A soli 4 giorni dall’attacco islamico, ecco le solite litanie

Deborah Fait , A soli 4 giorni dall’attacco islamico, ecco le solite litanie
Informazione Corretta, 26 marzo 2016

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Ho atteso qualche giorno prima di scrivere le mie opinioni sui barbari e vili attentati di Bruxelles perchè sapevo che sarebbe accaduto ciò che temevo e che, passato il primo momento di smarrimento e di paura, i soliti personaggi intervistati dai media avrebbero dato inizio al balletto delle giustificazioni, al patetico spettacolo del buonismo.
Non saprei a chi dare la palma dell’infamità, forse sarebbe giusto un ex aequo poichè nessuno è stato peggiore o migliore, tutti mi hanno fatto provare lo stesso grado di indignazione, dai telegiornali, alle interviste, ai talk show, un’accozzaglia di banalità e di politicamente corretto.

 Incominciamo da “L’islam è pace e amore”. E’ difficile da credere ma c’è ancora chi ha l’impudenza di dirlo e in questi giorni l’ho sentito fino alla nausea che ha fatto il paio con quellaprovocatami dalle lacrime dell’Alto commissario dell’Unione europea, Federica Mogherini. Si, proprio lei, quella che si faceva fotografare abbarbicata all’arciterrorista Arafat.
Questa volta è scoppiata in lacrime, beh proprio scoppiata no, si vedeva che si sforzava come matta per farsi uscire due goccette dagli occhi.
Devo ammettere che vederla abbracciare il rappresentante giordano , imbarazzatissimo, in piedi accanto a lei, mi ha anche molto divertita.

Vabbe’, ognuno ha le sue debolezze, parliamo di cose serie e veniamo all’imam della moschea di Bruxelles che oggi ha dichiarato “Il terrorismo non ha religione!” Come no! Certo che ce l’ha, il terrorismo ha una religione specifica, sempre quella e si chiama Islam! Non ho notizia di terroristi non musulmani in giro per il mondo a fare stragi. Non esistono terroristi cristiani, buddisti, ebrei. Non esistono terroristi cinesi o brasiliani o indiani. L’India è stata per quasi due secoli colonia britannica, mai nessun indiano è andato in Inghilterra o in Europa a gettare bombe.
La Cina ha avuto, con il comunismo di Mao, 50 milioni di morti. Mai visti terroristi cinesi andare a farsi esplodere da qualche parte.
Gli ebrei sono stati perseguitati e massacrati in Europa per 2000 anni ma non sono mai esistiti terroristi ebrei pronti a fare massacri di europei per vendicare le sofferenze subite.
A parte gli anni di piombo in cui Brigate Rosse, Brigate Nere e Baader Meinhof, peraltro amici e compari degli stragisti palestinesi, imperversavano tra Italia, Germania e Francia, tutti i terroristi rispondono a un’ unica religione, l’Islam e a un’unica cultura o subcultura, quella musulmana.

A quelli che belano che l’slam è pace e amore, che non tutti i terroristi sono musulmani ecco il bollettino degli attentati fatti nei 10 giorni precedenti gli attacchi islamici di Bruxelles, tanto per gradire, ma sono sicura che troveranno comunque qualche giustificazione:
– Domenica 13 marzo: attentato islamico in Costa D’Avorio, 16 vittime di diverse nazionalità.
– Lunedì 14 marzo: due palestinesi uccidono due cittadini israeliani che attendevano un autobus. Un terzo terrorista palestinese sperona con la sua auto un mezzo dell’esercito israeliano.
– Martedì 15 marzo: in Somalia terroristi islamici sequestrano tre operatori della Croce Rossa. I rapimenti seguono il saccheggio di un villaggio.
– Mercoledì 16 marzo: due attentatrici suicide si fanno saltare in aria in una moschea in Nigeria uccidendo 24 persone.
– Giovedì 17 marzo: un paio di terroristi palestinesi aggrediscono un militare israeliano.
– Venerdì 18 marzo: terroristi islamici sparano razzi all’indirizzo di un impianto per l’estrazione di gas in Algeria. Evacuato il personale e sospese le attività estrattive. – Sabato 19 marzo: attentato islamico nel quartiere dello shopping di Istanbul uccide tre israeliani (due dei quali cittadini americani) e un iraniano, e ferisce 39 persone. E’ il quinto attentato in Turchia negli ultimi mesi riconducibile o rivendicato dallo Stato Islamico. Nello stesso giorno: colpi di mortaio in Egitto uccidono 15 militari egiziani. Lo Stato Islamico ne rivendica l’esecuzione.
-Domenica 20 marzo: attentato islamico in una base militare somala situata ad appena 28 miglia dalla capitale. Uccisa una persona e sequestrati diversi mezzi.
– Lunedì 21 marzo: estremisti islamici colpiscono un albergo nel Mali che ospita una missione dell’Unione Europea. (Un ringraziamento a Fulvio Del Deo) A chi piagnucola che nelle stragi spesso muoiono anche musulmani devo obiettare che è da quando Maometto ha fondato l’islam che i musulmani si uccidono tra loro, non è certo una novità. Quando commettono i massacri non potrebbe fregar loro di meno se nel mucchio muoiono anche musulmani. Può accadere, e accade, in Israele come in Europa, come in America. I nazi-terroristi del Califfato, quelli di Hamas, quelli di Hezbollah, quelli di Boko Haram, quelli di Al Fatah, quelli di Al Qaida, quelli di Al Shabaab non hanno nessun rispetto per la vita umana, gli basta ammazzare quelli che odiano, siano altri islamici, siano ebrei o cristiani,
“Prima il Popolo del Sabato, poi quello della Domenica (Statuto di Hamas)”. Per loro la vita vale meno di zero, la loro come quella degli altri .


