Perché il terrorismo arabo colpisce di più a Gerusalemme?

Mordechai Kedar, Perché il terrorismo arabo colpisce di più a Gerusalemme? 
Informazione Corretta, 18 ottobre 2016

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E’ la speranza, non la disperazione, il motivo che spinge il terrorismo islamico-arabo ad agire a Gerusalemme. Uno sguardo alla mappa del terrorismo islamico-arabo contro gli ebrei chiarisce la situazione: gli attacchi terroristici a Gerusalemme avvengono su una scala più ampia e sono più complessi e concentrati che in altre città israeliane – Jaffa, Nazareth , Akko e Haifa – che hanno una significativa popolazione islamica araba israeliana. Di qui sorge la domanda: perché il terrorismo arabo si concentra a Gerusalemme? Cos’è che rende questa città un obiettivo così attraente per i terroristi e il terrorismo?

Negli articoli precedenti, abbiamo chiarito i fattori storici e religiosi che stanno dietro al conflitto tra Israele e i suoi vicini. La stessa esistenza di Israele e la creazione della capitale a Gerusalemme rappresentano una sfida religiosa per i musulmani, che vedono l’Islam come la vera religione, mentre il giudaismo, come il cristianesimo, è considerato una falsa religione. Il ritorno degli ebrei alla loro terra d’origine e alla città capitale storica, smentisce quel concetto e minaccia il prestigio dell’Islam nel mondo. Oltre alla componente religiosa, c’è quella nazionalista: l’esistenza di Israele è un riflesso del fallimento arabo nell’ impedire la sua costituzione nel 1948 e l’ulteriore fallimento dei Paesi arabi in ogni guerra il cui obiettivo principale era la distruzione di tutto lo Stato di Israele.

Le nazioni arabe sono state umiliate e fare la pace con Israele è l’ammissione della continua vergogna che loro sentono nei confronti della stessa esistenza di uno Stato ebraico. Tuttavia, tutto questo non spiega perché gli arabi che vivono a Jaffa, Haifa, Nazareth e San Giovanni d’Acri (Akko) per la maggior parte non compiono atti di terrorismo, mentre molti degli arabi che vivono a Gerusalemme passano giorni e notti a pianificare attacchi terroristici.

Non è vero, come dicono alcuni, che sia dovuto alla vicinanza della moschea di Al Aqsa, perché i musulmani di Jaffa e Nazareth considerano Al Aqsa sacra tanto quanto gli arabi di Gerusalemme, e tuttavia evitano di commettere attacchi terroristici, mentre gli arabi di Gerusalemme sono attivamente coinvolti nel terrorismo. Ci deve essere un’altra differenza tra Gerusalemme e le altre città israeliane intensamente abitate da arabi. Si potrebbe sostenere che la differenza riguardi la durata di tempo in cui Israele ha il controllo su queste città: le quattro città di Nazareth, Akko, Haifa e Jaffa sono sotto la sovranità israeliana da 68 anni, mentre i quartieri arabi di Gerusalemme fanno parte dello Stato ebraico solo da 50 anni.

Ma le quattro città sono state tranquille e prive di atti terroristici prima del 50 ° compleanno di Israele, quindi perché 50 anni non sono sufficienti per gli arabo-musulmani che vivono a Gerusalemme? La risposta è facile. C’è una differenza fondamentale tra il controllo ebraico a Jaffa, Haifa, Nazareth e San Giovanni d’Acri e il controllo ebraico su Gerusalemme. Ha a che fare con la finalità della sovranità israeliana: da quel giorno del mese di giugno del 1949, quando a Rodi sono stati firmati i Trattati dell’Armistizio – tutt’altro che la pace !! – tra Israele e i suoi vicini arabi, in queste quattro città gli arabi si sono resi conto di essere stati trasformati in modo permanente, contro la loro volontà, in cittadini di Israele e che lo sarebbero rimasti a meno che Israele scompaia, (Inshallah !). Finché Israele esiste, non ci sono alternative, e questo per loro significa la fine della lotta e un venire in qualche modo a patti con la sovranità israeliana, piaccia o non piaccia. Il riconoscimento de facto di Israele da parte degli arabi nel 1949 li ha portati alla consapevolezza che il mondo arabo li aveva traditi e da allora hanno abbandonato ogni speranza di essere liberati dagli eserciti arabi.

