Un solo stato per sopravvivere

Federico Steinhaus, Un solo stato per sopravvivere

 L’Informale, 20 febbraio 2017

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L’incontro fra Trump e Netanyahu ha lasciato aperte molte opzioni, inclusa quella dell’annessione unilaterale della Cisgiordania da parte di Israele, caldeggiata da una parte della destra israeliana ed ovviamente avversata da tutti i benpensanti liberali. Vale la pena, per avere una visione un po’ più chiara del problema, di riportare quanto ha scritto un giornalista americano protestante e liberale, Hunter Stuart.
Egli professava il pluralismo, la tolleranza, la diversità, i diritti dei gay, l’accesso all’aborto, il controllo delle armi, e, come parte del suo credo, l’ingiustizia dei comportamenti di Israele nei confronti dei palestinesi. In luglio, da Gerusalemme, egli aveva scritto un articolo che “l’occupazione è un atto di colonialismo che provoca sofferenza, frustrazione e disperazione”.  

Stuart aveva deciso, nell’ estate del 2015, di trascorrere un anno e mezzo in Israele e Palestina come freelance, allo scopo di verificare sul campo le proprie opinioni sul conflitto.
Nelle prime settimane trascorse a Gerusalemme il giornalista ha costantemente discusso e sovente litigato con i suoi primi amici israeliani, ed aveva cercato di convincerli che solamente una piccola minoranza dei palestinesi era favorevole agli attentati terroristici, ma una ricerca demoscopica di PEW Research del 2013, fatta contattando migliaia di musulmani nel mondo, aveva scosso le sue opinioni: alla domanda se ritenessero che gli attentati suicidi contro civili fossero l’arma migliore per “difendere l’Islam dai suoi nemici”, solamente una minoranza dei musulmani, dal Libano all’Egitto, dal Pakistan alla Malaysia, aveva supportato questo strumento – con la sola eccezione dei palestinesi, tra i quali era favorevole il 62% degli interpellati.

Quando, nell’ottobre 2015, cominciò a Gerusalemme quella che fu definita l’intifada dei coltelli, con quasi quotidiani accoltellamenti di civili per strada ed automobili che investivano le persone in attesa del tram o dell’autobus, Stuart pensò che la responsabilità ricadesse sugli israeliani, che occupavano i territori palestinesi, e che finita questa occupazione sarebbero cessati anche gli atti di terrorismo. Questa tesi, molto diffusa all’epoca fra gli occidentali, gli sembrava assolutamente corretta, e lo scrisse in qualche articolo. Ma quando andò nella parte araba di Gerusalemme, nel quartiere di Silwan, per constatare quali fossero i sentimenti della popolazione, fu immediatamente circondato da ragazzi sui 13 anni che gli urlavano in faccia “Ebreo! Ebreo!” con un odio incontenibile. Lui rispose in arabo di non essere ebreo e questi ragazzi si calmarono; più tardi un palestinese che viveva in quel quartiere gli disse che se fosse stato ebreo non ne sarebbe uscito vivo.

Quando su un autobus urbano fu assassinato l’amico di un suo amico, un insegnante di inglese in una scuola mista israelo-palestinese, Stuart andò ad intervistare i genitori di uno degli assassini ventenni, e scoprì che erano stati pagati con 20.000 shekel (circa 5.000 Euro) per assaltare l’autobus. Ancora un anno dopo a Gerusalemme est si potevano vedere ovunque i loro ritratti su poster che li esaltavano come martiri. Un altro momento cruciale della conversione di Stuart dalle opinioni radicali che professava fu quando il segretario dell’ONU Ban Ki-Moon, nel gennaio del 2016, disse che “fa parte della natura umana reagire all’occupazione”. Stuart divenne consapevole del doppio standard che a priori condannava Israele, ad esempio per la politica di uccidere sul posto i terroristi che assalivano i civili, mentre in tutto il mondo – Stati Uniti inclusi – le polizie facevano altrettanto senza che Amnesty International o chiunque altro se ne scandalizzasse. Questi liberali volevano in tal modo “trovarsi dalla parte giusta”, ma non si rendevano conto del fatto che le loro idee non coincidevano con la realtà.