Il 24 marzo, a Virus 
http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-59514817-49e8-44dc-bff6-b389c1e0d204.html  Nicola Porro avrebbe avuto la grande occasione di far parlare finalmente un’araba che non dicesse che l’Islam è una religione di pace. Era sua ospite Suad Sbai, politica e scrittrice, presidente dell’Associazione delle donne marocchine in Italia, che ha giustamente parlato di un progetto jihadista salafita e wahabita in Europa, un’ Europa che odia se stessa, che si autodistrugge.
Ha spiegato che se, oggi, dai barconi non scendono terroristi lo diventeranno certamente i loro figli che, come un cavallo di troia, faranno parte di un progetto inarrestabile, deciso decenni fa dai Fratelli Musulmani, che porterà alla distruzione e alla conquista islamica del vecchio continente. “Non vogliono l’integrazione, vogliono l’islamizzazione dell’Europa”….

In verità sarebbe più giusto dire che la Sbai cercava faticosamente di parlare e di spiegare, Porro la interrompeva spesso e volentieri per dare la parola a Nicola Fratoianni di SEL che faceva praticamente dei lunghi monologhi per giustificare, per parlare delle guerre dell’Occidente, dei finanziamenti dell’Occidente , delle innumerevoli colpe dell’Occidente. E’ stata una cosa davvero ignobile e penosa e mi meraviglio di Porro che consideravo, ta i tanti lecchini, un giornalista “senza padroni”, per niente buonista, uno insomma che dice pane al pane e vino al vino.

Mi ha indignata ancora di più il suo atteggiamento di rispetto nei confronti di Rula Jebreal, in collegamento da New York, con le sue solite patetiche banalità. Rula, arabo-israeliana, autodichiaratasi esperta di politica mediorientale , nata a Haifa, definita da lei “città palestinese”, è ferocemente antisraeliana ed è su questo che ha costruito la propria carriera cavalcando le ossessioni contro Israele dei media e del pubblico. Dopo un lungo periodo di silenzio, quando qualcuno si chiedeva che fine avesse fatto, eccola ricomparire da New York come moglie di un miliardario ebreo americano che probabilmente ha sposato la sua causa.
Recentemente, purtroppo per noi, ha ricominciato ad apparire nei talk show con interventi sulle questioni mediorientali, argomento che le consente ancora (e per sempre) di esprimere tutto il suo veleno contro Israele.

 Ebbene si, anche Nicola Porro si è rivelato una delusione esattamente come Franco Di Mare che questa mattina a UnoMattina ha snocciolato un’altra perla, ha detto esattamente ” Durante la prima intifada in Terrasanta….”. In quel momento per un secondo ho pensato che avesse fatto un errore , che si riferisse alle Crociate…Terrasanta….intifada….che Terrasanta…che intifada in Terrasanta….voleva dire Crociata….Invece no! Parlava proprio della prima intifada in Israele, questo paese dal nome talmente impronunciabile da preferire rendersi ridicoli in un’ignobile tentativo di delegittimarlo, di farlo scomparire almeno dai media visto che ancora non si può fare di meglio.http://www.unomattina.rai.it/dl/portali/site/page/Page-659a5e7e-1949-4e2d-b4e4-193b9784ca07.html

 Ultimo delirio appena sentito a Ottoemezzo http://www.la7.it/otto-e-mezzo  che sta andando in onda mentre scrivo : Vauro che dice di provare pietà per i kamikaze, che, continua, è tutta colpa dell’Occidente, che siamo tutti responsabili, che la storia dell’islamico buono e islamico cattivo è razzista, che noi europei facciamo le crociate contro l’islam, …a un certo punto eccolo che perde le staffe perchè Sallusti lo contesta e si mette a urlare:”lei, rivolto a Sallusti, è l’Al Baghdadi italiano”…poi continua dicendo che l’idea di D’Alema di dare l’8 per mille ai musulmani d’Italia è perfetta, che dobbiamo accoglierli perchè sono i musulmani le prime vittime del terrorismo e proprio loro, sempre i musulmani, potrebbero essere la nostra ancora di salvezza.

