Il senso del ridicolo dell’ANP e di Abu Mazen

Il senso del ridicolo dell’ANP e di  Abu Mazen

L’Informale, 29 luglio 2016

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Ad Abu Mazen, presidente dell’Autorità Palestinese, manca completamente il senso del ridicolo. Dopo aver collezionato una serie di menzogne ai limiti del colpo di calore – che gli ebrei discendano direttamente dalle scimmie, che Gesù in realtà fosse palestinese, che gli ebrei non abbiano alcun legame storico con la terra di Palestina, che gli israeliani portino pollame infetto nei territori palestinesi per contaminarne gli abitanti con l’aviaria, per citarne solo alcune che negli scorsi anni sono state messe in circolazione- questa volta pare che i dirigenti palestinesi abbiano deciso di superarsi.

Una breve premessa storica: nel 1917, quando la prima guerra mondiale volgeva al termine e la disfatta degli Imperi Centrali faceva intravedere anche la dissoluzione dell’Impero Ottomano, il governo inglese promise ai sionisti, con la celebre Dichiarazione Balfour, che avrebbe concesso loro un “focolare nazionale” in Palestina. Cosa che poi avvenne, con un accordo che divenne parte dei trattati di pace e fu riconosciuto dalla Società delle Nazioni.

Ebbene, l’Autorità Palestinese intende fare causa alla Gran Bretagna per quell’accordo, ritenuto fonte dei “crimini” commessi da Israele dal 1948 in poi.

Adesso possiamo anche  aspettarci, forse, che l’Autorità Palestinese faccia causa all’ONU per aver deliberato, nel 1947, la nascita dello stato d’Israele. E poi, chissà, che faccia causa alla Russia per essere stata la prima a riconoscere lo stato d’Israele.

Ci si apre uno scenario davvero curioso, nel quale tutti potranno fare causa a qualcuno che magari un secolo prima aveva fatto qualcosa che non piace oggi…

L’Informale, 29 luglio 2016

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                                               MAALE LEVONA

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Maale Levona is a village and Israeli settlement located in the Binyamin region with a population of 90 families.

 

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Come uccidere un ebreo. Le “istruzioni” dei terroristi dell’Isis a quelli di Hamas

Giulia Aubry, Come uccidere un ebreo. Le “istruzioni” dei terroristi dell’Isis a quelli di Hamas

Notizie su Israele, luglio 2016

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Riproponiamo un articolo comparso sul Messaggero di ottobre 2015, quando Israele si trovava in piena “intifada dei coltelli”.

Mille modi per uccidere un ebreo. I supporters e i disseminatori dello Stato Islamico soffiano sul fuoco delle tensioni tra israeliani e palestinesi. E non certo per spegnerne le fiamme.
Nei tweet, che imperversano in queste ore nei social di affiliati e sostenitori di Isis, si inneggia alle brigate di Al-Aqsa e ad Hamas, considerati come parte del grande disegno del Califfato. Con gli hashtag #
الانتفاضه_انطلقت (l’intifada è stata lanciata) e #الاقصى (Al-Aqsa)). Vengono ripubblicate vecchi manuali – incluso Black Flags from Palestine, uno degli istant book prodotti dal sedicente Stato Islamico – sottolineandone i riferimenti specifici a come costruire bombe e armi artigianali per infliggere un numero più alto di vittime al nemico, o come muoversi all’interno di città come Gerusalemme o Tel Aviv.
Nei forum di Isis si discute sulla giustificazione e l’ineluttabilità della distruzione di Israele e degli ebrei, che vanno eliminati uno a uno in ogni modo possible. E i coltelli con cui militanti palestinesi feriscono e uccidono, in questi giorni, gli israeliani vengono addirittura glorificati, e paragonati a quello con cui Jihadi Joe ha compiuto le efferate decapitazioni degli ostaggi stranieri nelle mani di Isis. In maniera non diversa, all’inizio di quest’anno e pochi giorni dopo i tragici eventi di Parigi, nei social media aveva fatto la comparsa l’hashtag #jesuiscouteau (io sono un coltello) per celebrare il giovane che, a bordo di un autobus aveva accoltellato tredici persone, a Tel Aviv.
Messi in difficoltà dai bombardamenti russi, dopo la morte di otto dei loro comandanti per mano dell’esercito iracheno, con le voci – smentite – della scomparsa del loro leader Al-baghdadi gli uomini di Isis si concentrano su possibili nuovi teatri operativi. E lo fanno con il loro consueto immaginario (e non solo) degli orrori.
Isis non ha mai fatto mistero di voler strumentalizzare a proprio favore il conflitto tra israeliani e palestinesi. In passato, in alcune manifestazioni a Gaza, sono comparse le bandiere di Isis e lo Stato Islamico aveva anche lanciato una pubblicazione, non particolarmente fortunata, specifica per i Territori palestinesi. Il momento di crisi in Siria e Iraq e la concomitanza con il riaccendersi della violenza in Israele e Palestina potrebbero ora diventare una miscela esplosiva, anche se al momento le minacce arrivano solo via web. Un rischio che un Medio Oriente, già sin troppo in fiamme, non può proprio permettersi.

Giulia Aubry, Come uccidere un ebreo. Le “istruzioni” dei terroristi dell’Isis a quelli di Hamas (pubblicato su Il Messaggero, 13 ottobre 2015, e riproposto da Notizie su Israele)

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                                                                      CARMEL

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Carmel is a Jewish community located in the Hebron Hills with a population of 60 families.

Lo schiavismo moderno e la paura che ci blocca

Avanza su Via Nazionale un omone corpulento, enorme. Ai polsi, attorno al collo, sulle dita di entrambe le mani sembra una semovente miniera d’oro massiccio: anelli, orologio, braccialetti, catenine e catenone. Guarda le vetrine distrattamente, camminando con affaticata lentezza, per non sfidare troppo la canicola romana. Dietro di lui un’ombra nera. Non possiamo sapere nulla del bipede infagottato in una tunica nera che avvolge tutto il corpo, la testa, il volto, gli occhi nascosti da un paio di occhiali da sole, ai piedi scarpe nere piatte, che possiamo solo intravvedere tra le pieghe del sudario che arrivano fino all’asfalto.

Una donna, ecco. Totalmente cancellata come essere umano. Una figura invisibile che cammina a piccoli passi per star dietro all’omone che è il suo padrone, e che ostenta la sua arrogante indifferenza verso la non-persona che lo segue come una schiava che nel nome del Corano deve solo obbedire, compiacere il suo tiranno. Magari è solo una bambina, chi lo sa. Non possiamo vedere nulla di lei, trattata e nascosta come un nulla. È la prima volta che ho visto una scena simile a Roma. L’avevo vista a Londra e a Vienna. Qui fa un po’ più impressione, forse è l’effetto sorpresa. Mi domando però se dobbiamo farci l’abitudine, a questo triste spettacolo dello schiavismo moderno. Mi domando se il senso di repulsione che questa scena mi suscita sia il frutto di un pregiudizio «etnocentrico» o se non sia una forma di sano imbarazzo puramente umano. E se non ci si debba ribellare, nelle coscienze almeno, a questo sfoggio di umiliazione delle donne, a questa nullificazione di esseri umani che, sole e calpestate, non possono cambiare il loro destino. È un costume che va rispettato, per convivere pacificamente con l’Islam?