Il riconoscimento internazionale della sovranità di Israele sulle loro città ha aumentato i sentimenti di impotenza di fronte allo Stato ebraico e hanno accettato le regole di questo schema di stato societario, economico e politico, non a fin di bene, ma perché non c’era nessun altro gioco politico a cui potessero aderire. E, cosa più importante, non hanno mai visto nessun israeliano, dalla sinistra radicale all’estrema destra, chiedere a Israele di consegnare Giaffa, Haifa, Nazareth o Akko sotto il controllo arabo. Di fronte all’unanimità israeliana sull’argomento, così come al consenso arabo e internazionale, hanno capito che la loro lotta si era conclusa con un fallimento e che le loro vite sarebbero state vissute e i loro interessi perseguiti, all’interno di uno Stato ebraico. Al contrario, gli arabi di Gerusalemme vivono in uno stato mentale completamente diverso, quello in cui l’autorità israeliana su Gerusalemme Est non è la fine della storia.

Ci sono molte ragioni per questo: loro si rendono conto che, anche quegli ebrei che si definiscono sionisti, vogliono dividere Gerusalemme al fine di stabilire la capitale di uno Stato palestinese nel settore orientale della città, l’area che è stata santa per l’ebraismo per oltre 3000 anni. Non possono fare a meno di vedere ONG che soffrono di allucinazioni come “Ir Amim” (letteralmente “città di nazioni” ), il cui programma prevede il riconoscimento dei “diritti” arabi per stabilire una capitale araba a Gerusalemme, anche se la città non è mai stata la capitale di uno stato arabo o islamico. Non possono non vedere l’incuria ambientale nella parte orientale della città, se la confrontano con gli investimenti nella cura della parte occidentale. Vedono che l’ Università al Quds non è sotto l’egida del Consiglio d’Istruzione Superiore di Israele – e vedono altre mille prove che Israele non è seriamente intenzionata ad annettere Gerusalemme Est, anche se sono passati 50 anni da quando è iniziata l’ “occupazione”. Gli arabi di Gerusalemme vedono che, rispetto al Trattato di Rodi del 1949 in cui Israele ha chiesto il riconoscimento arabo della sua sovranità su Giaffa, Haifa, Nazareth e San Giovanni d’Acri, Israele non ha chiesto il riconoscimento che Gerusalemme riunita sia la capitale di Israele, in occasione della firma degli Accordi di Pace con l’Egitto e la Giordania. Vedono che Israele permette ad un qualsiasi individuo, in possesso di una macchina fotografica e di un microfono, di stare in mezzo a Gerusalemme, chiamarla “Al Quds occupata” senza alcuna interferenza. Consente poi di realizzare un sostegno mediatico al jihad, dall’interno del paese.

Mi riferisco in particolare al canale del Jihad mediatico Al Jazeera, finanziato dai ricavi del petrolio del Qatar. Gli arabi di Gerusalemme guardano la BBC, che trasmette da Londra, e chiama il governo di Israele, il “governo di Tel Aviv” e cambia la realtà in modo da non riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele. Vedono che anche i Presidenti degli Stati Uniti, che sostengono Israele in ogni modo possibile, sono contro lo spostamento dell’ambasciata americana a Gerusalemme – e tra l’altro, a Gerusalemme Ovest, non a Gerusalemme Est – anche se l’Ambasciata vi ha acquistato il terreno e costruito gli appartamenti per il suo staff. Vedono che i documenti del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti non registrano il consolato americano a Gerusalemme come situato in Israele e leggono sul giornale che il Dipartimento di Stato non permetterà che ai bambini che sono cittadini americani, ma sono nati a Gerusalemme, abbiano scritto sui loro certificati di nascita che sono nati a Gerusalemme, Israele – ma solo a Gerusalemme -, come se Yerushalaim si trovasse nello spazio.

Di recente, hanno visto che il presidente Obama era al funerale di Shimon Peres a Gerusalemme, ma non in Israele. Sentono che ci sono ebrei in Europa e negli Stati Uniti, i membri di organizzazioni come J-Street, Jewish Voice for Peace, J-Call e gli Ebrei per la Giustizia in Palestina, che stanno cercando di promuovere concessioni israeliane in Gerusalemme. Sanno anche che alcuni Centri Hillel situati nelle università americane non consentono i festeggiamenti del Jerushalem Day perché Gerusalemme è una questione controversa e che il New Israel Fund si occupa di promuovere questa agenda all’interno di Israele. Gli arabi di Gerusalemme sentono che anche gli europei, nonostante le loro violazioni orrende contro il popolo ebraico generazione dopo generazione, comprese quelle della Seconda Guerra Mondiale, non riconoscono una Gerusalemme Unita come capitale di Israele e anche gli amici più stretti di Israele tengono le loro ambasciate a Tel Aviv, piuttosto che a Gerusalemme.