 Ecco, è un’idea da non scartare : farci salvare dai musulmani, dai deliri di Vauro e D’Alema e dai gessetti di Place de la Bourse a Bruxelles. Povera Europa e il suo odio di sè.

Deborah Fait, A soli 4 giorni dall’attacco islamico, ecco le solite litanie

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                       NEVE EREZ

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Neve Erez is a Jewish community located near Maale Mikhmas with a population of 8 families.

Neve Erez was founded in 1999.

Yemen, bliz per salvare gli ebrei

Giordano Stabile,Yemen, blitz per salvare gli ebrei

La Stampa, 22 marzo 2016

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Sono atterrati all’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv in piena notte. Il primo a scendere è stato un uomo in abito nero e copricapo tradizionale. Poi una madre in un lungo vestito nero, velata, in braccio un bimbo addormentato. E poi il rabbino, con il suo prezioso rotolo della Torah, vecchio di almeno 500 anni.

Era la conclusione felice, nella notte fra domenica e ieri, di una missione top secret per portare dallo Yemen a Israele gli ultimi ebrei che ancora vivono nel Paese in piena guerra civile, sottoposto a blocco navale e aereo. In 19, superstiti di una comunità che fino al 1949 contava 50 mila persone, sono stati tratti in salvo dalla capitale Sanaa e dalla cittadina di Raydah. I dettagli della missione, condotta con l’aiuto degli Usa, non sono stati svelati. Non è chiaro se le famiglie siano state portate in salvo via terra o direttamente in aereo. Restano ancora una cinquantina di ebrei nel Paese e la riservatezza serve a coprire una via di fuga che potrebbe essere riutilizzata. L’Agenzia ebraica, l’ente semi-statale che ha coordinato l’operazione, ha solo detto che il primo punto di accoglienza è stato a Beersheba, nel Sud di Israele.

L’ipotesi più probabile è che un piccolo aereo da trasporto sia atterrato su qualche pista secondaria, i 19 siano stati condotti su fuoristrada, fatti salire, portati in uno scalo amico e di lì imbarcati verso Israele. La seconda ipotesi è che abbiano viaggiato via terra, con il consenso dell’Arabia saudita. L’operazione è stata condotta in due fasi – prima 2 persone, poi 17 – e ha richiesto un mese di preparativi.

Le condizioni di sicurezza degli ebrei yemeniti si sono degradate nell’ultimo decennio. Prima l’ascesa di Al Qaeda, che oggi controlla un terzo del Paese, poi la guerra civile fra i ribelli sciiti Houthi che nel febbraio 2015 hanno conquistato la capitale Sanaa e la coalizione sunnita guidata dall’Arabia saudita che cerca di rimette in sella il presidente in esilio Abd Rabbuh Mansur Hadi. Solo negli ultimi giorni, dopo un raid saudita che ha fatto 100 morti in un mercato, è stato raggiunto un accordo per una tregua.

Nella capitale si sono moltiplicati gli slogan e i cartelli «Morte all’America, morte a Israele». Le ambasciate americane e britannica hanno chiuso. Vicino a quella statunitense, in un compound protetto dalle autorità, vivono gli ultimi ebrei di Sanaa. A Raydah, nel 2012, è stato ucciso l’ultimo insegnante di ebraico, Aharon Zindani. La sua famiglia, 5 persone, è fra quelle portate in salvo, insieme ai resti di Zindani che saranno sepolti in Israele. Nel 2015 una ragazza ebrea è stata rapita, costretta a convertirsi e a sposare un musulmano.

Il blitz ha ricordato l’operazione «Tappeto magico», un gigantesco ponte aereo che fra il 1949 e il 1950 aveva condotto in Israele la quasi totalità della comunità ebraica, presente nello Yemen dal I secolo avanti Cristo. «Questo capitolo nella storia di una delle più antiche comunità ebraiche si sta concludendo – ha commentato il presidente dell’Agenzia Ebraica, l’ex dissidente sovietico Natan Sharansky -. Continuerà a dare il suo contributo in Israele».

Giordano Stabile, Yemen, bliz per salvare gli ebrei

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                                                                       REVAVA

revava
Revava is a Jewish community located in the Samarian hills with a population of 130 families.

Revava was founded in 1991.

