Solo l’Italia non capisce che l’islam ci minaccia

Francesco Borgonovo, Solo l’Italia non capisce che l’islam ci minaccia

Libero, 30 aprile 2016

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Siamo gli unici che continuano a dormire. Ovunque si svegliano: dalla Gran Bretagna alla Francia, per non parlare dei Paesi arabi. Tutti si rendono finalmente conto che l’islam in Europa rappresenta un problema, e dei più grandi. E non stiamo parlando soltanto della destra, della galassia identitaria o di quelli che vengono sempre dipinti come «populisti». No, in giro per il mondo cambia pure l’opinione degli elettori di sinistra. Lo testimonia un sondaggio realizzato da Ifop e pubblicato da Le Figaro. Il 52% degli elettori del Partito socialista, dicono i dati, è convinto che in Francia sia stato concesso troppo spazio alle istanze dei musulmani. Nel 2010 la pensava così solo il 39% della base elettorale progressista. Adesso, la maggioranza degli intervistati è decisamente contraria, se non apertamente ostile, all’avanzata islamica. Volete un altro dato? Nel 1989, il 33% dei francesi era favorevole alla costruzione di moschee. Oggi, spiega il sondaggio del Figaro, appena il 13% della popolazione approva la costruzione di luoghi di culto musulmani. Certo, il caso della Francia è particolare. Stiamo parlando di un Paese che è stato martoriato, sfregiato da una serie infinita di attentati. Ci sono voluti fiumi di sangue prima che qualcosa mutasse nella percezione della gente. Va notato, però, che Oltralpe in tanti hanno cambiato idea. Non solo i comuni cittadini, ma perfino gli intellettuali, di solito piuttosto restii a rivedere le proprie opinioni e tendenzialmente molto timorosi quando si tratta di sfidare il politicamente corretto. A Parigi e dintorni, pure illustri pensatori della Gauche si sono esposti, denunciando i pericoli della sottomissione. Ma il sondaggio di Le Figaro rivela che l’islam è percepito come un pericolo anche altrove, per esempio in Inghilterra. Capito? Non si tratta soltanto dei «razzisti» ungheresi o polacchi. Non ci sono solo gli austriaci o i fanatici di Pegida in Germania. No: poco a poco, tutta l’Europa si sta finalmente destando dal sonno. E noi italiani? Beh,noi italiani continuiamo a parlare di «integrazione necessaria». Il Pd candida esponenti della comunità islamica legati ai Fratelli Musulmani. I ministri di ogni ordine e grado ci intrattengono ogni giorno sui benefici dell’immigrazione massiva. Gli editorialisti e gli illustri intellettuali non si smuovono nemmeno di fronte a notizie allucinanti come quella data ieri da Libero, e cioè che due fanatici dello Stato islamico partiti per la Siria hanno vissuto in Lombardia ricevendo un sussidio e occupando regolarmente un appartamento del Comune. Abbiamo i jihadisti in casa, li manteniamo, ma nessuno si scandalizza. Forse, i numerosi Profeti dell’Accoglienza presenti sul suolo italico farebbero bene a leggersi l’intervista rilasciata da Samir Khalil Samir alla rivista Tempi. Samir, di origini libanesi, è un padre gesuita, ma è anche uno degli studiosi di islam più noti sul pianeta. Non è certo un estremista di destra, quindi. Eppure sentite che dice: «Mi ricordo che in viale Jenner a Milano il venerdì i musulmani bloccavano la circolazione per pregare, come si fa in tanti paesi musulmani. Questo può avvenire una o due volte all’anno,in casi eccezionali, chiedendo il permesso alla polizia. Ma non ci si può impossessare della strada tutti i venerdì, per di più senza chiedere il permesso. Chi arriva in Italia da un altro paese deve rispettare le regole». E ancora: «Un musulmano deve sapere che in Italia non può trattare sua moglie come farebbe in Arabia Saudita. Non può tenere le figlie rinchiuse e i figli mandarli liberamente in giro. Se non assume questi aspetti della nuova cultura, un immigrato non potrà integrarsi». Piuttosto chiaro, no? O i musulmani rispettano le regole, o non c’è convivenza possibile. L’hanno capito tutti, dalla Francia al Libano.Tutti tranne gli italiani, che ancora dormono sonni beati.

Francesco Borgonovo, Solo l’Italia non capisce che l’islam ci minaccia

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                                               ARGAMAN

 argaman

Argaman is a Jewish community located in the Jordan River Valley with a population of 166 people.

Argaman was founded in 1968.

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Fiamma Nirenstein: un ritratto

Umberto Silva, Fiamma Nirenstein: un ritratto

Informazione Corretta, 28 aprile 2016

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Fiamma, parola perfettamente adeguata alla ragazza Nirenstein, eterna ragazza grazie alla fiamma della giustizia che la vivifica. Le è costata sempre cara questa fiamma, anni d’insulti e minacce che ancora insistono, ma la fiamma che sprigiona dal suo impegno politico e giornalistico è tale da renderla allegra in ogni circostanza, sempre presente a se stessa e agli altri.

Israeliana e italiana, è quanto di meglio si possa escogitare per affratellare questi due popoli; se Bibi Netanyahu l’ha scelta senza esitare e in anticipo sui tempi burocratici, un motivo ci sarà, quasi un’urgenza, come a dire: Attenti signori, arriva una che sa il fatto suo e di noi tutti. Fiamma a Roma, Nirenstein a Gerusalemme, Fiamma Nirenstein ovunque nel mondo che ben conosce e attraversa, ella sembra nata per fare da unione alle due estreme punte della civiltà che si guardano da mare a mare; che esse siano preservate dal male è dovere di tutti, è patrimonio dell’umanità.

In un’epoca che sembra voglia disconoscersi e cancellare l’incancellabile Shoah, Fiamma ha sempre lottato con determinazione contro il rigurgito antisemita che sta diventando un’orrenda cloaca, sede di sé dicenti maestri del pensiero; la lotta di Fiamma è un grande dono per il nostro popolo, lei sempre si adopererà con l’allegra grinta che la distingue e illumina i suoi fulvi capelli; noi italiani dovremmo rallegrarci ed esserne fieri, e lo siamo, Fiamma ha aperto molti cuori e molti altri ne scalderà. Ma, evidentemente, ha chiuso il cuore di alcuni, che s’ingegnano a fare gossip per cercare di fermarla, tacciandola d’incendiaria, ma non certo nel senso vivificante che si è detto. Costoro vogliono tirare a campare, temono la violenza della verità, preferiscono l’indugio che annuncia la catastrofe.

