Via le sanzioni all’Iran. Il risultato si vede

 Il Foglio, Via le sanzioni all’Iran. Il risultato si vede

17 maggio 2016

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Il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha attaccato la mostra di caricature antiisraeliane organizzata dall’Iran, accusandola di “negare” e  “ridicolizzare” la Shoah e di preparare così il terreno per “una nuova Shoah”. La mostra internazionale si è aperta domenica a Teheran: centocinquanta vignette provenienti da cinquanta paesi per denunciare la politica israeliana in medio oriente. “Alla fine della settimana si è aperta in Iran una competizione speciale di caricature sulla negazione della Shoah”, ha detto Netanyahu aprendo il Consiglio dei ministri. “Occorre comprendere che il nostro problema con l’Iran non è solo la sua politica di destabilizzazione e aggressione regionale, ma anche una questione di valori: quel paese nega la Shoah, ridicolizza la Shoah e prepara una nuova Shoah”, ha aggiunto Netanyahu.

Varie caricature esposte alla mostra dipingono il premier israeliano come un terrorista e un disegno raffigura una cartina del medio oriente con una bara al posto di Israele, su cui è scritto “olocausto”, che schiaccia dei palestinesi. Spiccano tre aspetti in questa nuova competizione indetta dagli ayatollah. Il primo è economico: quest’anno il montepremi è di 50 mila dollari, contro i 12 mila della scorsa edizione. Il motivo? La recente fine delle sanzioni e il fiume di denaro che il regime ha adesso a disposizione per promuovere terrorismo e negazionismo. Il secondo aspetto è legato alla leadership: nel 2006 fu il presidente iraniano Ahmadinejad a organizzare la prima di queste sceneggiate orrende e allora l’Europa si indignò attaccando il “falco” iraniano, il “pazzo” vicino alle Guardie della rivoluzione.

Adesso che un simile concorso viene indetto sotto la guida dei “moderati” Rohani e Zarif la risposta europea è un penoso silenzio, quando dovrebbe essere di condanna, come ha chiesto Netanyahu. Il terzo aspetto è sui partecipanti: dopo l’Iran, ovviamente, il paese che ha fornito il maggior numero di vignettisti e artisti è niente meno che la Francia, paese ad altissimo tasso di antisemitismo da cui gli ebrei stanno fuggendo ormai da anni e in numeri altissimi (40 mila partenze in vent’anni), il paese delle vignette “blasfeme” su Maometto punite con l’uccisione dei giornalisti di Charlie Hebdo. Eppure l’Iran sa come gettare ponti nella fragile e cattiva coscienza europea: quanti nell’opinione pubblica del Vecchio continente ormai credono che Israele usi la Shoah per giustificare la propria politica? Modernissimi e malefici ayatollah.

Il Foglio, Via le sanzioni all’Iran. Il risultato si vede

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                                                                        MASKIOT

 maskiyot

Maskiot is a Jewish community located in the Jordan River Valley with a population of 50 people.

The village was founded in 2002.

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Due ukaz

Ugo Volli, Due ukaz

Informazione Corretta, 9 maggio 2016

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Cari amici,

voglio partire ancora da una riflessione sull’elezione dell’immigrato pakistano Sadiq Kahn a sindaco di Londra. Quel che questa votazione dimostra è semplicissimo e ovvio, anche se politici e media cercano di non parlarne: se vi prendete in casa un gran numero di stranieri, questi prima o poi governeranno, anche più in là del loro numero, perché troveranno qualcuno (nel nostro caso i laburisti) che li aiuterà a prendere il potere, magari con l’illusione di manovrarli. E magari prima ci sarà stata una Chiesa che li avrà aiutati a entrare e a ottenere la cittadinanza, magari con l’illusione di convertirli o almeno sfruttarli nella loro lotta alla modernità “materialista” e  “consumista”. E in mezzo ci sarà tanta gente di buona volontà che darà una mano per costruire “ponti e non muri”. Tutti costoro si illudono di “arricchire” il proprio paesaggio politico-sociale-religioso, o di poter condizionare le politiche dei nuovi arrivati. Ma illudersi è insensato: i nuovi governanti dichiarano naturalmente di governare in nome di tutti (così ha detto anche Kahn); ma faranno gli interessi di chi si sentono vicino, magari anche il loro partito, ma innanzitutto i loro “fratelli” etnici e religiosi. Col tempo questo dominio diventerà evidente e irreversibile, che sia ottenuto con le elezioni o con la violenza come a Molenbeck, il quartiere di Bruxelles, capitale dell’Europa, che la polizia non è in grado nemmeno di pattugliare.

Naturalmente, perché la presa del potere avvenga, occorre che il panorama etnico e religioso sia adeguato. Ed è esattamente quel che è accaduto a Londra. Guardate le informazioni di questa pagina di Wikipedia (https://en.wikipedia.org/wiki/Demography_of_London), non molto aggiornata, ma chiarissime: nel 2001 i britannici a Londra erano il 69,7 %, nel 2011 il 44%; se il cambiamento è continuato con lo stesso ritmo, oggi sono sotto il 38%; se si passa alle religioni i cristiani di vario tipo erano nel 2001 il 58%, nel 2011, erano diventati il 48%, oggi potrebbero essere il 43%; corrispettivamente i musulmani che erano l’8%, sono diventati nel 2011 il 12,5 e oggi certamente sono sopra il 15%. (Per curiosità, gli ebrei, che erano il 2,1 sono diventati l’1,8). Possiamo pensare che per paesi ex coloniali come la Gran Bretagna, la Francia, il Belgio e l’Olanda, questa snazionalizzazione sia un contrappasso autoinflitto per il dominio su paesi lontani. E infatti sono proprio questi i più vicini al passaggio dei poteri.

Il problema è che anche paesi che per varie ragioni non hanno ospitato minoranze provenienti dalle ex colonie oggi sono obbligati – o almeno si cerca di obbligarli – a costruire le loro minoranze. E qui veniamo alla delibera dei giorni scorsi della commissione che dirige l’Unione Europea, quella che avevo chiamato nella mia ultima cartolina per gioco – ma neanche tanto – il Soviet Supremo dell’Unione delle Repubbliche Socialiste d’Europa.