La dottrina fallimentare di Obama su Israele

Manfred Gerstenfeld, La dottrina fallimentare di Obama su Israele
Informazione Corretta, 20 marzo 2016

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La lunga descrizione della “dottrina di Obama” pubblicata recentemente da Jeffrey Goldberg su The Atlantic riflette il comportamento confuso del presidente americano. Israele non occupa un grande spazio nell’articolo, malgrado ciò le opinioni di Obama su Israele e Netanyahu sono rivelatrici del suo pensiero, evidenziadone tutte le caratteristiche fallimentari.
L’articolo di Goldberg inizia con l’ammirazione di Obama verso la capacità di Israele nel far fronte al continuo terrorismo, aggiungendo “ è chiaro che vorrebbe vedere la stessa determinazione nel combattere il terrore nella società americana”, il che però è del tutto improbabile.

Una considerevole minoranza di americani condivide la proposta di Donald Trump di proibire temporaneamente l’ingresso in America ai musulmani. Una posizione passiva, che rivela non essere nei suoi piani, anche se dovessero crescere i crimini commessi in Usa in nome dell’islamismo.
Obama ha dichiarato che vi sono soltanto pochi casi di situazioni che riguardino direttamente gli Stati Uniti che richiedano un intervento. Nell’elenco c’è la difesa di Israele se le circostanze estreme lo richiedessero, “ sarebbe un fallimento morale per me in quanto presidente degli Stati Uniti non difendessi Israele”

Goldberg riferisce che Obama ha “ creduto per lungo tempo che Netanyahu poteva realizzare la soluzione dei due stati, proteggendo lo status di Israele in quanto democrazia a maggioranza ebraica, ma ha troppi timori ed è politicamente impedito a farlo”. Un modo di vedere alquanto bizzarro.
È molto improbabile che un ‘ accordo di pace durevole’ possa essere raggiunto con Abbas e Fatah, che onorano chi assassina i civili israeliani. Un accordo di questo genere con questa minoranza palestinese incoraggerebbe ancora di più le intenzioni genocide contro Israele degli islamo-nazisti di Hamas.

Goldberg avrebbe potuto chiedere a Obama che cosa intendeva quando disse che voleva aiutare i palestinesi a conquistare “ dignità “, un concetto distorto, dato che i maggiori “ contributi “ dati dai palestinesi al mondo consistono nel continuo terrorismo e nel propagare l’odio.
Obama cita anche come Netanyahu gli abbia pubblicamente dato “ una lezione sui gravi pericoli che esistono nell’area mediorientale”. Obama l’ha poi interrotto, dicendo “ Bibi, devi capirmi… io sono un afro-americano figlio di una madre single, vivo qui, nella Casa Bianca, e sono riuscito a farmi eleggere presidente degli Stati Uniti. Se pensi che non capisca ciò che mi dici, allora sbagli”. Obama avrebbe potuto proseguire a lungo, anche perchè non era chiaro quale rilievo poteva avere l’essere afro-americano con una madre single e vivere alla Casa Bianca, con il poter capire il Medio Oriente.

In una recente trasmissione sui rapporti tesi fra Netanyahu e Obama, favorevole al presidente americano, evidenziò due vistosi errori commessi da Netanyahu, il primo il supposto appoggio a Romney durante la campagna elettorale per la rielezione di Obama. Il secondo, la poca considerazione verso il presidente americano, malgrado fosse ben documentata, e con la probabile soddisfazione per averla affermata pubblicamente, è stato indubbiamente un passo falso diplomatico.
Ma anche Obama ha mantenuto basso il livello della relazione quando, dopo la nomina a presidente, visitò il Medio Oriente escludendo Israele.

C’è un argomento importante per Netanyahu che Obama pare affrontare in maniera razionale, quando afferma che le differenze tra lui e Netanyahu sulla bomba iraniana sono materia di definizioni. Obama vuole fermare l’Iran dal possedere l’atomica, mentre Netanyahu vuole prevenire gli iraniani dall’essere in grado di produrre armi nucleari. Sotto questo aspetto, il discorso al Congresso del 2015 di Netanyahu, sebbene non citato nell’articolo di Goldberg, aiuta a capire.
Goldberg cita Obama “ Fra 20 anni, se Dio vuole, sarò ancora attivo nei paraggi. Se l’Iran avrà l’arma atomica, ne andrà di mezzo il mio buon nome”, aggiungendo “ Credo corretto dire che, oltre ai nostri profondi interessi di sicurezza nazionale, sono coinvolto personalmente nel voler chiudere la questione”. Ma nel breve periodo da quando venne firmato l’accordo con l’Iran, si sono già verificate alcune violazioni.