Chi sono questi nemici di Fiamma? Girano molte voci, li invito a uscire in campo aperto per dire a chiare lettere il perché del loro rifiuto e boicottaggio, in modo che insieme si possa capire e ragionare. Ma che sciocchezza svelare che Fiamma vent’anni fa ha scherzato con una certa importante signora, siamo all’asilo infantile? No, i bambini non fanno di queste cose, siamo tra le bisbetiche che tra di loro pettegolano. Fiamma non tira pietre ma parole sì, tante, tantissime, non per sfracellare i cervelli ma per cercare di farli vivere, di illuminarli.

Giù le mani da questa donna coraggiosa e sapiente, si alzino i bicchieri e con gioia si brindi alla sua prossima proclamazione. Fa paura che Fiamma corra senza sosta lungo il Mediterraneo, una gamba di là e una di qua, affannata come spesso la si vede, dolce e gentile appena può? E’ un’ ambasciatrice senza ambasce, non porta pena ma penna sì, una penna densa di pensiero e d’insegnamento. Non mi fiderei mai di un ambasciatore che non scrive quel che pensa e vede. Fiamma Nirenstein in tutta la sua vita ha parlato e scritto, c’è da fidarsi di una così, proprio perché te le dice tutte, in faccia.

Umberto Silva, Fiamma Nirenstein: un ritratto

°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°                                                                       KEDAR

kedar
Kedar is a Jewish community located in the Judean Mountains with a population of 800 people. Kedar was founded in 1985.

Mi spiace dirvelo, ma…

Mordechai Kedar, Mi spiace dirvelo, ma…
Informazione Corretta, 24 aprile 2016

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 http://www.israelnationalnews.com/Articles/Article.aspx/18770

Miei cari amici, ebrei d’Israele e della diaspora, mi spiace dirvi che gli attacchi terroristici che ci colpiscono oggi come ieri, da una settimana, da un mese, da un anno, da un decennio e da un secolo, sono tutti parte della stessa guerra, della stessa lotta, della stessa Jihad condotta contro di noi dai nostri vicini da ormai oltre un secolo.
A volte è una guerra su vasta scala con carri armati, fragori, fiamme, aerei e navi, a volte invece è una guerra di bassa intensità, conosciuta come “terrorismo”, con sparatorie, esplosioni, accoltellamenti. In arabo è sempre Jihad, l’obiettivo sono gli ebrei solo perchè sono ebrei.

Mi dispiace inoltre dovervi ricordare che questa guerra è iniziata molto prima della creazione dello Stato ebraico proclamato nel 1948. Le aggressioni e i massacri degli anni 1920, 1921, 1929, dal 1936 al 1939 ed altri ancora, non erano certo avvenuti a causa di uno Stato ebraico o per quella che i nostri nemici chiamano l’ “occupazione” del 1948, di certo non per l’ “occupazione” del 1967.
Nel 1929 l’orrendo massacro degli ebrei di Hebron era stato perpetrato contro degli ebrei che non facevano parte del movimento sionista, anzi. Vi ricordo che il Movimento di Liberazione della Palestina (Fatah) è stato fondato nel 1959 e che l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) è nata nel 1964, dunque alcuni anni prima dell’ “occupazione” del 1967, risultato della vittoria di Israele nella Guerra dei Sei Giorni.

Voglio farvi notare che le grida che sentivamo, soprattutto nella Guerra di Indipendenza del 1948, erano (in arabo) “Itbach al Yahud” ovvero “Massacrate gli ebrei” e non gli “israeliani” o i “sionisti”, perché il loro vero problema sono gli ebrei, che si rifiutano di essere sottomessi all’Islam, non accettano di vivere come dhimmi, ovvero “persone protette” come l’Islam impone a loro e ai cristiani.
Ancora oggi nel mondo arabo i bambini cantano: “La Palestina è il nostro paese e gli ebrei sono i nostri cani”. Il cane, nella tradizione islamica, è un animale impuro.
La Sharia stabilisce che se un musulmano sta pregando e davanti a lui passa un cane, un maiale, una donna, un ebreo o un cristiano, le sue preghiere verranno respinte e lui deve ricominciare a pregare dall’inizio.

Non è piacevole dirvi questo, ma sappiate che il canto più popolare tra i nemici di Israele è “Khyber, Khyber o Giudei, l’esercito di Maometto ritornerà di nuovo”. Khyber è un’oasi nella penisola arabica popolata da ebrei fino a quando Maometto non li ha massacrati nel 626 d.C. Il canto ricorda quell’evento e minaccia una replica.
Gli ebrei, secondo il Corano (Sura 5, versetto 82) sono i nemici più ostili dei musulmani. Il versetto 60 afferma che la maledizione e la furia di Allah  ricadranno su di loro,  trasformandoli  in scimmie e maiali. Da quando in qua scimmie e maiali hanno diritto ad uno Stato? Da quando hanno il diritto di sovranità? Nonostante quello che pensate, la pace con l’Egitto è stata raggiunta solo dopo che Sadat si rese conto che, malgrado gli sforzi degli arabi di distruggere Israele nella Guerra di Indipendenza del 1948, nella Campagna del Sinai del 1956, nella Guerra dei Sei Giorni del 1967, nella Guerra di logoramento del 1970, e persino nella Guerra dello Yom Kippur del 1973 in cui aveva attaccato di sorpresa Israele, lo Stato ebraico era riuscito a respingere tutti gli eserciti arabi e a portare la guerra nel loro territorio.

Sadat, per questi fatti, aveva capito che Israele era invincibile e che non c’era altra scelta che fare la pace, anche se questa pace sarebbe stata temporanea e analoga alla precedente Pace di Hudabiya del 628 d.C. Allora Maometto aveva concesso un periodo di pace di 10 anni agli infedeli abitanti alla Mecca, ma l’aveva spezzata dopo solo due anni. Yasser Arafat firmò gli accordi di Oslo non perché credeva nella pace, ma perché, definendoli la “Pace di Hudabiya “, aveva visto gli accordi come un cavallo di Troia che avrebbe ingannato gli ebrei. L’unico obiettivo degli accordi di Oslo era quello di creare una entità palestinese con esercito e armi, che a tempo debito avrebbero distrutto Israele. Arafat l’aveva sempre ribadito, ma la nostra dirigenza politica aveva spiegato che lui lo stava dicendo solo per un suo uso interno, e quando gli attentatori suicidi si sono fatti esplodere nelle nostre strade, le vittime sono state chiamate “vittime della pace”.
Da quando la pace richiede vittime? E i fucili che gli abbiamo consentito di avere spareranno su di noi?