Gli ukaz o decreti del Soviet supremo che vi voglio far conoscere sono due. Il primo dice per l’appunto che ogni stato europeo DEVE prendersi la sua quota di immigrati, sotto pena di una multa di 250.000 euro per immigrato respinto (che fa un miliardo di euro circa per ogni nave con 4000 clandestini, o se volete un valore di circa 300 miliardi l’anno di multe possibili per respingimenti, qualcosa fra il prodotto interno lordo del Portogallo (245) e della Svezia (372)(http://messaggeroveneto.gelocal.it/udine/cronaca/2016/05/05/news/emergenza-immigrazione-1.13416687). Naturalmente metà dei paesi europei hanno detto che non si sognano neanche di pagare multe del genere, e allora gli “europeisti” (cioè i filoburocrati e i nemici dei popoli europei) hanno incominciato a parlare di togliere gli aiuti a chi non ci sta (http://www.ilgiornale.it/news/politica/profughi-lultima-dellue-stangata-chi-non-li-accoglie-1252890.html). Per fortuna l’Unione Europea somiglia alla Russia di Breznev non solo per il suo grado di democrazia, ma anche per l’inefficienza, l’impossibilità di decidere sulle politiche (mentre è bravissima a concentrarsi sui regolamenti che disciplinano la curvatura delle zucchine o il diametro dei preservativi). Dunque non se ne farà niente. Ma è chiaro che c’è davvero un tentativo di imporre agli europei che non lo vogliono, un futuro di sottomissione ai Sadiq Kahn che verranno.

L’altro ukaz riguarda la Turchia. Il soviet ha deciso che i paesi europei devono eliminare i visti d’entrata per i cittadini turchi (http://video.ilsole24ore.com/TMNews/2016/20160504_video_19114321/00042138-la-commissione-europea-propone-liberalizzazione-visti-ai-turchi.php). I quali però sono 80 milioni, tutti musulmani dato che gli abitanti cristiani delle terre conquistate 500 anni fa da nomadi che provenivano dall’Asia centrale sono stati tutti convertiti con la forza o sterminati con le stesse tecniche genocide che impiega oggi l’Isis: sono gli Armeni, gli Assiri, i Greci, gli Aramei, stanziati da quelle parti da migliaia di anni e oggi tutti distrutti. I turchi attuali in grande maggioranza sembrano avere pochissimo interesse per la democrazia (http://www.informazionecorretta.com/main.php?mediaId=8&sez=120&id=62327), tanto è vero che hanno eletto e rieletto Erdogan, ormai sempre più lanciato verso la dittatura (http://www.israelnationalnews.com/News/News.aspx/211824). Insomma introdurre liberamente i turchi è un altro modo di provocare la colonizzazione musulmana d’Europa.

All’ukaz della Commissione, non si capisce bene se dovuto al delirio terzomondista di Mogherini o a un vero e proprio colpo di fulmine di Merkel, che ha rovesciato la tradizionale politica tedesca, si è opposto per fortuna il parlamento europeo, sulla base del fatto che certamente la Turchia, nonostante la panna montata burocratica, non si sta affatto avvicinando al modello democratico dell’Europa, anzi; e che dunque vi è un pericolo reale a farla avvicinare troppo (http://www.eunews.it/2016/05/04/commissione-propone-lesenzione-dei-visti-per-la-turchia-ma-il-parlamento-ue-frena/57731). Al che, naturalmente Erdogan, nel suo solito stile mussoliniano ha dichiarato che lui tira diritto (http://it.sputniknews.com/politica/20160506/2628874/Terrorismo-turchi-Schengen-Ankara-riforme-Europol.html).

Ecco, la conclusione del ragionamento è questa: l’elezione di Khan e di quelli che lo seguiranno è democratica, segue la maggioranza. Ma queste maggioranze si costituiscono in maniera assolutamente non democratica. Nessuno ha chiesto a noi europei o italiani se volevamo un milione e passa di clandestini l’anno da accudire a nostre spese e da naturalizzare prima o poi perché ci possano legittimamente presiedere. Nessuno ci ha chiesto se volevamo un processo che porterà probabilmente una dittatura nepotista e una bomba demografica musulmana come la Turchia dentro i nostri confini. E nessuno ce lo chiederà, perché chi si oppone a queste cose è per lorsignori un populista che non ha diritto di parola, va processato come Wilders o contestato, come Salvini. Abbiamo un’unica possibilità: rovesciare (democraticamente col voto, sia ben chiaro) la classe dirigente dei vari paesi europei compreso il nostro e disfare quel grottesco incubo burocratico che hanno costruito a Bruxelles per usurpare il nome di Europa. E’ una convinzione che ormai in Europa ha raggiunto fra un quarto e un terzo degli elettori, in forte crescita. Speriamo che il buon senso e l’istinto di sopravvivenza prevalgano.

Ugo Volli, Due ukaz

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                                                  NIRAN

 niran

Niran is a Jewish community located in the Jordan River Valley with a population of 50 people.
The village was founded in 1977.

 

ISM, BDS e propaganda anti-israeliana: dai relatori del Convegno dell’Università di Torino non c’è da aspettarsi nulla di buono

Gabriele Zweilawyer, ISM, BDS e propaganda anti-israeliana: dai relatori del Convegno dell’Università di Torino non c’è da aspettarsi nulla di buono

Progetto Dreyfus, 6 maggio 2016

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Ci risiamo. Quella che mi porta ad analizzare e commentare taluni eventi è di certo una tendenza masochistica, tuttavia sento il dovere di spendere due parole sul Convegno “Dal califfato al califfato: Il Medio Oriente dal trattato Sykes-Picot al jihadismo stragista“, in corso presso il dipartimento di Lingue e Letterature Straniere de l’Università di Torino dal 4 al 20 Maggio.

Basta leggere i nomi dei relatori e l’oggetto delle discussioni per capire che l’obiettivo primario di queste due settimane di ignoranza concentrata sarà colpire Israele. E non l’Israele reale, ossia uno stato dove convivono e hanno gli stessi diritti ebrei, cristiani e musulmani, o dove due ufficiali dell’esercito dello stesso sesso possono sposarsi, ma l’Israele fittizio, fatto di apartheid e bambini in lacrime, che gli organi di propaganda palestinese, finanziati dai paesi arabi, hanno costruito negli ultimi cinquant’anni.

