Gratitudine? No, basta la giustizia

Ugo Volli, Gratitudine? No, basta la giustizia

Cartoline da Eurabia, 28 marzo 2017

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Cari amici,

l’altro giorno, parlando con una persona, le ho sentito dire che avevo un ottimo concetto di Israele, perché sentiva di dovere gratitudine ad alcuni ebrei che avevano segnato positivamente la sua vita e inoltre perché, non essendone naturalmente responsabile, sentiva il debito dell’Europa per il genocidio degli ebrei. Ho ringraziato questa persona, evidentemente molto sincera e altrettanto lucida. Ma ho sentito anche di dover fare una precisazione, se non altro perché in persone diverse circostanze analoghe portano a sentimenti meno positivi.

Quel che ho detto e che vorrei ripetere qui perché mi sembra un tema di interesse generale è che Israele e in generale il popolo ebraico apprezza la gratitudine e il senso di dover riparare all’orrore della Shoà, ma non è questo ciò che chiede. Israele e il popolo ebraico chiedono giustizia, cioè chiedono che i suoi diritti siano presi in considerazione come quelli di tutti gli altri popoli e paesi. E’ dell’ingiustizia, della demonizzazione, della delegittimazione che ci lamentiamo, non dell’ingratitudine.

Israele vuol essere trattato come uno stato che nei settant’anni della sua storia è stato oggetto di innumerevoli violenze: quattro grandi guerre di aggressione (‘47, ‘56, ‘67, ‘73), numerose campagne terroristiche (dalla “guerra d’attrito” con l’Egitto, fino alle “intifade” e alle aggressioni missilistiche da Gaza e dal Nord), che ancora è minacciato quotidianamente di distruzione da forze terroristiche interne (Hamas e Fatah, principalmente) e da nemici esterni (l’Iran, Assad, Hezbollah, l’Isis). Che è maledetto e diffamato da migliaia di pulpiti islamici. Che ha patito la sperimentazione di ogni forma di terrorismo (i dirottamenti aerei e quelli navali, i rapimenti, gli attentati in manifestazioni internazionali, gli attentati suicidi nei locali pubblici e negli autobus, gli attacchi con automobili, camion e coltelli, solo per citarne alcuni). Che è oggetto di una campagna di delegittimazione e boicottaggio internazionale, guidato da organizzazioni che dedicano tutte le loro energie solo per creare delle occasioni di propaganda ostile e boicottaggio. Che è stato condannato dall’Onu e dalle sue organizzazioni con vari pretesti più volte di tutti gli altri stati messi assieme.

Uno stato che però è riuscito in queste difficilissime condizioni a mantenere e a sviluppare un’organizzazione democratica esemplare, fatta non solo di libere elezioni pluripartitiche, ma anche di indipendenza della magistratura, libertà di stampa, di religione e di associazione, accettando anche nel parlamento, nell’amministrazione, nella cultura e nelle università la presenza spesso dominante di nemici espliciti dello stato e delle sue politiche. Uno stato che ha sperimentato l’organizzazione socialista democratica più radicale al mondo, col sistema dei kibbutz, e che poi in maniera pacifica e ordinata si è riorientato al liberismo, quando il fallimento economico dei sistemi collettivisti è risultato chiaro, senza però distruggere la loro base legale e la loro possibilità di libero sviluppo. Israele chiede che questa condizione, veramente unica al mondo, di democrazia compiuta che si mantiene tale sotto attacco, sia riconosciuta e difesa dagli altri stati democratici.

Infine Israele è uno stato che contribuisce fortemente, ben al di là della sua dimensione, allo sviluppo culturale scientifico, tecnologico ed economico dell’umanità. Israele, con otto milioni di abitanti, ha vinto 11 Premi Nobel dalla fondazione del paese nel 1948 (1). La Cina, col suo miliardo e mezzo di abitanti ne ha vinti nove, l’Italia venti, coi suoi sessanta milioni dall’inizio del premio nel 1901 (2). Sul piano tecnologico, i contributi israeliani su irrigazione e agricoltura, tecnologie mediche e farmacologia, informatica e tecnologie della comunicazione, sono diffusi in tutto il mondo, anche nei computer e nei telefoni cellulari di coloro che proclamando di boicottare lo stato ebraico.

