La scommessa vinta

Niram Ferretti, La scommessa vinta

L’Informale, 23 settembre 2016

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La forza delle parole, di una visione chiara, luminosa, precisa. La forza dell’ottimismo che trae vigore da una scommessa sul futuro, la scommessa di sempre per il popolo ebraico. Benjamin Netanyahu ha pochi rivali nell’oratoria e nell’autorevolezza con cui sa esprimere ciò che gli sta a cuore.

Al demagogo dell’Autorità Palestinese, l’abusivo Abu Mazen che continua a governare il suo fantomatico stato pur essendo decaduto dalla carica nel 2009, il primo ministro israeliano in carica dice una cosa essenziale. Voi vivete nel passato, un passato fatto di odio e di rancore, che vi porta a volere portare in giudizio la Gran Bretagna per la Dichiarazione Balfour, mentre noi siamo proiettati nel futuro, produciamo tecnologia all’avanguardia di cui gran parte del mondo gode. Voi intitolate le strade agli assassini che uccidono civili israeliani chiamandoli “martiri”, noi innoviamo nella sanità, nell’informatica, nell’agricoltura. Mentre voi volete portare in giudizio la Gran Bretagna a causa del testo che fu il primo passo concreto per la nascita di Israele, noi siamo al primo posto al mondo nel riciclo delle acque reflue, riciclandone il 90%, e in un mondo assetato avere Israele come partner è una cosa conveniente. Mentre voi avete rifiutato nel 1947 e da allora in poi, sempre, il diritto di Israele all’esistenza, noi siamo qui oggi, esistiamo e continueremo ad esistere che vi piaccia o meno. Avreste già potuto avere il vostro stato settanta anni fa, ma non lo avete voluto. Nel 1948 esportavamo principalmente arance e c’era chi diceva che non ce la potevamo fare, oggi, nel 2016, la nostra più grande esportazione è la tecnologia mentre voi ve la prendete con la Dichiarazione Balfour del 1917.

Netanyahu ha ricordato all’ONU il suo costante pregiudizio contro Israele, il numero sproporzionato di risoluzioni avverse allo stato ebraico, l’unica democrazia mediorientale, rispetto al numero irrisorio di risoluzioni nei confronti di quei paesi che infrangono i più comuni standard dei diritti umani. “L’Assemblea Generale l’anno scorso ha passato venti risoluzioni contro Israele e tre risoluzioni contro tutti gli altri stati del pianeta”. Una vecchia storia che risale alla capitolazione delle Nazioni Unite ai desiderata arabi e che ha trasformato l’ONU da una “forza morale ad una farsa”.

La musica, dice Netanyahu con ottimismo, sta per cambiare, sempre più paesi tra cui anche alcuni stati arabi stringono alleanze con Israele. Anche voi, siete nel passato, come Abu Mazen, come Hiro Onada il soldato giapponese che continuava a combattere nelle Filippine trent’anni dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale. Uscite dal passato. “Deponete le armi”. E’ arrivato il momento.

Il vostro nemico, non siamo noi, ha ricordato il premier israeliano, ma è l’estremismo islamico, contro il quale ci battiamo e dovremmo marciare uniti e che in Israele è rappresentato da Hamas. Hamas che si rifiuta di restituire le spoglie di due soldati morti durante l’ultimo conflitto a Gaza nell’estate del 2014, Oron Shaul e Hadar Goldin.

All’ONU, ieri, abbiamo visto un premier grintoso, lucido e giovane nello spirito e nella testa come lo stato che rappresenta. Di nuovo il futuro, la scommessa vinta.

Niram Ferretti, La scommessa vinta

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                                                                             MITZPE ASAEL

mizpe-eshael

Mitzpe Asael is a Jewish community located near Shima with a population of 5 families.

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Rai Storia imbrogliona

Deborah Fait, Rai Storia imbrogliona

Informazione Corretta, 19 settembre 2016

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http://www.raistoria.rai.it/articoli/il-massacro-di-sabra-e-chatila/10852/default.aspx

“Periferia di Beirut. Uomini delle milizie cristiano-falangiste entrano nei campi profughi palestinesi di Sabra e Shatila per vendicare l’assassinio del loro neoeletto presidente Bashir Gemayel. E inizia un massacro della popolazione palestinese che durerà due giorni. Con gli israeliani, installati a 200 metri da Shatila, a creare una cinta intorno ai campi e a fornire i mezzi necessari all’operazione. Il bilancio, secondo stime difficilmente verificabili, sarà di circa 3.000 vittime. Una grande manifestazione di protesta in Israele porta alla creazione di una commissione d’inchiesta che attribuisce ad Ariel Sharon la responsabilità del massacro, costringendolo a dimettersi da ministro della Difesa. Il 16 dicembre dello stesso anno, l’Assemblea generale delle Nazioni Uniti, nel condannare nel modo più assoluto il massacro, conclude “che il massacro è stato un atto di genocidio’’.”

