Un solo stato per sopravvivere

Federico Steinhaus, Un solo stato per sopravvivere

 L’Informale, 20 febbraio 2017

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L’incontro fra Trump e Netanyahu ha lasciato aperte molte opzioni, inclusa quella dell’annessione unilaterale della Cisgiordania da parte di Israele, caldeggiata da una parte della destra israeliana ed ovviamente avversata da tutti i benpensanti liberali. Vale la pena, per avere una visione un po’ più chiara del problema, di riportare quanto ha scritto un giornalista americano protestante e liberale, Hunter Stuart.
Egli professava il pluralismo, la tolleranza, la diversità, i diritti dei gay, l’accesso all’aborto, il controllo delle armi, e, come parte del suo credo, l’ingiustizia dei comportamenti di Israele nei confronti dei palestinesi. In luglio, da Gerusalemme, egli aveva scritto un articolo che “l’occupazione è un atto di colonialismo che provoca sofferenza, frustrazione e disperazione”.  

Stuart aveva deciso, nell’ estate del 2015, di trascorrere un anno e mezzo in Israele e Palestina come freelance, allo scopo di verificare sul campo le proprie opinioni sul conflitto.
Nelle prime settimane trascorse a Gerusalemme il giornalista ha costantemente discusso e sovente litigato con i suoi primi amici israeliani, ed aveva cercato di convincerli che solamente una piccola minoranza dei palestinesi era favorevole agli attentati terroristici, ma una ricerca demoscopica di PEW Research del 2013, fatta contattando migliaia di musulmani nel mondo, aveva scosso le sue opinioni: alla domanda se ritenessero che gli attentati suicidi contro civili fossero l’arma migliore per “difendere l’Islam dai suoi nemici”, solamente una minoranza dei musulmani, dal Libano all’Egitto, dal Pakistan alla Malaysia, aveva supportato questo strumento – con la sola eccezione dei palestinesi, tra i quali era favorevole il 62% degli interpellati.

Quando, nell’ottobre 2015, cominciò a Gerusalemme quella che fu definita l’intifada dei coltelli, con quasi quotidiani accoltellamenti di civili per strada ed automobili che investivano le persone in attesa del tram o dell’autobus, Stuart pensò che la responsabilità ricadesse sugli israeliani, che occupavano i territori palestinesi, e che finita questa occupazione sarebbero cessati anche gli atti di terrorismo. Questa tesi, molto diffusa all’epoca fra gli occidentali, gli sembrava assolutamente corretta, e lo scrisse in qualche articolo. Ma quando andò nella parte araba di Gerusalemme, nel quartiere di Silwan, per constatare quali fossero i sentimenti della popolazione, fu immediatamente circondato da ragazzi sui 13 anni che gli urlavano in faccia “Ebreo! Ebreo!” con un odio incontenibile. Lui rispose in arabo di non essere ebreo e questi ragazzi si calmarono; più tardi un palestinese che viveva in quel quartiere gli disse che se fosse stato ebreo non ne sarebbe uscito vivo.

Quando su un autobus urbano fu assassinato l’amico di un suo amico, un insegnante di inglese in una scuola mista israelo-palestinese, Stuart andò ad intervistare i genitori di uno degli assassini ventenni, e scoprì che erano stati pagati con 20.000 shekel (circa 5.000 Euro) per assaltare l’autobus. Ancora un anno dopo a Gerusalemme est si potevano vedere ovunque i loro ritratti su poster che li esaltavano come martiri. Un altro momento cruciale della conversione di Stuart dalle opinioni radicali che professava fu quando il segretario dell’ONU Ban Ki-Moon, nel gennaio del 2016, disse che “fa parte della natura umana reagire all’occupazione”. Stuart divenne consapevole del doppio standard che a priori condannava Israele, ad esempio per la politica di uccidere sul posto i terroristi che assalivano i civili, mentre in tutto il mondo – Stati Uniti inclusi – le polizie facevano altrettanto senza che Amnesty International o chiunque altro se ne scandalizzasse. Questi liberali volevano in tal modo “trovarsi dalla parte giusta”, ma non si rendevano conto del fatto che le loro idee non coincidevano con la realtà.

Viaggiando nei territori palestinesi, da Ramallah a Hebron a Nablus ed a Gaza, Stuart si fece molti amici fra i palestinesi che incontrava, ma constatò anche che le loro idee sulla fine del conflitto fossero sempre radicali: anche i più colti e gentili e benestanti fra loro non si accontenterebbero di una soluzione dei due stati, ma vogliono riavere il 100% della Palestina e parlano non di convivenza ma di espulsione degli ebrei. Queste persone, in maggioranza, sono anche convinte che il terrorismo sia frutto di cospirazioni occidentali: un’amica giornalista libanese, ventisettenne, era ad esempio convinta che gli attacchi terroristici di Parigi fossero in realtà opera del Mossad.
Io conosco un mucchio di israeliani ebrei pronti a condividere la terra con i musulmani palestinesi, ma per qualche ragione è quasi impossibile trovare un palestinese che la pensi allo stesso modo…essi sembrano dimenticare che gli ebrei vivono in Israele da migliaia di anni, insieme a musulmani, cristiani, drusi, atei, agnostici e così via, spesso in armonia“. Stuart si è convinto, prima di fare ritorno negli Stati Uniti, che quella di creare uno stato palestinese non sia poi una gran bella idea. Se avessero il loro stato in Cisgiordania, argomenta Stuart, chi ci dice che non eleggerebbero Hamas, che vuole annientare Israele? E’ quel che è successo nel 2006 Gaza con elezioni democratiche. Avere Hamas che controlla la Cisgiordania e metà Gerusalemme sarebbe un suicidio per Israele.
Questo è quanto ha scritto Stuart qualche giorno fa sul Jerusalem Post. Non è detto che si debba essere d’accordo con lui, in fondo la politica è anche l’arte di rendere possibile quel che pare impossibile, ma è indubbiamente interessante conoscere il punto di vista di una persona aperta al mondo, che ha cambiato la propria opinione addirittura sovvertendola, e ne fa oggetto di discussione.

Federico Steinhaus, Un solo stato per sopravvivere

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                                                        MASUA masua

 Masua is a Jewish community located in the Jordan River Valley with a population of 140 people.

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The Netanyahu-Trump Meeting: A Pivotal Moment

Ari Lieberman,  The Netanyahu-Trump Meeting: A Pivotal Moment

Frontpage Mag, 15 febbraio 2017

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President Trump and Prime Minister Benjamin Netanyahu of Israel are slated to meet on Wednesday in their first official state meeting. The two leaders are personal friends and have known each other for some time. Certainly the dynamic of the rapport is far different than the toxic environment that characterized the Obama -Netanyahu relationship. Indeed, the fact that Trump sought this meeting so soon after the inauguration demonstrates with utmost clarity that he places a high premium on the U.S.-Israel alliance and seeks to reset ties so frayed after eight deleterious years of Obama.