David Axdelrod, già consigliere del presidente, intervistato, dichiarò che Obama gli disse che era la persona più vicina a un ebreo seduto nello studio ovale. Può essere vero, più di quanto si creda. Un certo numero di ebrei amricani ‘illuminati’ aderiscono volentieri alla tradizione masochista che condiziona la psiche ebraica da millenni.
Criticano Israele, mentre tacciono sugli efferati crimini palestinesi, incluso lo statuto genocida di Hamas.

Nella sua inervista dello scorso anno – sempre su The AtlanticGoldberg pubblicò una dichiarazione di Obama sull’intenzione di ‘aggiustare’ il mondo, una frase del vocabolario medievale ebraico, citata spesso dagli ebrei che si definiscono progressisti. Invece di esibire qualche segno di riparazione, il mondo, durante la presidenza Obama, è andato sempre peggio. Lo si è visto, solo per citare alcuni esempi, con il deterioramento delle relazioni Usa-Russia, la crescita del caos nel Medio Oriente e l’espansione del terrorismo dei movimenti estremisti nel mondo musulmano. Le vittime del terrorismo globale sono aumentate durante la presidenza Obama, premio Nobel per la Pace, più che durante quella del suo predecessore George W.Bush.

Il nuovo articolo di Goldberg analizza soprattutto la credibilità di Obama, in particolare dopo che il presidente nel 2012 aveva dichiarato che avrebbe impedito ad Assad l’uso delle armi chimiche, che invece vennero usate. Ci sono altri esempi che hanno messo in dubbio la credibilità di Obama. L’aver appoggiato la cacciata del presidente egiziano Hosni Mubarak, da sempre fedele alleato dell’America.
Goldberg scrive esplicitamente che Obama non è riuscito a combattere l’enorme criminalità in larga parte del mondo musulmano, per non “ esacerbare la xenofobia anti-musulmana “. Le sue omissioni su quello che si sarebbe dovuto dire sui crimini collegati all’islam, ha preparato il terreno alle dichiarazioni estreme anti-islamiche di Trump.
Si deve inoltre criticare l’aver minimizzato il problema reale della criminalità musulmana e il relativo impatto globale,  se paragoniamo con le frequenti condanne di Israele per le costruzioni nei territori contesi, un tema del tutto ignorato nell’articolo.
Così facendo, viene alla ribalta un altro fallimento della dottrina Obama: secondo la definizione di anti-semitismo del Dipartimento Usa, il doppio standard del condannare Israele rimanendo in silenzio sui moltissimi crimini musulmani è un atto anti-semita.

Manfred Gerstenfeld, La dottrina fallimentare di Obama su israele

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                                                       GIVAT ZEEV

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Givat Zeev is a town (local council) located in the Binyamin region of Israel with a population of 25 families.

The town was founded in 1998.

Ecco perché la Turchia non può entrare in Europa

Livio Caputo, Ecco perché la Turchia non può entrare in Europa

Il Giornale, 18 marzo 2016

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Nella sua disperata ricerca di una soluzione al problema dei profughi, la signora Merkel non ha esitato a promettere alla Turchia una accelerazione dei negoziati per la sua adesione Ue. E mentre a Bruxelles si discute se dobbiamo davvero prostituirci ad Ankara per un accordo sulla riduzione dei migranti che molti giudicano, oltre che scarsamente inefficace, anche illegittimo, sarà opportuno ricordare perchè ammettere la Turchia nella UE sarebbe un follia. Vediamo, in 10 punti, perché neppure un’intesa sulla gestione delle migrazioni giustificherebbe un cedimento.

1) Non è un Paese europeo, e la sua ammissione all’Ue aprirebbe un autentico vaso di Pandora, incoraggiando le pretese di altre nazioni con noi incompatibili. É inoltre un Paese al 98% musulmano, scarsamente tollerante verso le altre religioni (e, se guardiamo al passato, anche nemico storico dell’Europa) che introdurrebbe un elemento estraneo in una Unione che, pur non riconoscendolo nei documenti ufficiali, è nata da radici e regole giudaico-cristiane.

2) Con il suo impetuoso sviluppo demografico, diventerebbe entro pochi anni il Paese più popoloso della Ue e quindi con la più numerosa rappresentanza nel Parlamento di Strasburgo e il diritto a una forte presenza nella burocrazia di Bruxelles. Sarebbe, allo stesso tempo, il Paese più povero, e perciò il destinatario della maggior parte dei fondi strutturali, sottraendoli ai Paesi dell’Est, al Portogallo, alla Spagna e perfino a parti dell’Italia.