Dopo 34 anni ci risiamo e la Rai ricorda ancora Sabra e Shatila come un massacro programmato da Israele, reo di ogni cosa, secondo l’Occidente, così comprensivo verso il terrorismo palestinese con cui amoreggia appassionatamente soprattutto dopo la straordinaria vittoria dello Stato ebraico nella guerra dei 6 giorni. Tutto quello che è accaduto in Libano dal 1948 in poi porta invece a una verità politica che in pochi hanno il coraggio di ammettere, i media per primi, sempre pronti a reiterare le menzogne, a rinfrescarne la memoria e a nutrire anno dopo anno l’ostilità e l’odio contro Israele. Leggendo qua e là sul web si legge che i palestinesi si rifugiarono in Libano in seguito alla cacciata dalla Giordania! Cacciata? Scrivere semplicemente questo significa essere maledettamente bugiardi, privi di onestà intellettuale come sempre quando il soggetto sono quegli arabi detti erroneamente palestinesi.


E perchè furono cacciati lo vogliamo dire o no? La verità storica, non quella della propaganda, è che questi ultimi volevano rovesciare la monarchia di re Hussein e prendere il potere. Arafat voleva diventare presidente della Giordania e i suoi feddayn avevano creato in quel paese uno stato nello stato, i militanti dell’OLP giravano armati, creavano posti di blocco, raccoglievano tasse, estorcevano soldi a normali cittadini e commercianti, uccidevano, decapitavano mettendo in serio pericolo l’autorità del re. Dopo un tentativo di uccidere Hussein e alcuni dirottamenti aerei, i giordani si ribellarono e, il 27 settembre 1970, ebbe inizio la strage che prese il nome di Settembre Nero. I palestinesi furono massacrati e si pensa che il numero dei morti sia stato superiore a 10.000 ma nessuno ha mai saputo la cifra esatta. I membri di Al Fatah fondarono l’organizzazione terroristica Settembre Nero che in seguito perpetrò la strage di Monaco nel 1972. Dalla Giordania Arafat fu costretto a scappare in Libano dove riuscì a portare a termine l’obiettivo fallito in Giordania e praticamente prese il potere in un paese già indebolito da guerre civili, terrorismo e occupazione siriana, vendette sanguinose tra cristiani maroniti e musulmani. Arafat condusse per anni una condotta criminale facendo stragi di cristiani, predando la popolazione con tasse e attività mafiose.

A Damour i palestinesi ammazzarono gran parte della popolazione, decapitarono, stuprarono, incendiarono chiese, commisero ogni tipo di barbarie di cui nessuno ha mai parlato. La sabbia del deserto, complice l’Europa, ha coperto e continua a coprire le malefatte e tutti i crimini compiuti dai palestinesi. Non mi risulta che vi siano mai state commemorazioni per il massacro commesso dai questi ultimi a Damour e in tutto il Libano dove imperversavano come invasati assassini ammazzando i cristiani senza pietà e facendo incursioni in tutto il nord di Israele dove entravano nelle case dei civili per sgozzare, fucilare, terrorizzare gente innocente.

Dopo l’assassinio di Bashir Gemayel, leader e presidente eletto libanese, il 16 settembre 1982, le milizie cristiano falangiste guidate da Elie Hubeika entrarono nei campi di Sabra e Shatila che Israele aveva chiuso per impedire alle bande terroristiche di scappare. Hobeika, anzichè stanare i terroristi come promesso, fece uccidere ogni cosa che si muoveva aiutato in questo dagli stessi feddayn che si facevano scudo di donne e bambini come loro perversa abitudine. “Ma Israele condanno’ Ariel Sharon e lo ritenne responsabile della strage”, dicono. No, La commissione Kahan, nel 1983, concluse che diretti responsabili dei massacri erano state le Falangi libanesi sotto la guida di Hubeika e che la responsabilità di Sharon consisteva nel non averli previsti e nell’aver sottovalutato l’odio dei libanesi nei confronti dei palestinesi. Odio tanto grande che alla fine Arafat dovette letteralmente scappare dal Libano, protetto nella fuga dalla Marina israeliana, francese e inglese, per non essere linciato dalla folla scatenata.

Naturalmente, come è uso comune, il mondo intero si scagliò contro Israele, alcuni media italiani titolarono “Israele nazista” a caratteri cubitali in prima pagina, manifestazioni piene di odio antisemita furono organizzate in tutta Europa, in Israele vi furono manifestazioni della sinistra contro Sharon che si dimise da Ministro della Difesa. Elie Hubeika, mai processato e diventato in seguito anche ministro di vari Governi libanesi, fu ucciso in un attentato nel 2002 alla vigilia di una sua deposizione in un processo in Belgio per chiarire le proprie responsabilità nel massacro. Che strana coincidenza! I morti di Sabra e Shatila non furono 3000 come da anni giurano i palestinesi e i loro amichetti. Il procuratore capo dell’Esercito libanese in un’indagine sul massacro parlò di 460 morti. Secondo i servizi israeliani le vittime furono 700/800. Difficile considerarlo genocidio come decretò l’ONU ma si sa che la fantasia dei nemici di Israele è enorme. Dal 1948 ad oggi i palestinesi si sono decuplicati ma i loro protettori continuano ancora a parlare di “genocidio palestinese”.