A me sembra di no. Se noi vedessimo una donna, o un bambino, o un qualunque soggetto debole, trascinato con un guinzaglio al collo da un uomo prepotente non faremmo in modo di fermarlo? Non vorremmo veder finito quello spettacolo osceno e mortificante? Ci appelleremmo alla pluralità dei costumi, alla varietà vitale delle culture, alla diversità dei modelli sociali, al rispetto che si deve ad ogni fede? Quell’essere minuto senza corpo, senza volto, senza sguardo, senza sesso e genere sembra piuttosto la vittima designata della nostra ignavia e del nostro conformismo. Se potesse ribellarsi. Se noi le dessimo una mano a ribellarsi. Ma non vogliamo farlo, nascosti anche noi, sotto le nostre paure.

Pierluigi Battista, Lo schiavismo moderno e la paura che ci blocca

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                                             VERED YERIHO

vered-yeriho[1]
Vered Yeriho is a Jewish community located near Jericho with a population of 200 people.

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Anche questo, un bellissimo articolo che merita di essere conservato e ricordato. Mi ha spinto a sceglierlo l’accenno al fatto che sotto il burka potrebbe esserci una bambina e, avendo visto da poco il film “La sposa bambina”, ho ricordato il disgusto, la nausea e il senso di ribellione provato per queste usanze barbariche e la rabbia per il fatto di sentirmi impotente.

Dovete tutti sentirvi parte di un esercito in guerra

Fausto Carioti,  Dovete tutti sentirvi parte di un esercito in guerra

Notizie su Israele, 21 luglio 2016

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Naor Gilon, ambasciatore israeliano a Roma, pesa le parole con attenzione. Premette: «Non sta a me giudicare o dare consigli all’Europa su come affrontare il terrorismo sul suo territorio».

– Fatto sta, signor ambasciatore, che adesso che l’Europa ha scoperto di avere in casa migliaia di potenziali terroristi, la parola d’ordine è diventata «dobbiamo fare come Israele».
  «È chiaro che si tratta di una grande sfida che richiede unione di forze, cooperazione, leggi appropriate e consenso civile sull’applicazione di modus operandi in passato non accettati. In Israele, purtroppo, noi viviamo con il terrorismo sin dalla fondazione dello Stato. Il nostro modello non consiste in un set di strumenti, ma nella presa di coscienza collettiva di quello che occorre fare per non con – sentire al terrorismo di impadronirsi delle nostre vite».

In concreto cosa significa?
  «Ad esempio significa partecipazione civile nell’allertare gli organi di sicurezza su un oggetto o una persona sospetti. Accettare i controlli di borse e zaini all’ingresso di centri commerciali e ristoranti, anche se questo tocca la nostra privacy. Approvare leggi che blocchino l’attività di istigazione alla violenza sui social network. Stabilire pene che siano deterrenti efficaci per chi è coinvolto nella realizzazione di azioni terroristiche, sin dalla fase dell’istigazione al terrorismo, passando per il reclutamento, il finanziamento, la collaborazione diretta o indiretta. E così via».

– Israele investe in sicurezza una quota importante del proprio reddito.
  «Israele investe oggi circa il 6 per cento del Pil in sicurezza. Appena un decennio fa spendevamo circa il 10 per cento: in termini di denaro ora investiamo di più, ma rispetto al totale delle spese investiamo di meno, perché nel frattempo l’economia israeliana è cresciuta. E buona parte della nostra spesa per la sicurezza torna sul mercato, perché va alle industrie israeliane che operano in questo settore e finanzia così start-up e compagnie capaci di sviluppare tecnologie innovative».

– Dopo decenni di tagli alla spesa militare e per la sicurezza, lei crede che sia davvero possibile “riconvertire” la società europea al modello di autodifesa israeliano?
  «L’Europa, in media, investe circa l’1,5% del suo Pil in sicurezza. Oggi pare che il vecchio continente si trovi di fronte a una minaccia più seria che in passato e pertanto la risposta finanziaria richiede un cambiamento anche nello stanziamento delle risorse nel vecchio continente. Ma spetta alla classe dirigente e ai cittadini europei decidere quale investimento sia sufficiente. Io, ripeto, non sono interessato a dispensare consigli all’Europa».

Quanto è importante per la capacità di autodifesa dei cittadini israeliani avere svolto il servizio militare?
  «Il servizio militare obbligatorio è una pietra fondante della società israeliana. Il fatto che l’esercito sia un esercito di popolo, nel senso più semplice e immediato del termine, rende tutti i cittadini partecipi in maniera attiva della propria difesa. Si tratta di una necessità per il mio Paese sin dal giorno della sua fondazione, ma il fatto che la maggior parte dei cittadini presti servizio nelle forze di sicurezza per due o tre anni ha una ricaduta sulla disposizione d’animo e sulla capacità di comprendere quali siano le minacce e cosa occorra fare per eliminarle».

– L’intelligence israeliana ha fama di essere la più efficiente del mondo. Che politiche adotta lo Shin Bet, il vostro servizio di sicurezza interno?
  «I servizi di sicurezza israeliani svolgono il loro compito nell’ambito della legge e sono sotto il controllo continuo del sistema giudiziario. Siamo uno Stato di diritto, combattere il terrorismo non vuol dire che tutto è consentito. Tuttavia la legislazione in Israele consente di adottare misure soddisfacenti a tutela della vita dei cittadini. È possibile che a volte, per questo, venga toccata sotto qualche minimo aspetto la qualità della vita. Ma il diritto di vivere deve avere la precedenza».

– Non crede che ci sia anche un’enorme differenza culturale tra Europa e Israele? In tutti questi anni i governi europei hanno adottato un approccio idealistico e politicamente corretto nei confronti del terrorismo islamico, mentre Israele ha sempre affrontato il problema in modo estremamente realistico.
  « Anche Israele, come noto, non è immune dal terrorismo. Ma lo Stato di Israele, da parte sua, agisce sempre in maniera molto razionale e lucida: si deve identificare la minaccia, chiamarla per nome ed agire per eliminarla. Eliminarla significa agire anche nell’ambito dell’istruzione e della prevenzione, con gli strumenti della legge e del diritto».

– Vi accusano di essere il Paese dei muri.
  «Chi ha visitato Israele sa che non è un Paese di muri e steccati. Circa il 20 per cento della sua popolazione è composto da arabi, in gran parte musulmani, e il loro coinvolgimento nel terrorismo è minimo. Per la maggior parte sono integrati nella società, ben rappresentati in parlamento, partecipi dell’economia del Paese e presenti in posti importanti degli organi statali. Tutto questo, però, non ci impedisce di definire il problema per quello che è: davanti a una minaccia da parte del terrorismo islamico radicale, la si deve combattere distinguendo il più possibile fra terrorismo e suoi sostenitori e chi,invece, non è coinvolto”.

Fausto Carioti,  Dovete tutti sentirvi parte di un esercito in guerra

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                                                               YAKIR

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Yakir is a Jewish community located in the Samarian hills with a population of 1100 people.

Sindrome di Bruxelles: Belgio propone premio nobel a terrorista

L’Informale, Sindrome di…Bruxelles: Belgio propone premio nobel a terrorista

18 luglio 2016

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Il Belgio è, assieme alla Francia, il Paese europeo più colpito dal terrorismo. Interi comuni, come Molenbeek-Saint-Jean nella regione di Bruxelles capitale, sono diventati punto di riferimento e di partenza dei terroristi islamisti in quanto ormai zone franche interamente popolate da cittadini di religione musulmana. Un’emergenza cui né le forze di sicurezza né gli apparati di intelligence del Belgio sembrano in grado di far fronte.
Eppure, Bruxelles sembra non sentire l’emergenza e anzi si sente solidale con i focolai di terrorismo islamico in Medio Oriente.