Mi rattrista dirvi che sono falliti tutti gli sforzi di Israele per compiacere Hamas, che da organizzazione terroristica è diventato uno stato terrorista. Razzi mortali, tunnel per attaccarci, attentatori suicidi, sono tutti considerati legittimi agli occhi del governo jihadista di Gaza, così al diavolo la vita di uomini, donne e bambini che vivono nella Striscia, e al diavolo il loro benessere, la loro salute, la loro sicurezza e le loro proprietà.
Gli abitanti di Gaza sono pedine nelle mani di Hamas, della Jihad e dei salafiti: tutti autonominatisi collegamento tra Gaza e il Paradiso, avendogli già dato un assaggio dell’inferno sulla terra.

Mi duole dire a tutti voi operatori di pace, pacifisti, anime deboli e stanche in Israele e nel mondo, che il cemento e il ferro che ci avete costretto a dare ai jihadisti di Gaza al fine di ricostruire le loro case distrutte, sono stati invece utilizzati per costruire dei tunnel portatori di morte sia per gli abitanti di Gaza che per gli israeliani. Invece di costruire ospedali, scuole e infrastrutture, i jihadisti hanno costruito un’infrastruttura di morte, sofferenze e disastri. Avete sbagliato ancora una volta, basando la vostra politica su sogni irrealizzabili, delusioni e speranze invece che su fatti e cifre.
Gli analisti, me compreso, non sono del tutto senza colpa: hanno pensato in buona fede che quando Hamas si fosse assunta la responsabilità per il benessere di Gaza, i suoi dirigenti sarebbero diventati più moderati, realistici e pragmatici.
Niente di più sbagliato: Hamas, nonostante abbia lasciato l’opposizione per governare, non ha cessato il jihad contro Israele, non l’ ha tolto dalla cima della sua lista delle priorità, né ha modificato minimamente il suo progetto genocida dell’ “entità sionista”.

Non vorrei distruggere il sogno dei “due stati per due popoli”, ma devo farlo, perché ciò che sta accadendo a Gaza oggi è esattamente ciò che accadrà al secondo stato palestinese che si sta tentando di instaurare in Giudea e Samaria.
Hamas sarà il vincitore delle elezioni, come lo fu a Gaza nel gennaio 2006, e vincerà pure quelle presidenziali. Se così non fosse, prenderebbe comunque tutta la Giudea e la Samaria con un colpo di stato violento, proprio come ha fatto a Gaza nel 2007.
E quando ciò accadrà, che cosa si dirà? “Ooops … non sapevamo … non potevamo immaginare…?”

Adesso lo sapete e non è necessario fare previsioni ! Questo dovrebbe essere il punto di partenza, la vostra ipotesi di lavoro. Se l’Hamas di Gaza sta scavando oggi tunnel di morte nella sabbia, scaverà domani nelle rocce per costruirne in Giudea e Samaria – e vorrei proprio vedere come li troverete e li farete saltare in aria, quando ciò accadrà.
E a tutti voi che avete la memoria corta, permettetemi di aggiornarvi: nel mese di luglio del 2014, con il lancio di razzi da Gaza, Hamas era riuscito a far chiudere per un giorno l’aeroporto Ben Gurion. Se e quando otterrà il controllo della Giudea e della Samaria, sarà perfettamente in grado di far cessare l’attività dell’aeroporto con una semplice catapulta,  dalle colline di Beit Arye potrà dominare tutte le piste dall’alto. Chi non mi crede dovrebbe salire in auto e guidare fino alla cima delle colline ad est del Ben Gurion, che si trovano in “ territori conquistati, occupati”. Per le condizioni del vento in Israele, la maggior parte degli aerei che atterrano scendono al Ben Gurion da est, volando a velocità moderata proprio sopra quelle stesse colline.
Hamastan permetterà agli aerei diretti in Israele di volteggiare in cerchio sul suo territorio per prepararsi all’atterraggio?

Che prezzo sarà costretto a pagare Israele dopo che un RPG ( lancia-granate anticarro portatile ) o una mitragliatrice avrà abbattuto, D-o non voglia, un aereo della El Al? Offriremo loro Gerusalemme, per calmarli? E dato che stiamo già parlando di Gerusalemme, cosa farete quando lo Stato di Hamas si presenterà con un ultimatum: Gerusalemme o guerra? Il Monte del Tempio oppure vi facciamo chiudere il Ben Gurion? E quando il mondo appoggerà la loro richiesta di Gerusalemme, lasciando che sia Israele a pagare il prezzo per calmare l’Islam estremista, che cosa direte? E quando i cecchini torneranno al tiro a segno sui passanti nelle strade di Gerusalemme dalle mura della città vecchia, come i loro fratelli giordani hanno fatto fino al 1967, dove vi andrete a nascondere? Dietro muri di cemento? Una barriera di sicurezza? Oppure sposterete semplicemente la capitale di Israele a Tel Aviv?

 Mi dispiace deludervi, ma la cosa peggiore che sia mai successa alle speranze di Israele per la pace, è stato l’aumento dei movimenti per la pace, coloro che incolpano Israele di volere uno stato di terrore in Giudea e Samaria e per questo deve rinunciare a Gerusalemme Est.
In Medio Oriente, chi esprime un desiderio di pace, chi manifesta la sua bramosia di pace e offre la sua terra e il paese in cambio di un pezzo di carta con su scritto la parola “pace”, è considerato come uno che ha perso la guerra e sta mendicando per il resto della sua vita. I movimenti per la pace hanno cambiato l’immagine di Israele in quella di un paese rinunciatario debole e timoroso, l’esatto opposto del tipo di paese che può ottenere la pace in Medio Oriente.