Tutti questi fattori, a partire da alcuni atteggiamenti di israeliani ed ebrei nei confronti del mondo arabo, fino alla posizione assunta dal resto del mondo nei confronti di Gerusalemme, non possono certo aiutare; possono solo dare agli arabi di Gerusalemme la sensazione che, se possono danneggiare, uccidere, investire, bruciare e far saltare in aria abbastanza ebrei – ossia in breve, usare il terrorismo come un modo per mostrare il loro desiderio di liberare Gerusalemme dal dominio israeliano – verrà il giorno in cui gli israeliani si stancheranno di combattere, rinunceranno, alzeranno le mani e lasceranno al Quds agli Arabi Musulmani. Come avvenne quando la conquistarono dai Bizantini nel 638 dC, fino al Mandato Britannico del 1917 e durante l’illegale e illegittima “occupazione” giordana tra il 1948 e il 1967. In contrasto con lo stato mentale degli arabi di Giaffa, Haifa, Nazareth e di Akko, che si sono arresi e hanno accettato la sconfitta del 1948 come definitiva, gli arabi di Gerusalemme non sono convinti che la sconfitta del 1967 lo sia. Sono incoraggiati da alcuni israeliani, da alcuni ebrei americani e in altri paesi e dalle nazioni arabe, senza escludere molti paesi democratici ostili a Israele.

Questo è ciò che li induce al terrorismo, lanciare pietre, bombe incendiarie, coltelli, esplosivi, armi da fuoco e auto-proiettili. La ragione che spinge il terrorismo islamico-arabo ad agire a Gerusalemme è la speranza, non la disperazione, e corresponsabili lo sono, se non riconoscono che Gerusalemme è la storica, eterna capitale dello Stato ebraico, tutti quelli che alimentano la speranza, anche se si considerano “amici di Israele”. Il giorno in cui Israele vedrà il pieno riconoscimento di Gerusalemme, e deciderà di convincere il resto del mondo che Gerusalemme nel 1967 è stata liberata e non ‘occupata’, come avvenne con Giaffa, Haifa, Nazareth e San Giovanni d’Acri diciotto anni prima, gli arabi di Gerusalemme dovranno rinunciare al terrorismo e accettare il proprio destino, esattamente come ha fatto il resto degli arabi di Israele. La pace in Medio Oriente è concessa solo a chi riesce a convincere i propri nemici che è nel loro interesse integrarsi. Questa è l’unica pace che ci può essere in questa regione e prima Israele si rende conto di questo, meno durerà la sofferenza e più sarà facile vivere tranquillamente. La questione di Gerusalemme non è un caso insolito. Gli arabi di Gerusalemme devono solo capire che la loro lotta per impadronirsi Gerusalemme è fallita completamente.

Mordechai Kedar, Perché il terrorismo arabo colpisce di più a Gerusalemme? 

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                                             MEVOOT YERICHO

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Mevoot Yericho is a Jewish community founded in 199 and located in the Jordan River Valley with a population of 100 people.

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Che peccato abbiamo commesso per meritarci uno così?

Ugo Volli, Che peccato abbiamo commesso per meritarci uno così?

Cartoline da Eurabia, 3 agosto 2016

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Cari amici,

vi hanno mai detto da bambini, che non bisogna sommare le pere con le mele? Probabilmente sì e volevano insegnarvi non solo un principio di matematica elementare (si possono operare sensatamente operazioni aritmetiche solo su grandezze omogenee), ma anche un principio di onestà intellettuale: non bisogna confondere categorie diverse fra loro, a farlo si sbaglia il ragionamento, cioè ci si imbroglia da soli, o più probabilmente si imbroglia l’interlocutore, più o meno consapevolmente.