Un esempio? Il parlamento belga ha annunciato l’intenzione di candidare Marwan Barghouti per il premio Nobel per la Pace, definendolo addirittura il “Mandela palestinese”. Un simbolo della pace in Palestina.
A far venire i brividi è il comunicato che spiega la scelta: “La pace necessita della liberazione di Barghouti e di tutti i prigionieri politici ed in generale della pace dei palestinesi che vivono ormai da decenni sotto l’occupazione politica”, parole testuali estrapolate dalla lettera inviata al comitato norvegese del Nobel.
“Concedendo il Nobel per la pace a qualcuno che incarna la lotta per la libertà del popolo palestinese, ma anche la sua ricerca della pace, un leader che può unire i palestinesi attraverso un progetto politico che chiaramente include la soluzione dei due Stati nei confini del 1967, minacciati più che mai dalla colonizzazione e dall’assenza di un orizzonte politico, il Comitato del Nobel per la pace aiuterebbe a far risorgere la speranza di creare una via per superare l’impasse politica”.

Una lettera quindi che prende posizione sul conflitto israelo-palestinese, parlando di “lotta per la libertà”, “pace”, “colonizzazione”, dando quindi un chiaro connotato: Israele è il Paese cattivo e invasore, i palestinesi sono resistenti che lottano per la libertà. Ci vuole quindi un “messaggio di speranza”, come il nobel per la pace a Barghouti.

Marwan Barghouti è un politico e militare palestinese, leader della Prima e Seconda Intifada, incarcerato dal 2002. Condannato a cinque ergastoli per altrettanti omicidi a a 40 anni per un tentato omicidio, in qualità di capo del Tanẓīm-Fatah, ossia la branca armata del partito Al Fatah, che ha poi dato vita alle sanguinosissime Brigate dei Martiri di al-Aqsa.
E’ quindi un terrorista, esattamente come quelli che hanno causato la strage all’aeroporto di Bruxelles o che hanno usato Molenbeek-Saint-Jean come base logistica per pianificare e preparare gli attentati in Francia nel novembre 2015, tra cui l’orrenda strage del Bataclan.
Il Belgio, vittima ferita dal terrorismo islamico, vuole quindi proporre un carnefice come premio nobel per la pace. Non è più sindrome di Stoccolma, possiamo chiamarla sindrome di Bruxelles.

 L’Informale, Sindrome di…Bruxelles: Belgio propone premio nobel a terrorista

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                                                                      NOFEI PRAT

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Nofei Prat is a Jewish Community located near Maale Adumim with a population of 85 families.

Basta. Dopo Nizza, basta con le stupidaggini

Bruce Bawer, Basta. Dopo Nizza, basta con le stupidaggini

Informazione Corretta, 17 luglio 2016

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Basta con la bandiere su Facebook in segno di solidarietà. Basta con empatici hashtags su Twitter. Basta con le dichiarazioni retoriche di capi di stato su come “ i terroristi non sono riusciti a metterci gli uni contro gli altri’. Basta con le altrettanto retoriche dichiarazione di altri capi di stato per esprimere sostegno ai ‘nostri alleati nel momento del lutto’. Basta ai richiami all’amore davanti all’odio, basta alle sfilate con le candele contro l’assassinio. Basta esclamazioni di dispiacere e scosse di testa davanti all’orribile morte – come se le persone fossero morte per un eccezionale disastro naturale, un tornado o uno tsunami – cui segue il ritorno alla normalità entro un paio di giorni. Fino alla volta successiva, naturalmente.

Basta con l’analisi psicologica di ogni nuovo jihadista, alla ricerca di problemi di famiglia o di lavoro che possano spiegare perché ‘è diventato violento ed estremista’. Basta con le pensose affermazioni che ‘questo non ha nulla a che vedere con l’Islam’, che una manciata di cattivi si è impadronita di una ‘religione di pace’ , ma la grande maggioranza del miliardo e mezzo di Islamici sono, ovviamente, persone pacifiche che ‘rifiutano questi comportamenti’. Basta con l’abile diversione del discorso sulla questione del controllo delle armi in America, o l’omofobia in America, o qualunque altra diversione appaia possibile per l’occasione. Basta con l’accusare gli ipotetici fallimenti dell’Europa nell’integrare e accettare gli Islamici o nel dargli lavoro, o la ipotetica povertà dei Musulmani, la loro alienazione, frustrazione, mancanza di prospettive.

Basta con i giornalisti che si torcono le mani, ritti a pochi metri dai cadaveri, al pensiero delle possibili ‘ripercussioni’ sui Musulmani (che non si avverano mai). Basta con le dichiarazioni da parte di funzionari americani che soltanto menzionare l’Islam in connessione con il terrorismo islamico è ‘pericoloso e controproducente’, perché ci aliena le simpatie degli alleati islamici e delle comunità islamiche del cui aiuto abbiamo bisogno per combattere il problema di cui non osiamo dire il nome. Basta con le rispettose interviste in TV a rappresentanti di ‘organizzazioni islamiche per i diritti civili’ che hanno dato prova più e più volte di essere coperture del terrorismo.

Basta con le oltraggiose bugie dei governi e dei media che, quasi 15 anni dopo l’11 settembre, tengono tanti Americani vergognosamente all’oscuro della realtà in cui viviamo. Basta con i derisori tentativi quotidiani da parte degli stessi governi e media di tenere sottomessi gli Americani obbedienti con la paura che, se osano definire apertamente il problema, saranno cacciati per sempre nell’oscurità, fuori dalla buona società, divenendo impresentabili come collaboratori e come amici. Basta con la tirannia sociale da parte di coloro che (per codardia, o per impotenza, o per mancanza di senso di responsabilità nel mantenere il prezioso dono della libertà per cui combatterono i loro antenati, o per incomprensibile mancanza di interesse per il mondo in cui vivranno i loro figli e i loro nipoti) trattano come nemici non coloro che cercano di ammazzarli, ma coloro che osano dire apertamente la verità.

Basta con l’ignoranza. Un paio di settimane fa Adam Carolla registrò il suo podcast – uno dei più popolari su internet – in una platea di persone ad Amsterdam. Carolla, che viene da Los Angeles, chiese ai residenti com’è la vita in Olanda. Gli fecero un ritratto tutto roseo. Domandò delle religioni, gli rappresentarono un paese di quasi utopistica secolarità, privo di credi reazionari. Nascondendo così nella fogna della memoria il ricordo di Pim Fortuyn, Ayaan Hirsi Ali, Theo Van Gogh, Geert Wilders. Carolla non trovò nulla da obiettare. Ma soltanto l’altro ieri in un’intervista sul podcast di Joe Rogan (ancora più ascoltato di quello di Carolla) il conservatore Milo Yiannopoulos, omosessuale, ha presentato alcuni fatti fondamentali che tutti dovrebbero conoscere negli USA, se i media di massa facessero il loro dovere – fatti sul tasso di stupri commessi da Musulmani in Norvegia, sul livello di astio anti omosessuale nelle comunità islamiche e sul lavoro sistematico dei governi europei per nascondere questi ed altri fatti irritanti. Rogan, che non è uno stupido ed ha intervistato centinaia di persone per imparare a conoscere il mondo, era scioccato.

Negli anni dopo l’11 settembre i grandi atti di terrorismo accadevano più o meno una volta l’anno, con larghi intervalli di tempo fra l’uno e l’altro, che permettevano di credere che tutto andasse bene, che si potessero dire benevole stupidaggini. Ora sono così frequenti, così l’uno sull’altro, che fatichiamo a ricordarli tutti. L’unico vantaggio è che è sempre più difficile continuare a far finta di niente.