3) Era, ai tempi della guerra fredda, il pilastro orientale della Nato. Oggi è una ambiziosa potenza regionale che persegue obbiettivi suoi spesso in contrasto con i nostri: ha aiutato sottobanco la crescita dell’Isis comprando il suo petrolio e lasciando passare in Siria migliaia di foreign fighters (anche italiani); appoggia i Fratelli musulmani nemici dell’Occidente; ha sviluppato una insensata ostilità verso Israele culminata nella fallita spedizione per forzare il blocco di Gaza. Nella guerra di Siria, tratta come nemici i Curdi, che l’Occidente considera invece i suoi miglior alleati contro il Califfato, e ha assistito impassibile al tentativo dei jihadisti di massacrarli a Kobane. Ha abbattuto, senza un valido motivo, un aereo russo, rischiando di scatenare una crisi dagli esiti imprevedibili.

4) Nella vicenda dei profughi, esercita nei confronti dell’Europa un vero e proprio ricatto: pur essendo perfettamente in grado di fermare coloro che si imbarcano verso la Grecia, pretende, per farlo, sempre più soldi. Per ottenerli, ha chiuso entrambi gli occhi sui «trafficanti di esseri umani» nell’Egeo.

5) Si sta trasformando in una dittatura. Dopo essersi fatto eleggere Capo dello Stato in vista di una modifica (per ora non riuscita) della Costituzione in senso presidenziale che gli permetterebbe di governare fino al 2023, Erdogan travalica oggi sistematicamente i suoi poteri continuando a comandare tramite ministri a lui asserviti. Pochi giorni fa, è arrivato ad asserire di non riconoscere l’autorità della Corte costituzionale quando questa ha osato dargli torto sull’arresto di un avversario. Magistrati e poliziotti che hanno portato alla luce un caso di corruzione che coinvolge la sua famiglia sono stati rimossi o trasferiti.

6) Dopo una lunga trattativa fallita, ha ripreso a perseguitare la minoranza curda (circa il 15% della popolazione), non esitando a prendere a cannonate le sue città e villaggi. Ne viene ripagata con una serie impressionante di attentati, che hanno trasformato le sue città in veri campi di battaglia e ora minacciano anche le istituzioni occidentali.

7) Conduce una spietata campagna contro la libertà di stampa, imprigionando più giornalisti della Cina e chiudendo o commissariando progressivamente i media ostili. Gli ultimi casi riguardano il quotidiano Gumuriyet, il cui direttore è stato accusato di tradimento e minacciato di ergastolo per avere rivelato traffici di armi e petrolio tra la Turchia e il Califfato, e il quotidiano Zaman, (di proprietà del suo antico alleato e oggi mortale nemico, l’imam Gulen, da tempo rifugiato in America) obbligato a trasformarsi da in giorno all’altro da oppositore a giornale di regime.

8) Ha avviato una progressiva e implacabile islamizzazione del Paese, riducendo i diritti delle donne (invitate a rimettersi il velo e a stare a casa a fare figli) e avvicinando la legislazione alla Sharia, con il fine deliberato di cancellare lo «stato laico» voluto da Ataturk.

9) Si rifiuta ostinatamente di risolvere la questione di Cipro, di cui ha invaso la parte settentrionale cinquant’anni fa, restando così in conflitto con uno Stato Ue che, per ritorsione, mette il veto a qualsiasi decisione che la riguarda.

10) Un quinto dei suoi cittadini ammette di avere simpatie per l’Isis. Se anche uno su mille diventasse un militante, apriremmo le porte dell’Europa a 7.500 fanatici pronti a commettere attentati.

Livio Caputo, Ecco perché la Turchia non può entrare in Europa

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                                               ARIEL

arielAriel is a city located in the Judea and Samaria with a population of 16700 people.

The city was founded in 1978.

Fermare l’incitamento all’odio è un dovere

Giovanni Quer, Fermare l’incitamento all’odio è un dovere
Informazione Corretta, 13 marzo 2016
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L’esercito israeliano ha fatto irruzione nella stazione TV “Falastin al-yawm” a Ramallah, arrestando il direttore Faruq Umar Qassem Aliyat. La TV è legata all’organizzazione terroristica Jihad Islamico e trasmette costantemente messaggi di incitamento all’odio, appelli a commettere atti terroristici contro Israele e contro israeliani.
Un altro passo importante è stato compiuto dalla Francia, che ha interrotto le trasmissioni del canale Al-Aqsa di Hamas attraverso il satellite Eutelsat.
L’organizzazione International Federation of Journalists ha condannato l’operazione. Israele sarebbe di nuovo accusata di violare il diritto internazionale, allo scopo di censurare i giornalisti palestinesi e limitarne la libertà di stampa.