E’ questo imperativo aritmetico-morale di non confondere le mele con le pere che mi è venuto in mente leggendo il testo dell’intervista collettiva rilasciata dal papa a bordo dell’aereo che lo riportava a Roma dalla Polonia. Gli chiedono del terrorismo islamico e lui risponde (cito dalla trascrizione del “Corriere”): “A me non piace parlare di violenza islamica. Tutti i giorni sfoglio i giornali e vedo violenze. In Italia, uno uccide la fidanzata, un altro la suocera… E questi sono cattolici battezzati, sono violenti cattolici. Se parlo di violenza islamica devo parlare anche di violenza cattolica. Ma non tutti gli islamici sono violenti, non tutti i cattolici lo sono, non facciamo una macedonia. Una cosa è vera: in quasi tutte le religioni c’è sempre un piccolo gruppetto fondamentalista. Noi ne abbiamo. Il fondamentalismo arriva a uccidere e può farlo con la lingua, la chiacchiera, come dice l’apostolo Giacomo, o con il coltello. Ma non credo sia giusto identificare l’Islam con la violenza. Non è giusto e non è vero. Ho avuto un lungo dialogo con il grande imam di Al Azhar e so come la pensano loro, cercano la pace e l’incontro.”

Qui oltre alle pere e alle mele ci sono anche i carciofi e i rapanelli: che c’entra “la lingua” e “il coltello”? Siamo seri, santità, parliamo di morti veri, non di chiacchiere in sacrestia. E che c’entrano col terrorismo gli omicidi familiari “della fidanzata e della suocere”, naturalmente di sesso femminile? In Italia questi omicidi generici sono davvero pochi, 465 nel 2014 cioè lo 0,9 per 100mila abitanti contro l’8,0 in Iraq, lo 7,4 nei territori dell’Autorità Palestinese, il 3,4 in Egitto, l’1,8 in Israele –http://www.italiansinfuga.com/2014/04/16/classifica-delle-nazioni-in-base-al-tasso-di-omicidi/. Un anno di morti violente in Italia, comprese mafia, camorra e rapine a mano armata, non solo le suocere, liquida tanta gente quanto una sola autobomba a Baghdad, o un paio di giorni di guerra civile in Siria. Ma il terrorismo non è generica “violenza” ma violenza usata per fini politici o religiosi contro obiettivi generici, identificati solo per la loro appartenenza a un gruppo). Mettere assieme l’omicidio “della suocera” con le stragi di Nizza o di Tel Aviv o l’uccisione di padre Jacques Hamel è segno o di profonda ignoranza del corso della politica mondiale, che non si può certo rimproverare a un suo protagonista come il papa, o di altrettanto profonda malafede, volontà di accreditare con argomenti sofistici una tesi politica insostenibile.

Ed è proprio questo il caso, come si legge dalle dichiarazioni immediatamente successive di Bergoglio: “possiamo dire che il cosiddetto Isis si presenta come uno Stato islamico e come violento, questo è un soggetto fondamentalista che si chiama Isis. Ma non si può dire, non è vero e non è giusto dire che l’Islam sia terrorista.” Dunque per il papa c’è un “soggetto fondamentalista” (che vuol dire? Nei dizionari leggiamo che fondamentalista vuol dire “Seguace del fondamentalismo protestante”, che chiaramente non è il caso, oppure in maniera generica “sostenitore di una linea conservatrice e intransigente in materia religiosa o anche politica”, che è il “cosiddetto Isis” il quale “si presenta” sì “come stato islamico” ma “non è giusto dire che l’Islam sia terrorista”. Perché? “Ho avuto un lungo dialogo con il grande imam di Al Azhar: loro cercano la pace e l’incontro.” Perché lo dice un chierico musulmano, fra l’altro duramente richiamato qualche mese fa da Al Sisi. Ma scusate, chi dice di essere contro la pace? Uno che se ne intendeva come Palmiro Togliatti disse in pieno parlamento italiano “Dove c’è Stalin c’è la pace” (http://www.qelsi.it/2014/quando-togliatti-dissedove-ce-la-pace-ce-stalin/) e del resto in Urss c’era un premio Stalin per la pace che rivaleggiava col Nobel. Dovremmo credergli?

