UE, il giorno della vergogna

Riccardo Ghezzi, Ue, il giorno della vergogna

L’Informale, 24 giugno 2016

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Non può certo essere considerato il Brexit l’inizio della fine dell’Ue.
L’Unione Europea è già morta, fin da quando ha meritato il gradino più basso del podio nella classifica dei peggiori antisemiti 2015 stilata dal centro Wiesenthal.
Ma chi pensava che una volta toccato il fondo non si potesse scavare resterà deluso.
Non è bastata la decisione di etichettare i prodotti provenienti dagli insediamenti. L’Ue, non contenta, ha permesso al leader dell’Autorità Nazionale Palestinese, Abu Mazen, di tenere una “lectio magistralis” nel parlamento europeo.
Tutto questo dopo che lo stesso Abu Mazen si era rifiutato di incontrare il premier di Israele, Benjamin Netanyahu, preferendo poi trattare “in segreto” con il non titolato leader dell’opposizione, Isaac Herzog.
Un atto di ostilità nei confronti di Israele che rimette in discussione i valori stessi dell’occidente. Non solo le alleanze, le amicizie, gli scenari geopolitici, ma anche la stessa consistenza dell’Ue. Quali priorità, quali valori trasmette?
No, forse la Ue non cadrà per il Brexit. Non sarà sconfitta dal Regno Unito che decide di uscire. L’Unione Europea è morta per quegli applausi infami. Quegli europarlamentari che si sono alzati in piedi ad applaudire la “lezione” di Abu Mazen, basata su bugie. Un discorso intriso di antisemitismo, perché è inutile parlare di antisionismo.
Davvero l’Ue può condividere quelle parole? Davvero gli europarlamentari si permettono di omaggiare Abu Mazen con quegli applausi estasiati?

Per chi non lo sapesse, i passaggi salienti del discorso di Abu Mazen, che ha scatenato anche la rabbiosa e giustificata reazione di Israele, sono stati quattro. Tutti preziosamente elencati da Federico Stainhaus:

1) l’assenza di uno stato palestinese è il pretesto per chi commette azioni terroriste nel nome della religione;

2) solamente se Israele tornerà nei confini antecedenti il 1967 e se Gerusalemme Est sarà la capitale di uno stato palestinese il terrorismo cesserà in tutto il mondo;

3) rabbini israeliani incitano gli israeliani ad avvelenare le risorse di acqua destinate alla popolazione palestinese;

4) i palestinesi abitano la regione fin dall’alba della civiltà.

Bugie, pregiudizi antisemiti, antisionismo viscerale. E applausi.
No, il problema dell’Ue non è il Brexit. E’ l’aver sdoganato l’antisemitismo.

Riccardo Ghezzi, UE, il giorno della vergogna

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                                                             LIVNE

 livna

Livne is a Jewish community located in the Hebron Hills with a population of 106 families.

Livne was founded in 1982.