Aside from their personal friendship, the two leaders see eye-to-eye on many matters of national and international import. One of Trump’s key campaign promises was the construction of a wall that would safeguard America’s southern border. On a number of occasions, Trump cited Israel as an example of a nation that successfully protected its citizens from terrorists and illegal infiltrators through the construction of sophisticated barriers along its vulnerable frontiers. No doubt he will be seeking Israeli know-how and drawing on the Israeli experience when embarking on his ambitious wall project along the Mexican border. 

Unlike Obama, who attempted to undercut Israel at every turn, Trump sees Israel as a key strategic ally with shared moral and ethical values in a dangerous region devoid of democratic principles. The two leaders are set to coordinate their strategies to meet a plethora of daunting challenges.

The primary challenge facing both Israel and the West is the Islamic Republic of Iran and the mullahs will almost certainly be at the top of the agenda when the two leaders meet. With its illicit ballistic missile program, interference with maritime traffic, state sponsorship of international terrorism, support for anti-Western proxy armies, toxic rhetoric and imperialistic designs, Iran has established itself as the premier enemy of the West and a malign regional influence. But it is its rogue nuclear program above all else that renders the Islamic Republic a clear and present danger.

Technically, Iran’s nuclear program is constrained by the Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA) or the so-called Iran deal. The deal was haphazardly orchestrated and spearheaded by Obama in a desperate bid to establish some form of foreign policy legacy. Instead, the JCPOA with its limitless loopholes and secret side deals – all benefiting the mullahs – rendered the world a much more dangerous place and left Trump to inherit Obama’s mafia debts. 

The JCPOA’s international dimensions and involvement of the P5+1 renders the option of simply tearing up the deal imprudent. But the U.S. can insist on modifications aimed at ensuring more transparency and establishing better mechanisms for verification. For example, Iran’s opaque facility at Parchin, where it conducts its most highly secretive nuclear experiments, remains off limits to inspectors. Instead, the Iranians are permitted to gather and hand over their own soil samples for inspection. That’s like placing Lance Armstrong guardian of his own urine sample. It is simply ludicrous and this provision needs to be changed to allow unfettered access to all sites where Iran conducts nuclear-related activities. In addition, another provision in the JCPOA allows the Iranians to have nearly a month’s advance notice before a site can be inspected allowing the mullahs sufficient time to remove evidence of malfeasance. Clearly, this provision must be re-worked as well.

The likelihood of Iran agreeing to these and other changes is slim which means that confrontation with the Islamic Republic is inevitable. The only question is whether to confront the aggression now, while Iran is not nuclear capable or later when it acquires a nuclear weapon. 

Ever since the execution of the JCPOA, the mullahs have been testing the limits of U.S. patience. Obama overlooked all Iranian transgressions – including the kidnapping of 10 U.S. Navy personnel – and allowed America to endure humiliation after humiliation at the hands of a third rate power. This naturally lowered America’s credibility and prestige in the eyes of its allies and enemies alike. Clearly, Trump and Netanyahu will formulate a blueprint to coordinate a robust strategy to combat the Iranian malignancy and unlike Obama, this blueprint leaves the military option on the table.

Israeli communities in Judea and Samaria and hostility that Israel faces at the United Nations on a daily basis will also be high on the agenda. Obama’s parting shot at Israel was United Nations Security Council resolution 2334, a vile and mendacious resolution that views the Israeli presence in its ancestral lands as a “flagrant violation of international law.” 

Both Trump and Netanyahu view the UN as a flawed body where anti-Western schemes are hatched by third world despots. But the U.S. wields considerable influence at the UN because it contributes nearly ¼ of its budget. The U.S. taxpayer dollar would be more useful if allocated elsewhere and a tug at the UN purse strings would be sufficient to jolt some sense into that hijacked body and steer it back on course. A UNSC resolution reversing resolution 2334 or at least removing its most odious provisions would be a good start. The Trump administration’s recent blocking of a Palestinian official to be the UN’s envoy to Libya demonstrates the commitment the new administration has toward redressing some of the more egregious UN practices.

As for the so-called settlements, Trump has publicly stated that he does not view them as obstacles to peace but qualified his position somewhat when he noted that they are not helpful either. That relatively benign viewpoint represents a refreshing break from the past when toxic, anti-Israel vitriol flowed from the White House whenever a resident of Judea and Samaria constructed an additional bathroom. 

Netanyahu will likely seek a commitment from Trump to uphold assurances made by George Bush implicitly acknowledging the legality of at least some settlements and allowing for unfettered construction in settlement blocs and in areas that Israel will almost certainly hold in any future agreement with the Palestinian Authority. This includes areas in and around Jerusalem as well as the Jordan Valley, a region that Israel views as of paramount strategic importance due to its obvious defensive characteristics.

Netanyahu will likely raise the embassy move to Jerusalem. Under the Jerusalem Embassy Act of 1995, the American embassy must be moved from Tel Aviv to Jerusalem but the law allows the executive to exercise a waiver every six months, which all presidents have opted to exercise since the law’s passing. Trump expressed enthusiastic support for such a move during the campaign only to be noncommittal once assuming office. Nevertheless, the Jerusalem Embassy Act enjoys widespread support among many of his top advisers as well as bipartisan congressional support.

The two leaders will also discuss the emergence of radical Islam – both of the Sunni and Shia variety – and the threat that this malevolent ideology poses to regional allies as well as the West. Trump has made the destruction of ISIS a top campaign promise and will draw on Israel’s valuable expertise in combatting the scourge of Islamic terrorism. 

ISIS and Hamas remain poised at Israel’s southern border. ISIS and Hezbollah operate with virtual impunity in lawless Syria. Netanyahu will seek to convince Trump of the absurdity of ever returning the strategic Golan Heights to Syria and will try to persuade him to recognize the legality of Israel’s 1981 annexation of the strategic plateau. A forceful presidential statement to that effect would severely undermine decades of perverse UNSC resolutions condemning Israel’s “unlawful occupation” of the Golan. 

Whatever the results of this meeting, it will stand in stark contrast to the first encounter between Netanyahu and Obama. During that disastrous 2010 meeting, Obama tried to  publicly  humiliate Netanyahu. One Israeli commentator dryly noted that “Bibi received in the White House the treatment reserved for the president of Equatorial Guinea.” But with the rise of Islamic extremism, frustration with Iran, Palestinian intransigence and recognition that Israel represents an outpost of democracy in a sea of Islamic medievalism, things will certainly be different this time around.

Ari Lieberman, Frontpage Mag

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                                                                           RACHELIM rehelim

Rachelim is a Jewish community founded in 1991 and located in the Samarian hills, with a population of 45 families.