Viaggiando nei territori palestinesi, da Ramallah a Hebron a Nablus ed a Gaza, Stuart si fece molti amici fra i palestinesi che incontrava, ma constatò anche che le loro idee sulla fine del conflitto fossero sempre radicali: anche i più colti e gentili e benestanti fra loro non si accontenterebbero di una soluzione dei due stati, ma vogliono riavere il 100% della Palestina e parlano non di convivenza ma di espulsione degli ebrei. Queste persone, in maggioranza, sono anche convinte che il terrorismo sia frutto di cospirazioni occidentali: un’amica giornalista libanese, ventisettenne, era ad esempio convinta che gli attacchi terroristici di Parigi fossero in realtà opera del Mossad.
Io conosco un mucchio di israeliani ebrei pronti a condividere la terra con i musulmani palestinesi, ma per qualche ragione è quasi impossibile trovare un palestinese che la pensi allo stesso modo…essi sembrano dimenticare che gli ebrei vivono in Israele da migliaia di anni, insieme a musulmani, cristiani, drusi, atei, agnostici e così via, spesso in armonia“. Stuart si è convinto, prima di fare ritorno negli Stati Uniti, che quella di creare uno stato palestinese non sia poi una gran bella idea. Se avessero il loro stato in Cisgiordania, argomenta Stuart, chi ci dice che non eleggerebbero Hamas, che vuole annientare Israele? E’ quel che è successo nel 2006 Gaza con elezioni democratiche. Avere Hamas che controlla la Cisgiordania e metà Gerusalemme sarebbe un suicidio per Israele.
Questo è quanto ha scritto Stuart qualche giorno fa sul Jerusalem Post. Non è detto che si debba essere d’accordo con lui, in fondo la politica è anche l’arte di rendere possibile quel che pare impossibile, ma è indubbiamente interessante conoscere il punto di vista di una persona aperta al mondo, che ha cambiato la propria opinione addirittura sovvertendola, e ne fa oggetto di discussione.

Federico Steinhaus, Un solo stato per sopravvivere

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                                                        MASUA masua

 Masua is a Jewish community located in the Jordan River Valley with a population of 140 people.

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The Netanyahu-Trump Meeting: A Pivotal Moment

Ari Lieberman,  The Netanyahu-Trump Meeting: A Pivotal Moment

Frontpage Mag, 15 febbraio 2017

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President Trump and Prime Minister Benjamin Netanyahu of Israel are slated to meet on Wednesday in their first official state meeting. The two leaders are personal friends and have known each other for some time. Certainly the dynamic of the rapport is far different than the toxic environment that characterized the Obama -Netanyahu relationship. Indeed, the fact that Trump sought this meeting so soon after the inauguration demonstrates with utmost clarity that he places a high premium on the U.S.-Israel alliance and seeks to reset ties so frayed after eight deleterious years of Obama.

Aside from their personal friendship, the two leaders see eye-to-eye on many matters of national and international import. One of Trump’s key campaign promises was the construction of a wall that would safeguard America’s southern border. On a number of occasions, Trump cited Israel as an example of a nation that successfully protected its citizens from terrorists and illegal infiltrators through the construction of sophisticated barriers along its vulnerable frontiers. No doubt he will be seeking Israeli know-how and drawing on the Israeli experience when embarking on his ambitious wall project along the Mexican border. 

Unlike Obama, who attempted to undercut Israel at every turn, Trump sees Israel as a key strategic ally with shared moral and ethical values in a dangerous region devoid of democratic principles. The two leaders are set to coordinate their strategies to meet a plethora of daunting challenges.

The primary challenge facing both Israel and the West is the Islamic Republic of Iran and the mullahs will almost certainly be at the top of the agenda when the two leaders meet. With its illicit ballistic missile program, interference with maritime traffic, state sponsorship of international terrorism, support for anti-Western proxy armies, toxic rhetoric and imperialistic designs, Iran has established itself as the premier enemy of the West and a malign regional influence. But it is its rogue nuclear program above all else that renders the Islamic Republic a clear and present danger.