Israele è insomma un componente importante e costruttivo della comunità internazionale, sul piano economico, scientifico e culturale, una società moderna e avanzata in una zona dove la regola è la violenza più primitiva e l’oppressione più feroce. Per questa sua funzione, per quello che continua a dare al mondo, Israele merita appoggio e solidarietà. Non occorre ricordare la storia delle persecuzioni fino alla Shoà, o pensare al contributo dell’antico popolo ebraico nella formazione dell’identità religiosa dell’Occidente e neppure pensare a quello che hanno realizzato gli ebrei (da Einstein a Freud a Chagall a Kafka…) nella cultura europea. Basta guardare al presente e vedere un paese democratico, avanzato, desideroso di pace, di altissimo livello scientifico e culturale, assediato da nemici desiderosi solo di sangue e di distruzione.

http://siliconwadi.it/israele-premi-nobel-2347)

http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2013-10-17/il-nobel-meglio-pil-cosi-si-misura-ricchezza-una-nazione-premi-vinti-e-si-scopre-che–cina–130352.shtml

Ugo Volli, Gratitudine? No, basta la giustizia

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                                                                                   AHIJAH 

Ahijah is a Jewish community located in the Binyamin region. 

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Israel’s Anti-Boycott Law is correct and overdue

Morton A. Klein-Daniel Mandel, Israel’s Antiboycott Law is correct and overdue

Frontpage Mag, 20 marzo 2017

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Last week, the Knesset in Jerusalem passed a law barring the entry of visitors who have called for a boycott on Israel or are otherwise actively engaged in the Boycott, Sanctions, Divestment (BDS) movement, which has been the subject of several anti-boycott laws passed in US states. The new law bars the entry into Israel foreign nationals who either knowingly and publicly call for boycotting Israel or who represent an organization that calls for such a boycott.

The BDS campaign, as openly affirmed by its originators, aims for the gradual elimination  of Israel and its replacement by an Arab-dominated state by means of economic, diplomatic and social ostracism of Israel and Israeli institutions and enterprises. 

Its basis is the alleged illegal occupation of Palestinian Arabs by Israel and Israeli measures to which they are subject. The problem with this is that it is utterly false and rewrites history.

When speaking of “occupation,” BDS advocates speak with forked tongues. They regard every square inch of Israel as illegitimate and occupied but, when they speak of illegality, mislead many people into supposing they mean only the territories conquered by Israel in the 1967 Six Day War.

In any case, this is a political lie.

Judea/Samaria is un-allocated territory under international law. It did not belong to the unlawful occupier, Jordan, from whom Israel captured Judea/Samaria in 1967 in a war of self-defense. That is why the term ‘occupation’, so far as international law is concerned, doesn’t apply. ‘Occupation’ generally refers to one state taking and holding territory recognized as belonging to another sovereign state.

Accordingly, such conquest does not make Israel an illegal occupier. As former State Department Legal Adviser and former head of the International Court of Justice in the Hague, Stephen Schwebel, has written: “Where the prior holder of territory had seized that territory unlawfully, the state which subsequently takes that territory in the lawful exercise of self-defense has, against that prior holder, better title.”

But, in truth, the territories are only an alibi, and a shabby one: for years, half of Judea/Samaria and all of Gaza have been transferred to Palestinian Arab control, with 98% of Palestinians in these territories no longer living under Israeli administration, but under the control of Palestinian regimes: Mahmoud Abbas’ Fatah-controlled Palestinian Authority (PA) in Judea/Samaria (the West Bank) and Hamas in Gaza.

The areas from which Israel has not withdrawn are virtually uninhabited, except for the 2% where Israelis reside.

Moreover, these territories form part of land earmarked for the Jewish national home and Jewish settlement by the San Remo Settlement of 1920, which has never been superseded by an internationally binding agreement. The terms of this settlement were incorporated int the British Mandate that followed and remain in force as per Article 80 of the UN Charter.

The very name ‘Judea’ — a term which was commonly used by the international community through centuries until the Jordanian occupation in 1949 — is derived from the same root as the word ‘Jew,’ testifying to the deep Jewish connection to this land. 

Indeed, because Israel’s presence in Judea/Samaria is legal and UN Security Council Resolution 242, passed after the 1967 War, does not require complete Israeli withdrawal (as for example, the Security Council demanded of Iraq in 1990 regarding its unlawful invasion and annexation of Kuwait). 

The Oslo Accords recognize Israel’s right to remain in the territories, at least until a final settlement is reached and do not require Israel to dismantle any of the Israeli communities there.