Israele, la Knesset approva la legge che regolarizza gli insediamenti in Cisgiordania

Giordano Stabile, Israele, la Knesset approva la legge che regolarizza gli insediamenti in Cisgiordania

La Stampa, 7 febbraio 2017

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La Knesset, il Parlamento israeliano, ha approvato ieri a tarda sera, con 60 voti favorevoli e 52 contrari, la legge per la legalizzazione degli insediamenti ebraici su terre private palestinesi. Il provvedimento, che ha spaccato in due il Paese, arriva dopo il drammatico sgombero dell’avamposto di Amona, mercoledì scorso, dove 42 famiglie hanno dovuto lasciare le loro case per l’applicazione di una sentenza della Corte suprema di Gerusalemme.

Il provvedimento, spinto dai partiti di destra della coalizione al governo, in particolare Focolare ebraico del ministro dell’educazione Naftali Bennett, punta a prevenire altri sgomberi del genere, ma va contro la comunità internazionale, a partire dall’Onu, che vede negli insediamenti un «ostacolo» al processo di pace con i palestinesi. Il premier Benjamin Netanyahu ha comunque deciso di accelerare, ieri, al termine dell’incontro con il primo ministro Theresa May a Londra, dove fra l’altro ha discusso delle minacce missilistiche dell’Iran. In un primo momento, il premier sembrava deciso a rimandare il voto, ma fonti del suo partito hanno fatto sapere che la tempistica era legata al necessario coordinamento con gli Stati Uniti, anche in vista del vertice con Trump il 15 febbraio a Washington. Netanyahu, da Londra, ha specificato che gli Usa erano stati «avvertiti».

La legge si propone di «regolarizzare gli insediamenti in Giudea e Samaria (cioè la Cisgiordania) e consentire il loro continuo stabilirsi e sviluppo». Il provvedimento agisce in forma retroattiva, stabilisce un meccanismo di compensazione per i proprietari palestinesi dei terreni su cui sono stati costruiti insediamenti o case: potranno ricevere un pagamento annuale pari al 125% del valore dei terreni per 20 anni o, in alternativa, altri terreni a loro scelta dove è possibile. Ma il Procuratore generale Avichai Mandelblit, assieme ad altri, ha messo in guardia sul rischio che l’approvazione della legge possa portare Israele davanti alla Corte Penale dell’Aja su iniziativa palestinese.

Giordano Stabile, Israele, la Knesset approva la legge che regolarizza gli insediamenti in Cisgiordania

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                                                         MITZPE YERIHO

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Mitzpe Yeriho is a Jewish community founded in 1977 and located in the Judean desert with a population of 1700 people.

Basta esperimenti, serve recuperare il realismo di forti

Fiamma Nirenstein, Basta esperimenti, serve recuperare il realismo di forti

Il Giornale, 22 gennaio 2017

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Caro Presidente Trump, davvero la speranza del mio cuore è che la sua sia una bella presidenza rivoluzionaria. Tanti auguri a lei e al suo Paese. Ogni suo battere di ciglia risuonerà ovunque, ogni sua presa di posizione diventerà una pietra di paragone su cui si misura un mondo in grande sommovimento, in cui si è realizzata la previsione infausta della guerra di religione con l’Islam, in cui le armi di distruzione di massa sono state usate contro donne e bambini in Siria senza che il suo Paese abbia reagito come promesso (è da qui che lei deve ricominciare, col ritessere la tela lacerata dal suo predecessore quando nel 2013 ha consegnato a Putin le chiavi del Medio Oriente in fiamme), in cui la crudeltà nazista dell’Isis è diventata un normale fatto di cronaca.

Il Medio Oriente è stato ritenuto dal suo predecessore solo una zona di esperimenti per i suoi buoni rapporti con il mondo musulmano, ma non gli è riuscito: i suoi consiglieri non sapevano bene chi fosse la Fratellanza Musulmana, madre di tutto l’odio anti occidentale che porta diritto al terrorismo di ogni genere; non sapevano che puntare tante carte sull’Iran, scegliendo l’accordo nucleare come grande acquisizione della presidenza, sarebbe stato molto imprudente. Lei ha l’opportunità di improntare il suo rapporto col Medio Oriente a una visione più realistica, in cui non ci si gioca Israele, l’unico alleato moralmente affidabile, per una medaglietta di politically correct avallando una risoluzione dell’Onu che sancisce che Israele non ha nessun diritto su Gerusalemme, e quindi espellendone di fatto gli ebrei con un gesto così ignorante, così antistorico, che non lo farebbe neppure un bambino. La sua visione non dovrà essere necessariamente quella di un partigiano, ma, certamente sì, quella di uno statista che sa con che cosa ha a che fare: Israele è la sentinella del mondo contro il terrorismo, l’unica democrazia che rispetta i diritti umani.

La pace coi palestinesi si può ricominciare a discutere solo se il terrorismo viene chiamato col suo nome anche quando lo praticano i palestinesi. In generale, quando il terrorismo sarà visto per quello che è: guerra di religione. In questo lei, signor presidente, è un esperto. Sarà una grande spinta alla trattativa se i palestinesi cesseranno di avere in regalo un lasciapassare internazionale che li riempie di denaro, di credito mai guadagnato. Ma davvero, poi, vogliono uno stato? Che Stato? Democratico? E non la distruzione di Israele? E che se ne faranno di Hamas? Presidente, glielo chieda. Tornare amico di Israele per gli USA significherà cambiare la sua posizione in Medio Oriente, gli restituirà la sua altezza morale e il suo buon senso, il suo diritto alla parola, ormai cancellato da politiche sbagliate. Signor Presidente, lei è un uomo molto pratico, sa benissimo che fra poco la rabbia populista anti elite può mordere anche lei. Quindi, attento a non fomentarla. Bene, l’anno prossimo a Gerusalemme (ci siamo capiti), e così sia.

Fiamma Nirenstein, Basta esperimenti, serve recuperare il realismo di forti

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                                                                           EINAV

Einav is a  Jewish community located in the Samarian hills with a population of 100 families.

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La farsa di Parigi

Niram Ferretti, La farsa di Parigi

L’Informale, 14 gennaio 2017

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La conferenza per la pace in Medioriente che avrà luogo a Parigi il 15 gennaio sarà una grande messinscena, una truffa mediatica il cui scopo, avvolto dalla magniloquente retorica francese, sarà quello di mettere Israele, dopo 70 anni, di fronte all’ unica opzione possibile, la nascita di uno Stato palestinese.

Tutta la storia precedente, dall’ offerta fatta nel 1937 dalla Commissione Peel agli arabi di insediarsi sul 70% del territorio della Palestina, fino alla proposta Olmert del 2008, alle quali sempre gli arabi, poi diventati “palestinesi” hanno costantemente opposto il loro rifiuto, scomparirà nel nulla.

Il perenne rifiuto arabo a tutte le proposte di pace fatte da Israele sarà l’omissione macroscopica. Al suo posto ci sarà, c’è da giurarci, la responsabilità di Israele, il dovere di Israele, la necessità per Israele, di fare nascere uno Stato palestinese. Perché è Israele, dal 1967 in poi, in virtù di una incessante propaganda, a essere presentato al mondo come il principale responsabile del mancato venire in essere di questo Stato, che gli arabi, o meglio i palestinesi, hanno fatto di tutto perché non venisse in essere.

