Dovete tutti sentirvi parte di un esercito in guerra

Fausto Carioti,  Dovete tutti sentirvi parte di un esercito in guerra

Notizie su Israele, 21 luglio 2016

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Naor Gilon, ambasciatore israeliano a Roma, pesa le parole con attenzione. Premette: «Non sta a me giudicare o dare consigli all’Europa su come affrontare il terrorismo sul suo territorio».

– Fatto sta, signor ambasciatore, che adesso che l’Europa ha scoperto di avere in casa migliaia di potenziali terroristi, la parola d’ordine è diventata «dobbiamo fare come Israele».
  «È chiaro che si tratta di una grande sfida che richiede unione di forze, cooperazione, leggi appropriate e consenso civile sull’applicazione di modus operandi in passato non accettati. In Israele, purtroppo, noi viviamo con il terrorismo sin dalla fondazione dello Stato. Il nostro modello non consiste in un set di strumenti, ma nella presa di coscienza collettiva di quello che occorre fare per non con – sentire al terrorismo di impadronirsi delle nostre vite».

In concreto cosa significa?
  «Ad esempio significa partecipazione civile nell’allertare gli organi di sicurezza su un oggetto o una persona sospetti. Accettare i controlli di borse e zaini all’ingresso di centri commerciali e ristoranti, anche se questo tocca la nostra privacy. Approvare leggi che blocchino l’attività di istigazione alla violenza sui social network. Stabilire pene che siano deterrenti efficaci per chi è coinvolto nella realizzazione di azioni terroristiche, sin dalla fase dell’istigazione al terrorismo, passando per il reclutamento, il finanziamento, la collaborazione diretta o indiretta. E così via».

– Israele investe in sicurezza una quota importante del proprio reddito.
  «Israele investe oggi circa il 6 per cento del Pil in sicurezza. Appena un decennio fa spendevamo circa il 10 per cento: in termini di denaro ora investiamo di più, ma rispetto al totale delle spese investiamo di meno, perché nel frattempo l’economia israeliana è cresciuta. E buona parte della nostra spesa per la sicurezza torna sul mercato, perché va alle industrie israeliane che operano in questo settore e finanzia così start-up e compagnie capaci di sviluppare tecnologie innovative».

– Dopo decenni di tagli alla spesa militare e per la sicurezza, lei crede che sia davvero possibile “riconvertire” la società europea al modello di autodifesa israeliano?
  «L’Europa, in media, investe circa l’1,5% del suo Pil in sicurezza. Oggi pare che il vecchio continente si trovi di fronte a una minaccia più seria che in passato e pertanto la risposta finanziaria richiede un cambiamento anche nello stanziamento delle risorse nel vecchio continente. Ma spetta alla classe dirigente e ai cittadini europei decidere quale investimento sia sufficiente. Io, ripeto, non sono interessato a dispensare consigli all’Europa».

Quanto è importante per la capacità di autodifesa dei cittadini israeliani avere svolto il servizio militare?
  «Il servizio militare obbligatorio è una pietra fondante della società israeliana. Il fatto che l’esercito sia un esercito di popolo, nel senso più semplice e immediato del termine, rende tutti i cittadini partecipi in maniera attiva della propria difesa. Si tratta di una necessità per il mio Paese sin dal giorno della sua fondazione, ma il fatto che la maggior parte dei cittadini presti servizio nelle forze di sicurezza per due o tre anni ha una ricaduta sulla disposizione d’animo e sulla capacità di comprendere quali siano le minacce e cosa occorra fare per eliminarle».

– L’intelligence israeliana ha fama di essere la più efficiente del mondo. Che politiche adotta lo Shin Bet, il vostro servizio di sicurezza interno?
  «I servizi di sicurezza israeliani svolgono il loro compito nell’ambito della legge e sono sotto il controllo continuo del sistema giudiziario. Siamo uno Stato di diritto, combattere il terrorismo non vuol dire che tutto è consentito. Tuttavia la legislazione in Israele consente di adottare misure soddisfacenti a tutela della vita dei cittadini. È possibile che a volte, per questo, venga toccata sotto qualche minimo aspetto la qualità della vita. Ma il diritto di vivere deve avere la precedenza».

– Non crede che ci sia anche un’enorme differenza culturale tra Europa e Israele? In tutti questi anni i governi europei hanno adottato un approccio idealistico e politicamente corretto nei confronti del terrorismo islamico, mentre Israele ha sempre affrontato il problema in modo estremamente realistico.
  « Anche Israele, come noto, non è immune dal terrorismo. Ma lo Stato di Israele, da parte sua, agisce sempre in maniera molto razionale e lucida: si deve identificare la minaccia, chiamarla per nome ed agire per eliminarla. Eliminarla significa agire anche nell’ambito dell’istruzione e della prevenzione, con gli strumenti della legge e del diritto».

– Vi accusano di essere il Paese dei muri.
  «Chi ha visitato Israele sa che non è un Paese di muri e steccati. Circa il 20 per cento della sua popolazione è composto da arabi, in gran parte musulmani, e il loro coinvolgimento nel terrorismo è minimo. Per la maggior parte sono integrati nella società, ben rappresentati in parlamento, partecipi dell’economia del Paese e presenti in posti importanti degli organi statali. Tutto questo, però, non ci impedisce di definire il problema per quello che è: davanti a una minaccia da parte del terrorismo islamico radicale, la si deve combattere distinguendo il più possibile fra terrorismo e suoi sostenitori e chi,invece, non è coinvolto”.

Fausto Carioti,  Dovete tutti sentirvi parte di un esercito in guerra

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                                                               YAKIR

 yakir[1]

Yakir is a Jewish community located in the Samarian hills with a population of 1100 people.