Non è solo masochistico, ma anche deprimente, vedere come i corsi di studi di genere e postcoloniali abbiano formato un’intera generazione di pseudo studiosi completamente privi di preparazione storica. E di certo hanno dato una mano le diverse organizzazioni (facile riconoscerle, di solito hanno “pace”, “solidarietà” o “tolleranza” ben in vista nel nome sociale) filoislamiche e filopalestinesi che raccolgono consensi negli atenei di tutto il mondo da qualche decade.

Proprio di una di queste fa parte uno degli studiosi di punta del Convegno di Torino, Enrico Bartolomei. Oltre a vantare un PhD presso l’università di Macerata, il buon Bartolomei è affiliato da anni all’International Solidarety Movement (ISM). Tutti i suoi studi sono incentrati sulla Palestina, sulla nabka e sulla costruzione del falso storico per eccellenza: il genocidio del popolo palestinese (quello che, per inciso, è quadruplicato negli ultimi 40 anni). Anche tutti i suoi articoli per giornali e riviste riguardano quasi sempre La pulizia etnica della Palestina dal 1947 ai nostri giorni. I suoi scritti sono però di basso livello storico e ricchi di propaganda; citano massivamente Ilan Pappè e vi si trovano frasi come “Per convincere i palestinesi ad andarsene i sionisti compiono efferati massacri”. Nel 2009 ha pubblicato uno studio “La morte dell’Informazione: i media e il massacro di Gaza”, dove si mostra favorevole ad Hamas:

“Per quale ragione i giornalisti del TG1 vorrebbero riportarla a Gaza? Al contrario, legalità e democrazia vorrebbero che anche la Cisgiordania venisse “riportata sotto il controllo” di Hamas, come stabilito durante le ultime elezioni.

Sostenitore del BDS, nel 2010 ha curato la pubblicazione in Italia del volume “Pianificare l’oppressione. Le complicità dell’accademia israeliana”, che raccoglie saggi di Omar Barghouti (fondatore dl BDS) e di altri contestatori. Assieme a Diana Carminati, ha anche scritto il volumetto Israele: Gaza e l’industria israeliana della violenza, la cui quarta di copertina recita:

La violenza contro i palestinesi è un continuum che oscilla tra un minimo quotidiano, a bassa intensità, con i suoi morti, i suoi feriti e le sue distruzioni, e le punte delle operazioni militari, veri e propri massacri, come Piombo Fuso o Margine Protettivo, con il risvolto voyeuristico di fronte allo spettacolo del dolore di un Occidente spesso complice.

Il soggetto ideale, insomma, per spiegare ai giovani universitari la questione israelo-palestinese.

Aurora Sottimano, che il 10 Maggio presenterà una lettura su La transizione araba bloccata: l’asse della resistenza e la controrivoluzione in Siria e in Egitto, non è da meno. Già dieci anni fa aveva sottoscritto un appello contro Israele (accusato di massacrare civili innocenti, violare il diritto internazionale e, immancabilmente, di occupare illegalmente la Cisgiordania dal 1967), nel quale si chiedeva anche di aumentare il sostegno economico dell’UE alla Palestine Authority (PA). Particolarmente apprezzata all’interno dell’ISM, lo scorso anno Aurora ha partecipato anche al Convegno “Come affrontare il colonialismo d’insediamento dei nostri giorni“, sponsorizzato sul sito Palestinarossa e organizzato proprio da Diana Carminati, dell‘ISM Italia.

 Un nome che ritorna, quello della “grande vecchia” dell’attivismo filo-Hamas. E infatti Diana Carminati parteciperà al Convegno di Torino sia il 10 che il 16 Maggio (Gli effetti ‘collaterali’ della ‘guerra globale permanente’ come progetto e laboratorio; Il progetto israeliano di settler-colonialism e la distruzione dell’economia palestinese).

In una sorte di apoteosi del grottesco, il MIUR e l’Università di Torino permettono ancora all’ISM di organizzare e partecipare a simposi culturali, nonostante decine di suoi membri abbiano collaborato attivamente con organizzazioni terroristiche palestinesi.

In un’intervista alla Radio Iraniana in Italia (!) del 2009, troviamo la Carminati che difende a spada tratta Hamas e parla addirittura di ricatto anti-semita:

Hamas è stato immediatamente boicottato, la maggior parte dei suoi parlamentari sono stati messi in carcere, e sono lì dentro tutt’ora per cui il parlamento funziona a metà e poi Lei mi ha chiesto perché l’Europa? Lasciamo stare quello che dicono il senso di colpa del passato della Shoa, lasciamo stare ricatti anti-semiti, ma tutta l’Europa ha una serie di accordi commerciali e ha degli interessi molteplici con Israele.”

e passa poi al delirio completo quando afferma:

Israele ricatta l’Europa e molti altri paesi con le sue 200 testate nucleari che ha.”

La Carminati, che ha smesso di insegnare all’Università di Torino nel 2004, è anche una delle maggiori promotrici del BDS in Italia, tanto da aver pubblicato anche un libro sull’argomento Boicottare Israele: una pratica non violenta, che di recente ha tradotto anche in tedesco. Ha collaborato anche alla traduzione del volume spazzatura di Ilan Pappè, La pulizia etnica della Palestina, assieme ad altri membri della combriccola pro-palestina. La cosa preoccupante è che la Carminati sia stata osservatore internazionale a Gaza nel 2006, nonostante fosse già conclamata la sua avversione dei confronti di Israele!

Su questa professoressa in pensione ci sarebbe molto altro da aggiungere, ma purtroppo (lo dico per l’Università italiana), al Convegno prendono parte anche altri soggetti meritevoli di attenzione.

L’ex-Professore di Storia e Istituzione dell’Asia Michelguglielmo Torri è uno di questi. La sua discussione, Le radici della questione palestinese e la sua continuità nelle vicende della regione, è in programma il 16 Maggio, e visti i suoi precedenti non possiamo aspettarci nulla di imparziale. Se i suoi testi e articoli hanno riscosso grande successo su Infopal e siti del genere, la ragione è una sola: l’antisionismo becero che li permea.