Conferenza decisa con tempismo intenzionale cinque giorni prima che Donald Trump, sulla carta il presidente americano più filoisraeliano del dopoguerra, si insedi operativamente alla Casa Bianca. Conferenza che si appoggerà all’oscena Risoluzione 2334 passata all’ONU il 23 dicembre scorso, la quale ha fatto di Gerusalemme Est e degli insediamenti in Cisgiordania, realtà illegali, “territori palestinesi occupati”, disconoscendo l’impianto stesso della Risoluzione 242 secondo cui Israele non ha alcun obbligo di abbandonare tutti i territori catturati nel 1967, soprattutto dopo avere restituito il Sinai all’Egitto e lasciato Gaza.

Israele sarà il grande assente alla conferenza. Ma non sarà soltanto la sua assenza a pesare, possiamo già esserne certi. L’assenza maggiore sarà quella della verità. E la verità è che mai gli arabi e poi gli arabi-palestinesi hanno accettato l’esistenza dello Stato ebraico. E senza questo essenziale requisito, fondamentale e necessario, conferenze come quella che si terrà domenica a Parigi, in cui la Francia vorrebbe fare da mazziere e distribuire le carte di un futuro assetto mediorientale come ai tempi del suo padronato coloniale, restano solo costose e inutili esibizioni.

Niram Ferretti, La farsa di Parigi

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                                                                             NEGOHOT negohot

Negohot is a Jewish community founded in 1982 and  located in the Hebron Hills with a population of 30 families.

Il Monte del Tempio, dove oggi gli ebrei sono dei paria

Niram Ferretti, Il Monte del Tempio, dove oggi gli ebrei sono dei paria

L’Informale, 11 gennaio 2017

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E’ arrivato il momento che agli ebrei sia concesso di pregare sul Monte del Tempio, ovvero sul luogo più sacro per la religione ebraica, il luogo che è conosciuto anche come Spianata delle Moschee in virtù delle due moschee musulmane edificate su di esso secoli e secoli dopo il primo e il secondo Tempio .

E’ arrivato il momento che il cosiddetto status quo imposto dal 1967 è che impedisce agli ebrei di potere pregare là dove hanno ogni diritto di pregare, sia modificato. Non è più possibile, dopo 49 anni, continuare a tollerare il conculcamento di questo elementare diritto ebraico da parte di un Waqf Islamico il quale impone a un archeologo israeliano, Gabriel Barkay, di non usare le parole “Monte del Tempio” durante una conferenza a un gruppo di studenti americani. In realtà la vigilanza palestinese voleva fosse espulso, ma la polizia israeliana è giunta ad un compromesso, ed è questo, “Tu, ebreo-israeliano, non puoi qui, dove sorgeva il Tempio nemmeno citarlo se vuoi rimanere, se no te ne devi andare”.

D’altronde non è stato forse l’Unesco a proclamare che la memoria ebraica sia cancellata completamente dal principale luogo santo dell’ebraismo decretando che esso venga solo chiamato con il suo nome arabo? Ed è tutto splendidamente conseguente. Coerentemente conseguente. Poiché gli ebrei “con i loro piedi sporchi” non possono “contaminare” il suolo dove si ergono le moschee di Al Aqsa e la Cupola della Roccia, come ha affermato nel 2015 il leader “moderato” dell’Autorità Palestinese, Abu Mazen, dando vita alla lunga serie di accoltellamenti che ha piagato Israele per mesi.

E sempre nel 2015, Lahav Harkov, una giornalista del Jerusalem Post che ha avuto l’ardire di manifestare un momento di commozione mentre si trovava sul Monte del Tempio, si è sentita dire sempre dalla polizia israeliana istigata dalla vigilanza palestinese, “Qui non puoi chiudere gli occhi e piangere perché chiudere gli occhi e piangere è come pregare, se lo fai te ne devi andare”.

Sono solo due dei tanti episodi di bullismo e intimidazione nei confronti di ebrei che non salgono al Monte dei Tempio per provocare, e che la polizia israeliana non può fare altro che subire perché deve applicare una legge iniqua che impedisce agli ebrei di potere, in modo regolato, in giorni stabiliti, salire al proprio luogo sacro e pregare, come accade a Hebron, alla Tomba dei Patriarchi, dove ebrei e musulmani si alternano da decenni in preghiera in un luogo che entrambi considerano sacro.

Sul Monte del Tempio che è anche Spianata delle Moschee, i diritti religiosi degli ebrei sono violati da 49 anni e sono tutelati unicamente quelli musulmani. La concessione di Moshe Dayan fatta nel 1967 di garantire agli arabi il controllo amministrativo del sito nella convinzione che in questo modo esso non si sarebbe trasformato nel fulcro simbolico del nazionalismo palestinese, come tutte le concessioni fatte da Israele, si è rivelata una trappola. Oggi, il Monte del Tempio è stato di fatto requisito dalla protervia musulmana. Quello che all’epoca sembrava un saggio e doloroso accordo basato sulla realpolitik, seppure stipulato pagando un prezzo esorbitante, concedere la tutela del sito più santo per la religione ebraica all’Islam, per il quale esso rappresenta non il primo ma il terzo luogo santo della propria religione, oggi ha trasformato gli ebrei che salgono sul Monte del Tempio in paria protetti dalla polizia israeliana. Paria i quali non hanno nemmeno il diritto di pronunciare le parole “Monte del Tempio” e di commuoversi a rischio di essere cacciati.

Nell’ottobre del 2014, Yehuda Glick, uno dei sostenitori prominenti del diritto degli ebrei di potere pregare sul Monte del Tempio fu vittima di un tentativo di omicidio da parte di un giovane palestinese poi ucciso dalla polizia israeliana ed esaltato dal “moderato” Abu Mazen come un martire.

E’ arrivato il momento, con il sostegno degli Stati Uniti, di concedere agli ebrei la fondamentale libertà di culto che gli spetta, là dove il primo e il secondo Tempio sono esistiti millenni prima che il conquistatore musulmano imponesse, come ha sempre fatto dove si è insediato, il proprio dominio incontrastato.

Niram Ferretti, Il Monte del Tempio, dove oggi gli ebrei sono dei paria

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                                          KFAR ELDAD

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Kfar Eldad is a Jewish community located in the Judean Mountains with a population of 14 families.

The community was founded in 1994.