Accordingly, there is no basis to regard Israel’s conquest of the territories, Jewish residence within them, or continuing presence there (to the extent that it still exists) as either illegal or immoral.

There is, however, very strong cause to identify the BDS campaign to ostracize and malign Israel as an illegitimate state, illegal occupier and war criminal with anti-Semitic defamations across history. 

Like those earlier lies, the BDS lie serves as the pretext for seeking to harm Jews, with a view to turning the the Jewish collective into an international pariah, as well as for murderous violence against Jews, both in Israel and abroad. In short, it is a vicious program to destroy Israel’s independence and existence.

It is right and proper that foreign BDS advocates be identified in these terms and excluded where necessary with the force of law, as would be the case with activists seeking to enter any country whose independence they were seeking to subvert and destroy. 

Morton A. Klein-Daniel Mandel, Israel’s Antiboycott Law is correct and overdue

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                                                                       ORANIT


Oranit is a town located in the Judea and Samaria Area of Israel with a population of 6400 people.

A shared enemy: a shared defence. Lessons from Israel’s response to terror

Yossi Kuperwasser: Lezioni israeliane  (dal libro “A shared enemy: a shared defence. Lessons from Israel’s response to terror”)

Il Foglio, 14 marzo 2017
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La lunga esperienza di Israele nella lotta al terrore lo ha portato a comprendere che il terrore è una strategia che costituisce una significativa minaccia alla sua sicurezza nazionale, anche se la maggior parte del tempo si presenta come un’azione a bassa intensità, con un impatto e un danno limitato. Questa comprensione è stata assimilata in modo graduale, dopo un lungo periodo di tempo, nel corso del quale Israele ha agito contro la minaccia come se fosse strategica, cercando al contempo di convincersi che non lo fosse. Per molti anni, soprattutto mentre la convenzionale minaccia militare da parte delle milizie arabe metteva a repentaglio la sua sopravvivenza, Israele si è riferito al terrore come a un pericolo secondario, usando l’eufemismo “minaccia alla sicurezza corrente” per concettualizzarlo.

Dal punto di vista della sicurezza nazionale, la battaglia contro il terrore è innanzitutto una battaglia di apprendimento. I risultati di questa battaglia dipendono dalla qualità dell’apprendimento da entrambe le parti. Prima riusciremo a comprendere il modo di pensare dell’altro campo – e con esso gli aspetti consequenziali della logistica e della tattica dei cambiamenti che potrebbero essere adottati, come risultato di un mutamento della cornice entro la quale la battaglia ha luogo, e della sua comprensione dei mutamenti nella nostra strategia – meglio sarà. Basandoci su questa comprensione, è chiaro che la risposta strategica alla minaccia del terrore era ed è tuttora l’abilità di convincere il terrorista che il loro è un modo di agire futile. Gli israeliani devono dimostrare ai loro avversari di essere determinati a continuare a costruire e a proteggere il loro progetto – lo stato-nazione democratico del popolo ebraico; che sono profondamente convinti che il sionismo sia giusto e giustificato; che i valori in cui credono sono nobili e valgono lo sforzo e la lotta necessari a difenderli; e che la loro causa gode di un sostegno internazionale. Allo stesso tempo, gli israeliani devono mostrare di poter trovare un modo per minimizzare il danno che viene inflitto loro tramite il terrore e, in questo contesto, indebolire le capacità dei terroristi.

Una giustificazione più profonda e malvagia per il terrore 
I palestinesi non si limitano a usare il terrore come arma principale, in questa battaglia: il suo uso è di per sé una deliberata manifestazione della differenza culturale che vogliono enfatizzare. Attraverso l’uso del terrore, i suoi proponenti e attuatori cercano di recapitare il messaggio che non desisteranno da questo metodo finché non raggiungeranno il loro obiettivo, perché nella loro cultura, a differenza di quella israeliana e occidentale, la vita non è un valore sacro. Piuttosto lo sono l’onore e il sacrificio e, dunque, il diritto internazionale – fondato sui valori occidentali – a loro non si applica. Questa logica si traduce poi in slogan come “Aspiriamo a una morte onorevole più di quanto voi aspiriate alla vita”, e riferendosi a Israele unicamente come aduna “tela di ragno” facilmente distruggibile. Nei fatti, però, anche se questa retorica dovrebbe rappresentare i valori di una cultura che promuove il terrore come sublime sacrificio per una nobile causa, giustificando l’uccisione indiscriminata di civili innocenti, la realtà è che la società che si presume sostenga questa politica è assai meno determinata nell’attuarla.

