento della popolazione mondiale oggetto del 40 per cento circa delle risoluzioni dell’Assemblea e del Consiglio per i diritti umani, ignorare le grandi stragi, mettere Paesi come la Cina, la Libia, l’Arabia Saudita in posizioni preminenti nel Consiglio e in commissioni delicate e importanti come quelle per i diritti delle donne…Insomma l’immagine di tappeti e scarpe è difficile da collocare in un ambito puramente religioso, quando pochi giorni fa Ban Ki Moon ha dichiarato che i quotidiani attacchi terroristici a Israele sono frutto della frustrazione causata dal ritardo di una ripresa delle trattative, mentre i giovani terroristi inneggiano alla Moschea di Al Aqsa e dichiarano su Facebook e ovunque possono il loro odio razzista per gli ebrei. Ma questo all’Onu non si dice, non si è mai detto, anzi, l’esaltazione della «causa palestinese» ne è uno dei maggiori oggetti di attivismo, mentre niente si fa per i milioni di vittime della corrente ondata di assassinii e di terrore in Medio Oriente.
Fiamma Nirenstein, Se l’Onu si è trasformato in una grande moschea
°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°

                                                                       HINANIT

hinanit

Hinanit is a Jewish community located in the Samarian hills with a population of 800 people.

 

SS italiane, la ferocia degli stranieri in patria

Amedeo Osti Guerrazzi, SS italiane, la ferocia degli stranieri in patria
La Stampa, 18 febbraio 2016
°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°
Nelle pubblicazioni dei reduci di Salò, l’adesione alla Repubblica di Mussolini viene sempre giustificata con la volontà di difendere l’onore della Patria tradita dalla Monarchia e da Badoglio, e con la necessità di rendere meno dura la vendetta dei nazisti, continuando a combattere al loro fianco. Ma non tutti coloro che rifiutarono di accettare l’armistizio giurarono fedeltà a Mussolini.

Ventimila volontari
Circa ventimila italiani scelsero non di combattere «a fianco» dei tedeschi, ma «con», i tedeschi, arruolandosi direttamente nelle Waffen SS. Questi italiani, disgustati dal comportamento del re e del governo, umiliati per lo sfaldamento dell’esercito subito dopo l’armistizio, decisero di combattere nelle armate di Himmler per dimostrare al mondo che non tutti gli italiani erano dei «traditori». Chi si arruolò nel «Corpo nero» giurò fedeltà ad Hitler e di seguire i dettami dell’ideologia nazista. Insomma chi entrò nelle SS decise di far parte di un corpo fortemente politicizzato che aveva come scopo la costruzione di un «Nuovo Ordine Europeo», ovvero un’Europa dominata dalla Germania nazista, con una precisa gerarchia politica e razziale.

Gli arruolamenti di italiani nelle SS cominciarono immediatamente dopo l’armistizio. Mussolini aveva proposto ad Hitler la creazione di un corpo di SS italiane nei giorni successivi alla sua liberazione, nei colloqui avvenuti a Rastenburg il 13 settembre. All’inizio di ottobre il comandante supremo delle SS Himmler diede il via all’operazione. Alcune migliaia di internati militari, i soldati del Regio esercito rastrellati dalla Wehrmacht nei giorni immediatamente successivi all’otto settembre e deportati in campi di prigionia in Germania ed in Polonia, si presentarono spontaneamente, ed andarono a costituire i primi battaglioni. Altri gruppi, invece, si arruolarono in blocco. Si trattava di piccole unità di camicie nere che, sorprese nei Balcani o nell’Europa dell’Est dagli avvenimenti di settembre, avevano deciso di rifiutare l’armistizio e di continuare la loro guerra a fianco dei tedeschi. Furono questi gruppi che si dimostrarono i più decisi e violenti nei mesi successivi. Ai primi di novembre 1943 i primi reparti tornarono in Italia e, agli ordini di ufficiali tedeschi, furono immediatamente utilizzati nei rastrellamenti contro i partigiani, specialmente in Piemonte.
L’esordio a Vinadio
La prima operazione di una certa importanza nella quale fu impiegato un reparto di SS italiane fu il rastrellamento di Vinadio, una cittadina in provincia di Cuneo che era caduta nelle mani dei partigiani. Il 9 dicembre 1943 i nazi-fascisti riconquistarono Vinadio e lo misero a ferro e fuoco. Secondo il racconto del comandante partigiano Nuto Revelli furono gli italiani a chiedere «l’alto onore» di fucilare i partigiani catturati, anche quelli feriti. «Hanno trascinato i feriti come bestie fuori dall’Ospedale Santa Croce. – scrisse Revelli – Li hanno buttati su un camion. Al poligono di tiro un ferito non si reggeva in piedi, le sue ferite aperte perdevano sangue. I fascisti lo hanno legato a una sedia per fucilarlo meglio».

