La favola della deriva autoritaria

David M. Weinberg, La favola della deriva autoritaria

Informazione Corretta, 18 aprile 2017

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Mancano ancora sei settimane a Yom Jerushalaim, ma i soliti noti hanno già lanciato l’attacco. A loro avviso, non c’è stata alcuna miracolosa vittoria nella Guerra dei Sei giorni; non bisogna festeggiare la possibilità per gli ebrei di tornare a vivere in Giudea e Samaria; non va celebrata la storica riunificazione di Gerusalemme; non è avvenuta nessuna liberazione dei luoghi sacri all’ebraismo; non c’è alcun riscatto nazionale, alcuna di cultura ebraica e di creatività popolare; proprio niente da festeggiare! C’è solo da lamentarsi per l’ “occupazione” radicata della Cisgiordania. L’autodeterminazione palestinese sarebbe stata soffocata da Israele e questo getta su tutto un luttuoso velo di tristezza. Peggio ancora, a loro avviso, “l’anima di Israele è stata sporcata”, a quanto pare, da questa “occupazione”. Il quotidiano britannico Guardian ha aperto le danze settimana scorsa, dando spazio (senza nessuna voce contraria) alle acide recriminazioni di due dirigenti in pensione dello Shin Bet, Amy Ayalon e Carmi Gillon, ospiti d’onore ad un evento gerosolimitano a sostegno della discussa organizzazione “Breaking the Silence “.

Gillon ha dipinto un quadro desolante sulla traiettoria politica di Israele. Ha detto che “l’occupazione porta Israele verso il disastro”. Ha poi aggiunto: “Questo paese si è fondato sui valori della democrazia liberale; valori che sono stati traditi. Se analizziamo gli eventi degli ultimi 50 anni, vediamo ovunque il macabro effetto dell’occupazione. Israele è cambiata in profondità. Siamo diventati una società disgustosa.” Ed Ayalon ha aggiunto altre calunnie. Secondo lui Israele sarebbe sopraffatta da un processo che lui chiama “deriva autoritaria”. Ha citato le recenti iniziative di legge di ministri del governo Netanyahu per limitare l’influenza nelle scuole di gruppi come Breaking the Silence e per renderne più trasparenti i bilanci, e ci ha aggiunto quelli che lui chiama gli “attacchi” alla Corte Suprema e all’indipendenza dei media. In breve, tutti i valori liberali, progressisti, democratici, buoni e santi verrebbero schiacciati da questa oscura e terribile occupazione. Bla, bla, bla. Si tratta di una favola che toglie ad Israele legittimità e rispetto.

Ed il Guardian, ovviamente, se la è bevuta. Questa propaganda, che puzza di cadavere della Guerra Fredda, è una frottola pericolosa. Mantiene in vita il mito della presenza israeliana in Giudea e Samaria che sarebbe “immorale ed illegale”; esagera l’impatto del governo militare di Israele nei Territori; passa sotto silenzio la piaga della corruzione e della cleptocrazia dell’ANP; evita di menzionare l’intransigenza dei palestinesi; e insinua che nella società israeliana esisterebbe questa inesistente voglia di dittatura, assecondata nientemeno che da tutti i partiti politici. Diciamo pure che è intollerabile. Bisogna respingere in ogni modo questa diffamazione. E’ ora di affermare con chiarezza che il ritorno di Israele in Giudea e Samaria è legittimo e non è immorale. Il controllo militare sulla “Grande Israele” è una fonte di stabilità per la regione regionale, non di conflitti. L’assenza di pace e di riconoscimento reciproco derivano dagli ostinati e continui rifiuti dei palestinesi, non da una inesistente inflessibilità israeliana. Se la “corruzione” vi preoccupa così tanto, fatevi qualche domanda: cosa corrompe di più? L'”occupazione” della Cisgiordania o il ritiro israeliano da Gaza? Che cosa ha portato più morte e più sofferenza, per palestinesi e israeliani? Il controllo israeliano di Giudea e Samaria? Oppure il ritiro israeliano da parti della Cisgiordania e da tutta Gaza, che porta alla nascita di enclave terroristiche palestinesi e alla creazione di un’Autorità palestinese corrotta e ha consegnato Gaza alla dittatura di Hamas?