Quando il pubblico si rende conto che le conseguenze di questa politica impediscono il raggiungimento di altri obiettivi, come può esserlo uno standard di vita migliore, inizia a farsi delle domande. Queste tensioni implicite causano continue frustrazioni, che possono talvolta tradursi in un cambio di politica, almeno temporaneo. L’effettivo apprendimento da parte del movimento sionista, e più tardi da parte di Israele, e lo spirito di determinazione dei sionisti ha reso possibile per Israele il superamento delle continue ondate di terrore, spesso negando ai palestinesi una vittoria strategica. Occasionalmente i palestinesi sono riusciti a raggiungere certi obiettivi provvisori, soprattutto quando si sono trovati di fronte una leadership israeliana debole, una comunità internazionale ingenua e disinformata e un pessimo abbinamento tra l’obiettivo palestinese di estirpare il sionismo e l’impulsivo desiderio israeliano di concludere un accordo di pace prematuro con gli arabi, palestinesi inclusi. Ne è risultato che i palestinesi considerano ancora il terrore come uno strumento vitale ed efficace per perseguire i propri obiettivi di medio e lungo termine. Ciononostante, sebbene fino al 1974 abbiano presentato il terrore come l’unico modo per “liberare la Palestina”, da allora alcuni palestinesi si sono preparati a impiegare altre forme di azione, tra cui le negoziazioni diplomatiche, e hanno adottato un gergo di pace, solitamente a uso esterno, nel contesto del loro “Paradigma delle due fasi”.

Lo sbilanciamento tra i gruppi terroristici e Israele (o qualsiasi altro stato occidentale nel mirino del terrore) si riflette, tra le altre cose, nei diversi modi in cui essi interpretano un successo o un fallimento operativo e strategico. I terroristi potrebbero interpretare come un successo il mero verificarsi dell’atto terroristico che ha un impatto, a prescindere dal successo degli attacchi nell’infliggere perdite al loro nemico. Ovviamente sanno che danni maggiori equivalgono a un impatto maggiore e che se riuscissero a battere in astuzia il loro nemico, conquisterebbero ulteriori punti strategici. Israele (o ogni altro stato occidentale), d’altra parte, deve stabilire come scopo operativo la prevenzione di tutti gli attacchi terroristici. Questo fatto potrebbe distorcere il significato di vittoria nelle attuali guerre terroristiche o anti terroristiche che Israele sta combattendo. Il mero successo dei terroristi nel ferire Israele o sopravvivere alle sue controreazioni viene presentato dagli stessi come una vittoria divina, nonostante Israele consideri il perpetrarsi di qualunque attacco come un fallimento, tattico o operativo che sia. Israele giudica i risultati a un livello strategico: Israele ha raggiunto i suoi obiettivi in confronti specifici? Il successo si misura sul alcuni interrogativi: se Israele ha restaurato la propria deterrenza, se ha rassicurato i propri cittadini riguardo alla sicurezza di lungo periodo, se ha ottenuto una calma duratura tra gli attacchi terroristici, e se in qualche caso i terroristi sono stati costretti a cambiare la loro strategia nel complesso. In molti casi, Israele ha raggiunto gli obiettivi che si era prefissato e può di aver avuto successo, anche se ha subito numerosi attacchi terroristici.

La “competizione sull’apprendimento” è molto importante in ogni tattica operativa che le organizzazioni terroristiche palestinesi e libanesi utilizzano contro Israele. Ogni volta che una certa tattica viene adottata da un gruppo terroristico, Israele studia un modo per difendersi contro la sfida specifica e costringe i suoi nemici ad arrendersi. Come regola, i terroristi hanno bisogno di tempo per sviluppare una nuova tattica, e Israele ha bisogno di altro tempo per sviluppare una contromossa. Con l’apprendimento, Israele ha sviluppato le sue pratiche di lotta al terrore in una varietà di aspetti che nel suo complesso comprende una strategia onnicomprensiva per combattere il terrore: prevenire e sventare attentati, deterrenza, reazione e resilienza. La prevenzione si fonda su cinque aspetti concreti. Uno: l’intelligence. Israele ha studiato meticolosamente il comportamento e la logica coltivati dal pensiero terroristico e il loro conseguente modus operandi. Così Israele ha sviluppato varie competenze su tutti gli aspetti dell’intelligence in modo da seguire le attività dei terroristi e arrivare a sventare e prevenire molti attentati con anticipo. Israele ha anche compreso, relativamente di recente, che dal momento che il terrore non bada ai confini, allo stesso modo è necessario sviluppare collaborazioni tra diversi sistemi di intelligence (quelli che riguardano la realtà locale, quelli internazionali, e la polizia d’intelligence) per fondere tutte le informazioni utili a prevenire attacchi terroristici. Ha anche realizzato che la collaborazione deve andare oltre Israele stesso e deve comprendere anche le intelligence straniere, incluse quelle che appartengono a paesi con cui Israele non ha relazioni diplomatiche.