Mi riesce sempre molto difficile capire quale tipo di perversione psicologica porti a questo tipo di ragionamento, forse la parola giusta è mistificazione, turpe, spudorata mistificazione. Consiglierei a chi legge di aprire il link:http://veromedioriente.altervista.org/attentati_europa.htm per avere un’idea di quello che è stato, cronologicamente, il terrorismo arabo-palestinese in Europa e in Medio Oriente, terrorismo mai condannato, che ha portato a una enorme mostruosità storica: trasformare gli assassini in vittime, i terroristi in eroi e martiri per la libertà agli occhi amorevoli dell’occidente e la vera vittima, Israele, assediato da sempre, costretto a difendersi dal giorno della sua ri-fondazione, insultato, condannato e dipinto come carnefice. Mai nella storia è stata commessa una simile immorale ingiustizia!

Deborah Fait, Rai Storia imbrogliona

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                                 TALMON

talmon

Talmon, founded in 1989,  is a Jewish community located in the Binyamin region with a population of 200 families.

 

 

 

Ho seguito anch’io la trasmissione di Rai Storia, ma fino ad un certo punto. Speravo di non dover ascoltare le solite bugie ma, quando ho capito dove si voleva arrivare, disgustata e addolorata, ho cambiato canale. È vero, è Israele la vera vittima!

Decostruire il mito palestinese -Le mappe false

Roberto Giovannini, Decostruire il mito palestinese -Le mappe false

L’Informale, settembre 2016

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Il detto recita che un’immagine vale più di mille parole. In questo articolo declineremo tale adagio nella versione tipicamente palestinese: una bugia vale più di mille parole.

Una delle creazioni più semplici ed efficaci della propaganda palestinista è senza dubbio rappresentata da una serie di quattro mappe storiche posizionate in ordine cronologico il cui titolo è “palestinian loss of land” (perdita di terra palestinese). Hanno avuto grande successo (campus americani, università europee, media, ecc.), per la loro immediatezza e facilità di lettura, soprattutto tra chi non è molto informato circa la questione arabo-israeliana. E’ capitato persino di vederle stampate su cartelloni pubblicitari in 50 stazioni della rete ferroviaria suburbana di New York, il tutto a spese di un’associazione “pacifista” (in realtà pesantemente anti-israeliana). Lo scopo di tali immagini consiste nel mostrare l’espansionismo israeliano ai danni dei palestinesi. Ma queste mappe sono una presa in giro, una vera e propria truffa, sia singolarmente che nell’insieme. Vale la pena di esaminarle per almeno due ragioni: comprendere la disonestà del messaggio e, quindi, imparare qualcosa di più sulla cosiddetta “causa palestinese”, i suoi metodi e i suoi sostenitori.

Queste riprodotte qui di seguito sono le più diffuse.

14371875_1223196521065000_451317971_n-2In generale, prendendo in considerazione la sequenza cronologica, queste mappe rappresentano un imbroglio per almeno tre motivi.

1) Mancano tappe fondamentali che demolirebbero il messaggio propagandistico. Non sono infatti rappresentati graficamente tutti i ritiri effettuati da Israele negli anni, in seguito delle guerre di aggressione scatenate dai paesi arabi e subite dallo Stato Ebraico. Non compaiono i ritiri dal Sinai egiziano (1949, 1957, 1982), da porzioni della Siria (1974) e dal Libano (1949, 1978, 2000). Qualcuno potrebbe obiettare che i territori appena citati non sono mai appartenuti ai palestinesi (ma quali territori sono mai appartenuti ai palestinesi?), quindi non sono pertinenti. Eppure, quale nazione è così sciattamente espansionista da rinunciare più volte al Sinai (tre volte la superficie di Israele e in cui si trovano pozzi petroliferi) in cambio della sola promessa di una pace? Ovviamente mostrare la storia nella sua completezza mal si sposerebbe con la voluta mistificazione – mostrare Israele come un avido conquistatore di terre altrui.

2) Manca totalmente il contesto storico-politico. Per esempio la seconda mappa (piano di spartizione proposto dall’ONU nel 1947) non dice che venne rifiutato dagli Arabi ed accettato dagli Ebrei, non dice nemmeno che, non appena Israele dichiarò la propria Indipendenza (14 maggio 1948), cinque eserciti arabi (Egitto e le quattro nazioni arabe limitrofe nate grazie ai Mandati britannico e francese, Transgiordania, Iraq, Siria e Libano) invasero il neonato Stato Ebraico con l’intento di distruggerlo. E’ importante sapere se il passaggio da una mappa a quella successiva fu il frutto di una guerra di aggressione araba (come in effetti fu) oppure causato da un ipotetico espansionismo israeliano? Ovviamente sì: senza spiegazioni vengono completamente capovolte la realtà dei fatti e le responsabilità delle nazioni coinvolte.

3) Vengono accostate mappe “storiche” (in seguito, nella parte dedicata alle singole immagini, si vedrà come di storico ci sia ben poco) e “proposte” come il piano di spartizione dell’ONU (seconda mappa) che non rappresentano la situazione sul campo, né nel 1947 né in nessun altro momento. E’ credibile una cronologia “storica” che utilizza una proposta non vincolante (per di più rifiutata dalla stessa parte che vorrebbe ambire al ruolo di vittima della rappresentazione) che non si è mai concretizzata? Ovviamente no.