 Nella regione violenta e fanatica in cui Israele sta cercando di sopravvivere, chiunque sia considerato debole viene preso a calci e pugni ed è inviato nel migliore dei casi all’inferno, o macellato e decapitato sul posto.
In Medio Oriente, pace significa che i tuoi nemici ti lasciano in pace perché sei troppo forte, minaccioso e pericoloso per prendersela con te. In Medio Oriente solo chi vince ottiene la pace. Chi non accetta questa realtà, chi non è pronto per “sangue, sudore e lacrime”, colui che con impazienza chiede “Peace Now”, non appartiene al Medio Oriente. Qui, abbiamo posto solo per i coraggiosi, i forti, i determinati e quelli che credono nella giustizia della loro causa. Chiunque sia privo di questi qualitàpuò trovarsi una casa adatta da qualche altra parte, dove la vita è più tranquilla, silenziosa, prospera e sprizzante gioia. Possiamo suggerire Parigi, Bruxelles, Madrid, Boston o San Bernardino ….

Auguri di un felice Pesach a tutti i figli di Israele!

Mordekai Kedar, Mi spiace dirvelo, ma…

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Parole da leggere con molta attenzione e, soprattutto, da non dimenticare!

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 MATITYAHU

  matityahu

Matityahu is a Jewish community located near Modiin with a population of 1400 people.

Matityahu was founded in 1981.

Andrea’s Version del 22 aprile 2016

Andrea Marcenaro, Andrea’s Version del 22 aprile 2016
Il Foglio, 22 aprile 2016°°°°°°°°°°°°°°°°

Adesso per tre giorni basta. Sto fermo sul divano, sdraiato, attento a non muovere neppure un dito, mi faccio portare il caffè, la merenda, la cena, tutto, non alzo nemmeno uno spillo e consiglio a molti di fare come me perché il 25 aprile si avvicina e abbiamo bisogno di tutte le nostre forze per aiutare i compagni autentici a espellere dal corteo la Brigata ebraica.

Andrea Marcenaro,  Andrea’s Version del 22 aprile 2016

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                                                                         ROTEM rotem

Rotem is a Jewish community located in the Jordan River Valley with a population of 100 people.

Rotem was founded  in 1984.

 

Alla scoperta della sinagoga di Lecce

 Alla scoperta della sinagoga di Lecce: il tempio ebraico nel cuore del centro storico

Il sito Salento a colory propone un viaggio in quello che fu il quartiere ebraico di Lecce: la sinagoga e i resti di una storia travagliata e poco conosciuta.

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Netiv HaGdud                                                        NETIV HAGDUD (da Wikipedia)

 Netiv Hagdud is a moshav and Jewish community in the Jordan valley around twenty kilometres north of Jericho. An archaeological site nearby  has produced remains from the  Neolithic era.

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Fino alla fine del Medioevo, Lecce, e non solo, aveva la sua sinagoga. La comunità ebraica era ben inserita nel Salento, tanto che parecchi comuni vantano ancora oggi, almeno solo col toponimo, la propria ‘Giudecca’, il quartiere in cui si insediavano e si integravano coi locali gli ebrei di Terra d’Otranto”.
Comincia così il viaggio di Alessandro Romano sulle tracce di un pezzo ancora poco conosciuto della storia locale, quella della Lecce ebraica. Dalle pagine del sito Salento a colory, l’autore riesce a recuperare i frammenti di una storia del Salento sepolta sotto anni di persecuzioni e polvere. Anche il capoluogo barocco fu difatti teatro di violente persecuzioni, come racconta ancora il piccolo reportage:
“Purtroppo, con l’imperatore Carlo VIII le cose cominciano a cambiare. Si riaprì un doloroso periodo di persecuzioni contro gli ebrei, che portò alla definitiva cacciata di questa comunità dal Salento. A Lecce, la Giudecca è presa d’assalto già nel 1463, ma gli episodi più violenti si verificano nel 1495, quando anche la sinagoga fu data alle fiamme e quella gente cacciata e spogliata di ogni bene. Quell’Abramo Balmes il cui nome oggi si può trovare ad intitolazione di una via del centro storico, valente medico e filosofo, fu anche lui perseguitato”.
Per ritrovare testimonianze tra i tortuosi vicoli di Lecce, Alessandro Romano è stato aiutato da Giuseppe Pagliara recandosi in quella strada che, come lo stesso nome indica, fornisce un indizio di dove fosse la vecchia sinagoga. La ‘via della Sinagoga’ sbuca proprio davanti alla chiesa di Santa Croce e, come scoprirà lo stesso Romano, portava al tempio, che con ogni probabilità si trovava accanto al celebre monumento barocco della città.
“Proprio qui, dove oggi sorgono i locali della movida leccese, si trovano i resti del cuore della comunità ebraica cittadina, che i proprietari degli immobili hanno coscienziosamente conservato, nelle forme rimaste di ciò che fu un tempo la sinagoga. Qui” continua Romano, “Giuseppe mi mostra le vasche, dove si svolgevano le abluzioni, i particolari architettonici che si possono notare ancora oggi della costruzione originale. Ovviamente, il piano di calpestio della odierna città è più alto di 500 anni fa, perciò molto resta al di sotto dei nostri piedi, tuttavia si può ancora percepire qualcosa. All’interno di Palazzo Adorno, poi, Giuseppe mi fa notare un’altra cosa da lui scoperta, che ci riporta al clima di intolleranza che si respirava secoli fa: in questa struttura siamo davanti a quello che era lo scarico della casa, la fogna, praticamente dell’abitazione. Ebbene, se ci si abbassa e si osservano i conci dal basso, si nota una iscrizione ebraica che recita ‘Questa è la casa di Dio’. Si tratta di un blocco unico, riutilizzato, proveniente probabilmente dalla sinagoga distrutta, e posizionato per “sfregio” all’imbocco di uno scarico fognario” ipotizza Alessandro Romano “questo la dice lunga sulle devastazioni che si verificarono a Lecce, ed il clima di odio, fomentato ad arte ciclicamente contro le comunità ebraiche, nei secoli”.