La collezione di informazioni di intelligence è fatta nel rispetto delle leggi, ma dando la priorità alla prevenzione di attacchi più che alla privacy, laddove compaiano contraddizioni tra questi due principi. Due: protezione. Israele ha sviluppato una serie di protocolli robusti, che in molti casi sono il frutto di un processo di apprendimento in seguito ad alcune operazioni fallite. Per esempio, dopo i tentati dirottamenti di aerei israeliani, Israele ha adottato un piano di protezione sofisticata dei propri aeroporti e degli aerei civili. La stessa cosa vale per la protezione dei centri commerciali, della costa, delle sedi israeliane o ebraiche in giro per il mondo e altri obiettivi strategici. In caso di necessità, Israele ha utilizzato anche metodi di “profiling” in questo contesto. Tre: operazioni militari. Le operazioni militari giocano un ruolo importante nella protezione dei checkpoint, dei confini, delle barriere di difese, in modo da evitare l’ingresso di terroristi. Quando ci si trova di fronte a una minaccia che non può essere controllata in altro modo, Israele usa operazioni militari per sventare attentati, sulla base delle informazioni di intelligence acquisite. Ci possono quindi essere arresti quando è possibile, e blitz preventivi quando gli arresti non sono possibili.

Per mettere a punto queste operazioni militari, Israele ha sviluppato varie competenze, come munizioni, unità di soldati vestiti da palestinesi in modo da poter arrivare agli arresti senza essere scoperti o individuati prima. Una delle lezioni più importanti che abbiamo compreso riguarda il fatto che la presenza militare è necessaria nelle aree in cui i terroristi preparano i loro attacchi: senza, la prevenzione diventerebbe invero difficile. Quattro: condizionare i tentativi di costruzione degli attentati. Gli sforzi dei terroristi non possono essere sempre sventati, ma Israele ha adottato una politica per rallentare il più possibile questi tentativi, con interventi proattivi che impediscono ai terroristi di armarsi. Questo ha portato a una serie di operazione nei territori e oltre, e anche al blocco navale di Gaza che ha negato ai terroristi la possibilità di ottenere e utilizzare armi avanzate. Cinque: consapevolezza pubblica. Ogni israeliano è sempre in allerta per individuare minacce potenziali e sa che cosa deve fare ogni volta che riconosce l’esistenza di tale minaccia. Per esempio, un bagaglio abbandonato cattura immediatamente l’attenzione di qualcuno.

La reazione è basata su questi elementi: Uno: operazioni militari. Israele è sempre in stato di alta allerta per reagire militarmente o con la polizia a qualsiasi tipo di attacco terroristico. Le forze di sicurezza israeliane intervengono quasi immediatamente e sono in molti casi capaci di salvare vite. Israele ha sviluppato unità speciali, capacità e tecniche per assicurarsi un intervento efficiente. Ma Israele usa anche la sua capacità d’intelligence e militare per reagire in una maniera precisa contro i suoi nemici; Israele ha messo perfettamente in chiaro che nessuna forma di terrorismo è immune dalla punizione, che sia compiuto materialmente o semplicemente incitato. Allo stesso tempo, Israele si impegna molto più di ogni altro paese per cercare di minimizzare i danni non intenzionali che le azioni militari potrebbero provocare alle persone non coinvolte. Due: reazione difensiva. Israele ha sviluppato una quantità di strumenti che consentono di reagire difensivamente quando è attaccato da una organizzazione terroristica. L’esempio più famoso è Iron Dome (il sistema antimissile) che consente di intercettare missili e razzi. Tre: attività legale. La legge e il sistema legale israeliani sono adeguati alla necessità di combattere i terrorismo e punire quanti incitano il terrore o lo compiono. fornisce inoltre la base legale per le operazioni militari contro il terrorismo.