Nazioni Unite: una vittoria del Jihadismo

Bat Ye’or, Nazioni Unite: una vittoria del Jihadismo

Informazione Corretta, 10 gennaio 2017

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La Risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite 2334, adottata il 23 dicembre 2016, rafforza politicamente la Risoluzione dell’Unesco che ha cancellato la storia di Israele nella sua patria storica, al fine di sostituirla con la versione coranica della Bibbia. Questa Risoluzione delle Nazioni Unite dimostra ancora una volta che sulla politica e la cultura delle istituzioni internazionali c’è il controllo islamico. Sviate dalla loro missione primaria, queste organizzazioni sono diventate strumenti di corruzione e di terrorismo, rafforzando il potere islamico globale. Ma non dimentichiamo che coloro che votano sono capi di Stato, individui pienamente consapevoli e responsabili, motivati da interessi e ideologie spesso criminali, e che non tutti rappresentano le opinioni del popolo che tiranneggiano, compresi quelli delle “democrazie” europee. Le loro ultime Risoluzioni non solo confermano la vittoria del jihadismo e l’ignoranza, ma esprimono anche il successo di anni di sforzi fatti dall’ Europa del dopoguerra che continua a distruggere, diffamare e delegittimare lo Stato ebraico nel nome della giustizia islamica. L’inizio di questo lungo viaggio risale al 1967, in Francia. Ma cosa sono questi “insediamenti” israeliani che ossessionano così tanto le nazioni? Sono vasti territori a migliaia di chilometri da Israele, oltremare e oltreoceano? Come ha potuto questo così piccolo popolo “conquistarseli”? Ricordiamo i fatti: nel 1948, la Lega Araba aveva dichiarato la jihad per distruggere lo Stato ebraico. Gli eserciti di cinque Stati arabi avevano attraversato i confini della Palestina, dove la Risoluzione di Sanremo (1920) aveva riconosciuto la legittimità di un Focolare Nazionale Ebraico. L’ Egitto si era impadronito di Gaza, la Siria si era presa il Golan, e la Transgiordania aveva colonizzato Giudea e Samaria, con la città vecchia di Gerusalemme. Gli ebrei che l’abitavano furono uccisi o cacciati dai coloni arabi, che avevano sequestrato i loro beni e le case e distrutto sinagoghe e cimiteri. Alla fine si giunse ad un armistizio e alle linee di cessate il fuoco (1949), non ci fu una pace né furono riconosciuti confini internazionali. Ma, con grande disappunto di milioni di europei nazisti e dei loro collaboratori, Israele non è stato spazzato via. Anzi, ha persino accolto la maggior parte del milione di ebrei che erano stati derubati e cacciati dai Paesi arabi. Nessuna nazione europea ha protestato contro la colonizzazione islamica di aree ebraico-palestinesi, contro l’espulsione dei loro abitanti ebrei e il sequestro dei loro beni, o contro la persecuzione degli ebrei nei Paesi arabi. Tra il 1949 e il 1967, gli israeliani che erano stati confinati entro una zona limitata, senza frontiere internazionali, hanno resistito ai continui attacchi jihadisti dei loro vicini. Nel 1967, gli eserciti congiunti di Egitto, Siria e Transgiordania avevano di nuovo invaso Israele per distruggerlo, ma questa volta Israele era riuscito a riprendersi tutto il territorio che gli era stato portato via nel 1949, e che nel frattempo era stato ripulito dagli ebrei [ Judenrein ], arabizzato e islamizzato. Questi sono i territori da cui erano stati cacciati gli ebrei palestinesi, e l’Europa li ha denominati “insediamenti” ebraici, quando in realtà erano diventati colonie arabe. Si chiamano Gerusalemme, Giudea e Samaria. La guerra del 1967 si era conclusa con una sconfitta araba. Ancora una volta avevano rifiutato la pace, e linee armistiziali tenevano separati i combattenti. La Risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite 242 (22 novembre 1967) parlava di due ondate di profughi – arabi e ebrei – e le condizioni di una pace che avrebbe dovuto essere negoziata tra Israele e quegli Stati arabi che avevano occupato e colonizzato territori palestinesi, espellendo o uccidendo tutti i suoi abitanti ebrei palestinesi nel 1949. Non erano menzionati gli arabi palestinesi come un popolo distinto: non esisteva. Gli arabi, decisi a distruggere Israele, avevano respinto la Risoluzione. La fulminea vittoria di Israele nel 1967 aveva umiliato la Francia, che, dopo le sue mortali guerre di decolonizzazione e la perdita di innumerevoli colonie, era ansiosa di avvicinarsi agli arabi giocando la carta anti-semita. La Risoluzione 242 era stata redatta in inglese, in Francia fu tradotta in francese, e nella traduzione venne volutamente creato un falso, inserendo “i” davanti a “territori”, un termine che era stato aspramente dibattuto durante i negoziati, per rendere esplicito che non tutto della terra contesa doveva essere incluso. Ed è questo errore di traduzione in francese che oggi è stato imposto. La Francia aveva tenuto stretti legami con il leader palestinese dei Fratelli Musulmani, Amin al-Husseini, Gran Muftì di Gerusalemme, alleato di Hitler e del governo di Vichy. Questa alleanza aveva creato il “popolo palestinese”, espressione inventata dal Presidente palestinese Yasser Arafat, nipote del Mufti e rappresentante dell’OLP. La Francia, che aveva già salvato il Mufti dai processi di Norimberga nascondendolo, fu la prima a riconoscere Arafat nel 1969 e ad imporlo alla Comunità europea ancora reticente. Per ottenere il riconoscimento su un palcoscenico internazionale, il “popolo palestinese” ha utilizzato il terrorismo, con l’innovazione del dirottamento aereo, prendendo in ostaggio la popolazione civile e con attacchi terroristici in Europa. Nel mese di ottobre 1973, Egitto e Siria avevano ancora una volta attaccato Israele, subendo un’altra sconfitta. Ma questa volta l’OIC (Organizzazione di Cooperazione Islamica) aveva dichiarato un boicottaggio del petrolio su tutti i Paesi che non avevano riconosciuto Arafat e l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), e che non avrebbero sostenuto la causa araba (Dichiarazione del Summit arabo alla Conferenza tenuta ad Algeri il 28 novembre 1973). L’Europa si precipitò ad adottare la posizione francese nel dicembre 1973 e, insieme con l’OIC, hanno pianificato un programma di misure politiche destinate a distruggere lo Stato ebraico, negando i suoi diritti sovrani e isolandolo su un territorio indifendibile. La Risoluzione 2334 è ora la ciliegina sulla torta di questa politica, che si è sviluppata in più fasi e costituisce la base per una politica euro-islamica pronta ad unire tutti i settori politici e sociali dell’Unione europea, ed a promuovere