– Una considerazione sulla sequenza cronologica. Si provi per un momento a pensare ad una serie di mappe da mostrare ad una persona che non conosce la storia europea dello scorso secolo in cui, senza dare alcun tipo di informazione aggiuntiva, si vedono: una prima mappa con i confini della Germania nazista nel momento di massima espansione (1942), un paio di mappe intermedie ed una quarta mappa che mostri i confini della Germania a guerra finita (1945). Chi non proverebbe simpatia per il povero popolo tedesco che si è visto drasticamente ridotto il suo territorio? Ecco perché la sequenza cronologica nella sua interezza,priva di qualsiasi informazione del contesto storico-politico, rappresenta una vera e propria impostura.

Ma l’imbroglio più squallido sta in realtà nel falso messaggio contenuto in ogni singola mappa. L’inganno principale risiede nel definire “palestinian land” (terra palestinese) la parte colorata in verde. Cosa significa “terra palestinese”?

– Sovranità palestinese? Assolutamente no. Non esisteva allora, mai era esistito prima e non esiste oggi uno “stato palestinese” che potesse esercitare sovranità territoriale.

– Proprietà privata palestinese? Assolutamente no. La maggior parte dei terreni della Palestina-Eretz Israel dell’epoca era o terra demaniale (circa il 48%, definite “pubbliche o altro” nel report Village Statistics, 1945 pubblicato dall’UNSCOP) o possedute da latifondisti arabi che vivevano a Damasco (Siria) o Beirut (Libano). Ciò è confermato anche dal Muftì Amin al-Husseini in una famosa intervista per la Commissione Peel del 1937.

– Terra abitata da Arabi palestinesi? Assolutamente no. Sappiamo da numerosi resoconti e documenti ufficiali quanto la Palestina-Eretz Israel fosse, tra il finire dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, una terra in gran parte disabitata, specialmente il distretto meridionale corrispondente al deserto del Negev. Non manca inoltre una cospicua documentazione fotografica che mostra un territorio pressoché disabitato.

L’intervista rilasciata dal Muftì Amin al-Husseini, alleato di Hitler, è un documento storico di grande importanza perché conferma il fatto che gli Ebrei comprarono terreni*, centinaia di migliaia di dunam, dai proprietari arabi in maniera assolutamente legittima. Inoltre, conferma anche che molti Arabi in quegli anni emigrarono dai paesi circostanti verso la Palestina-Eretz Israel che, grazie agli inglesi e ai sionisti, diventò in breve tempo un luogo in cui vivere meglio, pagare meno tasse e ricevere un’istruzione migliore. Oggi i cognomi più diffusi tra gli Arabi palestinesi evidenziano ancora la loro provenienza: al-Masri (l’egiziano), al-Mughrabi (il maghrebino), Halabi (da Aleppo), Iraqi (dall’Iraq), ecc. Infine, per meglio comprendere, seppur in maniera molto sbrigativa, la situazione in essere durante il periodo del Mandato Britannico occorre ricordare i famigerati tre Libri Bianchi (1922, 1930 e 1939) emessi dal Governo di Sua Maestà. Se da un lato i britannici favorirono l’immigrazione araba, dall’altro fecero di tutto per impedire quella ebraica, arrivando addirittura, con il terzo Libro Biancoed in concomitanza con l’inizio del massacro di sei milioni di ebrei europei, a limitare l’immigrazione in Palestina-Eretz Israel a soli 10.000 ebrei l’anno, per i successivi cinque anni.

*Daniel Pipes: Israele è stato comprato, non rubato

Esaminiamo ora le mappe una ad una:

1946  All’epoca gli Arabi che vivevano in Palestina-Eretz Israel non si definivano palestinesi, ma “siriani del sud” o parte della “grande nazione araba”. Il terminePalestinese era usato quasi esclusivamente per indicare gli Ebrei e le loro istituzioni. Alcuni esempi: The Palestine Post (dal 1948 Jerusalem Post, quotidiano israeliano fondato nel 1932), l’Agenzia Ebraica (organo del movimento sionista) in origine si chiamava Agenzia Ebraica per la Palestina, l’Orchestra Sinfonica Palestinese fondata nel 1936 e composta da 70 Ebrei palestinesi diventerà l’Orchestra Filarmonica di Israele, ecc. Il colore verde inoltre, come spiegato in precedenza, non rappresenta alcuno stato, né sovranità o proprietà privata palestinese e nemmeno terre abitate da Arabi palestinesi. È una mappa falsa.

1947  Il piano di spartizione proposto dall’ONU con la Risoluzione 181 fu una raccomandazione non vincolante (accettata dagli Ebrei, rifiutata dagli Arabi). Fu l’ultimo di una serie di tentativi proposti da commissioni internazionali per cercare di trovare un compromesso tra Ebrei ed Arabi. Al primo (1922) che consegnò agli Arabi il 77% del territorio della Palestina mandataria con la creazione della Transgiordania, ne seguirono altri (Commissione Peel 1937, Commissione Woodhead 1938, stato binazionale, stato federale) sempre rifiutati da parte araba in quanto riconoscevano rappresentanza politica agli Ebrei. Questa mappa, una proposta non vincolante mai realizzata, non ha nulla di storico. È una mappaingannevole.