Non è finita qui. Il papa ha detto anche un’altra cosa vergognosa in queste dichiarazioni. Sentiamola: “Non so se dirlo, è un po’ pericoloso, ma il terrorismo cresce anche quando non c’è un’altra opzione in un mondo che mette al centro dell’economia il dio denaro e non la persona, l’uomo e la donna. Questo è già il primo terrorismo, un terrorismo di base contro tutta l’umanità.” Dunque per Bergoglio il terrorismo nasce perché non ci sono alternative al capitalismo – definito in maniera un po’ fantasiosa “un mondo che mette al centro dell’economia il dio denaro e non l’uomo e la donna”, ma come si fa a non mettere il denaro al centro dell’economia, cioè per il dizionario “insieme delle attività relative alla produzione e alla distribuzione del reddito” (http://www.garzantilinguistica.it/ricerca/?q=economia) o anche “Saggia amministrazione dei beni; impiego oculato del denaro; risparmio derivato da un più efficiente impiego dei sistemi produttivi“ (http://dizionari.corriere.it/dizionario_italiano/E/economia.shtml)?

Comunque il terrorismo nasce perché non ci sono alternative al capitalismo, dice il papa, e anzi è lui, il capitalismo, “il primo terrorismo, un terrorismo di base contro tutta l’umanità.” Siamo nella serie della famosa battuta di Bertolt Brecht, “che crimine è rapinare una banca, rispetto a fondarne una”? Ma Brecht era un geniale (e superficiale e fazioso) intellettuale impegnato comunista, Francesco è invece un papa, che parla fra l’altro ottant’anni dopo, quando il fallimento storico del comunismo, la sua negazione della libertà, il suo carattere fondamentalmente criminale sono chiari a tutti quelli che sono capaci di guardare alla storia in maniera minimamente onesta.

Ma il papa, lo ripeto il papa di Roma, il capo della Chiesa Cattolica, mescola le mele con le pere per riuscire a dire che non sono terroristi i musulmani che sparano addosso alla gente, decapitano i preti, bruciano vivi i prigionieri, investono gente comune che si trova per caso dove realizzano i loro piani criminali, ammazzano bambini, anziani, donne incinte, si ammazzano fra loro a milioni. No, loro non c’entrano o almeno non c’entra l’ideologia “religiosa” nel nome della quale esplicitamente commettono i loro crimini. Il “primo” terrorismo, quello che è davvero “contro l’umanità” è del negoziante che vende le sue merci a chi ne ha bisogno, dell’imprenditore che dà lavoro, dell’inventore che costruisce un’impresa per realizzare le sue idee, di tutti noi che onestamente ci guadagniamo il pane secondo le leggi della domanda e dell’offerta, dunque del capitalismo.

Anche se appartengo, come dire, a un’altra parrocchia, sono coinvolto da questa storia e mi chiedo quale peccato abbia commesso la Chiesa per meritarsi un papa comunista. Quel che ha commesso l’Europa per averlo fra i suoi leader lo so: è nel pieno del suo odio per se stessa, del suo tentato suicidio. Speriamo solo di aver espiato abbastanza e che un miracolo faccia rinsavire questo sommatore di pere e mele.

Ugo Volli, Che peccato abbiamo commesso per meritarci uno così?

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                                                   TAL MENASHE

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Tal Menashe is a village and Israeli settlement located in the Samarian hills with a population of 60 families.

È in arrivo il diritto coranico?