il globalismo e l’applicazione dei poteri decisionali sovranazionali delle Nazioni Unite. Per prima cosa è stato creato un artificiale “popolo” di Arabi Palestinesi da sostituire al popolo di Israele. Un esercito di storici europei falsificatori e di cristiani arabi dhimmi ( i non musulmani che si sono arresi a vivere sotto l’slam ) ha sostituito le caratteristiche storiche degli ebrei attribuendole agli arabi. Presi a simbolo della salvezza dalla presunta Occupazione e dalla Colonizzazione simboleggiata da Israele, i palestinesi sono stati paragonati a Gesù, messo sulla croce da un presunto “Nazismo sionista”. Gli Islamofili francesi e antisionisti, Louis Massignon e Jacques Berque, sono stati i promotori di questo rovesciamento dei ruoli tra le vittime ebree del Nazismo e i persecutori Nazisti, assistiti in questo dai loro alleati musulmani sui campi di battaglia e di sterminio, sotto la guida del Mufti. Sono stati islamizzati nomi di città e regioni: Gerusalemme fu chiamato Al-Quds e la Cisgiordania ha sostituito Giudea e Samaria. Jihad e dhimmitudine sono diventate parole tabù. L’OIC ed i suoi satelliti, compresa l’Europa, avevano ordinato l’eliminazione programmata di Israele. Nessun argomento che lo giustifichi, potrebbe ostacolare la sua condanna e la campagna odiosa attuata attraverso parole e linguaggi sconvolgenti. Non c’era possibilità di far valere le proprie ragioni. Né la verità né la moralità potrebbero cambiare questo verdetto: Israele è stato la causa della guerra, degli attacchi terroristici, dell’ingiustizia, di tutti i mali subìti dal mondo islamico e dall’Europa – vittima del terrorismo jihadista – responsabile dell’esistenza di Israele. La lotta per eliminare Israele è stata indicata come una giusta causa, una lotta per la pace. L’alleanza euro-araba ha fatto del suo meglio per criminalizzare gli ebrei per aver ricostruito il loro Stato nella loro patria storica. La sovranità nazionale degli israeliani, le loro radici culturali e storiche, la loro sopravvivenza, i successi e le spettacolari vittorie militari sono valse loro rimproveri e denigrazione. Rinvigorita dall’odio palestinese, l’alleanza del dopoguerra nazi-islamica ha fatto del suo meglio per neutralizzare il successo dello Stato ebraico a livello politico, per assicurarsi che rimanga instabile e insicuro. Molestati senza fine da parte dei governi Europei e dai loro eserciti di dhimmi, gli israeliani, colpevoli di esistere, sono stati svergognati, costretti a scusarsi, ci si aspettava che umilmente mantenessero i nemici e subissero il loro terrorismo senza protestare o difendersi. Il loro crimine? Si sono rifiutati di mescolarsi con loro e scomparire nella dhimmitudine, perdendo i diritti e la storia al popolo creato dall’alleanza euro-araba (Eurabia) per sostituirli. L’ OLP era il braccio jihadista della Ummah ( la comunità islamica ), l’incarnazione della sua ideologia teologica che giustificava l’espansione islamica e la sua appropriazione di tutti gli spazi, spazzando via nel contempo le culture precedenti e i popoli, imponendo la sua legge, i suoi costumi e le sue credenze ovunque. Capi di Stato, ministri europei, il clero, dhimmi cristiani che erano diventati i suoi cortigiani, hanno offerto il loro aiuto, più che felici di raccogliere il suo oro ( della Ummah ), mentre spazzavano via i detriti delle persone e della storia davanti ai suoi piedi, ostacoli al suo progredire per finalmente riuscire a liberarlo da Israele. Si credeva che così si sarebbero liberati alla fine di Israele, e quindi ottenuto una Shoah iniziata in Europa, in modo che alla fine sarebbe emerso un mondo, un’umanità, senza Israele. Il sogno di Hitler e del Mufti si sarebbe realizzato. I governi europei, alleati dei terroristi palestinesi anti-israeliani, li avevano dichiarati attivisti per una “giusta causa” – nutrendola così spiritualmente e finanziariamente – credevano di essere al sicuro. Ma indovina un po’? Questa politica della Ummah contro Israele, attivamente sostenuta dai suoi cortigiani europei e dai dhimmi , adesso si è scatenata contro i popoli d’Europa. I terroristi hanno attaccano gli israeliani durante le festività? Ora sono gli europei che devono celebrare i loro festeggiamenti protetti da un esercito di soldati. E’ il turno degli europei di vedere l’invasione di una popolazione nel proprio Paese, che li priverà dei loro diritti. E’ il turno degli europei di essere costretti a rinunciare alla propria identità nazionale, storica, culturale e religiosa, di scusarsi e addossarsi la colpa di esistere come sono sempre stati. E’ il turno degli europei di essere costretti a controllare i loro confini e custodire aeroporti, scuole, treni, strade e città con i soldati. Ironia della sorte, i governi europei che contemplavano la distruzione di Israele, hanno lavorato insieme con i nemici di Israele a distruggere la propria gente, sovranità, sicurezza e libertà. L’ OIC ha favorito il loro odio inconfessato nei confronti di Israele, accecandoli con il suo oro e con fermezza ha portato i codardi sotto la frusta del terrorismo, il disonore e l’oblio. La Risoluzione 2334 è il culmine di questa politica, ma non è l’ultimo capitolo della storia. Siria, Libano, Iraq e Libia non esistono più, l’Egitto resiste ancora. Nel suo calderone, il jihad sta bruciando il popolo musulmano, dopo aver sognato un tempo di distruggere ebrei e cristiani. Il clero dhimmi degli Arabi e gli intellettuali, che hanno ispirato l’alleanza euro-araba contro Israele e la falsificazione palestinese, stanno vedendo le loro comunità decimate dalle loro stesse menzogne. In un’Europa in rovina, massacrata, c’è chi invia servi zelanti della OIC alla rottamazione della storia. Preoccupati per la rabbia popolare, i ministri non osano più mentire e sono costretti a riconoscere il jihadismo dando però la colpa del terrorismo a Israele. Il futuro dovrà includere la riconciliazione delle popolazioni basata sul riconoscimento della legittimità del ritorno di Israele alla sua terra d’origine. Questo riconoscimento porterà con sé l’annullamento del jihad contro i cristiani e tutti i non musulmani. Il riconoscimento della legittimità del ritorno di Israele alla sua terra di origine è la condizione essenziale della pace islamica con il mondo, perché abolirà l’ideologia jihadista. La pace con Israele garantisce la pace dell’Islam con la pluralità del mondo. Forse questa è la missione del ritorno di Israele alla sua terra natale. Ma combatte da solo nel sanguinoso incrocio delle nazioni.                          Bat  Ye’or, Nazioni Unite: una vittoria del Jihadismo