1949-1967  In questo periodo, compreso tra la Guerra di Indipendenza e la Guerra dei Sei Giorni (entrambe furono guerre di aggressione arabe nei confronti di Israele), la striscia di Gaza, così come il distretto di Samaria e Giudea (West Bank), in origine destinate dal Mandato Britannico alla nazione ebraica, erano illegalmente occupate rispettivamente da Egitto e Giordania. Non esisteva uno stato palestinese. Lo Statuto dell’OLP nel 1964 precisava che l’organizzazione “non esercita alcuna sovranità territoriale sul West Bank nel Regno Hascemita di Giordania, sulla striscia di Gaza o sull’area di Himmah” (art. 24). È una mappa falsa.

2000 Pur essendo piuttosto approssimativa, questa mappa rappresenta in verde quella che potrebbe essere definita “terra palestinese” (non perché esista uno stato, ma in quanto amministrata direttamente dall’ANP, in completa autonomia). Ma omette un piccolo dettaglio: questa terra è passata sotto il controllo dell’Autorità Palestinese in seguito agli Accordi di Oslo, quindi in seguito alla decisione del Governo israeliano di rinunciare a parte del territorio destinato alla nazione ebraica dal Mandato Britannico. Si tratta, di fatto, di una concessione del Governo di Gerusalemme, non di un’ulteriore fase dell’inesistente espansionismo israeliano. L’esatto contrario del messaggio che la mappa fornisce al lettore. È una mappa ingannevole.

– Vale la pena di far notare che se oggi, per la prima volta nella storia, esiste un territorio autonomo amministrato dagli Arabi palestinesi, ciò lo si deve esclusivamente allo Stato di Israele e agli Accordi di Oslo (accordi ad interim, stipulati tra Governo di Israele e OLP). Impero Ottomano, Regno Unito, Giordania, Egitto: nessuna di queste nazioni ha mai offerto agli Arabi palestinesi una forma di sovranità territoriale, nessun leader Arabo palestinese chiese mai una nazione palestinese. La prima richiesta in tal senso avvenne solo dopo la liberazione di Gaza, Giudea e Samaria dalle occupazioni di Egitto e Giordania e il loro ritorno sotto la sovranità israeliana. Inoltre, negli ultimi 16 anni, la leadership palestinese ha rifiutato due volte (Barak, 2000, Arafat; Olmert, 2008, Abu Mazen) uno stato palestinese.

Qui di seguito – detto che non ha molto senso fornire una sequenza di mappe senza spiegarne il contesto storico, politico e regionale – si propongono cinque mappe, le prime tre con le stesse date dell’esempio (ingannevole) riportato in alto, le ultime due per evidenziare i cambiamenti più recenti, con un approccio decisamente più onesto. Stabilire, con colori diversi, le proprietà private è impresa quasi impossibile (per la mancanza di tutti i dati e per lo scopo di questo articolo) e comunque irrilevante, ciò che conta è il controllo politico dell’area.  14341895_1223218441062808_1438289963_n-31946 – Tutto il territorio della Palestina-Eretz Israele è sotto controllo Britannico, in virtù del Mandato per la Palestina il cui scopo era ricostituire la patria nazionale degli Ebrei. Non esistono terre sotto controllo arabo palestinese. Non cambierebbe nulla se andassimo indietro nel tempo: durante il periodo ottomano l’intero territorio era sotto controllo dell’Impero Ottomano.

1947 – Non cambia nulla rispetto alla mappa precedente. Il controllo del territorio ricade ancora sotto il Regno Unito. Non esistono terre sotto controllo arabo palestinese.

1949-1967 – Nel periodo compreso tra la Guerra di Indipendenza e la Guerra dei Sei Giorni il controllo del territorio è diviso in tre stati: Israele e le occupazioni illegali di Egitto (striscia di Gaza) e Giordania (Giudea e Samaria). Non esistono terre sotto controllo arabo palestinese.

1995 – In seguito agli Accordi di Oslo, per la prima volta nella storia, i palestinesi controllano una parte del territorio che secondo il Mandato per la Palestina appartiene alla nazione ebraica. Ci furono varie fasi successive agli Accordi, ma occorre ricordare che ogni metro quadrato di terra oggi sotto controllo degli Arabi palestinesi è frutto della disponibilità (nella speranza di ricevere in cambio una pacifica convivenza) del Governo israeliano. Si noti che gli Accordi di Oslo garantirono ai palestinesi autogoverno, non sovranità. Val la pena, a tal proposito, ricordare una dichiarazione di Yitzhak Rabin, rilasciata ai giornalisti presenti nel giorno della firma dell’accordo per il disimpegno israeliano dalla striscia di Gaza e dall’ area di Gerico, il 4 maggio 1994: “In questa fase non voglio avere a che fare con soluzioni definitive. Noi non accettiamo l’obiettivo palestinese di uno stato palestinese indipendente tra Israele e la Giordania. Crediamo ci sia un’entità palestinese separata, non uno stato”.

2007-2016 – Negli anni ci sono state ulteriori concessioni da parte israeliana (in particolare, tra le molte, si ricorda il Piano di disimpegno unilaterale da Gaza del 2005). In seguito alle elezioni politiche palestinesi del 2006 ed al successivo scontro armato tra le due principali fazioni del palestinismo (Hamas-Fatah) dal 2007 l’intera striscia di Gaza è sotto controllo dell’organizzazione terroristica di Hamas.