Tra le altre cose, la legge, che è basata in gran parte sulla legge prevalente durante il Mandato britannico, consente al governo di mettere fuori legge le organizzazioni coinvolte nel terrorismo. Le agenzie di sicurezza israeliane potrebbero in via temporanea detenere i sospetti con detenzione amministrativa se c’è la possibilità che mostrare prove in tribunale riguardanti il loro coinvolgimento con il terrorismo potrebbe danneggiare le nostre capacità d’intelligence. Israele, ovviamente, aderisce alla legge internazionale e alla legge sui conflitti armati e alla legge umanitaria. Quattro: resilienza. L’abilità di sopportare un attacco terroristico o una campagna di terrore e di recuperare in fretta è una capacità nota della società israeliana. Con una lunga storia di attacchi terroristici, gli israeliani purtroppo hanno ormai capito che il terrore è parte delle loro vite e che a volte la prevenzione e la reazione al terrore non riescono a garantire sicurezza assoluta. Ma quando capita una situazione di questo genere, il governo e la popolazione sono ben addestrati e capaci di mantenere l’ordine e una routine giornaliera normale.

Il sistema educativo, la polizia, gli agenti di primo soccorso, e il Comando del fronte domestico dell’esercito (quando necessario) hanno sviluppato una capacità speciale nel preparare la popolazione, aumentare i suoi livelli di resilienza e operare sistemi che provvedano alle necessità del pubblico. Questo erode considerevolmente l’impatto strategico del terrorismo. Cinque: deterrenza. Modellare il pensiero del nemico riguardo alla risposta attesa al prossimo tentativo di attacco terroristico in modo da convincere il terrorista ad astenersi dal compierlo è sempre un obiettivo critico dell’attività israeliana di antiterrorismo. Ovviamente, tutto ciò che è stato menzionato sopra riguardo la prevenzione, la reazione e la resilienza sono elementi che contribuiscono alla creazione della deterrenza, ma al di sopra di questo il sistema di punizione ha un ruolo significativo nella deterrenza del prossimo terrorista. Di recente, Israele ha ripreso in questo contesto la pratica di demolire le case dei terroristi. Anche la politica gioca un ruolo importante nel costruire la deterrenza.

L’impegno a non consentire al terrorismo di ottenere un vantaggio strategico è un elemento chiave in questo ambito, e con pochissime eccezioni (soprattutto negli accordi per il rilascio di israeliani rapiti) è stato tenuto dai governi israeliani. Un altro elemento importante nella strategia generale è gestire la radicalizzazione – sia la sua prevenzione sua la deradicalizzazione di quanti sono già indottrinati. Israele tenta di mobilitare la comunità internazionale per mettere pressione ai palestinesi affinché pongano fine al loro indottrinamento all’odio e alla programmazione della mente dei palestinesi a sostenere e compiere atti di terrorismo fin da giovani. Oltre a questo, Israele cerca anche di fare in modo che i palestinesi abbiano migliori standard di vita in base all’idea discutibile che se i palestinesi hanno una vita migliore, saranno meno inclini ad adottare posizioni radicali e a sostenere il terrore. In realtà, non c’è prova che esista una tale connessione. L’indottrinamento all’ odio è troppo profondo e ha poco a che fare con quello che fa Israele, ma con la sua vera esistenza e con ciò che rappresenta. Per concludere, a strategia complessiva di antiterrorismo di Israele è un approccio a tutto tondo che è stato sviluppato per tentativi. Capire gli obiettivi e la strategia del nemico e il contesto in cui opera ed essere abbastanza agili da adottare risposte adeguate ha consentito a Israele di diventare il leader mondiale nella lotta contro il terrorismo.

Yossi Kuperwasser, dal libro “A shared enemy: a shared defence. Lessons from Israel’s response to terror” presentato a Roma alla Camera dei Deputati, il 15 marzo 2017

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                                                                      METZAD

Metzad is a Jewish community located in the Judean Mountains with a population of 260 people.