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                                                                                      GVAOTgvaot

Gvaot is a Jewish community located in the Judean Mountains with a population of 14 families.

The community was founded in 1984.

Aprite gli occhi, occidentali: ecco le nostre ‘colonie’ che voi odiate

Quando il sole tramonta Gerusalemme si tinge d’oro. Noi siamo sul Monte Scupus, appena dietro l’Università Ebraica, quando l’importante uomo politico italiano, ammirando la bellezza del deserto della Giudea all’imbrunire, stende il braccio verso il Mar Morto, quasi a voler toccare le graziose case in lontananza. “E quel quartiere meraviglioso, cos’è Jonathan?”, mi chiede. “Quello è Malè HaAdumim” rispondo io, “ciò che voi chiamate una colonia”. “Non è possibile” dice il mio ospite. “Non può essere”. Non riusciva a capacitarsi che un si’ bel quartiere con le sue case ordinate, i giardini, i palazzi, le scuole e i centri commerciali fosse “una colonia”, il male supremo secondo le cancellerie occidentali. Il problema dei problemi del pianeta.

Un male talmente enorme da far si’ che il segretario di Stato americano gli dedicasse tutto il suo discorso di fine mandato. Non era solo quel politico a essere confuso. Lo sono tutti coloro con un briciolo di onestà intellettuale, con un minimo di resistenza al pregiudizio e con un filo di simpatia per un popolo, il popolo ebraico, che ha dato all’umanità così tanto ricevendo quasi sempre in ritorno persecuzioni, ingiustizie e violenza. Ma che diamine sono queste “colonie”? E allora parliamone. Parliamone una volta per tutte. Magari andiamoci anche, andiamo a vedere con i nostri occhi cosa c’è a meno di tre minuti dall’Università che custodisce l’eredità di Albert Einstein. Ebbene ci sono persone normali.

Persone che crescono famiglie splendide, che lavorano, che studiano e che creano. Ci sono agricoltori e ingegneri hi-tech, professori universitari e dipendenti pubblici. Ci sono tanti bambini che studiano in scuole moderne e affiancano lezioni di informatica e stampa 3D, con la Bibbia e la Mishnà. Che studiano la storia ebraica e la filosofia europea e che vengono educati al rispetto della dignità umana, all’importanza sacra della vita. Ci sono fabbriche nelle quali operai palestinesi lavorano a fianco di operai ebrei con pari salario, pensione e assicurazione medica. Ci sono serre hitech tra le più avanzate del pianeta e Università, ospedali e parchi industriali. C’è la legge, il diritto alla proprietà, tribunali che giudicano, scuole che educano e servizi pubblici che funzionano. Ci sono trasporti moderni, sanità, strade, ponti e fognature. C’è insomma tutto quello che ci si aspetta in un posto civile. E non è scontato in questa parte del pianeta. A pochi chilometri da qui si consuma nell’indifferenza di tutti la guerra civile siriana con le sue centinaia di migliaia di morti. A sud l’Egitto con le sue rivoluzioni, a nord la polveriera libanese con i terroristi di Hezbollah, e poi Hamas a Gaza.

Quelle che voi chiamate “Colonie” sono semplicemente posti dove vivono ebrei. Persone normali che cercano di migliorare la propria società e il mondo. Persone che si alzano la mattina con buoni propositi e vanno a dormire la sera con buoni risultati. Posti normali in una regione anormale. Volete smantellare tutto in nome di una non meglio specificata pace, che non si capisce con chi andrebbe fatta, perché i palestinesi hanno sempre e solo detto di no. Ma poi, va bene, facciamo la pace, facciamo un bello Stato palestinese. Per ottenere cosa? Un’altra Siria? Un altro Libano? Un altra Gaza? Non ci sono abbastanza stati arabi dove vengono represse le più basilari libertà? Davvero l’odio per gli ebrei è ancora così forte da preferire un altro luogo nel quale lapidare gli omosessuali, mutilare i genitali delle bambine e sgozzare gli infedeli? Davvero vi sono così simpatici i mafiosi corrotti della Anp che si spartiscono i miliardi di euro dei contribuenti (anche italiani) estorti con la falsa promessa dell’immunità dal terrorismo? (Si veda il Lodo Moro di cui ha parlato il presidente emerito della Repubblica, Francesco Cossiga).

I paesi arabi sono un tale successo da andarsene a inventare un altro? E’ quello che manca oggi? Un altro posto dove scannarsi a vicenda tra sunniti e sciiti, Fatah e Hamas, Jiad e martiti di Al Aqsa e con l’occasione programamre la Jiad contro ebrei e cristiani? Siamo nel teatro dell’assurdo nel quale mentre non si riesce a fare nulla per le centinaia di migliaia di morti in Siria si condanna Israele per l’occupazione del Golan e si chiede all’Onu la restituzione alla Siria! Alla Siria! Ma a chi? Ad Assad e i suoi macellai? All’Isis? Ci odiate talmente che preferite le fiamme dell’inferno siriano ai campi coltivati e gli ospedali israeliani dove i bambini siriani vengono curati? Davvero non vedete che l’unico posto in medioriente dove un arabo può votare, può ricevere una assistenza medica e realizzarsi professionalmente è Israele?

Ritiratevi, ci dite. Ci siamo ritirarti da Gaza e abbiamo ricevuto migliaia di missili mentre il mondo ci condannava se ci difendevamo. C’erano le serre e la civiltà ora ci sono solo le macerie lasciate da Hamas, i tunnel e gli arsenali dei terroristi. Ci siamo ritirati dal sud del Libano, è venuta l’Onu, ha tracciato la Linea blu. Era il 2000. Eppure questa settimana il neo premier Libanese Hariri ha giurato lotta a Israele “fino alla liberazione delle terre libanesi occupate”. Ma quali sarebbero queste terre se persino l’Onu ha dovuto dire che non esistono? Ma è chiaro: qualsiasi posto dove vive un ebreo. Continuate a sbandierare il diritto internazionale, che guardacaso si applica solo a noi. Però non vi interessa l’opinione di rinomati giuristi internazionali come il professor Eugene Rostow, il giudice Arthur Goldberg e Stephen Schwebel che ha presieduto la Corte internazionale di Giustizia che dissentono sulla definizione stessa di Territori occupati. Ma perché approfondire se John Kerry e Federica Mogherini hanno già deciso che gli ebrei hanno torto. Ma tanto abbiamo sempre torto. Solo per il giorno della Memoria siamo simpatici. Solo se siamo morti o stiamo morendo. Se siamo vivi no.

E non capite che è esattamente questo l’antisemitismo. L’antisemitismo non è solo la scritta sul muro o la battuta razzista. E’ anche trascurare tutti i problemi del pianeta e ossessionarsi a voler trovare qualcosa su cui criticare gli ebrei. Gli ebrei, non Israele o il governo Netanyahu. Gli ebrei e solo gli ebrei. Davvero non c’era altro di cui parlare che le colonie? Il mondo non ha altri problemi su cui un intervento di Kerry sarebbe stato utile? Lo aveva capito perfettamente Martin Luhter King: “Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente “antisionista”. E io dico, lascia che la verità risuoni alta dalle montagne, lascia che echeggi attraverso le valli della verde terra di Dio: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, questa e’ la verità di Dio. Tutti gli uomini di buona volontà esulteranno nel compimento della promessa di Dio, che il suo Popolo sarebbe ritornato nella gioia per ricostruire la terra di cui era stato depredato. Questo è il sionismo, niente di più, niente di meno… E che cos’è l’antisionismo? E’ negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. E’ una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo”. 

Jonathan Pacifici, Aprite gli occhi, occidentali: ecco le nostre ‘colonie’ che voi odiate

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                                                                GITIT gitit

Gitit is a Jewish community located in the Jordan River Valley with a population of 215 people.