(LecceSette, 12 aprile 2016)

 Tratto da “Notizie su Israele”, aprile 2016

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Un ‘libro nero’ israeliano sulla UE

Manfred Gerstenfeld, Un ‘libro nero’ israeliano sulla UE 

Informazione Corretta, 16 aprile 2016

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 L’Europa avrebbe potuto dare una immagine positiva in Israele, invece di finire in un potenziale “libro nero”. Le importazioni di Israele dall’Europa sono superiori alle esportazioni per un valore di parecchi miliardi di euro e i rapporti di collaborazione tra UE e Israele sono di grande rilievo dato l’alto livello della creatività scientifica israeliana.
Eppure la UE per molti decenni ha calunniato e diffamato Israele. In linea con la natura divisa delle moderne società ‘post-moderne’, le sue decisioni  non sono omogenee, per questo la totalità delle attitudini negative verso Israele possono non essere subito evidenti. 
La calunnie su Israele hanno anche contribuito alla crescita negli ultimi decenni dell’anti-semitismo in Europa, anche se mancano ancora statistiche fra i vari stati europei.
In più, dopo aver cancellato la definizione di anti-semitismo, la UE non l’ha sostituita con un’altra, una precondizione indispensabile per consentire la lotta contro l’anti-semitismo.

I tentativi di combattere questo odio sono stati deboli, le iniziative verbali, quindi senza efficacia. La diffamazione e la delegittimazione della sovranità di Israele hanno raggiunto dimensioni enormi. Se un  “Libro nero” di Israele potesse parlare, sarebbe di grande aiuto per fare chiarezza sulle iniziative UE, rivelerebbe i molti modi usati dall’Europa per discriminare e diffamare Israele. Potrebbe elencare, per esempio, i comportamenti con i quali la UE ha nascosto l’estremo razzismo e le azioni criminali dei paesi arabi e musulmani.

E’ arrivato il momento di dar vita a questo “libro nero”. La UE si trova nel caos più completo per quanto riguarda la crisi dei rifugiati, dovuta alla propria incompetenza, dopo aver ignorato il problema per molti anni.
La crisi attuale ha aumentato la tensione tra i singoli paesi europei. Le discussioni in Inghilterra se rimanere o uscire dalla UE (Brexit) forniscono un’altra prova della debolezza dell’Europa.
Alcuni degli argomenti anti-UE potrebbero far parte di un rapporto sulle posizioni adottate contro Israele. Lo stesso vale per quanto riguarda la crisi dei rifugiati.

 Per l’Ungheria vi sono 900 aree mal funzionanti in Europa, sotto il controllo di immigrati, dove le autorità non possono far rispettare la legge.
In questo “libro nero” andrebbe inclusa l’alta percentuale di cittadini UE – il 40%- che considerano il comportamento di Israele simile a quello dei nazisti, o che sta conducendo una guerra di sterminio contro i palestinesi. Queste assurde e così diffuse opinioni, rappresentano una schiacciante condanna dell’Europa contemporanea.

La frequenza di queste azioni contro Israele è così alta da avere raggiunto il proprio obiettivo diffamatore, realizzato da istituzioni della società civile, come i media, Ong, chiese progressiste, università, sindacati ecc. 
Se veramente Israele avesse perseguito una guerra di sterminio, i palestinesi si sarebbero estinti da tempo, mentre il loro numero è in costante crescita.
Questa falsa equivalenza morale, che paragona Israele ai nazisti, era stata già usata decenni fa da alcuni leader socialdemocratici, oggi defunti, come il presidente francese François Mitterand, il primo ministro svedese Olof Palme e il primo ministro greco Andreas Papandreou.

Bisognerebbe portare altri esempi, perchè non è possibile redigere, per ora, un indice completo del contenuto di questo “libro nero”.
Alcuni capitoli sono evidenti, la UE non solo insiste nel chiamare i territori contesi del West Bank “occupati”, rifiuta persino di entrare nel merito. Migliaia di giuristi e avvocati hanno scritto alla UE, ricevendo soltanto risposte burocratioche. Se la UE fosse davvero convinta che i territori del West Bank sono occupati, non avrebbe dovuto evitare il dibattito.

Un altro capitol potrebbe essere dedicato alla etichettatura dei prodotti di Giudea, Samaria e Golan. Il fatto che la UE non applichi lo stesso criterio in altre situazioni simili evidenzia il doppio standard, una delle caratteristiche dell’antisemitismo.
La vicenda delle etichettature ha spinto il Simon Wiesenthal Center a includere la UE fra i primi posti nella lista 2015 delle diffamazioni anti-semite. 
Anche le votazioni all’Assemblea Generale dell’Onu e altre istituzioni Onu meriterrebero un capito a parte. Dore Gold ha dimostrato che il voto europeo all’Onu esprima l’abituale pregiudizio anti-israeliano, sottolineando come la UE partecipi alla demonizzazione di Israele alle Nazioni Unite.

Un successivo capitolo deve essere dedicato alla delegittimazione della sovranità di Israele. Andrebbero analizzati i finanziamenti europei alle Ong israeliane- razziste umanitarie- che ignorano le azioni criminali palestinesi. Senza dimenticare i finanziamenti illegali sulle costruzioni nell’Area C.


La UE ha permesso l’immigrazione incontrollata dai paesi musulmani per decenni, contribuendo in grande misura alla crescita dell’anti-semitismo nei paesi europei. Ecco un altro capitolo del “libro nero”. I musulmani sono stati responsabili dei primi attacchi anti-semiti in Europa sin dalla fine del secolo scorso, sono stati gli autori di tutti i crimini contro gli ebrei in Europa. Ma i musulmani non sono l’unico fattore che rende problematica la situazione degli ebrei in molti paesi europei.

 Passando dalle analisi al problema reale, chi dovrebbe finanziare questo “libro nero”? Non potrebbe essere il governo israeliano, a causa della natura delle sue relazioni con l’Europa, e nemmeno dalle organizzazioni ebraiche. Si presenta allora una eccellente opportunità per chi vuole partecipare alla realizzazione di un rapporto sovranazionale contro la diffamazione.
La diffamazione europea di Israele non terminerà con la pubblicazione del “libro nero”, ma la UE merita che i fatti vengano conosciuti. Coloro che desiderano difendere Israele da questi attacchi feroci, avranno a disposizione una fonte di informazione credibile, utile per criticare tutti gli aspetti negativi della UE, le sue politiche discriminatorie verso un partner importante sia per il commercio che per le relazioni scientifiche.

Manfred Gerstenfeld, Un ‘libro nero’ israeliano sulla UE 

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                                                                       TENEH OMARIM

tene-omarimTeneh Omarim is a Jewish community located in the Hebron Hills with a population of 100 families.

Teneh Omarim  was founded in 1984.