Israele, sotto il sole di un nuovo rinascimento

Micaela De Medici, Israele, sotto il sole di un nuovo rinascimento

Sette, 10 marzo 2017

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Un candore luminoso si sprigiona dalle mura di Gerusalemme nell’aria tersa del tramonto. Si riverbera dagli edifici in pietra calcarea e, per contrasto, si fa ancora più intenso durante l’ora blu, quando il giorno scivola nel crepuscolo. Per questo la chiamano “la città d’oro”. Un’eredità di migliaia di anni fa, quando le case venivano costruite con la pietra bianca proveniente dai monti vicini; eredità raccolta nel 1921 da Herbert Samuel, Alto Commissario della Palestina durante il Mandato britannico, che rese obbligatorio ricoprire di questo materiale anche le nuove costruzioni. Chi arriva a Gerusalemme non può non avvertirne, prepotente, il fascino. Città santa per le tre grandi religioni monoteiste – ebraismo, cristianesimo e islam -, luogo di difficili convivenze e di conflitti, qui più che altrove il legame tra passato e presente resta forte e denso di significato.

Per rendersene conto, basta camminare per le vie della Città Vecchia che si estende su un’area di circa un chilometro quadrato, circondata dalle mura fatte costruire nel 16mo secolo da Solimano il Magnifico e divisa in quattro quartieri – ebraico, armeno, cristiano e musulmano. A pochi passi l’uno dall’altro convivono architetture che recano l’impronta di storie e culture differenti: il Muro Occidentale, dove gli ebrei offrono le loro preghiere infilando frammenti di carta nelle fessure tra le pietre la Via Dolorosa, percorsa da Gesù per arrivare al Golgota, e la basilica del Santo Sepolcro; la Cupola della Roccia, santuario islamico completato nel 691 d.C. sul Monte del Tempio.

Un cambio di ritmo. Sarebbe però riduttivo pensare a Gerusalemme solo nella sua valenza sacra. In realtà, dopo una battuta d’arresto negli anni successivi al 2000 (quando esplose la Seconda Intifada), a partire dal 2010 la città è stata protagonista di una vera e propria rinascita, tutt’ora in corso. Una rinascita che passa attraverso musei, festival, spazi creativi, hub destinati all’innovazione, senza dimenticare la riqualificazione di aree fino a pochi anni fa dismesse o degradate, trasformate oggi in vivaci luoghi di shopping e di ritrovo, animati dalla mattina fino a tarda notte.

Un esempio di questa metamorfosi è il Machane Yehuda Market, coloratissimo mercato dove, di giorno, ci si perde tra montagne di generi alimentari di ogni tipo, dalla frutta secca ai felafel, dalle verdure alla challah, il pane dello Shabbat; di notte, invece, lo “shuk” — come viene chiamato in modo informale — si anima di una folla di giovani, buongustai, hipster e turisti che tirano tardi nei localini con la musica a tutto volume. Un percorso analogo è quello che ha portato la First Station, ex stazione ottomana, la più antica della città, inaugurata nel 1892 con il primo treno che collegava Jaffa a Gerusalemme, a trasformarsi in un centro di cultura e svago dove hanno trovato posto ristoranti, bar e caffè, spazi per la musica dal vivo e giostre per bambini, nonché un mercato a chilometro zero.

Un nuovo linguaggio. Il processo di valorizzazione urbana ha coinvolto anche la Anna Ticho House e la Hansen House, entrambe risalenti al XIX secolo: la prima, un tempo residenza privata dell’oftalmologo Abraham Ticho e di sua moglie Anna, artista, ospita oggi esposizioni d’arte e fotografia e un caffè-ristorante sulla terrazza; la seconda invece, ex ospedale destinato ai malati del morbo di Hansen, è stata riconvertita in un centro culturale che ospita mostre, festival e residenze per artisti. Meta irrinunciabile per gli appassionati di architettura contemporanea è poi il Van Leer Institute, centro di studi e ricerche interdisciplinari (numerose le attività aperte al pubblico), risultato di un attento lavoro per ridisegnare il campus in armonia con i tre edifici originari degli Anni Go: una sorta di omaggio alle strutture storiche, “reinterpretate” attraverso un nuovo linguaggio contemporaneo, nel quale le linee orizzontali e la luce che entra dalle enormi vetrate si fondono perfettamente con il verde che li circonda.

Micaela De Medici, Israele, sotto il sole di un nuovo rinascimento

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                                                                                     NILI 

Nili is a Jewish community located in the Binyamin region with a population of 200 families.