Fiamma Nirenstein, La strana idea della democrazia à la carte

Il Giornale, 7 agosto 2016

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E’un’idea commendevole quella di Hamza Piccardo, ex presidente dell’Ucoii, ovvero la maggiore organizzazione islamica italiana, quella di dare al suo mondo «una rappresentanza democratica che possa interagire con le istituzioni, i media e l’insieme della società civile». Comprensibile poi che l’idea, come lui dice, sia quella di «votare un’assemblea costituente islamica on line»: certo, on line. Quella cosa che democratica sembra, ma democratica non è. Il modello Cinque Stelle ha dato i suoi frutti nell’addensare in diretta lo scontento e la distanza culturale da una classe dirigente confusa e a volte spaurita, e questo può portare ottimi frutti politici, lo si è visto. Una costituency sparpagliata e diversificata, un computer unico. Eppure non basta la forma principe della democrazia, ovvero il partito, così come non bastano le elezioni («un rimedio che certe società devono prendere a cucchiaini» ha detto il grande storico del Medio Oriente Bernard Lewis) perché un voto si risolva nella maggior gloria della democrazia stessa. Non è successo in tanti casi: per esempio con Erdogan, dittatore che ha vinto tre volte le elezioni, o con l’egiziano Mursi, che portò col voto la fratellanza musulmana al potere per poi franare sullo scontento. E il contenuto, il programma, il credo quello che può garantire o meno che un partito sia o meno parte dello spettro democratico. La domanda è quindi: un partito islamico avrebbe oggi le caratteristiche per contribuire al nostro concetto di pluralismo, di democrazia, di dibattito delle idee? La risposta sincera è che la cosa appare molto problematica: l’Islam è assertivo quanto l’Europa è dubbiosa, si espande quanto l’Occidente si contrae, propone le sue dottrine quanto noi siamo tremuli sulle nostre. Il nostro tasso di crescita è miserabile quanto il loro è verticale, la crescita numerica li ha portati nel giro di quattro anni a 40 milioni di persone, sei milioni in Germania, 5 in Francia, 3 in Inghilterra e poco dopo vengono l’Italia, l’Olanda, il Belgio. L’Europa cristiana non fa più figli mentre si moltiplicano le Molenbeek in cui la frustrazione ha matrici non solo sociali ma semmai a una crescita sociale che resta ancorata al desiderio di sopraffazione culturale. Una organizzazione estremista, Sharia4Belgium, nel suo programma scriveva «Noi abbiamo salvato l’Europa dall’oscurità. Noi abbiamo la soluzione adatta per tutti i problemi: essa scaturisce dalla legge divina, ovvero dalla Sharia». Adesso, stando a tutte le indagini Pew, le più accertate, l’affezione alla Sharia del mondo islamico è di gran lunga maggioritaria. Ma non ci si accusi di islamofobia, perché non c’entra niente, quando diciamo che un gruppo islamico che si costituisse in Italia come partito dovrebbe essere chiaro su questo: niente corti islamiche come in Inghilterra, niente poligamia, illegale, niente velo che nasconde la faccia e atteggiamenti oppressivi verso le donne, l’antisemitismo, e naturalmente, una decisissima posizione di rifiuto verso il terrorismo. Si può fare? Sembra difficile al momento: ci sono tanti segnali che l’adesione all’Islam alle volte abbia un carattere politico oltreché religioso, e che punti per aspera ad astra, viste le prospettive demografiche e morali. I turchi in Germania pensano per il 32 per cento che «I musulmani si devono battere per tornare a un ordine sociale come quello dei tempi di Maometto»; un terzo pensa che «il pericolo che l’Occidente rappresenta per l’Islam giustifica la violenza», un quarto che «i musulmani non devono stringere la mano alle donne». Nel maggio scorso a Londra la maggiore associazione caritativa ha affittato centinaia di spazi pubblicitari sugli autobus per proclamare la gloria di Allah. Un terzo degli adulti ha detto di non sentirsi parte della cultura britannica, il 47 per cento che l’Islam è la parte più importante della loro identità. E loro diritto. Dunque, possono far parte di una democrazia occidentale? Oppure no? Lo è quando immaginiamo le nostre reazioni confuse, sballate, sempre in ritirata… pronti a passare sopra la poligamia, a confondere la libertà di opinione con l’incitamento e l’ostracismo religioso e persino l’odio contro gli infedeli. Insomma, visto che pochi ne hanno il coraggio, va detto chiaro: l’Islam non è mai stato democratico.

Fiamma Nirenstein, È in arrivo il diritto coranico?

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                                                                               NAALE naale

Naale is a Jewish community located near Modiin with a population of 700 people.

 

Che tipo di guerra

Ugo Volli, Che tipo di guerra

Cartoline da Eurabia, 1 agosto 2016

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Cari amici,

vi meraviglierete, ma sono d’accordo anch’io col papa: questa non è una guerra di religione. 1 Almeno non nel senso in cui lo è stata la Guerra dei Trent’anni fra il 1618 e il 1648. Non si tratta di stabilire un’egemonia fra stati che avevano religioni ufficiali in fondo non tanto diverse fra loro, come il cattolicesimo e i luteranesimo, che però si consideravano a vicenda eretiche. Se il trattato di Westfalia fosse stato un po’ diverso e per esempio la Boemia fosse rimasta protestante, come poteva certamente capitare, la storia della civiltà europea non sarebbe stata molto diversa; forse qualcosa sarebbe cambiato (in peggio) se i Paesi Bassi fossero stati riconquistati dalla Spagna e obbligati a tornare cattolici (ma forse allora Cartesio, Spinoza e tutti gli altri avrebbero trovato altri luoghi di edizione). Ma in fondo la posta in gioco era allora sì, come sostiene Bergoglio, soprattutto una questione di equilibri economici e politici.