La questione del l’incitamento all’odio nella stampa palestinese è poco dibattuta. 
A esclusione di alcuni dibattiti parlamentari, che spesso riportano le ricerche dell’organizzazione Palestinian Media Watch, l’incitamento all’odio dei palestinesi è considerato un mezzo di propaganda “sionista” per limitare ulteriormente la libertà di pensiero, opinione ed espressione dei palestinesi. 
Il limite tra libertà di espressione e incitamento all’odio è oggetto di continuo dibattito. 

Anche società che considerano la libertà di espressione quasi assoluta, come il Canada e gli Stati Uniti, hanno introdotto delle limitazioni per impedire che il diritto di espressione sia sfruttato per spargere odio e incitare alla violenza. 

Il diritto internazionale anche riconosce la legittimità di imporre dei limiti alla libertà d’espressione. L’art. 20 dell’ International Covenant for Civil and Political Rights riconosce la possibilità di limitare la libertà di espressione garantita dall’art. 19 laddove i messaggi trasmessi siano di odio o di incitamento alla violenza. 
La International Convention on the Elimination of Racial Discrimination, del 1965, invita gli Stati a collaborare per eliminare atti di incitamento all’odio (art. 4). 
Le azioni di Israele e della Francia sono quindi protette dal diritto internazionale ed anzi finalizzate a proteggere l’interesse della comunità internazionale a impedire la diffusione di odio e violenza.

Perché allora si condanna Israele?

I messaggi della stampa palestinese di glorificazione e incitamento alla violenza contro Israele sono ancora considerati “resistenza”, così come gli accoltellatori sono considerati “combattenti per la libertà”. In questa visione ideologica, invitare i giovani a commettere attentati sarebbe un messaggio di libertà non di incitamento alla violenza, all’odio e all’ostilità. Tale considerazione ideologica traveste la lotta contro Israele da “resistenza contro l’oppressione” per giustificare ciò che è incitamento all’odio.

Giovanni Quer, Fermare l’incitamento all’odio è un dovere

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                                                  HALAMISH

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Halamish is a Jewish community located to the north of Modiin with a population of 230 families.

 