In conclusione vale la pena ripetere un concetto fondamentale per porsi in maniera corretta di fronte alla questione arabo-israeliana: la prima volta nella storia in cui quelli che oggi vengono definiti (Arabi) Palestinesi hanno ottenuto di autogovernare parti di territorio appartenenti alla Palestina-Eretz Israel del Mandato per la Palestina è stata in seguito ad una concessione israeliana e attraverso un Accordo stipulato tra il Governo di Gerusalemme e l’OLP.

Resta una domanda, preso atto che la propaganda palestinista mente per definizione: perché organizzazioni teoricamente imparziali come l’ONU e la sua sottosezione UE insistono nel difendere e diffondere le falsità – occupazione, colonie – della propaganda palestinese?

Roberto Giovannini, Decostruire il mito palestinese -Le mappe false

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                                                 SHILO

 shilo

Shilo is a Jewish community located in the Binyamin region with a population of 210 families.

 

 

 

La definizione di Anti-Israele & Anti-semita

Manfred Gerstenfeld, La definizione di Anti-Israele & Anti-semita

Informazione Corretta, 14 settembre 2016

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La definizione di anti-semitismo adottata dalla “International Shoah Remembrance Alliance” (IHRA) nel maggio 2016 da 33 paesi, tra i quali l’Italia, cita molti esempi di anti-israelismo e anti-semitismo. Ma l’argomento che prevale è l’anti-semitismo contro gli ebrei, non verso gli israeliani. Più la si consulta, più ci si rende conto quanto l’anti-semitismo riferito a Israele andrebbe approfondito. Nel testo che segue, suggerisco con esempi come ampliare la definizione IHRA:

– L’anti-semitismo contro Israele è la diffusione dell’odio e la loro discriminazione. Verbale o fisica, contro il paese o contro gli israeliani e le loro proprietà. Per esempio, attribuire allo Stato di Israele in un modo che non viene mai adoperato verso nessun altro stato, come etichettare i prodotti provenienti dai territori contesi. Frequentemente Israele, gli israeliani e i sionisti sono accusati di cospirare contro l’umanità, un’accusa rivolta contro Israele anche per quanto avviene di sbagliato in altri paesi del mondo. Viene espressa tramite azioni, discorsi, scritti, immagini, con l’uso di stereotipi e definizioni negative.

Altri esempi di anti-semitismo verso Israele e gli israeliani:

nella vita pubblica, sui media, in scuole e università che incitano o giustificano le aggressioni e l’assassinio di israeliani, sostenendo i movimenti terroristi, procurando loro armi e finanziamenti, con il risultato di legittimarli.

– Divulgare calunnie, demonizzare e disumanizzare con stereotipi con l’accusa di esercitare, come popolo, un potere mondiale attraverso le lobbies, diffondendo il mito di Israele, israeliani o sionisti di controllare l’economia, i media, i governi e le istituzioni internazionali.

– Essere responsabili come popolo e come individui di atti illegali, reali o inventati, persino di quelli commessi da chi non è né israeliano né ebreo.

– Avere inventato la Shoah o di ingigantirne la portata o abusandone la memoria

– Negare agli israeliani il diritto all’auto-determinazione, dichiarando che la stessa esistenza dello Stato di Israele andrebbe cancellata, privarla di legittimità in quanto razzista.

– Applicare il doppio standard, pretendendo da Israele un comportamento che non viene richiesto agli altri paesi. È quanto fa il movimento BDS (boicottaggio, disinvestimento, sanzioni) che si occupa soltanto di Israele.

-Esercitare il relativismo morale applicando a Israele criteri morali differenti da quelli degli altri paesi. Questo è vero soprattutto con i suoi nemici.


– Usare simboli e immagini associati con l’anti-semitismo classico, ad esempio il paragone con l’uccisione di Gesù, l’accusa del sangue, contro Israele e gli israeliani di oggi.

– L’uso di una falsa equivalenza tra Israele e Sionismo con razzismo e colonialismo/imperialismo o fascismo, tra la Shoah e la Nakba, considerare uguali la difesa contro i terroristi che uccidono i civili israeliani con chi rapisce i soldati, le azioni legittime dello Stato di Israele con gli attacchi dei terroristi.

– Il capovolgimento della Shoah, paragonando la politica di oggi di Israele con i nazisti, usando la stessa terminologia della Shoah applicandola ai palestinesi, Gaza uguale al Ghetto di Varsavia o Auschwitz, collegare Israele o gli israeliani a chi davvero commette genocidi, come lo Stato Islamico o il regime di apartheid del Sud Africa. Da non dimenticare l’accusa a Israele di condurre una guerra di sterminio contro i palestinesi.

– Attribuire al popolo israeliano la responsabilità di decisioni prese dal governo -Creare commissioni di indagine basate su pregiudizi per indagare su attività criminali inventate, come viene poi sempre appurato, ignorando i crimini reali commessi dai suoi nemici

Atti contro Israele sono criminali quando vengono definiti tali dalle leggi di un paese specifico. Questi atti sono criminali quando colpiscono sia la popolazione civile o le proprietà, ad esempio edifici, scuole e sinagoghe, scelte proprio in quanto direttamente collegabili a Israele.