E cosa dovrebbe fare Israele? Rafforzare i confini, costruire più recinzioni, in modo che altri terroristi palestinesi possono scavarci sotto, per poi continuare ad opprimere il proprio popolo dalla loro parte del confine? O forse Israele deve sperimentare nuovi modelli di convivenza per un futuro migliore? E come può farlo se la comunità internazionale continuerà a sperperare decine di miliardi di dollari che finiscono nelle tasche di autocrati e terroristi? Per quanto riguarda questa fantomatica strisciante tirannia di cui Israele sarebbe vittima. Questi sono solo le lamentele trite e ritrite di una vecchia classe politica, messa alla porta democraticamente dagli elettori israeliani or sono trent’anni. Nessuno dovrebbe perdere tempo con questa gente, sconfitti in patria e screditati sul fronte diplomatico. Dopo tutto, sono loro che hanno venduto all’opinione pubblica israeliana la storia secondo cui Yasser Arafat sarebbe stato un partner di pace; che incautamente hanno sostenuto la teoria secondo cui il ritiro da Gaza avrebbe portato la pace; e ora, con incredibile faccia tosta, vogliono farci credere che nientemeno che “l’anima” di Israele e la “fibra morale” sarebbero a rischio e l’unico modo per salvarli sarebbe un ritiro unilaterale! Sbagliavano ieri, e sbagliano oggi. Sarebbe interessante approfondire come mai si presti loro ancora così tanto ascolto. Ma in ogni caso, non sono credibili. E’ vero che al momento nella vita politica israeliana i partiti conservatori e tradizionalisti sono maggioranza. Ma una maggioranza democraticamente eletta non è una tirannia.

Questo è il mio messaggio per tutti i corrispondenti esteri che si preparano a scrivere i loro report sul cinquantesimo anniversario della guerra dei Sei Giorni.

Primo. Si prega di notare che l’anima di Israele sta benissimo. I valori liberali sono tenuti in alta considerazione. I diritti umani sono difesi in maniera viscerale dall’opinione pubblica. Le nostre istituzioni democratiche sono sane e robuste.

Secondo. L'”occupazione” non sta avvelenando il futuro di Israele. Il continuo conflitto con i palestinesi non piace a nessuno e comporta dei costi, ma in gran parte non è colpa di Israele e nemmeno rappresenta un peso che starebbe schiacciando il Paese. Israele è molto di più del conflitto con i palestinesi. Il conflitto non dovrebbe essere la lente deformante attraverso cui guardare o giudicare tutta la società israeliana.

Terzo. L’intera regione è un posto molto complicato, di cui i palestinesi e le loro lamentele sono parte. Ma una parte soltanto. C’è molto di più, oltre a questo melodramma sui “50 anni di occupazione”. A proposito del quale, se avete intenzione di scriverci sopra, provate a commentare i 50 anni di errori gravi palestinesi, i loro fallimenti nel costruire una democrazia e le numerose opportunità per la pace sprecate dalla leadership palestinese.

Quarto. Abbiate per favore rispetto per i successi di Israele, la sua perseveranza, e per il nostro punto di vista sulla situazione geopolitica. Con po’ di pazienza – forse per altri 50 anni – le cose si metteranno per il meglio. Israele continuerà a rafforzarsi, le élite arabe matureranno ed emergeranno nuove possibilità di risolvere il conflitto.

David M. Weinberg, La favola della deriva autoritaria

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                                                                              BEIT YATIR

Beit Yatir is a Jewish community located in the Hebron Hills.

 

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I complimenti di Hamas per la vittoria di Erdoğan e gli insulti del Sultano ad Israele

Riccardo Ghezzi, I complimenti di Hamas per la vittoria di Erdoğan e gli insulti del Sultano ad Israele.