Il tempo dello shock è terminato. E’ terminato il tempo per accumulare fiori e candeline e animaletti di pezza sui luoghi dell’abominio. Cessino le bugie, l’ignoranza e le illusioni, si affrontino i fatti. Il libero e civile Occidente è da anni oggetto di una guerra di conquista, condotta con molti mezzi, di cui uno è il terrorismo, da parte di Islamisti che predicano la sottomissione, l’intolleranza, la brutalità – mentre i nostri media e i nostri leader, con poche eccezioni, continuano a condurre un gioco la cui fatuità, indecisione e vigliaccheria diventano sempre più ovvie. Ma dopo Nizza basta.

Bruce Bawer, Basta. Dopo Nizza, basta con le stupidaggini

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                                                MITZPE KRAMIM

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Mitzpe Kramim, founded in 1999, is a Jewish community located in the Binyamin region with a population of 28 families.

Israele resiste. Lettera da Gerusalemme

Angelo Pezzana, Israele resiste, Lettera da Gerusalemme

Informazione Corretta, 12 luglio 2016

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Dopo l’ennesimo fallimento di riprendere le fila dei colloqui israelo-palestinesi per via indiretta, sarà utile un esame per capire la posizione di Israele.

1 L’Anp di Abu Mazen continua a rifiutare il riconoscimento di Israele quale Stato degli ebrei, già questo basterebbe per delegittimarlo come interlocutore. La leadership palestinista è però quella, il che spiega perché i colloqui si sono sempre bloccati a ogni ripresa. Vi sono poi altri motivi.

 2 Gli accordi di Oslo (agosto 1993), firmati da Israele e Olp, prevedevano la fine delle violenze, che però sono continuate senza interruzione sino ad oggi: kamikaze suicidi, missili da Gaza, accoltellamenti e uccisioni con ogni tipo di arma, che hanno rilanciato un terrorismo diffuso su ogni livello sociale. Da Arafat a Abu Mazen, nulla è cambiato, fino alla recente dichiarazione che l’Anp non avrebbe più ripreso qualsiasi tipo di colloqui se non cambiava la leadership israeliana. Il che ha reso inutile l’ultimo tentativo di François Hollande, una conferenza internazionale di pace a Parigi, che ha chiuso i battenti lo stesso giorno che è iniziata

 3 Malgrado le evidenti responsabilità della parte palestinista, i governi occidentali e le organizzazioni internazionali (ONU, UE ecc.) hanno insistito ad attribuire allo sviluppo delle ‘colonie’ da parte israeliana la ragione dello stallo del processo di pace, richiamandosi ancora una volta agli accordi Oslo.

 4 Che però non prevedevano alcun congelamento di nuove costruzioni, per questo e per motivi squisitamente legati al fabbisogno di nuove case per una popolazione sempre in crescita, si sono ingranditi i villaggi già esistenti, anche nella ‘Zona C’, che Oslo attribuiva comunque alla esclusiva responsabilità israeliana.

 5 La foto storica della firma del trattato ci mostra il presidente Clinton mentre sorride guardando Rabin e Arafat che si stringono la mano. Il seguito è stato meno allegro, le offerte di due premier israeliani – Barak e Olmert – vennero respinte, e la porta girevole dei successivi colloqui non si è più fermata. Fino ad oggi, su decisione dell’Anp, con l’abbandono annunciato da Abu Mazen. La soluzione dei due stati si trova ad essere proposta oggi solo dagli organismi internazionali, il governo d’Israele è pronto a tornare al tavolo per discuterla, ma il partner non c’è più. Che i palestinisti vogliano tutto è la spiegazione più ovvia, come è sempre stato nelle intenzioni dell’Olp sin da quando si è costituito a metà degli anni ’60.

Questa, dunque, la situazione fino a oggi, anche se qualcosa di positivo potrà accadere dopo la visita dell’altro giorno del ministro degli esteri egiziano Sameh Shoukry, la prima dopo nove anni di assenza. L’Egitto si propone, da quanto è emerso dal colloquio con Bibi Netanyahu, quale partner super partes disponibile a facilitare la ripresa dei colloqui di pace. Il suo arrivo a Gerusalemme segue quello di due settimane fa a Ramallah, un segnale più che chiaro della volontà di Abdel Fattah al-Sisi di sostituire l’Egitto ai tentativi compiuti senza risultati dai vari governi occidentali. Il passo è positivo, anche se devono essere esaminate le posizioni dell’Anp. Nei prossimi giorni è probabile un incontro al Cairo tra Sisi e Netanyahu.

Angelo Pezzana, Israele resiste. Lettera da Gerusalemme

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                                           MAALE HAVER maale-hever

Maale Hever is a Jewish community  located in the eastern Hebron hills with a population of 55 families.

Grillini in ‘Palestina’ per solidarietà con i terroristi e contro Israele

Angelo Pezzana-Beppe Grillo-Sergio Dalla Pergola, Grillini in ‘Palestina’ per solidarietà con i terroristi e contro Israele

Informazione Corretta, 8 luglio 2016

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Il documento finale è già riassunto nel blog di Grillo, dove il clown veste i panni dello storico, insegna ai tre delegati ciò che devono sapere, interpretando la Storia come si conviene a un comico che fa politica, come Dieudonné in Francia, con una differenza, il francese calca i palcoscenici e dopo finisce in tribunale, dove viene regolarmente condannato per antisemitismo, mentre il clown ‘de noantri’ sta per diventare – se non lo è già – il Fuehrer del primo partito politico italiano.

Giudichiamo intelligente e realistica la tradizione diplomatica israeliana di invitare a conoscere il paese i rappresentanti di quei partiti che, per ignoranza o pregiudizi, non lo conoscono. Ci chiediamo però quale sarà il risultato, nel caso del partito di Beppe Grillo, il cui successo elettorale è, per ora, giustificato unicamente dall’essersi dedicato a redigere elenchi “delle cose che non vanno”.

Dopo aver dato prova della più grande incapacità mista ad arrogante ignoranza nei comuni dove ha già amministrato, dopo la conquista di Roma e Torino l’ambizione è ora rivolta verso il governo del paese. Non poteva mancare una presa di posizione sulla politica estera, e per farci capire ancora di più il Grillo/pensiero, niente di meglio del Medio Oriente, arrivano in tre con l’elenco degli ordini da consegnare a Israele. Per ‘capire’ incontreranno B’Tselem, la Ong finanziata dall’ex Presidente Carter, che svolge attività anti-israeliane in piena libertà, perché Israele è una democrazia, ne fanno parte anche coloro che vorrebbero distruggerla. Poi vedranno un’altra Ong, Breaking the Silence, ex soldati anonimi che ‘rivelano’ i supposti soprusi dell’esercito di difesa, proprio in un paese dove lo sport principale consiste nel denunciare pubblicamente ogni tipo di illegalità, avendo a disposizione tutti i media nazionali !

Quello che non faranno sarà leggere lo statuto di Hamas – visto che andranno a Gaza- che si propone la distruzione di Israele, né leggeranno quello di Abu Mazen, che esalta il ‘martirio’ dei terroristi suicidi e finanzia i parenti dei ‘caduti’, così come dai tempi di Arafat l’Olp riempie ogni mesi di dollari la famiglie dei terroristi detenuti in Israele dopo regolari processi e condanne. Dispiace che visitino Yad Vashem, il museo della Shoah, non dovrebbero averne il diritto, visto che la loro soluzione del conflitto israelo-palestinese consisterebbe in una nuova Shoah per i sei milioni e più di ebrei vivi nello Stato ebraico.