Il termine “coloni”

Donatella Di Cesare, Il termine «coloni»

Dal sito: Notizie su Israele

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I telespettatori e i lettori di giornali, anche quelli più avvertiti, si sono ormai assuefatti al termine «colono». Ma perché questa puntigliosa precisazione, così diffusa, eppure così grave? Le parole non sono etichette vuote e indifferenti; hanno un significato che spesso veicola messaggi molteplici. Il termine «colono» sintetizza il modo di vedere di Israele, ne decreta la delegittimazione.
Dalla guerra dei Sei Giorni, che Israele fu costretto a vincere, cominciò a circolare a chiare lettere l’accusa di colonialismo. Nei territori occupati in seguito alla guerra si svilupparono insediamenti che in gergo giornalistico divennero ben presto colonie. Si può su questo punto criticare la politica di insediamento dei governi israeliani successivi. Tuttavia la categoria semantica «colonie» resta problematica. Il potere coloniale è ben altra cosa: si fonda su una metropoli e sulla installazione di territori immensi e lontani, in una discontinuità storico-geografica, di cui si sfruttano le risorse e dai quali si ricavano redditi. È stato questo il modello delle colonie europee. Le cosiddette «colonie», di cui si parla in riferimento a Israele, si estendono per 5.800 chilometri e sono molto spesso paragonabili alla periferia di grandi reti urbane.
L’uso disinvolto, e forse talvolta inconsapevole, del termine «colono» è inaccettabile, perché finisce per rappresentare Israele come una grande, enorme colonia, per infangarne la storia, per comprometterne l’esistenza politica, per minarne la legittimità democratica.
Usare il termine «coloni» piuttosto che israeliani significa far passare l’idea che si tratta di cittadini che risiedono illegittimamente rispetto agli autoctoni, o presunti tali, significa rispolverare il vecchio argomento dell’autoctonia e del possesso della terra.  Donatella Di Cesare

Donatella Di Cesare, Il termine “coloni”

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     KARNEI SHOMRON

karnei-shomron

Karnei Shomron is a town (local council) located in the Judea and Samaria Area of Israel with a population of 6500 people.

Karnei Shomron was founded in 1976.

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Indecente Mediaset

Deborah Fait, Indecente Mediaset
Informazione Corretta, 7 aprile 2016
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Quinta Colonna, lunedì 4 aprile, ore 21.00, conduttore Paolo Del Debbio.http://www.video.mediaset.it/video/quinta_colonna/clip/la-versione-di-barnard_607336.html

Sarei curiosa di sapere se la decisione di ospitare Paolo Barnard a Quinta Colonna, lunedì sera 4 aprile, sia stata un’imposizione della dirigenza Mediaset o una scelta autolesionista di Paolo del Debbio, conduttore del programma. Paolo Barnard, economista riciclatosi in giornalista, da decenni professa il suo odio per Israele, un odio velenoso, feroce e sfegatato basato sul nulla se non su un razzismo talmente cieco e fanatico da rasentare la follia. Nella discussione sul terrorismo arabo-islamico che colpisce, oltre che quotidianamente Israele, tutto il pianeta, ecco le urla scomposte di Barnard “Dovete smettere di ammazzare gli arabi… smettete i massacri e finirà il terrorismo… la Francia in Algeria… l’America… Israele che è il più grande stato terrorista del mondo…” a Lucia Borgonzoni che urlava contro queste affermazioni deliranti, Barnard sbraitava sempre più esaltato “…ho qui i documenti della CIA…” (ehh sì, lui è così importante che la CIA gli passa i dossier per vederli sventolare a Quinta Colonna).

Oltre alla Bergonzoni si è scagliato contro Barnard anche Mario Adinolfi “Non è possibile che alla TV italiana si dica che Israele è uno stato terrorista…non si può…” . Gli altri ospiti? Silenzio assordante! Faccio mie, solo in questa occasione, le parole di Adinolfi. La televisione italiana non può e non deve permettere l’esternazione di simili deliri e mi meraviglio che proprio Mediaset abbia ripescato Paolo Barnard, cacciato per la sua violenza e per la sua volgarità da vari programmi televisivi tra cui La Gabbia di Pierluigi Paragone a causa di alcuni tweet in cui Barnard insultava pesantemente le donne… tutte t…., secondo lui, compresa sua madre. Da questo si evince di che pasta sia fatto questo personaggio che io mi vergognerei persino di salutare per la strada ma che purtroppo suscita ancora le simpatie di quelli che condividono i suoi deliri, basta seguire la discussione sulla pagina facebook di Quinta Colonna 

Ecco un mio vecchio articolo che descrive il personaggio:http://www.informazionecorretta.com/main.php?mediaId=115&sez=120&id=53929
Per comprendere meglio quanto Barnard sia letteralmente invasato di odio antisemita è sufficiente leggere questo libercolo in cui elenca 10 argomentazioni “autorevolissime” per odiare Israele, il titolo è “Come asfaltare chi difende Israele con 10 autorevoli risposte”. 
http://zweilawyer.com/2015/05/18/risposta-al-volumetto-come-asfaltare-chi-difende-israele-parte-1/

Ma lasciamo stare Barnard che non vale nemmeno quello che sta sotto un’unghia, ne ho già spese troppe di parole per uno come lui, vorrei invece fare un paio di commenti su Mediaset. Non lo sapeva Del Debbio quale feccia si portava in trasmissione? Non lo sapeva Mario Giordano, direttore della rete? Chi può aver preso una decisione così scandalosa ignorando la bassissima caratura dell’ospite in studio? Paolo Barnard fa il suo mestiere/missione spregevole di provocatore antisemita ma i dirigenti Mediaset e il conduttore Paolo del Debbio non dovevano dargliene la possibilità perché, come ha detto Adinolfi, la televisione italiana non può e non deve passare il messaggio che la democrazia israeliana, minacciata di distruzione da gran parte del mondo islamico e che non ha avuto un solo giorno di pace in 70 anni, sia “il più grande stato terrorista del mondo” solo perché si difende disperatamente e coraggiosamente dalle aggressioni arabo-palestiniste e islamiche. E’ una vergogna!

Deborah Fait, Indecente Mediaset

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                                                                      OFRA

ofraOfra is a Jewish community located in the Binyamin region with a population of 450 families.

Ofra was founded in 1975.