L’ Informale, 17 aprile 2017  

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La Turchia ha compiuto un grande passo sulla strada dello sviluppo, raggiungendo un nuovo successo” ha twittato Izzet Er-Resa, uno dei leader di Hamas, inviando le sue congratulazioni al presidente turco Erdoğan, al primo ministro Binali Yildirim e ai leader dei partiti politici turchi.
L’Olp, Organizzazione per la Liberazione della Palestina, dal canto suo non ha mancato di esprimere la propria felicità per il voto, sostenendo che il risultato del referendum potrà contribuire alla stabilità della Turchia e a garantire maggior sostegno alla causa palestinese.
L’entusiasmo palestinese per la vittoria di Erdoğan, sia pur striminzita nei numeri (il 51% ha votato Sì alla sua riforma), è comprensibile. Il responso delle urne consegna al nuovo “sultano” un potere spropositato, ben al di là di una normale repubblica presidenziale, senza sufficienti garanzie di contrappesi e controlli reciproci tra potere esecutivo (il presidente) e potere legislativo (il parlamento). Un percorso già avviato con l’introduzione dell’elezione diretta del presidente nel 2014.
Recep Tayyip Erdoğan ha dimostrato di avere le idee chiare sul sistema presidenziale da lui auspicato, sostenendo nel discorso di fine anno del 2015 che «Ci sono esempi in tutto il mondo. E ci sono anche esempi nel passato, se si pensa alla Germania di Hitler, è possibile vederlo».
La riforma costituzionale, approvata ieri, elimina la figura del primo ministro e riduce sensibilmente i poteri del parlamento. In ossequio al presidenzialismo della Germania di Hitler.

Non è solo questo però ad entusiasmare Hamas e l’Olp. L’atteggiamento del “Sultano” nei confronti di Israele è sicuramente di buon auspicio per i leader palestinesi.
Nel gennaio 2009 a Davos, in Svizzera, durante la Conferenza del World Economic Forum, l’allora primo ministro turco si è rivolto all’omologo israeliano Shimon Peres con queste parole: «Capisco che vi possiate sentire un po’ in colpa (…) Quanto ad ammazzare, voi sapete ammazzare molto bene. Sono bene al corrente che avete ammazzato bambini sulle spiagge» prima di essere interrotto dal moderatore e abbandonare infuriato la conferenza per protestare contro “l’eccessivo spazio” dato a Peres.
Un anno e cinque mesi dopo, nel maggio 2010, il famoso incidente della “Freedom Flotilla”: la nave battente bandiera turca “Mavi Marmara”, in testa ad una flottiglia di attivisti filopalestinesi, era stata intercettata dalla marina israeliana mentre tentava di violare il blocco di Gaza. Quando i soldati delle forze speciali israeliane si sono calati dagli elicotteri a bordo della nave, sono stati aggrediti dagli attivisti armati di bastoni, coltelli, catene e sbarre metalliche. La reazione dei militari, dieci dei quali feriti tra cui due gravemente, ha provocato 9 morti tra gli aggressori. Anche in quell’ occasione Erdoğan non le ha mandate a dire, definendo “terrorismo di Stato” il raid sulla nave turca che stava violando il blocco, con attivisti armati fino ai denti e pronti ad ingaggiare uno scontro con i commando israeliani. Il premier turco ne ha approfittato per accusare Israele di rappresentare “la principale minaccia per la pace regionale“, arrivando a chiedere che gli impianti nucleari israeliani fossero ispezionati dall’AIEA (Associazione Internazionale per l’Energia Atomica) e ad accusare il governo di Gerusalemme di aver trasformato Gaza in una “prigione a cielo aperto“.
Nel 2013 è tornato alla carica, definendo il sionismo un “crimine contro l’umanità” paragonabile a islamofobia, fascismo e antisemitismo.
Nel 2016 Israele e Turchia hanno firmato un accordo di riconciliazione e Gerusalemme ha espresso ufficialmente rammarico per la morte dei nove attivisti turchi a bordo della Mavi Marmara. I precedenti del Sultano turco, però, continuano ad essere musica per le orecchie dei dirigenti di Hamas e dell’Olp

Riccardo Ghezzi, I complimenti di Hamas per la vittoria di Erdoğan e gli insulti del Sultano ad Israele

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Salit is a Jewish community located in the Samarian hills with a population of 500 people.