Non fu un caso isolato: anche nelle operazioni successive le SS italiane si distinsero per la brutalità nei confronti di prigionieri e civili. Nel marzo 1944, durante un rastrellamento nei pressi del paese di Balangero, un ufficiale italiano delle SS insistette per fucilare dei civili presi come ostaggi, anche contro la volontà del suo superiore tedesco, tale Kreuser. «Il Kreuser non aveva fatto nulla, mentre T., italiano, volle e spietatamente volle», si legge nella sentenza che condannò l’ufficiale italiano nel dopoguerra. Poche settimane dopo, un reparto delle SS italiana fu attaccato nel paese di Cumiana, a nord di Pinerolo. Lo scontro fu rapido e le SS furono costrette ad arrendersi, lasciando nelle mani dei partigiani 32 soldati e due sottufficiali tedeschi. Il primo aprile giunse a Cumiana un altro reparto delle SS italiane che come prima cosa diede fuoco al paese, raccogliendo poi circa 200 ostaggi tra la popolazione civile. Nonostante i tentativi di trovare un accordo, lo scambio tra prigionieri ed ostaggi non si poté effettuare e le SS fucilarono 51 ostaggi, distruggendo poi il paese.
Impiccagioni
Nel 1945 alcuni reparti furono impiegati in Lombardia, dove operarono sempre con gli stessi metodi. Secondo le memorie di un ex SS italiana, pubblicate nel 2007: «Con i partigiani […] applicammo la legge marziale: quando ne catturavamo qualcuno, lo impiccavamo. D’altra parte, ogni volta che loro mettevano le mani su un legionario SS, non avevano alcuna remora a passarlo per le armi.»
L’ultima strage compiuta dai «legionari SS» avvenne a Rodengo-Saiano, in provincia di Brescia, il 29 aprile 1945, quando il maggiore Thaler decise la fucilazione di sei partigiani fatti prigionieri.

Non è facile capire le motivazioni di una tale violenza. Sicuramente le caratteristiche della guerra civile e della guerra anti partigiana portarono alla brutalizzazione dei reparti, tuttavia le SS italiane si distinsero per la loro spietatezza soprattutto nei confronti dei civili. L’adesione ad un corpo scelto e fortemente ideologizzato, li convinse di essere parte di quella élite guerriera che avrebbe governato l’Europa nel dopoguerra, così descritta dalla rivista ufficiale del corpo, Avanguardia: «Camerati tedeschi, uomini tagliati da una scure divina in un blocco di diamante, gente stretta da una solidarietà più unica che rara, spiriti indomiti e invincibili, mirabile esempio di disciplina, correttezza e lealtà […]. Il mondo cieco e malvagio vi odia perché vi sentite forti, migliori e decisi a vedere la morte del vostro nemico […]. Con voi ci sono gli uomini di Mussolini, le creature che non tradirono».

Spietati
Per fare parte di questa élite, per dimostrare di non appartenere ad un popolo di «traditori», era necessario dimostrarsi più duri e spietati degli stessi tedeschi. L’aver prestato giuramento ad un corpo straniero, inoltre, aumentò l’isolamento dei militi, che si sentirono «stranieri in Patria», e combatterono come se fossero parte di un esercito di occupazione in territorio nemico, cosa che in realtà erano. Soltanto tenendo ben presenti questi elementi si spiega l’estrema violenza dimostrata dalle SS italiane nei confronti dei civili italiani, e la decisione con la quale eseguirono gli ordini dei loro superiori tedeschi. Molti di essi, disgustati dalle stragi, disertarono, ma coloro che scelsero di rimanere nei ranghi fino alla fine si dimostrarono perfettamente all’altezza della fama delle SS tedesche.
Amedeo Osti Guerrazzi, SS italiane, la ferocia degli stranieri in patria

°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°

                                                     NOFEI NEHEMIAH

nofey-nehemya

Nofei Nehemiah is Jewish community located in the Samarian hills with a population of 14 families.