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Sionismo=Gerusalemmismo

Ugo Volli, Sionismo=Gerusalemmismo

Cartoline da Eurabia, 6 giugno 2016

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Cari amici,

ieri si è festeggiato in Israele Yom Yerushalaim, il quarantanovesimo anniversario della liberazione di Gerusalemme. Anche se in ritardo, vale la pena di partecipare ai festeggiamenti ricordando qualche ragione del legame storico fra Israele e la città che con il suo circondario (la Giudea e Samaria, grandi più o meno come la provincia di Cuneo) è il punto focale del tentativo che il mondo fa per cercare di ridimensionare e in prospettiva distruggere il piccolo stato di Israele. Cominciamo da qui, da questo tentativo, che è ipocritamente taciuto, ma perseguito con tenacia. Quali altri stati al mondo non hanno un’ambasciata nella propria capitale? Per Gerusalemme è così. Al momento vi sono 160 stati al mondo che riconoscono Israele, 21 che non lo riconoscono (1). Ma nessuno ha un’ambasciata nella capitale di Israele, che è Gerusalemme. Né a “est” e neppure a “ovest”, il territorio su cui in teoria l’autorità palestinese non avanza per il momento pretese (ma forse la Chiesa sì?). Anche la cattiva stampa (inclusi i giornali che pretendono di essere autorevoli) ha preso la ridicola abitudine di parlare di “governo di Tel Aviv”, “politiche di Tel Aviv” eccetera. Ma la capitale di uno stato è dove ha sede il governo, il parlamento, il capo dello stato, la corte suprema, eccetera eccetera. Tutto questo in Israele sta dall’inizio a Gerusalemme – badate, a Ovest, se vi piace questa distinzione, ma non basta. Dunque la “comunità internazionale” e la stampa si riservano l’unico diritto di stabilire dove Israele DEVE avere la sua capitale: dappertutto, ma non a Gerusalemme (e nel suo hinterland). Est o Ovest, lo ripeto, non importa. Sotto questo atteggiamento è facile leggere la determinazione a non ripristinare la situazione dell’armistizio del ‘49 (quelli che erroneamente sono chiamati “confini del ‘67”), ma la mappa votata dall’assemblea dell’Onu in cui Israele aveva metà dello spazio che poi seppe ottenere nella guerra di indipendenza e in particolare Israele era un’entità extraterritoriale, amministrata non si capisce bene da chi. Che piaccia o no agli arabi e al mondo intero, Gerusalemme non è solo la capitale politica di Israele, ma anche il centro della sua esistenza da quando Davide ne fece la capitale del suo regno 3000 anni fa. In realtà la tradizione biblica fa di qual luogo anche il teatro di eventi biblici come il sogno della scala di Giacobbe e il mancato sacrificio di Isacco. Ma certamente lo stato ebraico si è formato lì; buona parte della Bibbia ebraica (che la nomina e la esalta infinite volte) vi è stata scritta, lì hanno avuto sede i due templi. Gli esili di Israele sono stati innanzitutto perdite di Gerusalemme e il ritorno in essa è stato oggetto di preghiera molte volte al giorno, per tutte le generazioni di ebrei dall’invasione romana in poi. La continuità di questo legame si vede anche solo girando da turista per la città, vedendo lì il muro eretto da Erode, qui i resti delle scalinate che portavano al Tempio, un po’ più giù le tombe di profeti e personaggi biblici, al centro della città il cardo romano e le case dei sacerdoti, nei musei le monete e i resti della civiltà del primo Tempio, sottoterra le canalizzazioni per l’acqua e le scritte degli operai che le costruirono duemila e settecento anni fa. In contrasto con questo, Gerusalemme non è mai stata nella sua storia capitale di uno stato arabo (non ebbe nessun ruolo neppure durante l’occupazione giordana, fra il 1948 e il ‘67), non è nominata dal Corano (che invece parala dei diritti degli ebrei alla loro terra). Il mito di una “lontana” moschea da cui Maometto avrebbe preso il volo è stato applicato a Gerusalemme solo secoli dopo la morte del profeta; in genere gli arabi hanno sempre avuto poco interesse per la città. Ibn Taymiyyah, grande teologo islamico del XIII secolo, proibì ogni forma di culto e di pellegrinaggio a Gerusalemme. Nel 1845, quando il dominio islamico (turco, non arabo) sulla città durava da parecchi secoli, il censimento dei sultani dava 15 mila abitanti, di cui la metà era ebrea, un quarto cristiana e solo un quarto musulmana. Il capoluogo regionale in quel momento era a Damasco e quello provinciale a Ramla; Gerusalemme non aveva alcun ruolo. Ai musulmani di Gerusalemme è importato solo quando qualcun altro (i crociati novecento anni fa, gli ebrei nell’ultimo secolo e mezzo) ha cercato di ricostruirla e farla fruttare (2). Gli italiani dovrebbero capire questo legame, perché anche l’Italia era incompleta e monca nel 1861 senza Roma e i governi della destra storica ebbero il coraggio di sfidare la Chiesa Cattolica e anche la potenza cui si doveva l’aiuto decisivo per l’unità, cioè la Francia, pur di impadronirsene; e anche allora ci furono boicottaggi e mancati riconoscimenti. Con la differenza che il legame fra il popolo ebraico e Gerusalemme è molto più forte e duraturo. Un ebraismo senza Gerusalemme al centro non è semplicemente immaginabile; per togliere Gerusalemme dal cuore agli ebrei bisognerebbe distruggerli (o piuttosto è per questo che si vuol togliere Gerusalemme agli ebrei, per distruggerli). Non si tratta solo di un fatto religioso, anche se il legame ha radici profonde nella fede ebraica, perché Gerusalemme è il Tempio e il Tempio è la condizione per cui il Signore dice nella Bibbia “abiterò in mezzo a voi”. Ma anche il movimento politico nazionale ebraico ha qui il suo centro. Si chiama Sionismo, oggi è insultato da tutti gli sciocchi, che siano nazisti o comunisti non conta; ma è l’equivalente del Risorgimento italiano e della Resistenza assieme. Si chiama Sionismo, come sapete. Ma Sion è semplicemente un nome alternativo per Gerusalemme. Per cui si potrebbe tradurlo Gerusalemmismo. Per questo festeggiamo ogni anno la liberazione della città che non siamo disposti a dividere né ad abbandonare, costi quel che costi. Perché non c’è ebraismo senza Gerusalemmismo.

1 https://en.wikipedia.org/wiki/International_recognition_of_Israel

http://www.israelhayom.com/site/newsletter_opinion.php?id=16309

Ugo Volli, Sionismo=Gerusalemmismo

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                                                                           KEIDA

kida

Keida is a Jewish community located near Shilo with a population of 20 families.