In un suo pezzo del 2006, all’indomani della vittoria politica di Hamas, sostiene l’organizzazione terrorista e lancia accuse infamanti ai cittadini israeliani:

“l’irragionevolezza della posizione degli israeliani, che si ostinano a mantenere 440.000 coloni nei territori occupati, che rivendicano la parte araba di Gerusalemme, che vogliono rosicchiare parti ulteriori di quel misero 22% di Palestina che i palestinesi rivendicano come loro, che si rifiutano di accettare le loro responsabilità per la pulizia etnica del 1947/48 risulteranno essere ciò che sono:non posizioni di grande generosità, bensì posizioni irragionevolmente e meschinamente estremiste.”

Nel suo saggio sul 9/11 (11 Settembre 2001: Chiavi di lettura) fa anche – se possibile – di peggio, quando si lascia andare a tesi complottiste degne di Giulietto Chiesa:

“In sostanza quindi abbiamo una situazione caratterizzata da due elementi: il primo è rappresentato dal fatto che il capo del governo israeliano aveva ogni interesse a suscitare una guerra generale fra gli USA ed il mondo arabo; il secondo è che i servizi segreti da lui dipendenti gli davano la possibilità di favorire o, se non altro, di non ostacolare l’azione di al-Qa’ida”

Torri chiuderà anche l’ultimo incontro, quello del 20 Maggio, dove parleràGiuseppe Acconcia, uno dei più famosi odiatori professionali di Israele. Dalle pagine de Il Manifesto e di altri giornali e riviste, ha sempre riportato i fatti mediorientali con una faziosità irritante, accusando Israele di tortura, spargimento di diserbanti sulle colture palestinesi, genocidio, massacri indiscriminati, insomma, tutto il repertorio di falsità tanto care ai filopalestinesi. Oltre ad essere un forte sostenitore del BDS e fra i primi firmatari del Boicottaggio del Technion, ultimamente è salito alla ribalta per i rapporti poco chiari con Giulio Regeni (prima ammessi, poi smentiti dalla famiglia di Regeni).

Lo stesso giorno, prima delle conclusioni di Torri, ci sarà spazio anche perEmanuela Dalmasso (Chi paga la stabilità? Qualche riflessione su economia e politica nel Marocco post 2011), che nel 2014 ha firmato un appello contro la brutalità di Israele in cui quest’ultimo è accusato di aver provocato il lancio di razzi da Gaza per poter poi attaccare il territorio governato da Hamas.

Un bel parterre de rois, non c’è dubbio. In sostanza il Convegno organizzato presso l’Università di Torino non ha un solo relatore imparziale, ma una fila di soggetti – professori, ex-professori e giornalisti – che si sono espressi in modo fazioso, quando non infamante, nei confronti di Israele. Il magnifico Rettore fa orecchie da mercante, balbettando che non si parlerà di Palestina o se ne parlerà poco, ma la concessione di spazi per un evento filoislamico, antioccidentale e palesemente ostile a Israele potrebbe diventare un marchio d’infamia indelebile sull’ateneo torinese, da cui provengono anche 56 dei 337 firmatari del Boicottaggio del Technion.

Gabriele Zweilawyer, ISM, BDS e propaganda anti-israeliana: dai relatori del Convegno dell’Università di Torino non c’è da aspettarsi nulla di buono

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                                                            ELON MOREH

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Elon Moreh is a Jewish community located in the Samarian hills with a population of 220 families.

The village was founded in 1980.

Il processo di pace è un ostacolo alla pace

Michael Mandelbaum, Il processo di pace è un ostacolo alla pace

Informazione Corretta, 5 maggio 2016

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È sempre stato così perché le sue premesse sono false. La presidenza americana ha accumulato una tale sfilza di tradizioni che chiunque ne occupi l’ufficio sarà tenuto a perpetuarle. Gli esempi comprendono il Congresso il discorso sullo Stato dell’Unione, l’accendere il tradizionale albero di Natale e discutere sul processo di pace israelo-palestinese. Il prossimo presidente senza dubbio continuerà a farli tutti e tre. Se però lui o lei seguirà il modello stabilito dai più recenti predecessori, il risultato del processo di pace sarà un fallimento. Anzi, per meglio dire, il proseguimento del processo di pace come è stato praticato fino ad ora, non sarà semplicemente inutile: sarà sicuramente dannoso. Il modo in cui è stato condotto ha reso la pace meno probabile. Se non si vuole che prosegua così, è fondamentale che l’approccio americano cambi totalmente. I governi che si sono succeduti non sono riusciti a trovare soluzioni, perché non hanno capito, o non hanno voluto ammetterlo, la natura del conflitto che hanno cercato di risolvere. Agli occhi dei funzionari americani impegnati in questo sforzo di lunga durata, il processo di pacificazione è stato simile ad una trattativa di lavoro. Hanno creduto che entrambe le parti volessero una soluzione del problema, e il compito degli Stati Uniti quello di trovare una via di mezzo, una serie di accordi che entrambe le parti potessero accettare. In realtà, ognuna delle parti ha voluto una fine per il conflitto, ma in modi così radicalmente diversi e sicuramente incompatibili, che hanno reso impossibile un accordo: gli israeliani hanno voluto la pace; i palestinesi la distruzione di Israele.

Al centro del conflitto spicca, come un grattacielo in un deserto per chiunque voglia accorgersene, il rifiuto palestinese di accettare la sovranità ebraica in Medio Oriente. Questo atteggiamento esiste da almeno un secolo, dal momento in cui gli arabi rifiutarono la Dichiarazione Balfour nel 1917. Mentre nella regione nel corso degli ultimi cent’anni molto è cambiato, nulla è variato invece per quanto attiene alla causa fondamentale del conflitto. La posizione dei palestinesi si esprime nella loro dedizione fanatica ciò che chiamiamo “incitamento all’odio”: un’incessante propaganda di disprezzo verso gli ebrei e Israele, la negazione di qualsiasi presenza storica di vita ebraica a Gerusalemme, l’insistenza sul fatto che tutto il territorio tra il fiume Giordano e il Mar Mediterraneo appartiene agli arabi, rendendo gli ebrei che vi abitano, secondo i palestinesi, degli spregevoli intrusi che devono essere uccisi o espulsi. L’atteggiamento dei palestinesi si è espresso anche nel rifiuto dei loro negoziatori sia di accettare qualsiasi proposta di risoluzione del conflitto sia di offrire eventuali controproposte.