La discriminazione contro Israele significa negare agli israeliani le opportunità e i servizi accessibili a chiunque altro.

Manfred Gertenfeld, La definizione di Anti-Israele & Anti-semita

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                                                                             NEVE DANIEL neve-daniel

Neve Daniel  is a Jewish settlement located in the Judean Mountains with a population of 1800 people. It was founded in 1982.

Silvana Winer, la psicologa israeliana angelo dei terremotati ad Amatrice

Riccardo Ghezzi, Silvana Winer, la psicologa italiana angelo dei terremotati ad Amatrice

L’Informale, 7 settembre 2016

L’organizzazione umanitaria israeliana IsraAID è stata la prima a fornire aiuti dall’estero per i terremotati, in seguito al devastante sisma che ha colpito Amatrice e i comuni limitrofi lo scorso 24 agosto.
Tra i primi a essere reclutati, la psicologa Silvana Winer, nata a Roma ed emigrata in Israele all’età di 20 anni. Parla l’italiano come lingua madre e conosce perfettamente la cultura italiana: è stata quindi preziosa per la squadra IsraAID.
“E’ successo tutto così in fretta e io non potevo credere di essere tornata in Italia non per assaggiare i famosi piatti di Roma, ma questa volta per aiutare” ha detto Silvana Winer. “Sono qui per aiutare in qualsiasi modo che posso.”

Ad Amatrice, Silvana Winer ha operato in stretto coordinamento con la Croce Rossa locale e il medico personale dei Carabinieri italiani. Il suo ruolo è stato quello di lavorare fianco a fianco con le squadre di soccorso, aiutando le famiglie ad identificare i propri cari intrappolati sotto le macerie.

“Provo molta empatia con la lunga storia di terremoti in questa regione essendo cresciuta in Italia. E’ sempre doloroso vedere tale distruzione, bei villaggi nel caos e comunità fatte a pezzi” ha commentato l’italo-israeliana.
Domenico Carlucci, infermiere con i Carabinieri, spiega invece il processo di identificazione dopo che i corpi vengono estratti dalle macerie. “Il cadavere spesso è schiacciato e deformato, quindi difficili da identificare. Per alleviare il dolore alle famiglie, sono mostrate solo immagini selezionate dei corpi a scopo di identificazione iniziale. Una volta che vengono trovati piccoli riscontri, le famiglie sono autorizzate a vedere il corpo e identificarlo ufficialmente”.

E’ importante ridurre al minimo l’esposizione dei cadaveri ai famigliari, a causa delle condizioni talvolta pessime dei corpi. Silvana Winer ha aiutato le famiglie a ricordare dettagli specifici che possano aiutare all’identificazione. E’ un compito raccapricciante, ma che può almeno portare a una degna sepoltura e alla fine dell’incertezza.
Un team di psicologi di IsraAID ha assistito le famiglie durante tutto il processo di identificazione dei corpi.
“Una donna che ho aiutato mi ha davvero commosso” ricorda Silvana Winer. “Aveva chiaramente solo bisogno di qualcuno che la ascoltasse, qualcuno che stesse con lei durante il suo momento più difficile. Abbiamo trascorso due giorni insieme e ha dimostrato gratitudine per questo”.
“Anche se questa è una comunità molto forte, quasi tutti qui si soffrono. Le persone qui hanno bisogno di questo tipo di sostegno. I sopravvissuti e le famiglie dei deceduti meritano tutto l’aiuto che possono ottenere. Questo è il motivo per cui siamo qui.”

Riccardo Ghezzi, Silvana Winer, la psicologa italiana angelo dei terremotati ad Amatrice

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      MEKHORA

mekhora
Mekhora is a Jewish community founded in 1973 and located in the Jordan River Valley with a population of 120 people.

Perché è giusto disapprovare il burkini (ma vietarlo no)

Angelo Panebianco, Perchè è giusto disapprovare il burkini (ma vietarlo no)