Leggetevi le dichiarazioni di Grillo, non meritano ulteriori commenti. Segue una dichiarazione del prof. Sergio Della Pergola rilasciata all’ANSA.

 

ANSA- M5S: delegazione in Israele e Palestina,”2 popoli e 2 Stati” “Soluzione conflitto è ritiro esercito israeliano da Gaza” (ANSA) – ROMA, 7 LUG – “Per proseguire il dialogo intrapreso nella prima visita in Palestina effettuata dalla commissione Affari Esteri della Camera nel luglio 2013, una delegazione del Movimento 5 Stelle composta da Luigi Di Maio, Manlio Di Stefano e Ornella Bertorotta si recherà in Israele e Palestina dal 7 al 12 luglio”. Lo scrive il blog di Beppe Grillo. “La soluzione” al conflitto “è solo politica e risiede nel rispetto del diritto internazionale, vale a dire nella applicazione della risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite n. 242 del 22 novembre 1967 che istituisce un ritiro totale dell’esercito israeliano da Gaza, dalla Cisgiordania e da Gerusalemme Est; uno smantellamento di tutte le colonie illegali, il rispetto delle frontiere dei territori occupati nel 1967 e un accordo vero di tutte le parti in causa sul tema del ritorno dei rifugiati palestinesi. I portavoce M5S incontreranno esponenti della società civile israeliana e palestinese, andranno al Museo dell’Olocausto di Gerusalemme. Saranno in visita a Ramallah, Betlemme, Hebron e alla Knesset”. – “Sono previsti incontri con la società civile e politica dei due popoli, oltre che con la comunità religiosa cristiana. La politica estera del M5S segue direttive e coordinate precise: la ricerca del multilateralismo, della cooperazione e del dialogo tra le popolazioni, il rispetto dell’autodeterminazione, della sovranità e della non ingerenza negli affari interni dei singoli Paesi”, prosegue il blog. “Applichiamo gli stessi principi confrontandoci con il conflitto palestinese. Una soluzione della pace – la creazione dei due popoli e due Stati – passa per le scelte che il governo d’Israele saprà prendere nei prossimi anni. E’ chiaro ormai a tutti come lo storico conflitto non ha davanti a sé nessuna soluzione che possa essere militare, né incentrata solo in termini di sicurezza con la costruzione di muri. Si genera solo ulteriore odio e ulteriori circoli viziosi da cui è sempre più complesso uscire”, conclude.

ANSA- MO:” Della Pergola, blog Beppe Grillo superficiale e fazioso” (ANSA) – TEL AVIV, 7 LUG – “Superficiale e fazioso”. Così il demografo italo-israeliano Sergio Della Pergola ha definito il post pubblicato dal blog di Beppe Grillo riguardo la visita da oggi di una delegazione del Movimento Cinque Stelle in Israele e Palestina, composta da Luigi Di Maio, Manlio Di Stefano e Ornella Bertorotta. “E’ sconcertante – ha aggiunto – il livello di impreparazione, di mancanza di cultura storica e politica che traspare da queste prime battute. Purtroppo non c’è nulla di nuovo: il bagaglio ideologico che fa da sfondo è quello degli anni ’70”. Della Pergola ha poi aggiunto che “da dei parlamentari che arrivano in questa regione e, a maggior ragione, da un membro della Commissione Affari Esteri ci si dovrebbe aspettare qualcosa di diverso. Esiste un conflitto e in questo conflitto gli attori sono due. Parlare solo di uno dei due, la dice lunga”.

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                                                                       KFAR TAPUACH

kfar-tapuah[1]

 

Kfar Tapuach is a Jewish community located in the Samarian hills with a population of 800 people. Kfar Tapuach  was founded in 1978.

 

L’Onu è stato preso in ostaggio: è ora di liberarlo

Yair Lapid, L’Onu è stato preso in ostaggio: è ora di liberarlo

informazione corretta, 9 luglio 2016

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Il portavoce dell’UNRWA, Chris Gunness, ha duramente criticato la decisone di Israele di demolire le case dei terroristi che lo scorso dicembre hanno accoltellato a morte due israeliani alla Porta di Jaffo nella Città Vecchia. Ho una domanda per lei, Sig.Gunness: chi glielo ha chiesto? UNRWA è l’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa dei rifugiati palestinesi, il cui ruolo è chiaramente definito. Si suppone che debba aiutare i palestinesi a trovare un lavoro e nel caso non lo trovassero di assisterli. Tutto qui, non ha altri ruoli. Non esiste alcun mandato al suo interno che giustifichi alcun intervento in questioni che attengono alla sicurezza di Israele.

E nel suo passato, sig. Gunness, non c’è nulla che la qualifichi in grado di consigliarci come proteggerci o che le consenta di interpretare la parte del giudice nel conflitto israelo-palestinese. Già che ci siamo, ho qualche altra domanda. Perché lo Stato di Israele non compare sulle mappe delle scuole dell’UNRWA? Se lei condanna la violenza, perché è rimasto in silenzio quando divenne chiaro che un edificio UNRWA veniva adibito quale copertura per i terroristi che entravano nel tunnel da dove raggiungevano e poi uccidevano tre soldati israeliani? Perché è rimane in silenzio quando a Gaza perseguitano gli omosessuali e incendiano le chiese? Perché i palestinesi sono gli unici al mondo a poter ereditare dai genitori la qualifica di rifugiati? Perché uno che è nato in Qatar, vive in una villa a Parigi, ha un passaporto spagnolo e continua a essere considerato un rifugiato palestinese?

Perché tra i 23.000 impiegati dell’UNRWA ci sono tanti appartenenti a Hamas? Non lo dico io, ma lo stesso commissario generale della sua organizzazione. Perché i palestinesi sono i soli ad avere una agenzia per i rifugiati creata solo per loro? A che cosa è dovuto che invece non viene riconosciuto ai 21.5 milioni di rifugiati del Tibet, Darfur, Siria, Iraq ecc.? Com’è che, da quando l’UNRWA è stata fondata nel 1950, il numero dei rifugiati è passato da 750.000 a più di 5 milioni (!) senza che un singolo palestinese sia mai stato espulso? È forse l’UNRWA a creare rifugiati? Ho una domanda anche per i cittadini americani: lo sapete che è con i dollari delle vostre tasse che questa follia viene finanziata?

Ma c’è altro, UNRWA non è nata dal nulla. È parte di una campagna globale anti-semita molto bene organizzata con altre agenzie Onu fra le quali ha un posto di rilievo. Prendiamo per esempio il Consiglio Onu per i Diritti Umani. Da sempre non ha mai espresso una critica legittima, negli ultimi dieci anni sono state votate 61 risoluzioni che condannavano l’abuso dei diritti umani nel mondo, e contro Israele ne sono state votate 67. Non è un errore di conteggio, il Consiglio ha condannato proprio Israele, un paese democratico che si attiene alle leggi internazionali molte più volte di tutti i paesi del mondo messi insieme. Non dimentichiamo: in questi ultimi anni più di 400.000 persone sono state massacrate in Siria; ci sono guerre in Afghanistan, Iraq, Ukraina; in Cina e Iran le condanne a morte sono quotidiane.