L’obiettivo della eliminazione di Israele sta anche dietro alla pubblica glorificazione come “martiri” palestinesi, di coloro che uccidono civili israeliani, che fruttano alle loro famiglie compensi economici, un incoraggiamento per compiere altri delitti. I funzionari americani l’hanno sempre ignorato o minimizzato, senza avere mai individuato la centralità del conflitto: si sono sempre concentrati invece sul controllo che Israele ha della riva occidentale del fiume Giordano, conquistata dall’esercito israeliano alla Giordania nella guerra del 1967, dove Israele ha costruito città, villaggi e insediamenti. I funzionari americani hanno considerato l’“occupazione” della Cisgiordania – come la comunità internazionale ha voluto chiamarla – quale causa del conflitto in corso. In realtà, è vero il contrario. È la persistenza del conflitto che obbliga Israele a difendere la Cisgiordania. La maggioranza degli israeliani ritiene che mantenere il controllo di tutto il territorio comporti costi elevati, ma che se si dovesse lasciarne il controllo ai soli palestinesi, ciò comporterebbe costi ancora più elevati, data la violenza della loro ostilità volta a minare la stessa esistenza d’Israele.

Un ritiro dalla Cisgiordania – hanno tutte le ragioni per crederlo- creerebbe un vuoto che gruppi terroristici anti-israeliani riempirebbero subito. C’è già stato un precedente che conforta questo punto di vista: quando Israele si è ritirato dal Libano meridionale e da Gaza, due organizzazioni terroristiche, gli Hezbollah in Libano e Hamas a Gaza, hanno preso il controllo dei territori lasciati liberi e hanno continuato a lanciare attacchi contro lo Stato ebraico. Anche se i funzionari americani, in privato, hanno riconosciuto che non porterà la pace, in passato hanno comunque giustificato la volontà di continuare il processo di pace per il fatto che tornava utile agli interessi americani, rendendo così possibile mantenere buoni rapporti con i governi arabi, e allo stesso tempo avere stretti legami con Israele. Secondo questa logica, gli americani apparivano amici dei governanti arabi, i quali potevano raccontare al loro popolo- fortemente anti-sionista – che gli Stati Uniti stavano, dopo tutto, lavorando per sostenere le loro posizioni. In realtà, il conflitto non ha mai avuto per le relazioni arabo-americane quell’importanza che gli veniva data. I leader arabi, sulla base dei propri interessi, avevano già deciso le loro attuali politiche sia nei confronti degli Stati Uniti che verso altri paesi, erano mirate soprattutto a mantenerli al potere, cosa che non c’entrava nulla con Israele.

Ora, che con le guerre civili che infuriano in tutta la regione, con gli Stati Uniti che si sono ritirati dal Medio Oriente, e con il loro acerrimo nemico, l’Iran, che sta diventando sempre più potente, i leader arabi hanno abbandonato anche la finzione che il conflitto tra israeliani e palestinesi sia per loro di grande importanza. Il processo di pace è quindi diventato inutile per gli Stati Uniti. Nella sua forma più conosciuta, tuttavia, è ancora peggiore. Ha causato un danno reale e continuerà a farlo, se non sarà cambiato alla radice. Infatti, l’atteggiamento americano del processo di pace ha un’infelice somiglianza con l’abitudine di curare le malattie, ponendo delle sanguisughe sul corpo della persona malata: si è basato su una comprensione inadeguata della patologia che ha tentato di curare, non ha risolto il problema che intendeva risolvere e l’ha sostanzialmente peggiorato. L’approccio ideologico verso il processo di pace ha danneggiato gli interessi americani sprecando il bene più prezioso che il governo americano possiede: il tempo dei suoi alti funzionari. Lo ha fatto deviando la loro attenzione dalla vera causa del conflitto – il rifiuto palestinese di accettare la legittimità e l’esistenza d’Israele – riducendo in tal modo la già esile possibilità di porvi fine. E quel che è peggio, il processo di pace ha in realtà ostacolato una soluzione del conflitto sostenendo -involontariamente – la strategia palestinese che mira alla eliminazione dello Stato ebraico. La prossima amministrazione dovrà dire la verità sul conflitto israelo-palestinese: e cioè, che la responsabilità di averlo creato e reso perpetuo risiede interamente dalla parte palestinese.

L’attuale strategia palestinese è la terza dalla fondazione di Israele. La prima, che ha avuto inizio con la dichiarazione di indipendenza di Israele nel 1948, aveva portato agli attacchi frontali da parte delle forze arabe con gli obiettivi della conquista, occupazione, e annientamento. È crollata con la clamorosa sconfitta degli eserciti egiziani, siriani, giordani nel giugno del 1967. La seconda strategia si basa sul terrorismo, ha l’obiettivo di demoralizzare tutti i cittadini israeliani, vuole puntare definitivamente all’implosione della loro società. Il terrorismo, anche se continua, anch’esso ha fallito: Israele è diventato un’isola di solidarietà sociale, di stabilità politica e di dinamismo economico, in una regione dove agli altri Paesi tutto questo manca. Negli ultimi anni, i palestinesi e i loro alleati hanno adottato una terza strategia: la delegittimazione. Hanno cercato di ritrarre Israele come il potere neocoloniale che pratica la discriminazione che aveva caratterizzato l’apartheid in Sud Africa.

Il movimento “Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni” (BDS) è lo strumento più visibile di questa strategia, i cui sostenitori cercano di trasformare Israele in un paria internazionale, l’indeboliscono, prima economicamente, e poi via via fino alla morte. Anche questa strategia fallirà, perché le accuse lanciate sono false. Tuttavia, il processo di pace ha dato ai campioni della strategia della delegittimazione ragione di credere che può funzionare. Le autorità palestinesi, guidate prima da Yasser Arafat e ora da Mahmoud Abbas, sono riuscite con la loro intransigenza ad assicurare il fallimento di tutti i negoziati con Israele, ma allo stesso tempo evitando la responsabilità di questo fallimento. Le amministrazioni americane successive si sono astenute dal dire al mondo – chiaramente, con forza e ripetutamente – la ragione del fallimento del processo di pace, il motivo pere cui non è mai riuscito.