Neonazisti sciocchi

Ugo Volli, Neonazisti sciocchi
Cartoline da Eurabia, 2 marzo 2016

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Cari amici,
dato che sono stato coinvolto da una citazione giornalistica in merito al grottesco tentativo di boicottaggio del Politecnico di Haifa, il “Technion” (http://www.informazionecorretta.com/main.php?mediaId=6&sez=120&id=61584), inevitabilmente un po’ veloce, sento l’opportunità di spiegarvi la mia posizione in maniera un po’ più articolata. Non che ci voglia molto; la parola “grottesco” è fin troppo generosa. Perché il Technion è una delle migliori università del mondo, solo secondo in Israele ma classificata fra il quarantesimo(http://www.windbusinessfactor.it/news-eventi/internet-e-business/universita-facolta-tech-migliori-mondo/27651) il settantasettesimo posto (http://www.shanghairanking.com/ARWU2013.html) al mondo, mentre le università italiane sono molto più giù: “tra tutte svetta il Politecnico di Milano (187) che entra per la prima volta tra le migliori duecento al mondo, seguito dall’Università di Bologna (204) e dall’Università degli Studi di Roma – La Sapienza (213). Tra le prime 400 al mondo troviamo l’Università degli Studi di Milano (306), l’Università degli Studi di Padova (309), il Politecnico di Torino (314) e l’Università degli Studi di Pisa (367)” (http://www.lastampa.it/2015/09/14/italia/cronache/il-politecnico-di-milano-al-top-tra-gli-atenei-italiani-Vilg6KlT3CzpNm38PrHz8L/pagina.html). Israele è anche il primo per numero di premiati nella classifica dei finanziamenti europei ERC. E quindi boicottare dall’Italia le università israeliane ricorda quella dichiarazione che stava affissa credo nel porto di Messina un giorno di maltempo: “a causa delle condizioni del mare, il continente è isolato”.
Ma questo non è un punto su cui annoiarvi troppo: sono profondamente convinto che ognuno ha diritto di rendersi ridicolo come vuole, soprattutto se crede di ottenere un po’ di pubblicità abbaiando alla luna. Se considerate che fra i circa 200 firmatari dell’appello contro il Technion (su 60 mila docenti regolarmente assunti dall’Università italiana, fa circa lo 0,3%) vi era un congruo numero di pensionati, dottorandi, “cervelli” in fuga all’estero, capite bene che costoro non possono per fortuna ambire ad alcuna rappresentanza del mondo accademico italiano – come del resto ci vuole un po’ di coraggio a definire “gli studenti” la solita decina di professionisti della contestazione in servizio permanente effettivo nei centri sociali, siano essi regolarmente iscritti o meno (io credo meno) a un corso di laurea. E’ la stessa situazione che si verifica a Bologna con le aggressioni al prof. Panebianco, ad opera dei soliti noti agitatori. Informazione Corretta vi ha regolarmente informati di questo scandalo nazionale, cui non si riesce o non si vuole mettere fine con una bella denuncia per interruzione di pubblico servizio, violenza privata e associazione a delinquere e i provvedimenti di restrizione della libertà personale di quelli che hanno dimostrato di voler reiterare i reati.
Torniamo al boicottaggio, che è il tema vero. Perché questi signori vorrebbero boicottare proprio il Technion (che per chi non lo sapesse è un politecnico, con forte impegno nelle tecnologie mediche, biologiche, informatiche, nelle nanotecnologie ecc.)? Perché parteciperebbe all’ “apartheid” israeliano dei palestinesi, dicono. E’ una pura e semplice menzogna. In Israele non c’è apartheid, nelle scuole, nelle università, in Parlamento, nel sistema della giustizia come in spiaggia e nei supermercati non esiste alcuna divisione etnica o religiosa. Tutti hanno gli stessi diritti e doveri, che siano ebrei o musulmani o cristiani, arabi o drusi o beduini. Gli arabi hanno il privilegio di poter non fare il militare (ma non la proibizione di farlo, se vogliono, e parecchi lo fanno). In particolare Haifa è una città di convivenza molto mista, ci ho vissuto parecchi mesi e lo so bene, e le università, in particolare il Technion, hanno una presenza araba diffusa, molto attiva e visibile. Dunque non c’è apartheid, è una bugia bella e buona, come chiunque può constatare coi suoi occhi. Un pretesto propagandistico.
Ma, ribattono i boicottatori, il Technion collabora con le forze armate israeliane nella preparazione di armi moderne. E’ vero. Ma quale università tecnica al mondo non partecipa a quello che la nostra Costituzione (art. 42) chiama “sacro dovere di difendere la patria”? Voi pensate che le più centrali università del mondo, dal MIT alle università di Mosca di Pechino e nel loro piccolo anche di Hanoi e dell’Avana non facciano ricerca militare? E in Italia i Politecnici di Milano e di Torino? Chi progetta i sistemi d’arma? E per restare a Torino, dove mi onoro di insegnare, non partecipa (insieme all’università di Modena) alla formazione dei nostri quadri militari con un corso di laurea in Scienze Strategiche? Perché dunque i boicottatori non se la prendono con le università cui appartengono, o con qualunque altra, ma solo con quelle israeliane? Forse solo in Israele c’è un conflitto (di cui gli israeliani sono vittime e non aggressori, sia detto per inciso)? Ci sono truppe iraniane in Siria e in Yemen, ben lontane dai loro confini. Le università iraniane collaborano ai progetti di armamento nucleare e missilistico degli ayatollah, è tutto pubblico. Per quale strano motivo non sono interessati a quelle? O alle università cinesi, russe, turche ecc. ecc. che collaborano allo sforzo bellico di quegli stati?
C’è un’evidente unilateralità in questa campagna contro le università dello stato ebraico. Vorrei capire dalle persone oneste, se ce n’è, in mezzo ai boicottatori, il perché di questa scelta. O vorrei da qualcuno l’esempio di un solo boicottaggio contro qualunque istituzione di insegnamento superiore che non siano le 8 università dello stato di Israele, in cui si insegna in ebraico. La ragione, ai miei occhi è evidente. I boicottatori, che si ritengono sufficientemente morali da esercitare il diritto di punire chi non piace loro, stanno semplicemente continuando il lavoro dell’inquisizione, delle cacciate degli ebrei da mezz’Europa – o più semplicemente stanno continuando l’azione del nazismo. Il progetto di isolare, impoverire, umiliare gli ebrei (le università degli ebrei, le industrie degli ebrei, i negozi degli ebrei) è esattamente lo stesso predicato e realizzato da Hitler (e Mussolini e i loro volonterosi carnefici in tutt’Europa) settant’anni fa. In breve, i boicottatori sono neonazisti, peggiori dei vari gruppuscoli tipo Stormfront per due motivi: perché cercano di agire invece di propagandare solo l’antisemitismo, e perché (spesso) non si rendono conto nemmeno di quel che pensano e di quel che fanno (il che è un’aggravante, non un’attenuante). Coloro che cercano di imporre il boicottaggio delle università israeliane sono, in sostanza dei neonazisti sciocchi, tanto incoscienti di quel che fanno da pensarsi come antifascisti. Non basta deriderli, come certamente meritano. Bisogna buttarli fuori dalle istituzioni di uno stato che è nato dal rifiuto della loro ideologia razzista.
Ugo Volli, Neonazisti sciocchi
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