La resa di Bassam Tibi, che teorizzò la compatibilità dell’islam con i valori europei: “Ho perso, ha vinto il velo”

Matteo Matzuzzi, La resa di Bassam Tibi , che teorizzò la compatibilità dell’islam con i valori europei: “Ho perso, ha vinto il velo”

Il Foglio, 3 giugno 2016

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“Il 2015 segna la fine della mia speranza di una europeizzazione dell’islam”, scrive nell’ultimo numero della rivista politico-culturale tedesca Cicero Bassam Tibi, tra i più noti islamologi contemporanei, una carriera tra Harvard, Berkeley e infine Gottinga. Anni fa, Tibi coniò il neologismo “euroislam”, argomentando la necessità di sviluppare un islam di tipo europeo tra gli immigrati musulmani inseriti nel Vecchio continente per scongiurare il rischio di vedere entro pochi anni la nascita di una “Europa islamizzata”. Un modello i cui requisiti fondamentali erano la separazione tra religione e politica e la capacità dell’islam di fare propria un’idea di tolleranza ispirata ai princìpi dell’Illuminismo europeo, e non “a quello che i musulmani considerano per tolleranza, cioè ritenere gli ebrei e i cristiani subordinati, dhimmi. Concetto, quest’ultimo, che rappresenta la negazione stessa dell’idea d’Europa”, che può ammettere solo “la determinazione dei musulmani che vivono qui come individui singoli, e non come umma, cioè come collettivo”. Il rischio di un’Europa islamizzata era comunque basso, scriveva Tibi, convinto della possibilità di far coesistere la religione islamica con i più genuini valori europei. Oggi, l’ammissione della resa: “Non ci sarà alcun islam europeo”, perché ha vinto “l’islam del velo, che è rappresentato dagli islamisti e dai salafiti ortodossi”. Una resa i cui contorni hanno iniziato a manifestarsi molto tempo fa, scrive l’intellettuale nato a Damasco: “Dopo l’undici settembre, e dopo aver visto molte persone nelle società parallele islamiche in Europa plaudire a tanta umiliazione dell’occidente, cominciai a nutrire dubbi sulla mia visione di un islam europeo. Io – prosegue Tibi – sono europeo ‘per scelta’, nel senso che ho deciso di trasferirmi in Europa per godere del diritto fondamentale alla libertà di pensiero. Ma oggi in Germania mi sento ostacolato dai divieti ogni qual volta vorrei esprimere qualche osservazione sull’islam, l’islamismo e la stessa Europa”. Dopotutto, aggiunge, “già Theodor Adorno criticò l’abitudine mentale tedesca di evitare di dire la propria su non poche questioni per mera paura delle conseguenze. Il risultato è l’emergere di un ‘censore interiore’ che impedisce non solo di esprimere pensieri scomodi, ma anche di elaborarli”. E oggi la Germania – dove lui ha scelto di risiedere – è l’emblema del fallimento dell’idea di un euroislam: “Lo stato tedesco vuole essere ideologicamente neutrale, ma finora ha solo incoraggiato le reti islamiche organizzate, finendo per emarginare i musulmani europei. Questo modello è il principale responsabile per il fallimento dell’euroislam”. Il futuro è già qui, sotto gli occhi, osserva Bassam Tibi, e per capirlo bisogna tornare al 1992 quando all’Istituto del mondo arabo di Parigi partecipò a un progetto per rendere pienamente cittadini i musulmani in Francia. L’obiettivo, scrive l’islamologo, consisteva nel sostituire l’integrazione al concetto obsoleto di assimilazione. Un quarto di secolo dopo, “le società parallele hanno trionfato sull’integrazione”, benché “i tedeschi buonisti non vogliano sapere nulla di tutto questo”, perché “questi argomenti sono un tabù”. Nei prossimi anni, è la previsione, “avremo tante società parallele, la siriana e l’afghana, l’irachena e la somala, il cui segno distintivo è il velo islamico”. “Il mio impegno per l’euroislam – è la chiosa – si è tradotto nel tentativo di costruire ponti. Devo ammettere la mia sconfitta”.

Matteo Matzuzzi, La resa di Bassam Tibi , che teorizzò la compatibilità dell’islam con i valori europei: “Ho perso, ha vinto il velo”

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                                                                  ADORA

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    The village is located in the Judean Mountains: it was founded in 1982.

Che sorpresa! L’Anpi ospita la Comizzoli

Non è il 25 aprile ma “l’antisionismo” dell’Anpi torna a far discutere.
L’attivista Samantha Comizzoli ha annunciato sul proprio profilo facebook che la prossima presentazione del suo “mini-documentario” contro Israele avverrà a Martano, in provincia di Lecce. Per presentare “Israele, il cancro”, che a partire dal titolo diffonde odio e propaganda “antisionista”, la Comizzoli avrà a disposizione niente meno che la sede locale dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia. Avete capito bene, la “P” sta per Partigiani, non Palestinesi. L’Anp di Abu Mazen è infatti un’altra cosa.
Non sappiamo se l’Anpi nazionale ne sia al corrente.
E’ certo che questo ennesimo discutibile atto di ostilità di una sezione locale dell’associazione nei confronti di Israele, dopo che l’Anpi di Roma si è opposta alla presenza delle bandiere della Brigata Ebraica al corteo del 25 aprile, appare come una presa di posizione definitiva.
Saranno veri partigiani?

Il cancro

Che sorpresa! L’Anpi ospita la Comizzoli, L’Informale

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                                                                             MIGDAL OZ

migdal-ozMigdal Oz is a Jewish community  located in the Judean Mountains with a population of 330 people.