Il Corriere della Sera, 30 agosto 2016

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La confusa diatriba sul burkini, l’abito indossato dalle donne musulmane per andare in spiaggia (vietarlo? permetterlo?) mostra quanto sia complicato fare i conti con la «società multiculturale». Società multiculturale è espressione che «piace alla gente che piace», a coloro che per reddito, stili di vita, quartieri in cui risiedono, non devono stare ogni giorno fianco a fianco, gomito a gomito, con le culture altre. Di tale società essi danno spesso una descrizione idilliaca, non capiscono che le caratteristiche delle società multiculturali dipendono dai rapporti di forza fra i diversi gruppi. Quali comportamenti gli europei dovrebbero pretendere da chi viene da altre culture? Alle prese con i costumi altrui importati in Europa, essi dovrebbero operare una triplice distinzione. C i sono usi che vanno proibiti e basta. Ci sono poi usi che vanno permessi e anche rispettati. Ci sono, infine, usi che vanno permessi ma pubblicamente censurati. Alla prima categoria appartengono cose come il burka (che comporta la copertura totale del volto della donna) oppure la poligamia. Il burka è quanto di più antitetico si possa concepire rispetto al mondo occidentale contemporaneo. Questo mondo si regge sul principio della responsabilità individuale (è la ragione per cui dobbiamo essere riconoscibili, a volto scoperto). Il burka è espressione di una cultura altra, anzi aliena, nella quale la responsabilità degli atti di alcuni (nel caso specifico, le donne) non appartiene a loro ma alla comunità o al capo famiglia. Come il burka, anche la poligamia (fondata sul principio della disuguaglianza fra uomini e donne) è incompatibile con noi e deve restare illegale. Poi ci sono gli usi, né offensivi né dannosi, che vanno senz’altro permessi, usi che non sono in conflitto con i nostri principi: riti religiosi, tipi di abbigliamento che hanno un legittimo valore identitario, certe abitudini alimentari (anche se non tutte). Vanno accettati con il rispetto che si deve a chi, semplicemente, è stato allevato sotto un diverso cielo culturale. C’è infine una terza categoria di comportamenti, i quali dovrebbero essere consentiti ma anche pubblicamente disapprovati. Mi sembra che questo sia il caso del burkini. Vietarlo non ha senso per società che si dicono liberali. Qui non stiamo parlando del burka che, come si è visto, è un’altra storia. Solo gli stati autoritari pretendono di dettare l’abbigliamento delle persone (lo hanno sempre fatto: ricordate la Cina di Mao?). Gli stati (sedicenti) liberali non possono permetterselo. Dunque, il burkini non va messo fuori legge. Ma ciò non significa che lo si debba anche approvare. Il burkini non è un capo di abbigliamento come un altro. Testimonia di una sudditanza culturale, di una subordinazione alla comunità che, alla luce dei nostri principi, va stigmatizzata. Devo accettare che il burkini sia legale ma non devo solo per questo manifestare un rispetto che non provo per un’usanza che non mi piace. È insensato, in nome di un’acritica difesa della società multiculturale, osservare che il burkini ricorda gli abiti con cui le nostre trisavole andavano in spiaggia. A meno che chi fa la suddetta osservazione non stia anche sottintendendo che dovremmo ritornare a quei tempi. Una donna che si metta a seno nudo in una spiaggia affollata può anche essere considerata volgare ma sta facendo comunque una libera scelta. A differenza della donna in burkini. Vietare no, disapprovare sì. La pubblica riprovazione non sarebbe fine a se stessa. Servirebbe a spronare, a incoraggiare, col tempo, l’emancipazione individuale, l’allentamento del controllo comunitario sull’individuo. Ma c’è un ma. Se governare una società multiculturale in formazione richiederebbe di fare la suddetta triplice distinzione (cose da vietare, cose da permettere e da rispettare, cose da permettere e da disapprovare), attenersi a questa linea di comportamento è difficilissimo. A causa di una forma di degenerazione culturale che ci ha colpito da tempo. Mi riferisco alla diffusa convinzione secondo cui legalità e moralità sarebbero sinonimi: la tendenza a pensare che se qualcosa è legale allora sia anche moralmente rispettabile e che, per converso, se qualcosa è illegale allora sia anche, necessariamente, immorale. Ma moralità e legalità a volte convergono e a volte no. Ci sono comportamenti legali che non meritano alcun rispetto. Ci sono anche talvolta violazioni di leggi stupide (che consideriamo stupide). Sono violazioni che vanno comunque sanzionate, in coerenza con quell’ideale di “certezza del diritto” il cui scopo è dare un minimo di prevedibilità ai rapporti umani. Ma in questi casi non c’è proprio alcun bisogno di pronunciare anche condanne morali. La distinzione fra legalità e moralità è scomparsa dalla mente di tante persone. E’ un male in sé. Ma è anche un male quando si tratta di gestire la società multiculturale. Perché c’è il rischio che si finisca per considerare moralmente rispettabile un qualsivoglia comportamento solo perché legale. Verrebbe meno quella pressione sociale — la riprovazione collettiva di certe pratiche — che può favorire l’emancipazione individuale di cui si è detto. È l’evoluzione dei rapporti di forza fra i gruppi a decidere quale fisionomia assumerà la società multiculturale. Nei rapporti di forza contano sia la quantità che la qualità. Il gruppo culturale numericamente più forte può anche risultare, alla distanza, politicamente debole. Il che accade, ad esempio, se la maggioranza di tale gruppo è in parte indifferente o distratta e in parte divisa sulle scelte da fare, e se, inoltre, essa deve vedersela con una minoranza culturale sostenuta da una forte identità religiosa. Per evitare che prima o poi (a occhio, più prima che poi) le «società parallele» che a causa della nostra dabbenaggine si sono già costituite in Europa, vengano allo scoperto con tutte le loro pratiche, anche quelle per noi inaccettabili, innescando così conflitti ingovernabili, conviene che gli europei imparino in fretta l’arte della distinzione: questo sì, questo no, questo sì ma senza alcuna approvazione da parte nostra.

Angelo Panebianco, Perché è giusto disapprovare il burkini (ma vietarlo no)

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                                                                                    PETZAEL

pzael

Petzael,  founded in 1970, is a Jewish community located in the Jordan River Valley with a population of 215 people.

 

Una bella riflessione sul problema (anche se mi riesce un poco difficile capire la differenza tra burka e burkini: si tratta sempre, comunque, di sudditanza culturale riguardante le donne…Come si può accettare?).