Questa guerra è diversa, riguarda non tanto i dettagli della fede, quanto il modo fondamentale di vita. Mi spiace citare Marion Le Pen, ma è la sola che l’abbia detto in maniera così chiara: è questione di vita o di morte 2. Se vinciamo noi muore l’Islam, per questo l’Islam ha bisogno di uccidere la nostra civiltà. Mi spiego. La cultura occidentale è talmente superiore sul piano economico e tecnologico, ma anche morale e sociale, intellettuale e artistico, scientifico e medico all’Islam (almeno per quanto riguarda gli ultimi otto secoli, più o meno, ma soprattutto per gli ultimi centocinquant’anni) che è vero: il modo tradizionale islamico di vivere, la sua cultura (nel senso antropologico del termine) non può reggere la concorrenza. Inevitabilmente le masse islamiche si occidentalizzeranno, abbandoneranno chi dice loro che la terra è piatta, che le donne sono esseri inferiori, che bisogna vivere come tredici secoli fa eccetera eccetera, aderiranno progressivamente al progresso culturale straordinario che è nato in Europa e negli Stati Uniti, pur mantenendo la loro identità. Questa sfida è già stata vinta col comunismo, con le società asiatiche e lo sarà prima o poi anche con l’Islam, che già ha reso la regione che governa la più infelice e depressa, quella con meno speranze di tutto il mondo, come mostrano le statistiche.

E’ una sconfitta culturale storica, che gli sciocchi chiamano colonialismo e imperialismo (mentre i peggiori colonialisti e imperialisti della storia sono stati proprio le bande musulmane, chiedetelo agli indiani, per esempio, o alle popolazioni africane depredate dai razziatori arabi ben più che dagli schiavisti europei). Di qui, dalla disperazione di una cultura che si vede superata definitivamente è venuta la reazione violenta: prima con le guerre novecentesche contro gli europei e Israele, poi col terrorismo e l’immigrazione usata come un’arma. E’ paura, non trionfo, quel che si deve leggere nella crudeltà islamista. I chierici, i politici, le classi dirigenti islamiche sanno che i loro sudditi non saranno disposti a lungo a vivere nel medioevo e dunque cercano di attizzare una reazione disperata di orgoglio, fatta non di progresso, di cultura, di capacità di risolvere i problemi collettivi, ma di odio, di violenza, di guerra. Del resto basta vedere che cosa si fanno da soli in Siria e in Iraq, in Libia e in Sudan, in Yemen e in Libano. E prima ancora, in Afghanistan, in Algeria, dappertutto. Non esiste uno stato musulmano pacifico non per oscuri motivi teologici, ma perché solo la crudeltà della guerra può tener assieme una civilizzazione fallita.

In questa mossa disperata, l’islamismo ha una fortuna (diciamo pure una concausa): che la cultura occidentale nel momento del suo maggior successo, dopo aver battuto il fascismo e il comunismo, ha perso completamente il senso di se stessa. Che movimenti infantilmente senili (scusatemi l’ossimoro, ma lo trovo vero, perché sono vecchi nel rimpianto di regimi falliti e infantili nell’onnipotentismo del desiderio) come quelli di Sanders (prima di Obama) e di Corbyn, di Podemos e di Syriza, dei grillini da noi e via delirando, conquistino fette consistenti di elettorato alla sciocchezza ideologica più vuota, è già preoccupante – soprattutto se vi si accosta, come è giusto, il nome di Bergoglio. Ma è ancor più preoccupante che a fianco di questo estremismo del paese dei balocchi socialista si sia sviluppato e abbia preso il potere una versione più morbida ma più opacamente burocratica, una socialdemocrazia delle buone intenzioni senza responsabilità, che corrisponde all’azione dell’Unione europea, di Merkel e Hollande e dei governi nordici. In modi più o meno estremi, tutti costoro, vagheggiando accoglienza e solidarietà, hanno rovesciato i governi dittatoriali che tenevano più o meno insieme i loro paesi, scatenando una guerra (questa sì) di religione all’interno del mondo islamico e creando l’anarchia propizia all’assalto dell’Islam all’Occidente, salvo poi prendere pretesto da questo caos per fare entrare i nemici in casa. Predicano ora “pace”, solidarietà, per i nemici “rieducazione”3, vogliono “arrivare alla sicurezza, ma arrivare a tollerare l’insicurezza”.4 Raramente nella storia si è visto un grado simile di stupidità politica. L’Europa ne pagherà le conseguenze per decenni e rischia seriamente di perdere tatticamente (e cioè militarmente) la guerra che ha vinto strategicamente (e cioè culturalmente ed economicamente). A causa di costoro della loro cultura politica pinocchiesco-burocratica, rischiamo davvero di perdere. E non sarebbe una sconfitta come quelle delle guerre seicentesche, con una piazzaforte che passa di mano e cuius regio eius religio, ma la distruzione della cultura europea e il ritorno al medioevo sanguinoso dell’islam.