Pierre Bergé, compagno di YSL, scandalizzato dagli stilisti del velo

 Annalena Benini, Pierre Bergé, compagno di YSL, scandalizzato dagli stilisti del velo

Il Foglio, 1 aprile 2016

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Pierre Bergé è stato l’amour fou, il compagno, il testimone della vita e del genio di Yves Saint Laurent. Hanno lavorato e vissuto insieme, dal 1958, quando si conobbero al funerale di Christian Dior, hanno creato un marchio mitologico e una collezione d’arte, hanno simboleggiato la libertà e la solidità di una relazione che non è finita nel 2008 con la morte di Yves, “l’uomo a cui ho chiuso gli occhi”, l’uomo con cui aveva scelto di vivere la maggior parte del tempo in Marocco, per la bellezza. Per la bellezza, e per la libertà occidentale di esprimerla e ammirarla, anche attraverso gli abiti e i corpi, Pierre Bergé, ottantacinquenne battagliero e senza alcuna considerazione per l’opportunità sociale delle sue opinioni, ha accusato gli stilisti che creano e vendono abbigliamento islamico e veli “di contribuire alla riduzione delle donne in schiavitù”.

Dolce&Gabbana hanno lanciato una collezione di hijab di lusso, veli ricamati abbinati ad abiti alla caviglia, e le grandi catene di abbigliamento si sono affrettate a seguirli, a imitarli (H&M, marchio svedese ha utilizzato una donna musulmana velata nella sua campagna pubblicitaria, Uniqlo, giapponese, ha annunciato di voler iniziare a vendere hijab nei negozi di Londra, Marks&Spencer, inglese, ha messo in vendita questi spaventosi costumi da bagno che lasciano scoperti solo mani, piedi e l’ovale del viso: i burkini). “Sono scandalizzato – ha detto Bergé alla radio francese – gli stilisti non dovrebbero avere nulla a che fare con la moda islamica. Io che sono stato per quarant’anni al fianco di Yves Saint Laurent ho sempre creduto che gli stilisti fossero lì per rendere le donne più belle, per dare loro libertà, non certo per diventare complici di una dittatura che impone questa cosa abominevole di nascondere le donne e costringerle a vivere una vita nascosta”. Questa cosa abominevole è diventata una richiesta di mercato, stimata dal Guardian in circa 280 bilioni di dollari.

“Tutto questo per fare soldi! – ha detto Pierre Bergé – Penso che le convinzioni debbano venire prima del denaro. Non è che, poiché le donne sono costrette dai loro mariti a vestirsi così, noi le dobbiamo incoraggiare. Dobbiamo incoraggiarle a spogliarsi e a liberarsi. Pierre Bergé, uomo d’affari che è stato grande amico di François Mitterrand, e azionista del Monde con cui ama polemizzare, ha detto che non gli importa nulla delle chiacchiere sull’islamofobia: “Io vivo in Marocco, di solito dico quello che penso e penso quello che dico, e penso che non ci sono motivi per andare incontro a questa religione, verso queste usanze che sono incompatibili con la libertà che caratterizza le nostre usanze occidentali”.

Gli stilisti che si arricchiscono con la mortificazione glamour del corpo femminile, con il nascondimento della bellezza, “dovrebbero farsi qualche domanda”. Secondo il ministro francese della Famiglia, dell’Infanzia e dei Diritti delle donne, Laurence Rossignol, questi veli alla moda sono paragonabili “alla schiavitù”. E le donne che li scelgono con entusiasmo? “Certo ci sono donne che li scelgono, c’erano anche dei negri americani che sceglievano la schiavitù”, ha risposto il ministro, suscitando scandalo e richieste di dimissioni per avere usato la parola “negri” e per avere parlato di schiavitù. Resta l’appello di Pierre Bergé agli stilisti: “Rinunciate al denaro, abbiate delle convinzioni”.

Annalena Benini, Pierre Bergé, compagno di YSL, scandalizzato dagli stilisti del velo

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                                                             MEVO HORON

 mevo-horon

 Mevo Horon is a Jewish community located near Modiin with a population of 1200 people Mevo Horon was founded in 1970.

La vera lezione d’Israele contro il terrore? Credere in sé e fare la prima mossa

 Mario Mori,  La vera lezione d’Israele contro il terrore? Credere in sé e fare la prima mossa

Il Giornale, 31 marzo 2016

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Gli attacchi da parte del terrorismo di matrice islamista che ormai da quasi venti anni sono rivolti verso il mondo occidentale nel suo complesso e in particolare contro i paesi europei, sono stati presi in esame da varie tipologie di esperti alla ricerca delle motivazioni effettive, dei fini reali che si ripromettono e delle modalità per un loro concreto ed efficace contrasto. E’ scontato come più che sulle origini e sui fini, pur importanti, in questa fase critica sia impellente individuare gli strumenti idonei a contenerne la potenzialità, in attesa che le iniziative culturali volte anche all’integrazione, tanto sostenute da molti politici nazionali e non, facciano il loro ipotizzato effetto. Una valida soluzione di tipo operativo, quindi pratico, in questa fase è assolutamente necessaria, tenuto anche conto che il prolungarsi di uno stillicidio di attentati sempre più clamorosi e letali potrebbe dare vita, in risposta, a forme di reazione con sbocchi anche negativi su diritti dei singoli, già ora intaccati, ma anche sulla tenuta delle nostre istituzioni democratiche.

La storia, e in particolare quella europea, ne è piena e con esempi, anche recenti, che devono fare riflettere. A ogni nuovo attentato, oltre alle consuete polemiche su quello che si poteva fare e non si è fatto, sull’inefficienza della nostra azione di polizia e d’intelligence, sui segnali crescenti di pericolo sempre poi tranquillamente disattesi, tutti aspetti questi che hanno certamente motivazioni concrete ed effettive, ci si interroga su quali siano le modalità per contrastare efficacemente i nuclei del terrorismo islamista che purtroppo, e i più recenti fatti di Parigi e di Bruxelles lo dimostrano, abbiamo già in casa e sono costituiti da cittadini europei a pieno titolo come lo siamo noi. Si parla, quindi, di un maggiore coordinamento delle organizzazioni politiche comunitarie, della costituzione di nuove strutture europee quali un ministero per la Sicurezza, di organismi investigativi e giudiziari che subentrino alle istituzioni delle singole nazioni e svolgano forme di contrasto più puntuali perché condivise. Sono tutte soluzioni queste che teoricamente possono contribuire a migliorare la nostra risposta sul terreno, ma la semplice constatazione che poi, all’atto pratico, si faccia ben poco o nulla, sta a dimostrare che c’è ancora qualcosa che manca e rende praticamente inapplicabili tante teorie all’apparenza così necessarie e fondate su giuste considerazioni.