Technically, Iran’s nuclear program is constrained by the Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA) or the so-called Iran deal. The deal was haphazardly orchestrated and spearheaded by Obama in a desperate bid to establish some form of foreign policy legacy. Instead, the JCPOA with its limitless loopholes and secret side deals – all benefiting the mullahs – rendered the world a much more dangerous place and left Trump to inherit Obama’s mafia debts. 

The JCPOA’s international dimensions and involvement of the P5+1 renders the option of simply tearing up the deal imprudent. But the U.S. can insist on modifications aimed at ensuring more transparency and establishing better mechanisms for verification. For example, Iran’s opaque facility at Parchin, where it conducts its most highly secretive nuclear experiments, remains off limits to inspectors. Instead, the Iranians are permitted to gather and hand over their own soil samples for inspection. That’s like placing Lance Armstrong guardian of his own urine sample. It is simply ludicrous and this provision needs to be changed to allow unfettered access to all sites where Iran conducts nuclear-related activities. In addition, another provision in the JCPOA allows the Iranians to have nearly a month’s advance notice before a site can be inspected allowing the mullahs sufficient time to remove evidence of malfeasance. Clearly, this provision must be re-worked as well.

The likelihood of Iran agreeing to these and other changes is slim which means that confrontation with the Islamic Republic is inevitable. The only question is whether to confront the aggression now, while Iran is not nuclear capable or later when it acquires a nuclear weapon. 

Ever since the execution of the JCPOA, the mullahs have been testing the limits of U.S. patience. Obama overlooked all Iranian transgressions – including the kidnapping of 10 U.S. Navy personnel – and allowed America to endure humiliation after humiliation at the hands of a third rate power. This naturally lowered America’s credibility and prestige in the eyes of its allies and enemies alike. Clearly, Trump and Netanyahu will formulate a blueprint to coordinate a robust strategy to combat the Iranian malignancy and unlike Obama, this blueprint leaves the military option on the table.

Israeli communities in Judea and Samaria and hostility that Israel faces at the United Nations on a daily basis will also be high on the agenda. Obama’s parting shot at Israel was United Nations Security Council resolution 2334, a vile and mendacious resolution that views the Israeli presence in its ancestral lands as a “flagrant violation of international law.” 

Both Trump and Netanyahu view the UN as a flawed body where anti-Western schemes are hatched by third world despots. But the U.S. wields considerable influence at the UN because it contributes nearly ¼ of its budget. The U.S. taxpayer dollar would be more useful if allocated elsewhere and a tug at the UN purse strings would be sufficient to jolt some sense into that hijacked body and steer it back on course. A UNSC resolution reversing resolution 2334 or at least removing its most odious provisions would be a good start. The Trump administration’s recent blocking of a Palestinian official to be the UN’s envoy to Libya demonstrates the commitment the new administration has toward redressing some of the more egregious UN practices.

As for the so-called settlements, Trump has publicly stated that he does not view them as obstacles to peace but qualified his position somewhat when he noted that they are not helpful either. That relatively benign viewpoint represents a refreshing break from the past when toxic, anti-Israel vitriol flowed from the White House whenever a resident of Judea and Samaria constructed an additional bathroom. 

Netanyahu will likely seek a commitment from Trump to uphold assurances made by George Bush implicitly acknowledging the legality of at least some settlements and allowing for unfettered construction in settlement blocs and in areas that Israel will almost certainly hold in any future agreement with the Palestinian Authority. This includes areas in and around Jerusalem as well as the Jordan Valley, a region that Israel views as of paramount strategic importance due to its obvious defensive characteristics.

Netanyahu will likely raise the embassy move to Jerusalem. Under the Jerusalem Embassy Act of 1995, the American embassy must be moved from Tel Aviv to Jerusalem but the law allows the executive to exercise a waiver every six months, which all presidents have opted to exercise since the law’s passing. Trump expressed enthusiastic support for such a move during the campaign only to be noncommittal once assuming office. Nevertheless, the Jerusalem Embassy Act enjoys widespread support among many of his top advisers as well as bipartisan congressional support.