Ma questi fatti non interessano il Consiglio Onu dei Diritti Umani, che continua ad assolvere gli assassini e condanna Israele dove i diritti delle donne e della comunità LGBT sono protetti, dove le elezioni e i media sono liberi, dove i cittadini arabi siedono nel Parlamento e alla Corte Suprema, nell’esercito e in tutti i settori governativi. C’è altro ancora. Diamo un’occhiata all’Organizzazione Mondiale della Sanità, altra agenzia Onu,che recentemente ha tenuto il proprio congresso annuale. Come previsto si è discusso delle aspettative di vita, mortalità, la diffusione delle malattie e l’importanza dei vaccini. Eppure l’assemblea ha incluso e approvato una dura condanna contro un solo paese: Israele, “colpevole dell’occupazione del Golan”.

Non è stata data alcuna spiegazione su quale fosse la relazione con il tema della salute. A 200 metri dal Golan israeliano, in Siria, centinaia di migliaia di uomini, donne e bambini vengono massacrati senza che questo venga nemmeno citato nella risoluzione. Eppure c’era un legame tra il Golan israeliano e la salute, in questi ultimi anni Israele ha accolto senza clamore centinaia di bambini siriani feriti nella guerra curandoli nei propri ospedali. La risoluzione conteneva anche una seri di ‘fatti’ inventati, presi dalla sciagurata propaganda palestinese distribuita all’interno della Organizzazione Mondiale della Salute.

Ad esempio, un rapporto sosteneva che “Israele contagiava i palestinesi con dei virus che provocano il cancro”, un’accusa che poteva essere ospitata dallo Sturmer. Il rapporto era anche illustrato da immagini che accrescevano ancora di più i toni drammatici. Uno, dal titolo “ presa durante la guerra di Israele a Gaza nel 2014” era in realtà una fotografia che simulava un attacco a Teheran , pubblicata in un blog molto seguito alcuni anni fa. Le montagne che circondano la capitale iraniana erano state cancellate per renderla credibile.

Un’altra foto, sottotitolata “ la devastazione causata dalla guerra di Israele a Gaza nel 2014”, era stata presa invece a Beirut agli inizi del 2000. Questi falsi sono stati ospitati in un rapporto ufficiale delle Nazioni Unite. Come è potuto accadere? Le Nazioni Unite hanno subìto un ostile cambio di gestione. I 136 paesi ‘non allineati’ garantiscono oggi una maggioranza automatica contro Israele in ogni votazione in tutte le Agenzie Onu. In gran parte sono stati islamici, altri sono produttori di petrolio. Possono permettersi di comportarsi in questo modo perché hanno capito che le nazioni democratiche tacciono. Perché rimangono in silenzio, quando potrebbero impedirlo?

Gli Stati Uniti finanziano il 22% del bilancio dell’Onu, 6 paesi – Usa, Giappone, Francia, Inghilterra, Italia e Germania contribuiscono al 65% del bilancio totale. Questi paesi potrebbero intervenire, rifiutandosi di continuare a permettere quello che è avvenuto sino ad oggi, ne deriverebbe la fine di tutti questi attacchi contro Israele. Ma l’Onu è stato preso in ostaggio. È giunta l’ora di liberarlo.  

Yair Lapid, L’ONU è stato preso in ostaggio: è ora di liberarlo.

Informazione Corretta, 8 luglio 2016

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                                                                 ELKANA

elkana[1]

Elkana is a Jewish community located in the Judea and Samaria Area with a population of 3100 people. The town was founded in 1977

In memoria di Elie Wiesel. Il tributo di un amico e discepolo

Menachem Z. Rosensaft, In memoria di Elie Wiesel. Il tributo di un amico e discepolo

L’Informale, 5 luglio 2016

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Elie Wiesel è morto sabato all’età di 87 anni. Dopo tutto, ciò che rimane con noi, per noi, sono ricordi.

Molto è stato detto e scritto, e molto rimane ancora da esser detto e scritto, su Eli Wiesel, il quale, dopo essere riemerso dagli orrori di Auschwitz e Buchenwald, ha dedicato tutto la vita a salvaguardare la memoria dei milioni di Ebrei europei che vennero assassinati durante la Shoah. Nel far questo, egli divenne voce autorevole tra i sopravvissuti. Ha spesso affermato di non potere e non volere parlare per conto dei morti. Ma ha parlato, tuttavia, energicamente ed eloquentemente, per la collettività dei sopravvissuti, ed essi lo hanno ossequiato ed amato per questo.

“Accettate l’idea che non potrete mai vedere ciò che essi hanno visto, e continuano a vedere oggi”, scrisse in uno dei suoi saggi A Plea for the Survivors, probabilmente aprendo subconsciamente una finestra sul suo stesso cuore. “che non conoscerete mai le facce che tormentano le loro notti, che non comprenderete mai le grida che interrompono il loro sonno. Accettate l’idea che non penetrerete mai l’universo maledetto e dannato che essi portano dentro di sé con incessante lealtà”.

Non tutti i sopravvissuti della Shoah furono capaci di trascendere la loro esperienza ed essere testimoni di ciò che egli definì “Il regno della notte”. La sofferenza, osservò, “non offre agli uomini alcun privilegio; tutto dipende da ciò che essi ne fanno. Se usano la propria sofferenza contro altro uomini, la tradiscono; se la usano per sconfiggere il male e rendere più umano il destino, allora la elevano e si elevano con essa”. Egli descrive il proprio dissidio esistenziale nel discorso di accettazione del Premio Nobel per la pace: “Un ricordo. Il momento: dopo la guerra. Il luogo: Parigi. Un giovane uomo che lotta per ricostruire la propria vita. Sua madre, suo padre e la sua sorellina non ci sono più. È solo. Sull’orlo della disperazione. E tuttavia non si arrende. Al contrario, combatte per trovare un posto in mezzo ai vivi. Impara una nuova lingua. Conosce alcuni amici che come lui credono che il ricordo del male possa essere usato come scudo contro il male, che il ricordo della morte possa servire come scudo per la morte.

Ci furono innumerevoli dimensioni in questo unico, straordinario individuo. Elie Wiesel ottenne visibilità pubblica, inizialmente in Francia e poi negli Stati Uniti, Israele ed in tutto il mondo, come autore il cui lavoro con le parole fu infallibilmente elegante, diretto e pungente. Il principale filo conduttore dei suoi oltre 60 libri, di fiction e non, è il tema della sopravvivenza, e non solo nel mero senso fattuale, ma nella sua natura trasformativa e potente. Il compagno detenuto del campo di concentramento, l’ebreo sovietico che lotta per mantenere la propria identità spirituale e nazionale di fronte all’oppressione politica, il paziente dell’intervento a cuore aperto, sono tutti molto più che personaggi letterari – sono tutti alter ego con cui l’autore fu in perpetuo dialogo ed attraverso cui egli insegnò e continua ad insegnare ai lettori gli elementi essenziali per superare quanto di più spaventoso e lacerante possa esistere nella vita di un uomo. La memoria, la Notte, porta l’orrore dell’Olocausto nella coscienza di milioni di persone in tutto il mondo. Il suo Ebrei del Silenzio divenne forse il primo grido collettivo degli ebrei sovietici.

Ugualmente importante fu l’Elie Wiesel professore, che lascio un duraturo, spesso travolgente impatto nella vita di migliaia di studenti che frequentarono le sue lezioni al New York City College, e poi alla Boston University ed Eckerd College, e ancora più recentemente alla Chapman University. Le sue lezioni resero i misteri dell’ebraismo e del pensiero biblico ebraico accessibili ai newyorkesi del ventesimo e ventunesimo secolo, ebrei e non. Possedeva una conoscenza enciclopedica della letteratura e della filosofia, insieme con una apparentemente inesauribile curiosità intellettuale. Nietzche in particolare lo affascinava. Allo stesso tempo, era ostinato nell’attaccare coloro che tentavano di banalizzare l’Olocausto. “Auschwitz”, scrisse, “rappresenta non solo il fallimento di duemila anni di civilizzazione cristiana, ma anche la sconfitta di quell’intelletto che desidera cercare un significato – S maiuscola – nella Storia. Quanto rappresentato da Auschwitz non ne ha alcuno”.