Accerchiamento e quinte colonne 
Vale la pena allora di guardarsi attorno ed esaminare indirizzi e soluzioni adottati da altri paesi alle prese con gli stessi problemi. Forse l’esempio che più di ogni altro per noi calza e quindi può essere esaminato è quello rappresentato dallo stato di Israele. Certamente la sua situazione, dal punto di vista della consistenza e dell’effettiva pericolosità del fenomeno da contrastare, è senz’altro molto più delicata. Si consideri infatti che Israele è circondato da paesi almeno dichiaratamente tutti ostili; conta una popolazione effettiva numericamente molto inferiore rispetto ai propri vicini; l’esiguità del suo territorio dal punto di vista strategico ne aumenta in maniera consistente la vulnerabilità militare, e infine almeno un quinto dei suoi otto milioni circa di abitanti, di origine arabo-palestinese, non può essere considerato certamente favorevole al suo recente insediamento in quella terra. Cosa ha quindi di particolare questa nazione che dal 1948 fa fronte con successo ad attacchi sia di natura militare che politica ben più consistenti di quelli che noi oggi sosteniamo?

La forza dello stato di Israele è rappresentata dalla forte coesione culturale, linguistica e storica che consente a uomini e donne provenienti da tutte le parti del mondo, con stili di vita, esperienze e formazione affatto diverse, di ritrovarsi uniti in un paese da loro riconosciuto come il focolare comune e quindi meritevole di essere difeso a ogni costo. Dopo la costituzione del suo stato, Israele, oltre a una serie di guerre, ha dovuto fare fronte ad attacchi terroristici e rivolte – siamo oggi alla terza intifada – che hanno messo in difficoltà le sue istituzioni a opera di un’altra gente, quella palestinese, che rivendica il buon diritto di vivere su terre abitate da secoli. Ne sono derivate risposte che mirando al mantenimento del proprio modo di essere in più circostanze hanno superato i limiti dei canoni del lecito secondo il metro di giudizio europeo per analoghe situazioni.

Al di là delle valutazioni di carattere politico e di metodo, resta il fatto che il popolo israeliano si sente costantemente in guerra per la propria sopravvivenza che è stata tribolata nei secoli e antepone quindi questa battaglia a ogni altro valore proprio della cultura occidentale nella quale comunque si riconosce. Le sue istituzioni, in particolare quelle destinate al mantenimento della sicurezza, quindi Forze armate, polizia e intelligence, riescono a sviluppare un’azione coordinata che trova la logica spiegazione nel fatto che ogni giorno queste strutture sanno di combattere per la sopravvivenza nazionale e di fronte a questo bene, ritenuto costantemente in pericolo, non fanno sconti di nessun genere. In particolare i servizi di sicurezza, dall’inizio della loro esistenza, hanno adottato una metodologia operativa di tipo aggressivo che cioè va alla “ricerca” dell’avversario e non lo “aspetta”, così sfruttando in molte circostanze, oltre all’iniziativa, la sorpresa che deriva anche dalla scelta degli obiettivi e dei metodi su come attaccarlo. In tale modo, costituiti da parte dell’élite della nazione, supportati come sono da una tecnologia di assoluta avanguardia e da un potere politico sostanzialmente coeso sull’individuazione dei valori ritenuti irrinunciabili, a cominciare dai primi governi di David Ben Gurion e Golda Meir sino a quello attuale di Benjamin Netanyahu, ottengono risultati brillanti che servono a contenere efficacemente gli attacchi portati dall’interno e dall’esterno. Anche se, negli ultimi anni, sono sempre maggiori e differenziate le offese da fronteggiare, come la più recente “intifada dei coltelli” verso cui l’organizzazione di sicurezza israeliana sembra non trovare ancora rimedi adeguati. Resta però il fatto che Israele, anche con distinguo ideologici scontati tra le sue componenti politiche e intellettuali, rimane fermamente deciso a combattere la sua battaglia, cioè non pensa assolutamente di abdicare ai propri princìpi e in questa determinazione trova la sua forza.

Europa ancora in vantaggio sul terrore 
Noi popoli europei non siamo in questa drammatica situazione perché tutti i parametri strategici da valutare rispetto alla situazione del momento ci sono ancora favorevoli. Questo vantaggio va solo mantenuto e fatto rispettare, contemperando le norme del nostro diritto con quelle dell’accoglienza verso chi ci chiede di essere accolto nel sistema di vita che noi ci siamo dati. Cosa c’è allora da tenere presente e da adottare nel modello proposto da Israele? In particolare quel senso di appartenenza e di condivisione degli elementi fondanti della cultura occidentale che dovrebbe specificatamente accomunare i paesi dell’Europa che trovano sostanziali difficoltà, invece, nell’individuare le basi irrinunciabili dalle quali, anche ricorrendo alla durezza necessaria, non si può transigere, pena il tramonto drammatico delle norme di civiltà che ci siamo dati.

Dobbiamo trovare cioè la forza di credere nella nostra storia e come Israele decidere di non abdicare, e se c’è qualche elemento della nostra compagine che non ci crede più, abbandonarlo per strada senza tentennamenti. Tanta, infatti, è attualmente la nostra superiorità tecnica e organizzativa rispetto alle componenti aggressive dell’integralismo islamico, forti solo di un fanatismo cieco e illogico, che contrastarne le aggressioni non costituisce un problema irresolubile. Dobbiamo però usare con razionalità le nostre forze e, in questa fase, principalmente, le istituzioni preposte alla sicurezza, impiegandole però in maniera proattiva, scegliendo cioè di assumere l’iniziativa e non attendere che gli altri continuino a riservarsi la prima mossa. La storia ci dimostra che, valgano per tutte le vicende dell’Impero di Roma, quando si assume la decisione di fermarsi e mettersi sulla difensiva, arroccarsi cioè dietro a quello che gli antichi chiamarono il limes, si sanziona anche in maniera ineluttabile l’inizio del nostro declino.

Mario Mori, La vera lezione d’Israele contro il terrore? Credere in sé e fare la prima mossa.

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                                                                              ROSH TZURIM

rosh-zurimRosh Tzurim is a Jewish community located in the Judean Mountains with a population of 500 people.

Rosh Tzurim was founded in 1969.