 

La sessione furiosa alla Knesset sui due Stati: da dove viene l’idea di Palestina?

Giovanni Quer, La sessione furiosa alla Knesset sui due Stati: da dove viene l’idea di Palestina?
Informazione Corretta, 11 febbraio 2016
°°°°°°°°°°°°°°°°

Ieri alla Knesset la sessione sulla soluzione “due Stati per due popoli” si è trasformata in uno scontro tra destra, che ospita una pluralità di voci, e sinistra, che crede di essere depositaria dell’unica soluzione. Dopo che Netanyahu ha rimbrottato la sinistra per aver finalmente capito che il sogno dei due Stati si allontana, messo in fuga dalle mille organizzazioni estremiste che mangiano il Medio oriente, Herzog, leader dell’opposizione, si rivolge ai ministri della destra che propongono l’annessione dei territori chiedendo “ma cosa siete, degli sfigati?”.
Il tema centrale che occupa la stampa israeliana e internazionale è però il discorso della parlamentare Anat Berko (Likud), che Haaretz e Yeditoh Aharonoth definiscono ignorante e provocatrice. Altre critiche arrivano dalla stampa internazionale. Nel suo discorso, Anat Berko ha detto che Palestina non è un termine che indica identità nazionale, ma un prestito linguistico “infatti, in arabo non c’è nemmeno il suono ‘p’, non c’è la parola Palestina”. Dopo aver ripetuto tre o quattro volte il suono ‘p’, i parlamentari arabi si alzano e se ne vanno anche loro mormorando ‘p’. Anat Berko, criminologa, è una ricercatrice specializzata in terrorismo, in particolare quello suicida. Per la sua tesi di dottorato ha intervistato Ahmed Yassin, il fondatore di Hamas, e altri aspiranti terroristi suicidi.
Una svista, un pozzo di ignoranza, una dichiarazione estremista o addirittura razzista? La Berko non ha torto. In arabo non c’è la ‘p’, infatti quando si vuole imitare l’accento arabo in qualsiasi lingua, si pronunciano le ‘p’ come delle ‘b’. In varie lingue il suono ‘p’ è spesso associato al suono ‘f’, e alle varie trascrizioni dei suoni intermedi. Così i filistei sono conosciuti con la ‘f’, ma il territorio è stato poi latinizzato con la ‘p’, Palestina. La singola dichiarazione della Berko, che è difficile associare a ignoranza o razzismo, è legata alla più generale storia delle idee. Palestina, da parola che indicava un territorio in epoca romana, dopo essere stata sostituita da “Terra Sancta” coi crociati, Siria dagli ottomani, è stata ripresa dagli inglesi con il mandato e si è trasformata in un’idea politica che si contrappone a Israele. L’identità della Palestina si è trasformata negli anni in un’alternativa a Israele e poi in un concetto storia che ingloba Israele.
Nei discorsi e pubblicazioni vicini al BDS si sente spesso parlare di “Palestina storica”, che è un’espressione di per sé a-storica. Il discorso della Berko, condannato e ridicolizzato, senza dubbio poco elegante, fa parte di uno degli aspetti centrali del conflitto, che non è territoriale né politico, bensì storico e culturale. La promessa di “buttare gli ebrei in mare” promulgava la visione di un vicino oriente senza Stato ebraico, riprendendo la retorica dei movimenti di resistenza e liberazione degli anni ’60 e ’70.
Questo approccio si è trasformato negli anni in una lotta per l’autodeterminazione, che ha portato ora a parlare di “Palestina storica”, il cui significato politico non è che io rifiuto dell’esistenza di uno stato ebraico percepito come usurpatore. La progressiva erosione della retorica “resistente” in favore di una retorica “universale” si ripromette di usare i valori dei diritti umani e dei popoli indigeni per delegittimare Israele e negarne l’esistenza dal suo fondamento.
Giovanni Quer, La sessione furiosa alla Knesset sui due Stati: da dove viene l’idea di Palestina?
°°°°°°°°°°°°°°°°

                                                                 OTNIEL

OtnielOtniel is a Jewish community located in the Judean Mountains with a population of 100 families.