Molto è stato detto e scritto, e molto sarà sicuramente ancora detto e scritto, su Elie Wiesel uomo della coscienza e attivista dei diritti umani, che fece pubblicamente pressione su un presidente USA affinché non onorasse la memoria dei membri della Waffen-SS di Hitler, e che ne implorò un altro affinché ponesse fine ai crimini contro l’umanità che avvenivano in Bosnia. “Quel posto”, Elie disse al presidente Reagan il 9 Aprile del 1985, riferendosi al cimitero militare di Bitburg in quella che era la Germania dell’Ovest, “non è il vostro posto. Il vostro posto è con le vittime delle SS”. E si rivolse al presidente Clinton durante l’inaugurazione del US Holocaust Memorial Museum a Washington DC, il 22 Aprile del 1993, due anni prima del massacro genocida di Srebrenica, dicendo: “E, Signor Presidente, non posso trattenermi dal dirle una cosa. Ho visitato la ex Jugoslavia lo scorso autunno. Da allora non riesco a dormire a causa di ciò che ho visto. Come ebreo dico che dobbiamo fare qualcosa per fermare lo spargimento di sangue in quel paese! Gli uomini lottano l’uno contro l’altro ed i bambini piangono. Perché? Qualcosa, qualsiasi cosa, deve essere fatta”.

Ma le dichiarazioni accademiche sulla vita e la carriera del ragazzo che veniva dalla Transilvania e che divenne cittadino del mondo, nel più vero dei sensi, dovrà aspettare un’altra occasione. Piangere un amico è sempre qualcosa di personale, profondamente personale, ed oggi, io mi aggrappo ai ricordi di un’amicizia che è durata più di mezzo secolo.

Conoscevo Elie da quando ero ragazzo. Era un caro amico di famiglia, un ospite frequente della nostra casa. Lui e mio padre trascorrevano ore a discutere gli avvenimenti politici del giorno, e, lungi dallo scontrarsi sulle rispettive esperienze ad Auschwitz-Birkenau e negli altri campi nazisti, si concentravano sulla presente sfida della memoria e del migliorare la condizione fisica e spirituale dei sopravvissuti.  Uno dei miei ricordi più cari di Elie sono lui e mio padre che intonano canti ebraici. […]

Una sera all’inizio del mio ultimo anno di liceo, mi chiese, come faceva sempre, cosa stessi studiando e come stava andando la scuola. Non erano domande di circostanza. Voleva risposte dettagliate, specialmente riguardo ai libri che stavo leggendo. Gli dissi che l’unica materia che non apprezzavo era un seminario di Inglese avanzato. Mi scoraggiava l’approccio dell’insegnate e la sua insistenza e pignoleria sui compiti a casa. Elie era incredulo. Sapeva che io amavo la letteratura. Forse, disse, stavo involontariamente esagerando. Gli mostrai gli ultimi compiti scritti con le correzioni dell’insegnante. Elie lesse tutto e disse “Capisco cosa intendi. Non imparerai niente in questo modo”. In seguito si offri di aiutarmi nelle letture e nei compiti una volta alla settimana. Viveva al Master Hotel sulla Riverside Drive , e per il resto dell’anno mi recai li per il mio tutoraggio settimanale. Discutevamo approfonditamente la letteratura classica ed egli pazientemente mi insegnò come un pensiero tradotto in un testo poi prenda vita propria. “Scrivi, in modo che le parole diventino una cicatrice rovente.

Il 6 giugno 1972 Elie ci chiamò per dirci che lui e Marion avevano avuto un bambino. Otto giorni dopo mia madre portò il bambino nel salotto dei Wiesel in Central Park West perché ricevesse il nome. Shlomo Elisha cambiò Elie profondamente ed indelebilmente. Per la prima volta in più di dieci anni che lo conoscevo, sembrava genuinamente felice. Negli anni successivi non è stato mai più felice di quando parlava di suo figlio Elisha, e, più recentemente, di suo nipote.

Lo stesso anno, quando venne nominato Professore emerito in Studi giudaici al New York’s City College ed io fui di ritorno dopo il diploma alla Johns Hopkins, mi chiese di diventare suo assistente. Insegnava letteratura dell’Olocausto ed un seminario sul pensiero ebraico. I miei compiti erano di interagire regolarmente con gli studenti, di valutare i compiti, e di fare delle letture sui libri di Elie, cosa che egli non faceva. Ciò che più mi colpì fu il modo in cui egli si rendeva accessibile ai suoi studenti, specialmente ai figli dei sopravvissuti, che volevano parlare con lui non dei loro studi, ma di loro stessi, delle loro relazioni con i genitori, dei loro sforzi di comprendere ciò che essi avevano vissuto. Ascoltava pazientemente, con empatia, e dava loro consigli. Più di chiunque altro, era capace di relazionarsi con i figli ed i nipoti dei sopravvissuti. Non solo ci comprendeva, ma ci spingeva ad abbracciare la nostra identità.

Dopo essere divenuto capo del U.S. Holocaust Memorial Council nel 1980, mi chiese di organizzare e presiedere il Comitato della Seconda Generazione. Desiderava i nostri contributi, la nostra prospettiva. “Quando parlo agli altri”, ci disse alla Prima Conferenza dei bambini dei Sopravvissuti all’Olocausto, nel Maggio 1984, “sicuramentevoi sapete che mi riferisco a voi per tutto il tempo. Voi siete il mio pubblico, perché siete voi ciò che è importante … sapete cosa vediamo in voi, in tutti voi? Vediamo in voi i nostri discendenti, i nostri alleati, i nostri fratelli o sorelle più piccoli. Ma in qualche modo voi tutti siete i figli di tutti noi”.

Giugno 1981. Eravamo in Israele per il raduno mondiale dei sopravvissuti dell’Olocausto. Ad Elie l’organizzazione aveva richiesto di definire una Lega dei Sopravvissuti per l’occasione. Egli aveva scritto in Francese ed Ebraico. Nella lobby dell’Hotel Hilton di Tel Aviv, Elie mi chiamò a se, mi dette delle carte e mi chiese: “Hai visto la traduzione inglese che hanno preparato?” Gli dissi di no. Dopo che la ebbi letta mi rivelò di trovarla piatta, prosaica. “Per cortesia, scrivi una nuova traduzione”, mi chiese, aggiungendo: “Mi fido di te”. Fu sempre un tremendo motivo di orgoglio per me il fatto che quel testo venne letto in tutte le lingue durante la cerimonia di chiusura al muro Ovest di Gerusalemme: la traduzione inglese era la mia versione del testo di Elie che egli aveva approvato.

Gennaio 1995. Elie era ad Auschwitz-Birkenau. Le sue parole durante la cerimonia del 50° anniversario della liberazione del campo furono violente: “in questo posto di oscurità e maledizione non possiamo che restare increduli e ricordare le sue vittime senza patria, senza volto, senza nome. Chiudete i vostri occhi ed osservate: infinite processioni notturne convergono qui, ed è sempre notte.  Qui i cieli e la terra sono messi a ferro e fuoco. Chiudete gli occhi ed ascoltate. Ascoltate le urla silenziose di madri terrorizzate, le preghiere di vecchi uomini e vecchie donne senza forze. Ascoltate le lacrime dei bambini, bambini ebrei, una bellissima bambina tra di loro, dai capelli d’oro, la cui fragile tenerezza non mi ha mai abbandonato. Osservate ed ascoltate mentre camminano in silenzio tra oscure fiamme, cosi enormi da fare sembrare l’intero pianeta in pericolo”.  Dopo essere scappato e  ricatturato dai tedeschi , mio padre venne torturato per mesi interi nell’infausto Block 11 di Auschwitz 1, noto come Blocco della Morte. Pochi giorni dopo ricevetti una lettera da Elie: “Di fronte al Block 11 ho pensato – a lungo, profondamente – a tuo padre – e a tutti voi”.