L’amministrazione Obama ha di fatto accusato Israele. Omettendo di confutare la falsa narrativa sulla sorte del processo di pace e, peggio ancora, diffondendola, il governo americano ha rafforzato la strategia di delegittimazione e reso le già deboli possibilità di soluzione del conflitto ancora più deboli. Riempiendo il paese con gente ostile, e, per finire, rendendo applicabile il “diritto al ritorno” palestinese, il cui significato è la distruzione di Israele. Che cosa dovrebbe fare la prossima amministrazione? Non seguire più le orme del predecessore, abbandonando del tutto il processo di pace. Se, come la storia suggerisce, sarà probabile che si comporterà come le sette amministrazioni nel perseguire un processo di pace, dovrebbe fare due cambiamenti fondamentali. In primo luogo, dire la verità sul conflitto: e cioè che la responsabilità per la sua origine e per la prosecuzione appartiene alla parte palestinese.

La pace richiede che i palestinesi accettino il diritto internazionale: Israele è uno stato legittimo e sovrano, riconosciuto a livello internazionale. Si richieda che accettino le leggi internazionali: Israele è lo stato-nazione del popolo ebraico, e tale è la forma standard delle organizzazioni politiche nel mondo. La pace richiede che i palestinesi accettino le norme della comune decenza e del buon senso: gli ebrei hanno lo stesso diritto di sovranità come qualsiasi altro popolo. Richiede altresì un cambiamento fondamentale di atteggiamento da parte dei palestinesi, niente di meno. Senza una tale trasformazione i negoziati saranno nel migliore dei casi inutili. Si arriva al secondo cambiamento che la prossima amministrazione dovrebbe fare nel processo di pace, se insiste sul suo proseguimento. Il prossimo presidente dovrebbe mettere come condizione per la ripresa dei negoziati, che i palestinesi rinuncino al loro cosiddetto diritto al ritorno. Come sappiamo, insistono sul fatto che, come parte di qualsiasi accordo, tutti i discendenti dei 400.000 arabi che erano fuggiti da quello che divenne Israele nel 1948 – un gruppo che dicono vicino a diversi milioni di persone – siano autorizzati a stabilirsi in Israele.

Così come è del tutto impraticabile, la domanda è anche moralmente impraticabile. I rifugiati originali se ne andarono a causa di una guerra iniziata dagli arabi, non dagli israeliani. Il nuovo governo israeliano li aveva anche esortati a rimanere; i leader arabi dissero loro di andarsene, con la promessa che sarebbero potuti tornare dopo la prevista distruzione del nuovo Stato. La richiesta inoltre non ha precedenti storici. Il 20° secolo ha visto altri esodi di così ampia scala – gli indù dal Pakistan e i musulmani dall’India – e durante la partizione dell’Asia del Sud nel 1947; senza dimenticare gli ebrei provenienti dai paesi arabi, che erano stati espulsi in molti casi da luoghi dove i loro antenati avevano vissuto per secoli, in numero paragonabile, se non superiore al numero totale di arabi che ha lasciato il nuovo Israele nel 1948. In nessun caso è stato previsto che il paese che i profughi avevano abbandonato dovesse riprenderseli. Il “diritto al ritorno” non ha alcun fondamento neanche nel diritto internazionale.

I palestinesi affermano che esso deriva dalla risoluzione 194 del 1948, dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Tale risoluzione, dedicata principalmente ad altre questioni, incluse un paragrafo che suggerisce il ritorno di tutti i rifugiati alle loro case di origine – implicitamente includendo gli ebrei che avevano risieduto in paesi arabi. Non è stato redatto per essere obbligatorio e non si è mai inteso che avesse forza di legge. I governi arabi non hanno mai fatto alcuno sforzo per estendere tale “diritto” agli ebrei che avevano dovuto abbandonare i loro paesi e, in ogni caso, non si è votato per la risoluzione, quando è stata proposta all’Assemblea Generale.

Questa richiesta palestinese è di fatto un attacco contro la sovranità dello Stato ebraico e parte della campagna secolare contro il sionismo. Essa afferma che a Israele non dovrebbe essere consentito di esercitare la fondamentale – sicuramente determinante – prerogativa di sovranità, che è il controllo dei propri confini. Verrebbe negata a Israele un’altra prerogativa sovrana, quella di decidere chi ha il diritto di cittadinanza. Inondando il paese con una popolazione ostile, il risultato dell’attuazione del “diritto al ritorno” palestinese sarebbe la distruzione di Israele, ecco la ragione per cui i palestinesi insistono su questo tema. In un processo di pace ideologico, il “problema dei profughi” viene classificato come uno dei problemi basilari, un problema così difficile che può essere affrontato solo dopo che tutti quelli più facili sono stati risolti. In effetti, l’insistenza su un “diritto al ritorno”, assicura che i negoziati falliranno, e quindi non deve essere affrontato per primo, perché significherebbe cedere all’insistenza palestinese sul raggiungimento di ciò che non è negoziabile: la scomparsa di Israele. Se e quando i palestinesi saranno disponibili ad accettare Israele, abbandonando la loro ostilità, sarà possibile affrontare i problemi che richiedono un negoziato: il confine tra Israele e uno stato palestinese, che potrebbe richiedere lo sradicando di alcuni insediamenti ebraici a est del confine orientale di Israele del 1967 e il posizionamento delle forze militari tra la nuova frontiera e il fiume Giordano. Finché però i palestinesi, come fanno chiaramente intendere affermando il loro “diritto al ritorno”, si rifiutano di vivere in pace fianco a fianco con uno stato ebraico, i negoziati sono nel migliore dei casi una perdita di tempo e nel peggiore dei casi un modo di perpetuare il conflitto, incoraggiando i palestinesi a persistere nel loro obiettivo di eliminare Israele.