Ugo Volli, Che tipo di guerra

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1 (http://www.lastampa.it/2016/07/27/vaticaninsider/ita/vaticano/francesco-il-mondo-in-guerra-ma-non-di-religione-QjGqevvb6FrGPTVayD7SzI/pagina.html). 

 

2 (http://www.meforum.org/blog/2016/07/france-lepen-we-must-kill-islamism)

 

3 (http://www.lastampa.it/2016/07/28/esteri/europa-serve-una-nuova-strategia-per-rieducare-gli-jihadisti-OQlC497bFXxgmjifCl0X2J/pagina.html)

 

4 (http://www.ilfoglio.it/chiesa/2016/07/28/papa-francesco-guerra-religione___1-v-144929-rubriche_c166.htm)

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                                                      MITZPE HAGIT

mizpe-hagit

Mitzpe Hagit is a Jewish community located near Kfar Adumim with a population of 25 families.

Israele, il nostro specchio

 

L’Informale, Israele, il nostro specchio

30 luglio 2016

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 “L’impasse mediorientale è la questione definente del nostro tempo. Non è esagerato affermare che la posizione che un individuo assume sul conflitto tra Israele e gli arabi è quasi un orientamento infallibile alla sua visione del mondo”

Melanie Philips, “Il mondo capovolto”.

L’odio nei confronti degli ebrei. Senza vittimismo, senza enfasi, semplicemente guardando in faccia la realtà. Un odio antico che nella figura archetipa di Amalek denuncia un origine, un prius abietto, una voragine da cui, come dal vaso di Pandora, esce il caos assumendo molte forme. Il caos ha questo che lo contraddistingue, è mimetico, metamorfico. Non ha un volto, ma mille.
Tutto questo viene da lontano, da molto lontano, si è sedimentato nella Storia, è il flusso perenne dei detriti, delle scorie, la marea infetta che sempre scorre anche nei momenti in cui, apparentemente, sembra essersi arrestata.

Israele è il simbolo, con il nome che si è scelto e nella bandiera che si è dato, il Magen David insieme ai colori del Talit, in cui al di fuori della diaspora si afferma concentrata, riconoscibile per tutti, una realtà, un’identità. Ed è per questo che è un bersaglio, per la sua riconoscibilità, per l’ovvietà insuperabile, incontestabile del suo esistere, per la volontà di questo esistere, la volontà determinata e irriducibile dopo i disastri dei secoli alle spalle, culminati nella Shoah.

Tutto questo è insopportabile per molti. E’ un ammonimento che non possono, non vogliono accettare, li interpella troppo là, dove abita, nella zona dell’Ombra, ciò che spesso è inconfessato, il risentimento per questa impresa, per questo successo imperdonabile. Perché Israele, con la sua esistenza afferma, “Noi ci siamo. Ci siamo nel radicamento, nell’autocoscienza, nella protezione che ci siamo dati, che ci siamo guadagnati”. E’ insopportabile per molti riconoscere tutto ciò. Questa realtà, questa forza, questa determinazione a rimanere, a non essere più pedine di decisioni terze.

Perché c’è un solo modo per i nemici di Israele, di risolvere la questione, che Israele cessi di esistere. Per “gli amici degli ebrei” ebrei si può esserlo, se proprio si deve esserlo, solo nella diaspora, nel galut. Testimoniali, antiquariali, o ancora meglio, sì, ancora meglio, felicemente assimilati al punto di dissolversi, magari. Un modo anche questo, non violento, di sparire.

L’Informale, Israele, il nostro specchio

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                                      BEIT HORON

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Beit Horon is a Jewish community located in the northern Judean Hills with a population of 180 families.