The two leaders will also discuss the emergence of radical Islam – both of the Sunni and Shia variety – and the threat that this malevolent ideology poses to regional allies as well as the West. Trump has made the destruction of ISIS a top campaign promise and will draw on Israel’s valuable expertise in combatting the scourge of Islamic terrorism. 

ISIS and Hamas remain poised at Israel’s southern border. ISIS and Hezbollah operate with virtual impunity in lawless Syria. Netanyahu will seek to convince Trump of the absurdity of ever returning the strategic Golan Heights to Syria and will try to persuade him to recognize the legality of Israel’s 1981 annexation of the strategic plateau. A forceful presidential statement to that effect would severely undermine decades of perverse UNSC resolutions condemning Israel’s “unlawful occupation” of the Golan. 

Whatever the results of this meeting, it will stand in stark contrast to the first encounter between Netanyahu and Obama. During that disastrous 2010 meeting, Obama tried to  publicly  humiliate Netanyahu. One Israeli commentator dryly noted that “Bibi received in the White House the treatment reserved for the president of Equatorial Guinea.” But with the rise of Islamic extremism, frustration with Iran, Palestinian intransigence and recognition that Israel represents an outpost of democracy in a sea of Islamic medievalism, things will certainly be different this time around.

Ari Lieberman, Frontpage Mag

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                                                                           RACHELIM rehelim

Rachelim is a Jewish community founded in 1991 and located in the Samarian hills, with a population of 45 families.

Israele, la Knesset approva la legge che regolarizza gli insediamenti in Cisgiordania

Giordano Stabile, Israele, la Knesset approva la legge che regolarizza gli insediamenti in Cisgiordania

La Stampa, 7 febbraio 2017

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La Knesset, il Parlamento israeliano, ha approvato ieri a tarda sera, con 60 voti favorevoli e 52 contrari, la legge per la legalizzazione degli insediamenti ebraici su terre private palestinesi. Il provvedimento, che ha spaccato in due il Paese, arriva dopo il drammatico sgombero dell’avamposto di Amona, mercoledì scorso, dove 42 famiglie hanno dovuto lasciare le loro case per l’applicazione di una sentenza della Corte suprema di Gerusalemme.

Il provvedimento, spinto dai partiti di destra della coalizione al governo, in particolare Focolare ebraico del ministro dell’educazione Naftali Bennett, punta a prevenire altri sgomberi del genere, ma va contro la comunità internazionale, a partire dall’Onu, che vede negli insediamenti un «ostacolo» al processo di pace con i palestinesi. Il premier Benjamin Netanyahu ha comunque deciso di accelerare, ieri, al termine dell’incontro con il primo ministro Theresa May a Londra, dove fra l’altro ha discusso delle minacce missilistiche dell’Iran. In un primo momento, il premier sembrava deciso a rimandare il voto, ma fonti del suo partito hanno fatto sapere che la tempistica era legata al necessario coordinamento con gli Stati Uniti, anche in vista del vertice con Trump il 15 febbraio a Washington. Netanyahu, da Londra, ha specificato che gli Usa erano stati «avvertiti».

La legge si propone di «regolarizzare gli insediamenti in Giudea e Samaria (cioè la Cisgiordania) e consentire il loro continuo stabilirsi e sviluppo». Il provvedimento agisce in forma retroattiva, stabilisce un meccanismo di compensazione per i proprietari palestinesi dei terreni su cui sono stati costruiti insediamenti o case: potranno ricevere un pagamento annuale pari al 125% del valore dei terreni per 20 anni o, in alternativa, altri terreni a loro scelta dove è possibile. Ma il Procuratore generale Avichai Mandelblit, assieme ad altri, ha messo in guardia sul rischio che l’approvazione della legge possa portare Israele davanti alla Corte Penale dell’Aja su iniziativa palestinese.

Giordano Stabile, Israele, la Knesset approva la legge che regolarizza gli insediamenti in Cisgiordania

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                                                         MITZPE YERIHO

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Mitzpe Yeriho is a Jewish community founded in 1977 and located in the Judean desert with a population of 1700 people.