A dire il vero, le due modifiche necessarie all’approccio americano al processo di pace, non saranno in sé e per sé portatrici della pace. Può farlo solo l’abbandono dell’atteggiamento fondamentalista palestinese nei confronti di Israele, ma gli Stati Uniti non hanno la volontà di trasformare questo atteggiamento. I cambiamenti, tuttavia, avrebbero conseguenze desiderabili. Scoraggerebbero la strategia della delegittimazione, rendendo chiaro che gli Stati Uniti rifiutano le premesse di questa strategia, e questo, a sua volta, ridurrebbe, anche senza eliminarlo, l’appoggio di tale strategia negli Stati Uniti e nel luogo in cui è più popolare, l’Europa. Ridurre questo sostegno, invierebbe ai palestinesi il messaggio che, come l’attacco militare frontale e il terrorismo, la delegittimazione non riuscirà a distruggere Israele. Le due modifiche migliorerebbero anche il lato morale della politica estera americana.

Dicendo la verità sul conflitto israelo-palestinese, sarebbe come affermare il sostegno americano per il diritto internazionale, la democrazia, la risoluzione pacifica delle controversie internazionali e il principio della parità dei diritti per tutti i popoli. Confermerebbe l’opposizione americana all’aggressione e al terrorismo. Servirebbe a mettere gli Stati Uniti – per usare un termine privilegiato dalle recenti amministrazioni – dalla parte giusta della storia.

Michael Mandelbaum, Il processo di pace è un ostacolo alla pace

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                                                 NAOMI

naamaNaomi is a Jewish community located in the Binyamin region with a population of 330 people. Naomi was founded in 1984.

L’ennesima infamia dell’Unesco: “Mai esistito un Tempio ebraico a Gerusalemme”

Fiona Diwan, L’ennesima infamia dell’Unesco: “Mai esistito un Tempio ebraico a Gerusalemme”

IC 7, 2 maggio 2016

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La cosa avrebbe qualcosa di grottesco se non fosse un’autentica infamia. L’ennesima. Una decisione che va nella direzione del più inquietante revisionismo storico. L’UNESCO ci aveva abituato da tempo a prese di posizione quanto meno sconcertanti, ma quest’ultima le supera tutte. Si tratta della risoluzione votata il 16 aprile scorso con esito favorevole circa il progetto “Palestina occupata“ che mirerebbe a negare il carattere etnico, religioso, storico e geografico del popolo ebraico e del suo legame con la Terra d’Israele e con la città di Gerusalemme.

Proposto da un pool di stati arabi e islamici, la risoluzione è stata approvata da 33 stati (tra cui Francia, Russia, Spagna, Svezia), 17 i paesi astenuti, e sei quelli contrari (Stati Uniti, Estonia, Germania, Lituania, Paesi Bassi, Regno Unito). Il progetto contenuto nella risoluzione si concentra soprattutto sulla negazione di ogni benchè minimo legame tra il Monte del Tempio e il sito dei due antichissimi templi d’Israele, quello di re Salomone (distrutto da Nabuccodonosor del 586 a. E. V.), e quello di Erode (distrutto da Tito nel 70 d. E. V.), a loro volta edificati sul biblico Monte Morià, il luogo dove sarebbe dovuto avvenire il mancato sacrificio di Isacco per mano di Abramo, più precisamente l’ Akedat Itzchak o legatura di Isacco, come chiama l’episodio la tradizione ebraica.

Stesso trattamento per la Tomba dei Patriarchi, a Hebron, la Machpelà, e la Tomba di Rachele a Betlemme. Non solo: il testo della risoluzione trascrive i luoghi santi solo con termini arabi e utilizza il termine Muro Occidentale tra virgolette e soltanto dopo averlo fatto precedere dal suo equivalente arabo Al-Buraq, (naturalmente e sempre, beninteso, “nel rispetto del dialogo reciproco e nell’intento di non alterarne l’integrità e l’autenticità”, come aveva dichiarato il 19 aprile il capo dell’UNESCO Irina Bokova).
Questi i contenuti della recente mozione, da cui si evincerebbe quindi che tutti i siti sopracitati sarebbero luoghi sacri all’islam, appartenenti alla tradizione di Maometto, e invitando così gli ebrei a non profanarli. Stavolta, il Consiglio esecutivo dell’ONU per l’educazione, la scienza e la cultura, meglio noto con la sigla UNESCO, ha davvero superato se stesso, cancellando tremila anni di storia e decidendo che il Monte del Tempio nulla c’entra col popolo ebraico, con il suo passato, con il suo retaggio culturale e religioso.

Presentata da Paesi notoriamente in prima fila nell’inesausta lotta per i diritti umani – Sudan, Qatar, Egitto, Libano, Oman, Marocco, Algeria -, va sottolineato che l’infame mozione è stata votata anche con il plauso favorevole della Francia, lasciando sbigottita l’opinione pubblica e il mondo ebraico francese davanti a un esempio così estremo di revisionismo storico (sui media d’Oltralpe sta infuriando una polemica a colpi di dibattiti e articoli che non risparmia nessuno, dal Presidente Hollande in giù, fino addirittura al Grand Rabin de France, Haim Korsia, accusato di cerchiobottismo e di non essersi sbilanciato in una decisa condanna del voto francese alla risoluzione dell’Unesco per non guastare i rapporti con l’Eliseo). Per chi nutrisse ancora qualche dubbio circa l’obiettività dell’UNESCO, basti registrare che nella mozione, Israele viene sempre accompagnato dalla dizione “Potenza occupante”. Negando il legame ancestrale e millenario tra il popolo ebraico e Gerusalemme, cercando di cancellare tutte le tracce dell’ebraismo in ciò che ha di più simbolico, si potrebbe arrivare a dire che l’UNESCO si pone sullo stesso piano dell’Isis, il quale distrugge i tesori culturali di Bamyan, di Palmira e altri Patrimoni dell’Umanità, solo perché non collimano con la sua visione della storia.