L’odio per Israele unisce le forze oscure

Michael Gove, L’odio per Israele unisce le forze oscure

Il Foglio ( articolo tratto dal Times), 2 gennaio 2017

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Come si fa a sapere se uno è antisemita?”. Inizia così la column dell’ex ministro dell’Istruzione inglese, Michael Gove, uno dei leader della Brexit. “Ma l’antisemitismo non è un pregiudizio limitato a Richard Spencer, Hassan Nasrallah e l’ayatollah Ali Khamenei. Come si addice all’odio più antico e più durevole del mondo, esso ha molti più aderenti e assume molte forme diverse”. In epoca medievale, quando gli individui avevano un senso del loro mondo attraverso il prisma della fede, l’antisemitismo era un pregiudizio religioso. Nel XIX e XX secolo – l’età del darwinismo – l’antisemitismo ha vestito il camice bianco dello scienziato. Le metafore biologiche sono state impiegate per modernizzare l’odio. Gli ebrei erano portatori di “contaminazione razziale”, che doveva essere eliminato come una minaccia patologica per il futuro dell’umanità.

“Questa convinzione ha portato al più grande crimine della storia. L’antisemitismo sarebbe dovuto morire nei forni della Shoah. Ma l’odio è sopravvissuto. E, come un virus, ha mutato”. L’antisemitismo è passato da essere odio verso gli ebrei per motivi religiosi o razziali a ostilità verso la più orgogliosa espressione dell’identità ebraica: Israele. “Il boicottaggio è una forza crescente nelle nostre strade e campus. I suoi sostenitori dicono che dovremmo ignorare le idee di pensatori ebrei se quei pensatori provengono da Israele e trattare il commercio ebraico come una impresa criminale se tale attività è svolta in Israele. Si tratta di antisemitismo. E’ l’ultima recrudescenza della questione secolare secondo cui l’ebreo può vivere solo a condizioni stabilite da altri. Una volta gli ebrei dovevano vivere nel ghetto, ora non possono vivere nella loro patria storica”.

Gove continua raccontando di Israele. “Circondato da nemici che hanno cercato di strangolarlo dalla nascita, continuamente minacciato dalla guerra e costantemente sotto attacco terroristico, una nazione a malapena delle dimensioni del Galles, senza risorse naturali, la cui metà del territorio è desertica, è diventata una democrazia fiorente, un centro di innovazione scientifica, uno dei principali fornitori al mondo di aiuti umanitari internazionali e l’unico stato da Casablanca a Kabul con una stampa libera, una magistratura libera, una fiorente economia, una libera impresa e la libertà per le persone di ogni orientamento sessuale a vivere e amare come vogliono. E questo è il motivo per cui attrae tale ostilità. Non a causa di ciò che fa Israele. Ma a causa di quello che è. E come funziona l’antisemitismo oggi? “Mantenendo vivi i pregiudizi, sbarazzandosi dei fatti, riducendo il sostegno a Israele, facendone l’unico paese al mondo il cui diritto di esistere è continuamente in discussione, denunciando l’università britannica di essere un ‘avamposto sionista’”. Conclude Gove: “Le forze più oscure del nostro tempo sono unite da una cosa prima di tutto: il loro odio per il popolo ebraico e la loro patria”.

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                                                                     ALEI ZAHAV alei-zahav

Alei Zahav is a Jewish community located in the Samarian hills with a population of 800 people.

L’odio per Israele è un antisemitismo mascherato

Angelo Pezzana, L’odio per Israele è un antisemitismo mascherato

Shalom, dicembre 2016

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Le statistiche ci dicono che l’antisemitismo è in crescita, le condanne sono pressoché unanimi, appelli al “mai più!”si sprecano, eppure non ci sono segnali che lascino sperare in una contro tendenza. Anzi. Una sentenza della Cassazione del 10 novembre scorso – come ha ricordato in una approfondita analisi Ugo Volli su informazione corretta- ha dichiarato prescritto il reato commesso da tale Roberto Chiaromonte, che aveva pubblicato una edizione dei “Protocolli dei Savi di Sion”, inserendo, furbamente,nella presentazione che il contenuto non era rivolto a tutti gli ebrei ma solo ai sionisti, il che, a giudizio della sentenza, rendeva difficile dimostrarne il contenuto antisemita. Volli osservava giustamente che i Protocolli, un falso pubblicato dalla polizia zarista, non nominava mai il sionismo, ma gli ebrei. Eppure è stato sufficiente citare la parola ‘sionismo’ per cancellare l’accusa di antisemitismo. Una parola che continua a essere criminalizzata, in qualche raro caso per ignoranza, ma quasi sempre perché è la via più sicura da percorrere per attaccare gli ebrei con la sicurezza di farla franca di fronte a una denuncia. La causa è andata avanti dalla denuncia del 2008, dopo diverse udienze e ricorsi, fino alla sentenza della Cassazione. Se motivato da odio per Israele – ha commentato Volli- l’antisemitismo si può sdoganare. Come non desta indignazione che sul ‘Manifesto’ il corrispondente da Israele scriva “ Nir Barkat, sindaco israeliano di Gerusalemme”! se leggessimo “Sala, sindaco italiano di Milano” ci chiederemmo se chi l’ha scritto sa quel che scrive oppure no. Eppure, quello di Michele Giorgio, il corrispondente del quotidiano comunista da Israele, non è un errore, ma una scelta precisa. Gerusalemme non appartiene agli ebrei, non è la capitale dello Stato, Barkat, al massimo, può essere sindaco solo di qualche quartiere abitato da ebrei, in attesa che l’Unesco attribuisca all’islam l’intero territorio. È anche da episodi come questo che, distorcendo la realtà, si rende accettabile il capovolgimento della stessa. Sottovalutarne il pericolo è un segnale di resa. “Avvenire”, il quotidiano dei vescovi non è da meno. Susan Dabbous scrive il 17.11 “ Ieri, nel corso di alcuni scontri a Nablus, è stata uccisa una donna palestinese. Aveva 39 anni, la sua identità non è stata comunicata. È stata colpita nella città vecchia, teatro di violenze negli ultimi mesi tra forze di sicurezza e bande armate”. È un classico esempio di menzogna omissiva e doppio standard: non è stato ricordato il motivo per cui la donna è stata uccisa, non si fa cenno al terrorismo palestinese ma soltanto a generiche “bande armate”, il lettore ne dedurrà che la donna sia stata una vittima di Israele e non una terrorista armata. Sono soltanto alcuni esempi fra migliaia che ammorbano i nostri media. Per favore, non chiediamoci più perché l’antisemitismo è in crescita. Viviamo in un paese incapace di darsi una legge efficace, chiara, applicabile, che condanni non solo il negazionismo della Shoah, ma anche chi diffonde antisemitismo. L’antisionismo è l’arma aggiornata che garantisce l’immunità a chi diffonde odio contro gli ebrei.

Angelo Pezzana, L’odio per Israele è un antisemitismo mascherato

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                                                             ADEI AD

adei-ad

Adei Ad is a Jewish community located near Shvut Rachel with a population of 25 families.