Elie era sempre indomitamente ed inequivocabilmente ebreo. Ma in un modo fortemente diverso da molti contemporanei. Non ostentava il suo esserlo ne lo imponeva agli altri. Piuttosto, desiderava spiegare i suoi misteri e comunicare il proprio amore per la religione, la cultura e la tradizione ebraica. E lo fece con grande affezione e reverenza, ed insieme rispetto per i suoi lettori ed ascoltatori. Più importante ancora, il suo essere ebreo non fu mai sciovinista o esclusivo. “Essere ebreo’, spiegava, “significa riconoscere che ogni persona è stata creata a immagine di Dio e perciò chiede rispetto. Essere ebreo per me significa rifiutare ogni forma di fanatismo”.

Credeva fermamente e appassionatamente che una massima responsabilità derivante dall’essere sopravvissuto, insieme alla memorializzazione, era di opporsi fortemente alla indifferenza e alla sofferenza, alla persecuzione o oppressione di ogni tipo. La sua accusa alle migliaia di sopravvissuti presenti  con i loro figli all’adunata rifletteva l’universalità della sua visione: “In una era frustrata dalla violenza, dobbiamo insegnare alle generazioni future le origine e le conseguenze della violenza. In una società bigotta ed indifferente, dobbiamo dire ai nostri contemporanei che qualunque sia la risposta, esse deve scaturire dalla compassione umana e riflettere l’incessante ricerca dell’uomo per la giustizia e la memoria; e dobbiamo insistere ancora e ancora che siano gli Ebrei a portare questo messaggio di umanità all’umanità”. In questo senso, il suo messaggio fu coerente negli anni. Nella sua lezione per il Premio Nobel, parlò del bisogno di ricordare non solo gli sofferenze degli ebrei, ma anche “gli Etiopi, i Cambogiani, i Palestinesi, gli Indiani, gli Argentini desaparecidos – la lista sembra infinita”. Il suo messaggio universale rimase lo stesso anche ad Auschwitz, forse proprio ad Auschwitz: “Mentre riflettiamo sul passato”, disse proprio là, nel 1995, “dobbiamo rivolgerci al presente e al futuro. Nel nome di ciò che è caro alla memoria, fermiamo il massacro in Bosnia, Rwanda, e Cecenia; i viziosi attacchi contro gli Ebrei nella Terra Santa. Rifiutiamo ed opponiamoci con più decisione ci fanatismi religiosi e all’odio razziale”.

Giugno 2008. Siamo a Petra, Giordania. Elie e la moglie Marion mi chiedono di organizzare una conferenza internazionale di laureati Nobel per la Fondazione Elie Wiesel per l’Umanità. L’odio è uno dei temi. “Quelli tra noi che non hanno mai odiato non comprenderanno mai l’odio”, disse Elie. “L’odio porta all’umiliazione. L’odio riempie l’universo delle persone iraconde. Le loro preghiere, le loro aspirazioni, la loro speranza, i loro ideali, non sono nobili. Accettare l’odio di una persona significa condonare la sua condizione tragica di disperazione, desolazione e morte”. Il pomeriggio dell’ultimo giorno della conferenza facemmo una passeggiata tra le rovine di un tempio antico di 2000 anni. “Ti rendi conto”, mi disse, “di quanta distanza ci sia tra Auschwitz e Petra?”.

E finalmente, sempre, c’era Gerusalemme. Elie era un fervente difensore e sostenitore dello Stato di Israele, ma amava Gerusalemme, sia la città presente che il concetto etereo ed incorporeo del luogo verso cui gli Ebrei erano destinati a ritornare da almeno duemila anni; la città sulla collina che offriva ristoro psicologico e che neppure li Nazisti avevano potuto allontanare dalla sua mente quando era bambino a Birkenau, circondato da morte e desolazione. Camminare per Gerusalemme con Elie era un’esperienza senza tempo, quasi come accompagnarlo in un posto che conosceva intimamente, ma che in qualche modo rimaneva irraggiungibile. “Mi rivedo a Gerusalemme”, scrisse nel Mendicante di Gerusalemme, “di ritorno alla mia infanzia”. […]

Per Elie, Auschwitz e Gerusalemme, Sighet e Petra, Parigi, New York e Washington erano tutte collegate in una mistica catena che esisteva al di la della ragione o delle spiegazioni. Forse la mia storia preferita tra le molte che narrava era questa: “Da qualche parte”, disse il Rabbino Nahman di Bratislava, “visse un uomo che fa una domanda alla quale non c’è risposta; una generazione piu tardi, in un altro posto, visse un uomo che fa un’altra domanda alla quale non c’è risposta – ed egli non sa, non può sapere, che la sua domanda è in realtà la risposta alla prima”.

I miei incontri con Elie nelle sue ultime settimane furono profondamente personali ed emotive. Parlava con nostalgia delle vacanze che aveva trascorso con Marion ed Elisha a San Remo, in Italia, e di come si fosse rilassato”. “Mi manca tuo padre”, mi disse. Voleva sapere di mia figlia, Jodi, e di nostra nipote, e se fossi soddisfatto del mio lavoro e della mia carriera. Mi ricordava di aver ufficiato il mio matrimonio e a quello di Jeanie, e di come avesse elogiato mio padre al suo funerale più di 40 anni fa. […] Ma parlammo anche del presente, del terribile stato della politica sia negli USA che in Israele. E della campagna presidenziale. Mi disse quanto apprezzava e rispettava Hillary Clinton, ricordando il loro incontro privato con Barack Obama, e disse che quando invece incontrò Donald Trump fu colpito dalla sua retorica xenofoba. […]

Quell’incontro fu un triste promemoria del fatto che presto non avrei più potuto chiedere la sua opinione direttamente ma sarei stato solo capace di immaginare che cosa avrebbe detto o cosa mi avrebbe consigliato di fare. Nel suo discorso al funerale di mio padre disse: “So che innumerevoli anime, santificate dal fuoco, ti accoglieranno … e ti abbracceranno come una di loro e ti condurranno presso il Tribunale dei Cieli, e poi ancora più in alto, al Trono Celeste, dicendo ‘Guardate, lui non ci ha dimenticati’. Giorno dopo giorno, dall’alba al tramonto, ovunque ed in qualsiasi circostanza, il suo spiritò brillava in mezzo al fuoco. Pochi hanno santificato l’Olocausto quanto lui. Pochi hanno sofferto quanto lui. Pochi hanno amato i màrtiri quanto lui. Perciò essi lo accoglieranno con amore e gratitudine come fosse stato il loro difensore”.

Non so pensare a parole più appropriate di queste con cui dirgli addio, il più triste ed amorevole degli addii, per il mio amico, insegnante, mentore, Elie Wiesel.

Menachem Z. Rosensaft, In memoria di Elie Wiesel. Il tributo di un amico e discepolo.

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                                                        ITAMAR

 itamar[2]

Itamar is a Jewish community located in the Samarian hills with a population of 100 families. Itamar was founded in 1984.