Intendiamoci, non è la prima volta che l’UNESCO usa due pesi e due misure, specie quando si tratta di Israele, arrivando a trasformarsi, di fatto, in un campo di battaglia del conflitto tra religioni. La lista è lunghissima e non basterebbe lo spazio di questo articolo per elencare tutte le nefandezze delle mozioni degli ultimi anni, guarda caso sempre quando si tratta del legame tra “popolo ebraico, terra d’Israele, lingua, libro”, vedi la Torà o Bibbia ebraica. La presenza ebraica testimoniata dal Monte del Tempio come sito storico del Beit Hamigdash potrebbe forse rischiare di legittimare Israele? Inconcepibile. Lasciar credere che ‘l’entità sionista” abbia qualche fondamento storico? Inaudito. Nella mozione “Palestina occupata”, apprendiamo che gli israeliani “hanno installato false tombe ebraiche nei cimiteri musulmani e che hanno convertito numerose vestigia islamiche e bizantine in sedicenti miqvè o sinagoghe”.

Nemmeno un rigo di condanna sull’incendio della Tomba di Giuseppe a Nablus nell’ottobre 2015 da parte palestinese, non una parola sui bulldozer che hanno spazzato via una chiesa del VII secolo, a Gaza, agli inizi di aprile. O, andando più indietro, non c’è voce che si sia mai alzata per denunciare le migliaia di lapidi tombali sradicate dai cimiteri ebraici del Monte degli Ulivi dalla Legione araba e utilizzate per lastricare le strade all’indomani dell’annessione di Gerusalemme Est da parte della Giordania nel 1948.

E che dire dei 34 luoghi di culto ebraici distrutti nella città vecchia di Gerusalemme, sempre nel 1948? Su tutto ciò l’UNESCO non ha mai emesso un fiato. L’indignazione è a geometria variabile, una specialità dei menù avvelenati serviti dall’UNESCO e dall’ONU. Tuttavia, con questa epocale e scellerata mozione, come scrive lo storico Shmuel Trigano sul portale JForum, siamo di fronte a un salto di qualità, qualcosa di ancor più estremo e nuovo, un “avvenimento totale”: «Il fatto più evidente e irradiante che questo evento dà a vedere concerne la condizione ebraica. Il verdetto iniquo dell’UNESCO pretende annullare 30 secoli di storia ebraica che riscrive interamente a vantaggio della visione etnocentrica dell’islam e negando la storia occidentale, cristiana ed ebraica. La narrazione della realtà storica e politica che questa mozione tenta d’imporre nega agli ebrei i diritti religiosi più fondamentali e implica che le asserzioni dell’ebraismo circa i luoghi e i contenuti della sua storia non siano altro che menzogne.

Siamo davanti a un’aggressione simbolica dell’ebreo e della personalità ebraica in tutte le sue dimensioni, una delegittimazione che porta con sè, in nuce, una violenza totale nei suoi riguardi. Non mira solo alla sicurezza degli ebrei: concerne l’essenza stessa dell’esistenza ebraica. Che una istituzione deputata a difendere il “patrimonio dell’Umanità” si presti a una tale mistificazione disvela la profonda corruzione della pseudo “comunità internazionale” e ci mostra la “giungla” nella quale siamo immersi e dove tutto può accadere».

Fiona Diwan, L’ennesima infamia dell’Unesco: “Mai esistito un Tempio ebraico a Gerusalemme”

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                                         MAALE ADUMIM

maale-adumim
Maale Adumim is a city located in the Judea and Samaria Area of Israel with a population of 34100 people.

The city was founded in 1975.

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L’Unesco: che cosa si può fare per smantellare una così infame organizzazione? Che possiamo fare noi, piccoli, impotenti spettatori di fronte a queste vergognose sopraffazioni?

Terrorismo: Quei conti in banca dei gruppi BDS

Giovanni Quer, Terrorismo: Quei conti in banca dei gruppi BDS

Informazione Corretta, 1 maggio 2016
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Il Jerusalem Post riporta che la banca austriaca Erste Group ha chiuso un conto in banca appartenete al gruppo BDS Austria. 
A febbraio anche DAB Bank Munich, di proprietà di BNP Parisbas avrebbe chiuso un conto appartenente al gruppo BDS Germania. 
La banca francese Credit Mutuel starebbe considerando una simile azione in virtù della legislazione francese anti-boicottaggio. 
Infine, investitori americani stanno agendo sulle banche tedesche di cui sono azionari per chiudere i conti aperti dai gruppi che sostengono il BDS sulla base della legislazione americana.

Un altro caso riportato dal JPost è una conferenza organizzata dall’associazione culturale arabo-austriaca OKAZ, cui ha partecipato come relatrice Leila Khaled, membro del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, organizzazione nella lista nera dei gruppi terroristici in America e in Europa, che aveva partecipato a due dirottamenti nel 1969 e nel 1970.
OKAZ ha un conto in banca presso BAWAG, un gruppo bancario che ha sedi negli Stati Uniti, la cui legislazione vieta l’appoggio al boicottaggio.

 L’appoggio del BDS alla “resistenza” palestinese spesso sconfina in allarmanti e dubbie connessioni con organizzazioni terroristiche come il FPLP. Secondo una ricerca del Meir Center per gli studi sull’antiterrorismo, anche molte associazioni che appoggiano il BDS e che organizzano o partecipano alle manifestazioni “non-violente” dei venerdì nei vari villaggi arabi hanno spesso connessioni con il FPLP attraverso legami personali con i leader o contributi dei membri FPLP su tecniche di manifestazione e confronto con le forze armate israeliane. La convergenza di interessi tra BDS e varie organizzazioni terroristiche si manifesta anche nella vicinanza operativa tra gruppi BDS e FPLP, l’organizzazione terroristica più laica e quindi più presentabile agli occhi occidentali come un gruppo resistente contro l’occupazione e la colonizzazione sionista.

Basterebbe questo, anche senza legislazione specifica contro i boicottaggi, a fermare manifestazioni e attività dei gruppi che si dicono proteggere i diritti dei palestinesi, e che invece appoggiano o diffondono un’ideologia che ha una natura di violenza politica. 
E si conferma il vero pericolo del BDS, che è ideologico: il fascino della resistenza che mischia la grammatica dei diritti umani alle teorie della resistenza non violenta è fagocitato dalla pratica della violenza politica.

Giovanni Quer, Terrorismo: Quei conti in banca dei gruppi BDS

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                                 HASHMONAIM

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Hashmonaim is Jewish community located near Modiin with a population of 2600 people.

Hashmonaim was founded in 1983.